lunedì 10 marzo 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Brasile 1950

L’Italia rimase campione in carica per 12 anni. Le edizioni del campionato mondiale di calcio del 1942 e 1946 non si disputarono. Al loro posto invece sempre a livello mondiale fu disputata una guerra che lasciò l’Europa – il suo epicentro - ridotta ad un cumulo di macerie, e il resto del mondo in condizioni appena meno drammatiche. Quando le armi finalmente tacquero nella primavera del 1945 e il fumo cominciò a diradarsi, il solo continente americano appariva risparmiato dalla tragedia.
Se si fosse disputata l’edizione del 1942, la FIFA avrebbe dovuto deciderne l’assegnazione tra le due candidature avanzate dal Brasile e dalla Germania. Nel 1948 i Giochi Olimpici vennero assegnati alla città di Londra, più come tributo al paese che nell’ora più buia del mondo aveva saputo tenere testa a Hitler guidando la riscossa finale che come omaggio ad una capacità organizzativa che la Gran Bretagna poteva avere solo a prezzo di sforzi immani, non essendo stata risparmiata dalla guerra molto più degli altri paesi europei.
I campionati mondiali di calcio erano un’altra questione. Per disputarli, c’erano da costruire impianti e creare – anche allora – infrastrutture che erano al di là delle possibilità di un’Europa che aspettava a gloria il Piano Marshall per avviare una ricostruzione. E poi era il turno del Sudamerica, che già aveva lamentato la scelta del 1938 a favore della Francia. Delle due candidature prebelliche, sopravviveva solo quella del Brasile, perché la Germania sconfitta, distrutta ed al bando dell’opinione pubblica mondiale era stata estromessa da tutte le competizioni sportive.
La scelta cadde quindi fatalmente sul paese carioca, che dovette in fretta e furia mettersi ad ammodernare i suoi impianti. I brasiliani si sentivano i migliori del mondo da prima della guerra, e avevano mal digerito le sconfitte nelle prime edizioni, soprattutto quella del 1938 ad opera dell’Italia. Stavolta credevano fermamente che fosse venuta la loro ora e che la vittoria casalinga non potesse loro sfuggire, facendo giustizia nel tributare la vittoria ai più meritevoli.
Cartolina firmata dagli azzurri dalla motonave Sises
Tuttavia, partecipare ad un mondiale in America latina nel primo dopoguerra non era cosa più semplice di quanto lo fosse stato venti anni prima, all’epoca dell’edizione uruguayana. Molte nazionali si videro costrette a declinare a causa dei costi, anche se l’affermazione dell’aeronautica stava fornendo adesso un’alternativa valida alle estenuanti traversate atlantiche a bordo di piroscafi. Delle squadre qualificate avevano rinunciato all’ultimo momento l’India, a cui era stato proibito di giocare scalza secondo costume, la Turchia per motivi economici e la Scozia in polemica contro la prima qualificata del suo girone, l’Inghilterra. Finirono per partecipare solo tredici nazionali, esattamente come in Uruguay, e la FIFA dovette studiare uno sbilenco tabellone a quattro gironi, di cui due a quattro squadre, uno a tre e uno addirittura a due.
Qualificate di diritto erano il Brasile, paese organizzatore, e l’Italia detentrice del titolo. Mentre la Germania ed il Giappone scontavano la loro pena rimanendo a guardare, il terzo socio dell’Asse era stato graziato e riammesso alle competizioni già dalle Olimpiadi di Londra. Intanto a differenza degli altri due paesi l’Italia aveva firmato il Trattato di Pace, a Parigi il 10 febbraio 1947, ed aveva ottenuto la riammissione alle Nazioni Unite, l’organismo internazionale che aveva sostituito la Società delle Nazioni come consesso per il governo del mondo in forma – si sperava – da allora in poi pacifica. Inoltre, come paese detentore della Coppa che dal 1946 era stata intitolata al presidente della FIFA Jules Rimet, la presenza dell’Italia era considerata fondamentale per la qualità del torneo.
Estadio Jornalista Mario Filho, detto Maracanà
L’Italia sarebbe stata per la verità orientata a declinare l’invito, per varie ragioni. La difficile ricostruzione rendeva problematico per la federazione italiana trovare le risorse per la trasferta brasiliana. Si arrivò al punto che la FIFA offrì il pagamento di tutte le spese necessarie agli azzurri per viaggio e soggiorno in Sudamerica. Un simile occhio di riguardo si doveva oltre che alla caratura tecnica della nazionale italiana anche alla presenza fra i quadri del governo del calcio italiano di una figura di prestigio: il vicepresidente della FIFA era il presidente della federazione italiana Ottorino Barassi, personaggio carismatico come pochi altri nella nostra storia sportiva.
Barassi aveva tanti meriti, dall’organizzazione del mondiale del 1934 – a detta di tutti impeccabile – fino alla custodia della stessa Coppa Rimet nei difficili anni della occupazione nazista. I tedeschi sapevano che la Coppa era nelle mani di qualche funzionario di vertice del nostro calcio, la cercavano e la volevano per fonderla e ricavarne l’oro. Barassi la tenne nascosta a rischio della propria vita, fino a che la bufera passò e poté riconsegnarla alla ricostituita Federazione Italiana Gioco Calcio.
