lunedì 10 marzo 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Francia 1938

FIRENZE - Dopo quattro anni, arrivò per l’Italia il momento di rimettere in gioco la Coppa del Mondo. Ma il mondo intanto era profondamente cambiato. Gli anni 30 avevano imboccato la china che avrebbe portato l’Europa ed il resto del pianeta in mezzo alla tragedia di una nuova guerra mondiale, la più spaventosa e devastante di sempre. Se nel 1934 il mondiale italiano aveva potuto illusoriamente celebrare la festa sportiva di una Società delle Nazioni che pensava di aver superato il momento peggiore dopo la crisi del ’29, avviandosi verso una nuova era di prosperità, nel 1938 durante il mondiale che era stato dato ad organizzare alla Francia nessuno si faceva più illusioni. I venti di guerra soffiavano forte, sempre più forte.
La stessa scelta della sede dei Mondiali era stata conflittuale. La regola avrebbe imposto un ritorno in Sudamerica, la ragion di stato spinse l’anima francofila e francofona della FIFA (quella che aveva portato da tempo i maestri inglesi a distaccarsene) – incarnata da Rimet e Delaunay – a gratificare il proprio paese d’origine, che cercava visibilità e prestigio internazionale, una delle poche democrazie superstiti in un mondo sempre più in mano alle dittature.
Il primo risultato di questa scelta, che portò la Coppa Victory da Roma a Parigi, fu che l’Argentina dichiarò il boicottaggio della terza edizione del torneo mondiale. I sudamericani avevano sperato a lungo di poter organizzare in casa la rivincita del 1930, quando avevano dovuto cedere il titolo ai dirimpettai del Rio de la Plata. Incredibilmente, ma neanche tanto se si pensa alla crisi economica che stava attanagliando ancora il sub-continente sudamericano e quindi anche l’ex Svizzera dell’America latina, fu proprio l’Uruguay la prima nazionale ad affiancarsi agli odiati cugini nel boicottaggio. Il Brasile invece ringraziò, e decise di affrontare il costoso viaggio in nave, convinto di tornare indietro con la Coppa in virtù della propria superiorità tecnica già allora ritenuta evidente.
Tra le partecipanti europee, il segno che i tempi erano rapidamente cambiati lo dettero le assenze. Rispetto alle partecipanti che avevano onorato il mondiale italiano solo quattro anni prima, ne mancavano almeno due di primo piano. All’ottavo di finale in programma a Lione il 5 giugno 1938 una delle due sfidanti qualificate non si presentò. L’Austria di Hugo Meisl e Mathias Sindelar, il Wunderteam non esisteva più, così come il suo stesso paese per effetto dell’Anschluss che tre mesi prima aveva riunito i resti dell’impero asburgico alla Germania nazista di Adolf Hitler. La quale partecipò dal canto suo con la bandiera rossa su cui campeggiava l’ormai sinistramente familiare croce uncinata, e con i migliori giocatori austriaci cooptati in squadra.
Pablo Picasso - Guernica
L’altra assente era la Spagna. Le Furie Rosse di Ricardo Zamora, l’avversario che aveva dato più filo da torcere ai campioni del mondo italiani a Firenze quattro anni prima arrivando a un passo da eliminarli, non aveva potuto prendere parte alle qualificazioni, perché dal 1936 era occupata in un conflitto interno ben più impegnativo. La guerra civile spagnola al momento del fischio d’inizio del Mondiale francese era ancora ben lontana da concludersi. Nella penisola iberica in quel momento al pallone non ci pensava proprio nessuno.
Nell’edizione del 1938 fu inaugurata un’altra consuetudine, i campioni in carica ed il paese organizzatore erano qualificati di diritto alla fase finale. L’Italia campione uscente era profondamente rinnovata. Nel 1936 aveva partecipato ai Giochi Olimpici di Berlino e aveva conquistato una insperata medaglia d’oro sempre sotto la guida dell’ex tenente degli Alpini Vittorio Pozzo ma con una formazione completamente nuova rispetto a due anni prima a causa delle norme olimpiche che ammettevano esclusivamente la partecipazione di atleti non professionisti. Così Pozzo aveva dovuto convocare giocatori che figuravano tecnicamente come universitari, secondo l’escamotage un po’ ipocrita escogitato per poter schierare comunque campioni che militavano già nelle squadre della serie A del campionato italiano.
Mussolini e Hitler - Roma 6 maggio 1938
Oltre a Foni e Rava, che avrebbero costituito l’ossatura della difesa della  Nazionale azzurra nell’avventura francese, fu convocato quindi il mitico Annibale Frossi, l’ala dell’Inter diventato famoso perché – profondamente miope – giocava sempre con gli occhiali. Frossi segnò sette gol decisivi per l’oro all’Italia, schiantando in finale gli austriaci nella loro ultima apparizione ufficiale prima della guerra, ma al momento di partire per Marsiglia due anni dopo per lui in Nazionale non c’era più posto. La strada gli era stata chiusa da gente che si chiamava Amedeo Biavati, Silvio Piola, Gino Colaussi, oltre che da quel monumento del calcio italiano che era il campione in carica Giuseppe Meazza.
