venerdì 16 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Che fine ha fatto la Coppa Rimet?

Jules Rimet, ideatore della Coppa del Mondo di calcio per Nazioni, lasciò lo sport che aveva amato più d’ogni altra cosa e la vita stessa nel 1956. La Coppa che la F.I.F.A. aveva intitolato a suo nome gli sopravvisse per 14 anni. Secondo il regolamento redatto dallo stesso dirigente francese, era previsto che fosse rimessa in palio ogni quattro anni e che fosse definitivamente assegnata a quel paese che l’avesse vinta per tre volte.
Edson Arantes do Nascimento detto Pelé con la Coppa Rimet
E così fu. Nel 1970, dopo nove edizioni del torneo mondiale, il Brasile sconfisse l’Italia nella finale di Città del Messico. La Coppa fu consegnata da sir Stanley Rous, segretario FIFA successo allo stesso Rimet, nelle mani di colui che era unanimemente riconosciuto come il più degno a riceverla, l’uomo chiamato Pelé e a detta di tutti il più grande giocatore di tutti i tempi. O Rey, il Dio del pallone. Dalle sue mani, passò in quelle della Confederaçao Brasileira de Futebol, che la espose nella sua sede di Jacarepaguà, nei dintorni di Rio de Janeiro.
La Coppa originariamente chiamata Victory, disegnata dall’orafo parigino Abel LaFleur come riproduzione in stile Liberty della Nike (la Vittoria Alata della Grecia classica), aveva apparentemente concluso la sua storia avventurosa. Al suo posto, poiché nello sport come nella vita in genere la storia non si ferma e presto viene il momento in cui lo spettacolo deve andare avanti e si rigioca una nuova competizione, la F.I.F.A. commissionò all’orafo italiano Silvio Cazzaniga un altro trofeo.
La Coppa del Mondo F.I.F.A. disegnata nel 1971 da Silvio Cazzaniga
Cazzaniga vinse un concorso internazionale a cui parteciparono ben 53 idee-progetto. La sua risultò essere la più convincente, con il fusto rappresentato da due atleti stilizzati e colti nell’estasi della gioia per la vittoria, mentre sorreggono il Mondo. Nel 1971 l’orafo milanese realizzò la sua creazione presso gli stabilimenti GDE Bertoni di Paderno Dugnano che sarebbero poi diventati famosi al punto da ricevere la commissione di una quantità di trofei sportivi destinati a tutte le discipline.
La nuova Coppa, alta 36 cm. e dal diametro di base di 13, si sarebbe chiamata semplicemente F.I.F.A., sarebbe stata posta in palio a partire dal successivo torneo previsto per il 1974 e a differenza della precedente non avrebbe avuto scadenza, almeno finché nel basamento ci fosse stato posto per aggiungere il nome di un nuovo vincitore. Cioè, secondo le stime, fino al 2038.
Proprio per evitare che avesse a soffrire di altre peripezie come quelle capitate alla “predecessora”, o anche soltanto delle conseguenze di cadute e maltrattamenti vari negli spostamenti, fu stabilito anche in seguito che alla Nazione vincitrice del Mondiale ogni quattro anni sarebbe stata consegnata una copia in ottone placcato oro, realizzata dallo stesso Cazzaniga, mentre l’originale avrebbe riposato al sicuro nella sede ginevrina della F.I.F.A. stessa. E avrebbe lasciato quella sede solo per essere esposta nel mese del torneo e consegnata nelle mani del capitano del team vittorioso, giusto per il tempo della premiazione.
La decisione fu presa nel 2006, dopo che negli spogliatoi dell’Olympiastadion di Berlino alcuni non meglio identificati dirigenti dello staff italiano nell’euforia dei festeggiamenti si lasciarono sfuggire di mano il trofeo che cadendo riportò una fessurazione della parte alta raffigurante il globo terrestre, danno riparato in seguito dallo stesso laboratorio GDE Bertoni.
Se la Coppa F.I.F.A. comunque ha avuto solo qualche danno derivante dall’essere capitata in mani malaccorte, incidenti tutto sommato di percorso per un oggetto che in 43 anni è passato dalle mani di tantissima gente in momenti di estrema concitazione ed euforia, la storia della Rimet era stata invece assai più avventurosa, e in almeno un paio di circostanze si era tinta decisamente di “giallo”.
Jules Rimet consegna a Ottorino Barassi la Coppa Victory
Partita da Genova su un piroscafo italiano nel 1930 alla volta dell’Uruguay, in Italia era ritornata quattro anni dopo destinata a rimanervi per ben sedici anni, metà dei quali a causa delle due vittorie azzurre e l’altra metà a causa della Seconda Guerra Mondiale. Durante la quale fu affidata alla custodia del Presidente della Federazione italiana Ottorino Barassi. Il quale ad un certo punto durante l’occupazione tedesca di Roma, dove risiedeva, ricevette la visita delle SS e della Gestapo, che cercavano appunto il prestigioso trofeo.
C’è chi dice che i nazisti fossero interessati ai due chili d’oro fusi nella Coppa Rimet, chi invece sostiene che il Fuhrer – grande appassionato di simboli esoterici che secondo la sua “visione” avrebbero reso la Germania invincibile - fosse interessato al valore trascendentale del trofeo destinato ai massimi vincitori del calcio. Sia come sia, Barassi riuscì a salvare la Coppa e se stesso con uno stratagemma degno della letteratura poliziesca d’altri tempi: nascondendola in quello che era il posto più ovvio e perciò più sicuro, sotto il proprio letto. I nazisti gli rivoltarono la casa, ma lì non andarono a guardare, e così la Vittoria Alata poté arrivare quindi sana e salva a Rio de Janeiro nel 1950, quando i venti di guerra ormai si erano acquietati e il mondo aveva ripreso a giocare a pallone.