Non solo, ma il dirigente italiano fu cooptato da quelli carioca per sovrintendere all’organizzazione del torneo brasiliano ed in particolare alla costruzione del nuovo imponente stadio in cui avrebbe giocato la squadra di casa ed in cui si sarebbe disputata la finale: il Maracanà di Rio de Janeiro. A pochi mesi di distanza la costruzione dell’impianto era ancora indietro, e il funzionario napoletano trapiantato a Cremona fece un mezzo miracolo consegnandolo finito all’organizzazione in tempo per il fischio d’inizio, il 24 giugno 1950.
Joe Gatiens portato in trionfo dagli americani
dopo il gol all'Inghilterra
L’Italia arrivò a quei mondiali in nave, rifiutando l’uso di quel mezzo, l’aereo, che un anno prima l’aveva decimata duramente. Il 4 maggio 1949 a Superga il Grande Torino aveva incontrato il suo tragico destino, e tra le altre cose la Nazionale si era vista privare di nove undicesimi dei suoi effettivi. Risultato, a San Paolo del Brasile andarono le riserve, e per di più via mare poiché nessuno se la sentiva in federazione di ritentare la sorte in aria.
Dopo pochi giorni i palloni da allenamento erano finiti tutti in mare, gli azzurri arrivarono di là dall’Oceano poco allenati ed annoiati dopo tre settimane di traversata. Ad allenarli non c’era più il leggendario Vittorio Pozzo, il cui ultimo atto ufficiale era stato proprio il riconoscimento delle salme dei suoi ultimi campioni in mezzo ai rottami sparsi sulla collina di Superga. L’epurazione antifascista, prima ancora della disgrazia, aveva colpito anche lui, fermando la sua gestione a 6.927 giorni, un record che sarebbe stato battuto solo da Enzo Bearzot, molto più avanti. A sostituirlo c’era una commissione tecnica composta da quattro persone, tra cui quel Ferruccio Novo che era stato il presidente del Grande Torino. Ma quel quadrumvirato non era destinato a passare alla storia.
pareggio di Schiaffino in finale
Il mondiale degli azzurri durò due partite sole: sconfitta con la Svezia per 3-2, con gli scandinavi che erano all’inizio del loro ciclo glorioso che li avrebbe portati ad un soffio dalla vittoria nel mondiale casalingo otto anni dopo, e vittoria con il modesto Paraguay, peraltro resa inutile dal pareggio di questi con gli svedesi. Dopo pochi giorni gli azzurri tornavano mestamente a casa, in compagnia di un’altra eliminata illustre ed altrettanto sorprendente. L’Inghilterra si era sentita una spanna superiore a tutti gli altri quanto e più del Brasile, finché aveva deciso di scendere sulla terra e andare a confrontarsi con il Resto del Mondo nel torneo della FIFA. Alla sua prima uscita in quel 1950, perse clamorosamente dagli Stati Uniti per 1-0. I lettori inglesi credettero ad un errore nei dispacci internazionali, quando i loro giornali stamparono la notizia. Ma era vera, e altrettanto vera fu la successiva sconfitta con la Spagna. Al pari dei campioni del mondo, per i maestri era finita un’epoca.
Restavano a disputarsi la Coppa Rimet le prime di ogni girone : Brasile, Svezia, Spagna e Uruguay, inserite in un girone all’italiana in cui avrebbe prevalso la squadra con il maggior numero di vittorie. Il 16 luglio 1950 al Maracanà di Rio si trovarono di fronte per l’ultima partita il Brasile e l’Uruguay, separati da un punto. Ai carioca bastava un pareggio per vincere il sospirato titolo mondiale, ma la celeste aveva uno squadrone, esattamente come vent’anni prima. I padroni di casa andarono in vantaggio con Friaça, la torcida brasileira scatenò l’apoteosi anzitempo, appena un po’ raffreddata dal pareggio uruguagio di Schiaffino, a metà ripresa. Il Brasile era comunque ancora campione del mondo, e lo rimase fino a dieci minuti dalla fine quando Ghiggia gelò un intero paese segnando il 2-1 per l’Uruguay.
Uruguay campione del mondo 1950
O Maracanaço, il disastro del Maracanà. Così è passato alla storia del calcio brasiliano il giorno più doloroso di sempre. Un paese che già allora viveva di calcio e per il calcio sprofondò nel lutto nazionale, mentre a Montevideo si tornava a festeggiare come vent’anni prima. I brasiliani decisero di cambiare perfino la casacca della loro seleçao passando all’attuale verde-oro (i colori della bandiera), perché non rimanesse nulla di quell’onta. Non potendo buttar giù lo stadio, lo tennero in attesa di tempi migliori e ne fecero il loro santuario, cercando di dimenticarne prima possibile l’amaro battesimo.

Dopo quattro edizioni dei Mondiali, dopo soli vent’anni per quasi metà dei quali si era sparato e non giocato a calcio, due soli paesi avevano trionfato e adesso stavano 2-2 nel conto delle vittorie. Italia ed Uruguay erano entrambe ad un passo dall’aggiudicarsi definitivamente la Coppa Rimet.

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