A Marsiglia, il pubblico francese in mezzo al quale si trovavano anche diversi fuorusciti italiani fischiò gli azzurri che al momento degli inni nazionali si esibirono nel saluto romano, come previsto dal cerimoniale fascista. I fratelli Rosselli erano stati uccisi da poco, nel loro esilio francese che li accomunava a tanti antifascisti che nei loro resoconti dalla patria contraddicevano l’immagine trionfale del regime che nel frattempo aveva proclamato l’Impero. La stampa di cui era accreditato Mussolini non era più così buona come quattro anni prima. Per quanto ancora corteggiato dalle potenze democratiche come contraltare all’ascesa irresistibile di Hitler, il Duce stava perdendo soprattutto all’estero molto del favore di cui aveva goduto come lo statista che aveva fatto spiccare il volo all’Italia.
Silvio Piola in area del Brasile
Sul campo, l’esordiente Norvegia fu la bestia più nera tra quante ne affrontarono gli azzurri nella loro marcia verso la finale. Gli scandinavi pareggiarono allo scadere il gol iniziale di Ferraris, ci vollero i supplementari e un gol di Piola per mandare avanti i campioni in carica, ad affrontare i padroni di casa francesi che avevano regolato il Belgio nel loro ottavo. Nelle altre partite, Brasile avanti e Germania fuori, eliminata incredibilmente dalla piccola Svizzera. Era destino che come già Olimpia anche Eupalla fosse avara di soddisfazioni per Adolf Hitler.
Francia e Italia si ritrovarono avversarie nei quarti di finale il 12 giugno allo stade olympique Yves-du-Manoir, già teatro dei giochi della VIII Olimpiade – quella del 1924 immortalata dal celebre film Momenti di Gloria – e comunemente conosciuto come Colombes. Fu un match durissimo, l’ostilità che regnava sugli spalti (con gli antifascisti italiani lacerati tra idea politica e sentimento nazionale di appartenenza) si riversò in campo. Andò in vantaggio l’Italia su tiro non irresistibile di Colaussi e papera del portiere francese Di Lorto. Pareggiò per i transalpini Heisserer, poi nella ripresa due prodezze di Silvio Piola dettero il passaggio del turno agli azzurri, gettando nel silenzio e nello sconforto il paese organizzatore.
Toccava ora al Brasile. Per l’Italia era un inedito. I carioca si sentivano già allora i migliori del mondo, tanto da aver già acquistato i biglietti per il treno per Parigi, dove si sarebbe disputata la finale. In realtà avevano faticato non poco nei quarti con la Cecoslovacchia, quanto e più di quell’Italia che ora snobbavano, al punto da lasciare a riposo il loro talento migliore, quel Leonidas che la stampa sudamericana accreditava come il Pelé dell’epoca, risparmiandolo secondo le loro intenzioni per la partita che avrebbe valso il titolo.
Mal gliene incolse. A Marsiglia l’attacco degli azzurri fu un’ira di Dio, la “pratica” brasiliana fu liquidata nel giro di un’ora. Tra i carioca c’era gente che si chiamava Maestro Divino, Domingos de Guia, che quel giorno ritornò sulla terra abbattendo malamente l’incontenibile Piola in area, dopo che il centravanti azzurro aveva già mandato in rete Colaussi. Sul dischetto si presentò Meazza, quello che seguì fa parte di diritto della leggenda più che della storia di uno dei più grandi campioni di sempre del nostro calcio. Quel giorno nacque la paradinha, la finta con cui l’attaccante rallenta per spiazzare il portiere sul calcio di rigore. Walter l’ipnotizzatore, lo spavaldo e arrogante portiere brasiliano ci cadde in pieno. In realtà a Peppin si era rotto l’elastico dei pantaloncini e per due volte nella rincorsa dovette rallentare per riagguantarselo con la mano, per non rimanere in mutande. Ciononostante, la gamba di Meazza non tremò, la palla finì in rete, l’ipnotizzatore cancellò dal suo volto il sorriso strafottente, l’Italia si ritrovò in finale malgrado i carioca accorciassero a due minuti dalla fine le distanze.
A Colombes, il 19 giugno, l’Italia si ritrovò di fronte come ultimo ostacolo l’Ungheria di Sarosi e Tiktos, una squadra tra le più forti dell’epoca, che aveva dato vita a diversi infuocati derby post-asburgici con l’Austria, finché questa era esistita. Ma contro gli azzurri quel giorno non ebbe scampo, finendo sotto grazie a due doppiette di Colaussi e di Piola. Rispetto alla finale di quattro anni prima, questa fu tutto sommato assai più facile, un 4-2 che non ammetteva repliche già all’inizio della ripresa. Gli azzurri si ripresero la Coppa del Mondo, Pozzo finì di nuovo in trionfo a cavalcioni sui suoi ragazzi. L’Italia chiudeva un ciclo leggendario, 1934, 1936 e 1938, a un passo dalla terza vittoria mondiale che le avrebbe assegnato in perpetuo la Coppa Victory.
Ma in lontananza si sentiva già un rumore cupo, che pian piano arrivò a sovrastare le urla di gioia ed i rumori dei festeggiamenti dei campioni riconfermati. Oltre agli italiani, c’erano pochi altri a festeggiare in quello scorcio di 1938. E quel rumore che si sentiva sempre più sordo e intenso sullo sfondo era il rombo del cannone.

La parola dal pallone sarebbe presto passata alle armi, nel più sanguinoso torneo mondiale che la storia ricordi.

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