La Coppa tornò in palio altre quattro volte, prima di incrociare di nuovo la sua strada con l’avventura ed il mistero. Nel 1966 i Mondiali di calcio erano organizzati dalla patria di Sherlock Holmes. Era inevitabile che la Coppa Rimet finisse in palio nell’eterna lotta tra Scotland Yard e i malintenzionati che si annidavano da sempre nel ventre di Londra.
Pickles posa per i fotografi dopo il ritrovamento della Coppa del Mondo
La Coppa era esposta a Westminster Hall nell’ambito di una mostra filatelica, quando fu rubata da mani che erano destinate a rimanere ignote. La leggendaria polizia inglese brancolò nel buio per una settimana, mentre si rincorrevano le voci più allarmanti. “Soffiate” dal mondo della malavita lasciavano trapelare storie secondo cui la Coppa sarebbe stata fusa per poterne vendere l’oro ai ricettatori. Fu fermato un sospetto, poi rilasciato. Fu recapitata alla sede della Football Association una lettera anonima contenente un pezzo del basamento della Coppa insieme ad un invito alla trattativa.
L’onore dell’Inghilterra, che aveva già – in preda alla disperazione – commissionato una copia della Coppa Rimet da poter presentare all’avvio della manifestazione mondiale ormai imminente, fu salvato da un “personaggio” che sembrava davvero uscito dalle Avventure di Sherlock Holmes. Il bastardino Pickles era uscito la mattina del 27 marzo per la passeggiatina igienica con il suo padrone. Ad un tratto, da quel bravo segugio che era, sentì qualcosa sottoterra nel giardino pubblico dove si trovava. Cominciò a scavare furiosamente portando alla luce un involto di carta di giornale, dentro il quale c’era nientemeno che la Coppa del Mondo.
Per lungo tempo si susseguirono voci secondo cui ad essere stata ritrovata era appunto una copia della Coppa, mentre l’originale era finito chissà dove. Da sir Arthur Conan Doyle ad Agatha Christie, gli stereotipi della letteratura gialla furono scomodati tutti per dare corpo alle più svariate supposizioni. Nessuno poté provare niente né in un senso né nell’altro, né tantomeno identificare i responsabili, che forse spaventati dall’enormità del loro gesto avevano trovato una via d’uscita abbandonando il trofeo nel parco dove Pickles l’aveva ritrovato.
Passarono gli anni, gli ultimi echi di queste vicende si dissolsero, la Coppa, vera o falsa che fosse, proseguì il suo giro del mondo, finendo in Messico e di lì alla sua casa definitiva, la sede della confederazione brasiliana a Rio de Janeiro. Qualcuno però non aveva dimenticato la storia del furto in Inghilterra, qualcuno altrettanto agguerrito della malavita londinese. Del gruppo di delinquenti carioca che progettò di ripetere le gesta dei ladri cockney facevano parte addirittura un ex poliziotto e un dipendente della Federcalcio brasiliana.
I cinque uomini d’oro, o traditori della patria come furono chiamati dai loro compaesani privati del loro cimelio nazionale più importante e caro, entrarono in azione la notte del 19 dicembre 1983. Al nono piano del palazzo della Confederaçao, nell’ufficio del selezionatore verdeoro Julite Coutinho, era esposta la Coppa Rimet, orgoglio del Brasile calcistico. Il commando immobilizzò il guardiano e si dileguò con la Coppa. I cinque uomini furono presi in seguito, ma della Rimet non si trovò più traccia. Era stata fusa davvero questa volta, come la polizia ricostruì e comunicò nei giorni seguenti al furto. Una Coppa di due chili d’oro del valore di 200 milioni di vecchie lire venduta ad un quarto del suo valore dai balordi che avevano commesso il sacrilegio.
La Coppa Victory di Abel LaFleur....o una riproduzione?
La Federcalcio brasiliana commissionò una replica del vecchio manufatto di LaFleur alla Eastman Kodak, che la consegnò al presidente carioca Figueiredo nel 1984. Pochi anni dopo, era il 1996, gli eredi di George Bird, il gioielliere londinese che aveva fatto la prima copia nel 1966 la misero in vendita da Sotheby’s. Il prezzo, 30.000 sterline, sembrava eccessivo per una “copia” ed ecco allora rinfocolarsi tutte le leggende circa l’autenticità di questo o di quell’esemplare del vecchio trofeo mondiale. La F.I.F.A. stessa si dette da fare per aggiudicarsi l’asta di Sotheby’s, spuntandola sulla Confederaçao brasiliana per la cifra astronomica di 254.000 sterline e alimentando così ancor di più le illazioni.
Una Coppa Victory, alias Jules Rimet è esposta a Jacarepaguà, un’altra a Preston nel National Football Museum britannico per gentile concessione della F.I.F.A. Da qualche altra parte ancora si trovano i lingotti d’oro ricavati da una o più fusioni di altre Vittorie Alate.

Dove riposa veramente la Coppa di Abel LaFleur?

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