lunedì 19 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Germania 1974

Mentre la Coppa Rimet veniva riposta in una teca nella sede della Confederaçao brasiliana a Rio de Janeiro, da cui almeno nelle intenzioni sia del suo inventore che dei dirigenti carioca non avrebbe dovuto essere rimossa mai più, e nei dintorni di Milano l’orafo italiano Silvio Cazzaniga cominciava a fondere l’oro della nuova Coppa FIFA che sarebbe stata posta in palio in sua vece a partire dal 1974, nel calcio aveva luogo una di quelle rivoluzioni epocali che avvengono di rado, ma quando avvengono sono capaci di stravolgere a lungo quello che solo in apparenza può dirsi il gioco più semplice del mondo. E di sicuro il più affascinante.
Nella finale di Coppa dei Campioni del 28 maggio 1969 al Santiago Bernabeu, il Milan aveva sconfitto con tre reti di Pierino Prati e una di Angelo Sormani una squadra di baldi giovanotti olandesi che fino a quel momento aveva poche tradizioni alle spalle. Una outsider, come si usa dire, “senza arte né parte”, come tante che il calcio propone a intervalli più o meno regolari. Una breve apparizione, un premio di consolazione e via, di nuovo nell’oblio. Quella volta non fu così. Anzi, si trattava dell’avvio di un ciclo dopo del quale niente sarebbe stato più lo stesso.
I Lancieri dell’Ajax si rifecero abbondantemente nel triennio dal 1971 al 1973, vincendo tre edizioni consecutive della Coppa con le orecchie. Ma più che le loro vittorie, sarebbe stato il loro modo di giocare a incantare il mondo intero. Fu una rivoluzione copernicana, nessun allenatore da allora in poi si sarebbe sentito degno dello stipendio che percepiva se non avesse predicato il nuovo verbo: il calcio totale, dove tutti e undici i giocatori (portiere incluso, soprattutto se si trattava di quel “matto” di Jongbloed!) sapevano fare tutto, dalla difesa all’attacco.
Prima ancora che arrivasse l’anno dei Mondiali, l’Olanda era diventata la favorita d’obbligo per il titolo. Come vent’anni prima per la Grande Ungheria, i pronostici erano frutto dell’estasi indotta dalla visione di un calcio nuovo e apparentemente perfetto. I Lancieri prima e gli Orange poi sedussero il mondo del pallone. Era inevitabile che una simile catarsi pedatoria avesse il suo regolare “profeta” (l’appellativo non è casuale, ma frutto della fantasia del grande e mai abbastanza rimpianto Sandro Ciotti, che ne fu il principale cantore delle gesta). Si chiamava Johann Cruyff, era nato ad Amsterdam 22 anni prima della finale del Bernabeu. Quando si presentò con la nazionale arancione a giocare i mondiali del 1974 aveva 27 anni, era all’apice della sua carriera e già gli appassionati di tutto il mondo lo chiamavano il Pelé Bianco. Sulle maglie dei ragazzini che giocavano a pallone nei sobborghi di tutte le città il numero più ambito era il suo: il 14.
Johann Cruyff
I mondiali del 1974 erano stati assegnati alla Germania Ovest, secondo quella felice intuizione che aveva portato la F.I.F.A. ad accodare la IX^ edizione del Mondiale alla XIX^ Olimpiade disputata a Città del Messico. Nel 1972 la XX^ Olimpiade si era disputata a Monaco di Baviera, il cui Olympiastadion diventò anche il campo principale della X^ edizione della Coppa del Mondo F.I.F.A., che divenne per l’occasione Fussball Weltmeisterschaftt.
Nel 1972 la Germania aveva vinto per la prima volta il Campionato Europeo, disputato quell’anno in Belgio, e dimostrato che il ciclo aperto nel 1966 in Inghilterra stava giungendo a maturazione. In quell’anno aveva organizzato anche una edizione delle Olimpiadi che avrebbe potuto passare alla storia come la prima dell’Era Moderna (qualcuno, per ovvi motivi, parlò di prime Olimpiadi targate Adidas), se non fosse accaduta la tragedia del sequestro della squadra israeliana da parte dell’organizzazione terroristica palestinese denominata Settembre Nero e del tentativo di liberazione da parte della locale Polizei conclusosi in un massacro tanto degli ostaggi che dei sequestratori.
