giovedì 22 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Argentina 1978

L’assegnazione all’Argentina dell’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio da parte della F.I.F.A. era il pagamento di un vecchio debito. Il paese che contendeva a Brasile ed Uruguay la supremazia calcistica nell’America Latina aspettava da tanto tempo il suo turno, fin dall’immediato dopoguerra. Buenos Aires voleva il suo momento di gloria come l’avevano avuto Montevideo e Rio de Janeiro, e non soltanto in termini “politici”, di immagine. Organizzare un mondiale significava partire in vantaggio per vincerlo, se si aveva una squadra sufficientemente forte. Gli argentini attendevano la rivincita del 1930, la vendetta del 4-2 subito in finale dai “cugini” uruguaiani in casa loro, poi non avevano avuto per la verità più chances reali di vincere.

Le aspettative biancocelesti erano state fino a quel momento frustrate principalmente dalla feroce opposizione del Brasile, che fino al 1958 era rimasto a sua volta a bocca asciutta quanto a vittorie, e non voleva assolutamente restare indietro andando a contendere il titolo mondiale nella “tana del leone”, cioè della nazionale che storicamente le aveva dato il maggior filo da torcere. Anche se il più grande dispiacere la nazionale verdeoro l’aveva avuto a domicilio da quella celeste uruguaiana nel 1950.
All’inizio degli anni 70 la F.I.F.A. decise che l’Argentina aveva atteso abbastanza. Rompendo il felice binomio tra Olimpiadi (che nel 1976 si disputarono a Montreal in Canada) e Mondiali, il governo del calcio esaudì finalmente la richiesta dell’ultimo grande paese sudamericano che ancora non aveva ospitato un torneo, senza immaginare di essersi deciso a farlo nel momento più sbagliato possibile. Quando arrivò il 1978, infatti, l’Argentina non era più quella che tutti conoscevano e apprezzavano, la terra dei sogni di tanti emigranti (soprattutto italiani), il paese dei gauchos e del Rio de la Plata, del futbol come l’aveva raccontato la penna magistrale di Osvaldo Soriano e come l’avevano illustrato le gesta di fior di campioni, da Orsi a Sivori. Era diventata il teatro di un orrore con pochi precedenti nella storia.
Il mondo credeva di aver visto tutto quando nel 1973 il generale Augusto Pinochet aveva preso d’assalto la Moneda, il palazzo presidenziale di Salvador Allende a Santiago del Cile, massacrando lui e gettando il suo popolo sotto il tallone di ferro di una delle più brutali e sanguinarie dittature della storia non solo del Sudamerica ma del mondo intero. Credeva di aver visto tutto, ma ancora non aveva visto all’opera Videla e la Junta militare che prese il potere nel 1976 in Argentina, con il pretesto di combattere il terrorismo interno dei Montoneros. Come in Cile, fu subito chiaro di che natura fosse il nuovo governo insediatosi a Buenos Aires, e il mondo si trovò subito di fronte al consueto dilemma: quale tipo di relazione instaurare con una simile accozzaglia di delinquenti “gallonati”, che pur tuttavia in quel momento erano l’unico potere effettivo in un paese importante come l’Argentina?
La F.I.F.A. si era abbondantemente pentita della sua scelta, allorché presero il via le qualificazioni alla Undicesima edizione della Coppa del Mondo di calcio. Del resto, lo spirito decoubertiniano aveva da tempo abbandonato lo sport. Le Olimpiadi erano state il teatro della propaganda delle Black Panthers in Messico, del sangue versato da Settembre Nero e dalla polizei tedesca a Monaco di Baviera. A Montreal si ritenne equo ed opportuno discriminare il Sudafrica in ragione della politica di Apartheid che quel paese continuava a perseguire. Anche il calcio era arrivato al dunque, e non poteva più chiudere gli occhi. Nel 1976 la squadra italiana di tennis era andata a giocare e vincere la Coppa Davis a Santiago del Cile, dopo mesi di polemiche alimentate soprattutto dai partiti di sinistra, favorevoli al boicottaggio. Alla fine, Pietrangeli & C. erano partiti, ma a prezzo di un lavoro “politico” estenuante.
Anche sulla partecipazione ai mondiali argentini l’Italia si divise, al pari del resto del mondo. Anche in questo caso prevalse il partito della partecipazione, in parte con l’idea di non dare troppa rilevanza al regime militare di Videla proprio con il boicottaggio, in parte per “interesse sportivo”. La nazionale azzurra stava andando assai bene nelle qualificazioni, prometteva di fare un grande mondiale, e a sinistra come a destra molti italiani erano come sempre più “tifosi” che “impegnati”.
