domenica 27 aprile 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Svizzera 1954

Per la Federation Internationale de Football Association il 1954 non era un anno qualsiasi. Era il cinquantenario della sua nascita. E allora il vecchio Jules Rimet, che proprio quell’anno avrebbe chiuso in bellezza il suo ultratrentennale regno sul calcio mondiale, ebbe l’ultima intuizione geniale: perché non organizzarlo “in casa”? Dove la casa era la Svizzera, per la precisione Zurigo, la sede da sempre del governo del football. Del resto si doveva tornare in Europa per la regola dell’alternanza, e non erano molti i paesi in condizione di ospitare un torneo come il Mondiale di calcio, ancora nove anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. E Svizzera fu.
Al mondiale svizzero avrebbero partecipato 16 nazioni. Qualificate di diritto quella ospitante e quella detentrice, l’Uruguay, che stavolta traversò l’Atlantico per venire a difendere il titolo in Europa. Il calcio era ancora un gioco eurocentrico, poiché alla quinta edizione della Coppa Rimet parteciparono dodici nazionali del Vecchio Continente, tre del Nuovo (Brasile, Uruguay e Messico) e una asiatica, la Corea del Sud. La Turchia era ritenuta europea, e come tale andò a sorteggio con la Spagna essendosi qualificata a pari merito. A quei tempi vigeva l’assurda regola della monetina. La mano del solito adolescente, sinonimo di innocenza in un mondo – quello del pallone - che già allora stava perdendo quasi del tutto la sua a vantaggio del business e della politica, estrasse la penisola a cavallo tra Europa ed Asia a vantaggio di quella iberica, che dovette rimanere clamorosamente a casa.
Tra le qualificate europee si riaffacciavano la Germania e l’Austria. I tedeschi erano nella versione ridotta che di lì a non molti anni sarebbe stata sancita dal Muro di Berlino. Partecipavano come Germania Ovest e certo non avevano i favori del pronostico. Chi ce li aveva, tutti e incondizionati, era la Grande Ungheria. Difficilmente nella storia del calcio, come di qualsiasi altro sport, si è avuta una simile concentrazione di fuoriclasse nello stesso tempo e nello stesso luogo. Questa aristotelica condizione, verificatasi forse prima soltanto a Torino sulla sponda granata fino alla tragedia di Superga ed in seguito a cadenza ventennale solo in Olanda negli anni settanta ed in Spagna negli anni duemila, per qualche alchimia compensativa del dramma derivante dall’essere caduta al di là della Cortina di Ferro si verificò in Ungheria in quegli anni cinquanta.
I magiari non avevano potuto permettersi il viaggio in Brasile nel 1950. Ma erano già forti allora, e nel 1952 avevano vinto a mani basse i giochi olimpici di Helsinki, segnando 20 gol e subendone solo due. L’ossatura della squadra era quella della Honvéd Budapest, la squadra allora dell’esercito. Il suo leader carismatico era Ferenc Puskas, detto il “colonnello” per il suo grado militare, ma anche gli altri campioni di quella formazione non erano da meno. Sandor Kocsis, Zoltan Czibor, Nandor Hidegkuti, Jozsef Toth, Laszlo Budai erano nomi leggendari negli anni cinquanta, soprattutto da quando erano andati ad espugnare Wembley nella partita inaugurale dell’Imperial Stadium britannico con un 6-3 che ammetteva poche discussioni.
la Grande Ungheria
Gli inglesi non avevano mai perso in casa, la sconfitta per 3-2 inflitta ai campioni del mondo italiani nel 1934 ad Highbury aveva meritato agli azzurri il soprannome di “leoni”, tanto per rendere l’idea. Era l’Home Record, che durava da ben novant’anni (contando anche la preistoria). Finì per mano dei magiari, che l’anno dopo concessero la rivincita agli ex maestri e inflissero loro la peggior sconfitta della loro storia, 7-1. Il Nepstadion di Budapest era nell’anno del mondiale svizzero la capitale assoluta del calcio planetario, e per quanto riguardava il pronostico era a senso unico. Gli ungheresi venivano chiamati Aranycsapat, la squadra d’oro. Il campionato che si giocava a due passi da casa loro non poteva sfuggirgli di mano.
Anche l’Italia giocava a due passi da casa, ma attraversava una fase stranissima della sua storia calcistica. Gli anni cinquanta erano un periodo abbastanza felice per le nostre squadre di club, alcune delle quali decisamente forti anche a livello internazionale e piene zeppe di fuoriclasse sia nostrani che importati dall’estero. Ma la penisola non riusciva quasi mai ad esprimere una nazionale all’altezza delle sue ambizioni. Un po’ come succedeva negli altri ambiti della vita civile, le immense energie sviluppate da un popolo che nel volger di pochi anni aveva saputo rialzare la testa con una formidabile ricostruzione post-bellica, difficilmente riuscivano a tradursi in qualcosa che restituisse all’Italia un posto realmente di prestigio nel consesso internazionale. Mancanza di leadership adeguata? Contraccolpo psicologico a lunga scadenza indotto dalla tragedia di una guerra combattuta e persa dalla parte odiosamente sbagliata? Forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che - per limitarsi al calcio - i tempi di Vittorio Pozzo sembravano ormai lontani anni luce.
Boniperti e Ballaman prima del calcio d'inizio