Nel 1974, dopo che la tenebra era calata sugli azzurri di Valcareggi, eliminati in Germania al primo turno dalla Polonia del “calcio totale”, la Federcalcio aveva promosso un’opera di rifondazione e di ricambio generazionale, affidandola alle mani di un personaggio leggendario. Fulvio Bernardini era già nella storia del calcio italiano per essere stato uno dei più grandi centravanti d’anteguerra (talmente grande da risultare ingestibile per un fanatico della disciplina come Vittorio pozzo, che non lo convocò per Italia 1934). Nel dopoguerra aveva vinto da allenatore due scudetti mitici: quello della Fiorentina nel 1956 e quello del Bologna nel 1964, rompendo per primo il predominio degli squadroni del Nord. Fu a lui che spettò il compito di “pensionare” Rivera, Mazzola, Riva e tutti gli eroi dell’Azteca e di Wembley, e di tirare su una nuova generazione.
Enzo Bearzot
Bernardini visionò praticamente tutte le nuove leve del calcio italiano, basandosi sui blocchi di Juventus e Torino che in quegli anni facevano corsa a sé nel campionato italiano, e innestandovi sopra dei talenti emergenti come quel “ragazzo che giocava guardando le stelle” e che sembrava in grado di non far rimpiangere il grande Gianni Rivera: Giancarlo Antognoni. A Rotterdam nell’ottobre 1974, nelle qualificazioni del campionato europeo 1976, all’Italia toccò affrontare la mitica Olanda di Johan Cruyff. Antognoni ebbe addirittura gli elogi pubblici del Pelé Bianco, i ragazzini in maglia azzurra andarono addirittura in vantaggio e misero paura ai “marziani” in maglia arancione, che finirono per vincere e qualificarsi all’Europeo. Ma fu subito chiaro che anche quell’Italia aveva un grande futuro davanti a sé, una nuova generazione prometteva di tenere saldamente il testimone ricevuto dalla vecchia.
Nelle qualificazioni per Argentina 1978, l’Italia fu sorteggiata contro l’Inghilterra, e ne passava una sola. I maestri erano in declino da tempo, l’Italia aveva rotto il tabu storico battendoli sia in casa propria che in casa loro. L’Inghilterra non aveva nessuna intenzione di restare fuori dal Mondiale per la seconda volta consecutiva, ma gli azzurri sembravano acquisire forza e coscienza di sé ad ogni loro esibizione. Dal 1976 la panchina era passata da Fulvio Bernardini ad Enzo Bearzot, che completò l’opera amalgamando, fortificando e difendendo (perché in Italia le critiche non mancano mai) i talenti scoperti dal suo predecessore. L’Inghilterra di Keegan, che a livello di club dominava in quegli anni la Coppa dei Campioni con Liverpool ed Aston Villa, fu battuta a Roma con due gol, Antognoni su punizione e l’indimenticabile colpo di testa a volo radente di Roberto Bettega su cross-magia di Franco Causio. Bettega si consacrò come il miglior erede di Gigi Riva, segnando tanti gol in quel girone, in cui all’Italia bastò controllare la differenza reti per staccare il biglietto per l’Argentina, malgrado le polemiche e la sconfitta a Wembley nel match di ritorno.
Zoff, Gentile, Cabrini, Benetti, Bellugi, Scirea,
Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni, Bettega
A detta di molti, se non di tutti, quella nazionale azzurra fu una delle più spettacolari di sempre. Inserita nel girone dell’Argentina in quanto non testa di serie, dovette superare anche il peggior esordio di sempre. Dopo 40 secondi, Lacombe aveva segnato il gol più veloce della storia dei Mondiali e l’Italia era sotto contro la Francia di Michel Platini. Pareggiò un altro astro nascente, quel Paolo Rossi venuto fuori nell’ultima stagione nelle file del Lanerossi Vicenza dei miracoli e imbarcato assieme ad Antonio Cabrini all’ultimo tuffo da Bearzot sull’aereo per Mar del Plata. Segnò il gol della vittoria Renato Zaccarelli, esponente di un Torino che aveva saputo, anche se per poco, far sognare i tifosi granata, dopo i lunghi anni bui seguiti alla tragedia di Superga.
Dopo l’ostica e brillante Francia, fu la volta dell’Ungheria di Toroczick e Nyilasi, che aveva impressionato nelle qualificazioni e anche nel primo incontro perso con i padroni di casa argentini. Gli azzurri schiantarono i magiari per 3-1, mentre i biancocelesti rimontarono la Francia. Già qualificatesi, Argentina e Italia si incontrarono al Monumental di Buenos Aires per decidere il primo posto nel girone. La stampa invocò da Bearzot un turnover per dare riposo ai titolari, in vista della seconda fase. Ma il tecnico friulano sapeva di avere una panchina corta, e per il match più prestigioso schierò l’undici titolare. Fu ripagato con una delle vittorie più importanti di sempre, allorché a venti minuti dalla fine Bettega trafisse il portiere Fillol in contropiede, spedendo l’Argentina a Rosario e tenendo per gli azzurri come sede Buenos Aires.
Il gol di Bettega all'Argentina
Gli altri gironi vennero vinti da una Polonia ancora in grande spolvero su una Germania Ovest in calo, da una sorprendente Austria che finì davanti ad un Brasile non più brillante come ai tempi di Pelé, e da un Perù che grazie al portiere funambolo Quiroga era riuscito a prendere pochissimi gol e a finire davanti ad un’Olanda che non schierando più Cruyff sembrava anch’essa un po’ sfiorita rispetto a 4 anni prima. Nel match contro la matricola Iran, Rensembrink aveva segnato il gol numero 1.000 della storia dei Mondiali, poi era arrivato il pareggio con i peruviani e quindi la sconfitta contro la Scozia, che ottenne così il suo primo storico successo alla Coppa del Mondo.
La seconda fase si giocava a gironi, come in Germania. L’Italia capitò con tedeschi, austriaci ed Olandesi, dall’altra parte argentini, brasiliani, peruviani e polacchi. Il gioco si faceva duro, i duri cominciarono a giocare. L’Olanda ne dette 5 all’Austria, mentre l’Italia non riusciva a segnare contro una Germania Ovest messa incredibilmente sotto per 90 minuti. Nel match successivo, mentre Germania e Olanda ripetevano in tono minore (2-2) la finale di 4 anni prima, gli azzurri batterono l’Aurstria di Krankl con un gol di colui che ormai tutti chiamavano el nino de oro, Pablito Rossi. Nellla partita conclusiva, l’Austria ci fece il piacere di battere il tedeschi 3-2 nel derby germanofono, a noi toccava lo scontro epocale con gli Orange.
Nel primo tempo non ci fu partita, il tempo era passato apparentemente inclemente per i maestri del calcio totale, mentre era stato generoso con i ragazzini di quattro anni prima a Rotterdam. Causio costrinse Brandts all’autorete, ma prima del riposo l’Italia avrebbe potuto chiudere il conto con almeno altri due gol. Nella ripresa purtroppo la stanchezza cominciò a farsi sentire. Quando Brandts pareggiò con un tiro da fuori qualcuno maledisse il mancato turnover. Quando Haan a metà ripresa sorprese Dino Zoff con un tiro da quasi centrocampo molti maledissero vista e riflessi del nostro portiere. L’Italia uscì sconfitta dal confronto con l’Olanda, anche se era apparsa la migliore interprete della rivoluzione avviata proprio dai tulipani al mondiale precedente.
Cesar Luis Menotti, detto El Flaco
Nell’altro girone, Brasile e Argentina non si fecero male nello scontro diretto, rimandando alla differenza reti il discorso qualificazione alla finale. Nella giornata decisiva, i padroni di casa giocavano più tardi rispetto ai brasiliani, sapendo già quanti gol sarebbero serviti loro. Ne servivano sei, da segnare contro il portiere rivelazione del torneo. La notte del 21 giugno Quiroga sembrò diventare improvvisamente e stranamente una schiappa, l’Argentina ne fece sei al Perù e volò in finale. Manco a dirlo, tra nuove roventi polemiche.
Mentre l’Italia lasciava al Brasile la finalina per il terzo posto (con nuove papere di Zoff a determinare il risultato), l’Olanda scese in campo il 25 giugno senza timore reverenziale contro un intero paese per una notte sollevato dalla cappa di piombo del coprifuoco militare. Un paese che ruggiva sugli spalti reclamando il Mundial argentino. A parte Cruyff, gli Orange erano quelli di Monaco di Baviera, ed erano entrati in forma con l’andare del torneo. I biancocelesti erano quanto di meglio offriva al momento il calcio platense, accuratamente selezionati dalla mano di Cesar Luis Menotti detto El Flaco, che si era permesso di lasciare a casa anche la sua stella nascente, un ragazzino di nome Diego Armando Maradona. Fillol, Olguin, Tarantini, Passarella, Gallego, Galvan, Bertoni, Ardiles, Luque, Kempes, Ortiz, erano le speranze dell’Argentina, che si affidava soprattutto al carisma di Daniel Alberto Passarella in difesa e alla potenza devastante di Mario Alberto Kempes in attacco.
Jorge Videla consegna la Coppa a Passarella
Kempes portò avanti l’Argentina, l’Olanda pareggiò con Nanninga e addirittura all’ultimo minuto regolamentare centrò un palo con Rensembrink che avrebbe valso per i padroni di casa una tragedia sportiva (e non) pari a quella vissuta dal Brasile nel 1950. Nei supplementari ancora Kempes liberò la sua gente dall’angoscia di non farcela. Chiuse il conto l’ala destra, Daniel Ricardo Bertoni, che aveva sognato la notte prima della finale di fare il gol decisivo. A volte i sogni si avverano.

Il sogno dell’Olanda di salire sul tetto del mondo si fermò per la seconda volta contro i padroni di casa in finale. Quello dell’Italia, come otto anni prima in Messico, si era fermato di nuovo invece in quella terra di nessuno in cui è difficile stabilire il confine tra la bravura degli avversari e la stanchezza dei nostri. Il sogno dell’Argentina, al contrario, si era finalmente avverato, l’Albo d’Oro della Coppa del Mondo si arricchiva di un nuovo paese vincitore. Passarella andò a ritirare la Coppa dalle mani insanguinate di Jorge Rafael Videla. Per una notte almeno nessuno pensò ai desaparecidos. L’Argentina era ridiventato un paese felice, e almeno in quel momento invidiato da tutti.

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