di Italia-Svizzera
Come nel 1950, la partecipazione dell’Italia al Mondiale fu breve e concisa. Qualificatasi a spese dell’Egitto, superato agevolmente sia al Cairo che a Milano, la Nazionale azzurra si ritrovò inserita in un girone comprendente l’Inghilterra, la Svizzera ed il Belgio, quello che oggi si definirebbe un girone di ferro. Secondo il regolamento le due teste di serie di ogni girone non si scontravano, l’Italia pertanto dovette vedersela con i padroni di casa e con i belgi.
Perse a Losanna con i primi, grazie anche ad un arbitraggio contestato, quello del brasiliano Mario Viana (in seguito radiato dalla FIFA) che annullò un gol a Lorenzi. Finì 2-1, mentre l’Inghilterra pareggiava 4-4 con i belgi. Gli azzurri regolarono 2-0 questi ultimi, mentre gli inglesi facevano lo stesso con i padroni di casa, qualificandosi pertanto primi. Per il secondo posto si rese necessario lo spareggio tra Svizzera e Italia.  A Basilea fu débacle azzurra, 4-1 ed a casa, stavolta senza discussioni, almeno nei confronti dell’arbitro. Quanto al selezionatore, il magiaro Lajos Czeizler, la cosa più carina che gli fu detta fu che tra tanti ungheresi fuoriclasse noi avevamo scelto proprio quello sbagliato.
L’Ungheria nel frattempo dava spettacolo. Inserita in un girone in cui la Turchia era testa di serie e la Germania Ovest no, aveva dovuto affrontare i tedeschi, sommergendoli peraltro per 8-3. Non era affatto male quella selezione germanica, guidata dal mitico capitano Fritz Walter e dal bomber Helmut Rahn, ma contro la squadra d’oro sembrava non essere all’altezza. Passò il turno dandone sette alla Turchia, mentre l’Ungheria ne segnava nove alla Corea del Sud. Era un mondiale in cui si segnava molto, non solo grazie ai fuoriclasse magiari.
Nei quarti, la Svizzera salutò il mondiale casalingo cedendo all’Austria con un 7-5 che fece registrare il record di gol nella stessa partita. L’Uruguay fece fuori l’Inghilterra, la Germania Ovest la Jugoslavia e l’Ungheria il Brasile. In semifinale, ancora gli ungheresi d’oro mandarono a casa l’ultima squadra sudamericana, l’Uruguay, mentre la Germania Ovest vinceva 6-1 il derby con l’Austria. La finale riproponeva pertanto la partita già giocata nel girone di qualificazione, risultata senza storia per l’evidente superiorità ungherese.
Germania Ovest campione del mondo
Il 4 luglio 1954 scesero in campo a Berna un’Ungheria che credeva di essere arrivata all’appuntamento con la storia ed una Germania Ovest che poteva essere già appagata dalla sua rinascita sportiva a pochi anni da quella politica e civile, raggiungendo l’atto conclusivo del Mondiale al primo tentativo dopo la sua riammissione alle competizioni. Ma la storia del calcio non ama essere scritta in anticipo, e come sarebbe successo vent’anni dopo con un’altra squadra d’oro al posto dell’Ungheria alla Germania Ovest piaceva sovvertire i pronostici, meglio se di fronte a delle autentiche leggende del calcio.
La finale cominciò secondo copione. Dopo soli otto minuti l’ Aranycsapat stava già 2-0, Puskas e Czibor avevano subito messo in chiaro chi era il più forte. Poi successe l’imponderabile. Forse gli ungheresi credettero di aver già vinto. Forse l’arbitraggio non fu proprio quello che era lecito aspettarsi, ed i favoritissimi magiari se ne lamentarono molto infatti dopo la finale. Così come si lamentarono molto ed a lungo delle insospettate energie ritrovate dai tedeschi come per miracolo ad un certo punto.
Passò alla storia come il Miracolo di Berna. Morlock e Rahn pareggiarono in dieci minuti i due gol magiari. Si andò al riposo sul 2-2 e la ripresa scorse via sul pareggio fino all’86’, quando ebbe luogo il colpo di scena. Rahn andò via al marcatore avversario e da dentro l’area tirò battendo imparabilmente il portiere Grosics. Per il cannoniere tedesco fu l’ingresso nella storia, per la sua Nazionale anche, perché gli ultimi minuti del match non videro altro che gli assalti ungheresi, furibondi quanto inutili.
Fritz Walter il capitano con la Coppa Rimet
Per l’ultima volta nella sua vita, Jules Rimet consegnò la coppa che portava il suo nome ai vincitori, e questi erano i tedeschi dell’Ovest. A nulla valsero le polemiche circa il doping a cui sarebbero ricorsi i “bianchi” di Germania per superare gli invincibili avversari, ipotesi che sembrò confermata da un misterioso e mai chiarito ricovero in blocco in ospedale dei neocampioni del mondo il giorno dopo la finale. La Coppa prese la direzione di Bonn, capitale della Germania Federale.

 A Budapest rimasero tristezza e sconforto, insieme alla certezza di avere la squadra più forte, almeno per altri due anni, finché i carri armati sovietici posero fine insieme alla rivoluzione liberale di Imre Nagy anche alla squadra d’oro del colonnello Puskas. Questa si trovava in Spagna in tournée all’epoca dell’invasione russa, e chiese in blocco asilo politico al regime di Franco, che ovviamente fu ben lieto di concederlo. I fuoriclasse ungheresi andarono a fare la fortuna del Real Madrid, che da quella iniezione insperata di buon sangue calcistico prese il via nella sua epopea. Ma questa è un’altra storia.

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