Nel 1974 i tedeschi non volevano ripetere la brutta esperienza. Intorno agli stadi e alle sedi dei ritiri delle partecipanti al mondiale, di Polizei antiterrorismo ce n’era tanta. Per fortuna non successe niente, e quella edizione del Mondiale fu ricordata in seguito soprattutto per la qualità del calcio giocato. Le squadre più forti c’erano tutte, ad eccezione della sola Inghilterra che era stata eliminata a sorpresa da una squadra emergente, la Polonia di Ian Tomaszewski portiere “saracinesca”, di Kazimierz Deyna centrocampista fuoriclasse del Legia Warszawa, del bomber Andrej Szarmach e di Gregorsz Lato, incontenibile ala destra e goleador. Era una squadra destinata ad andare molto avanti nella rassegna tedesca, come avremmo constatato noi italiani per esperienza diretta.
Oltre al Brasile campione in carica ed ai tedeschi dell’ovest padroni di casa, c’erano per la prima volta anche quelli dell’est, e qualche buontempone al sorteggio ebbe la bella pensata di metterli nello stesso girone, quello disputato – manco a dirlo – a Berlino. Il calcio era più che mai un veicolo di propaganda. Completavano il quadro Argentina, Uruguay, Cile ed Haiti per il continente americano, Bulgaria, Italia, Svezia, Olanda, Scozia, Polonia e Jugoslavia per quello europeo, Australia e Zaire (due absolute beginners) per il resto del mondo.
Se il Brasile appariva in declino (con Pelé ormai a fine carriera e in procinto di salutare Santos e compagnia bella - dopo il millesimo gol segnato in competizioni ufficiali - e volare negli Stati Uniti dove i Cosmos di new York gli avrebbero fatto guadagnare gli ultimi “spiccioli”) e i padroni di casa apparivano in grado di sfruttare l’occasione del mondiale casalingo, Olanda permettendo, pare oggi incredibile ricordare come alla vigilia del fischio d’inizio della decima Coppa del Mondo la favorita principale era forse l’Italia, allenata ancora dal vecchio glorioso Ferruccio Valcareggi.
Dal giorno dell’Azteca, gli anni erano passati sugli azzurri lasciando qualche segno. Rombo di Tuono era anche’egli in parabola discendente, sopravvissuto ad un gravissimo infortunio durante una partita internazionale in Austria, era tornato meno devastante di prima. In compenso era arrivato il bomber della Lazio di Maestrelli che aveva appena vinto il suo primo storico scudetto: Giorgio Chinaglia, che prometteva di essere anch’egli una forza della natura. Al posto di Picchio De Sisti c’era quel Fabio Capello che aveva fatto grandi cose l’anno precedente. C’erano meno Cagliari e più Lazio, meno Inter e Milan e più Juventus, anche se uno degli astri nascenti, Roberto Bettega, era stato fermato da una infezione tubercolare assai grave che aveva rallentato la sua carriera. C’erano ancora Rivera e Mazzola a dividere l’Italia nella storica interminabile staffetta, ma soprattutto ad alimentare le speranze di gloria di una Nazionale che nel 1973 aveva vissuto il suo annus mirabilis. Non contenta di essersi presa una storica rivincita sul Brasile per 2-0 a Roma in amichevole, l’Italia colse il suo primo storico successo sugli avversari di sempre, gli inglesi, che batté per 2-0 a Torino. Il successo fu addirittura bissato a Wembley, con l’1-0 di Capello su cross di Chinaglia che sembrò davvero aprire agli azzurri le porte di un roseo pronostico.
Chinaglia manda "a quel paese" Valcareggi
A Monaco di Baviera il 15 giugno, quando questa Italia esordì contro Haiti il suo portiere Dino Zoff era imbattuto da oltre 1.000 minuti. Fu il centravanti haitiano Sanon a mettere fine a questo prestigioso record e a riportare la spedizione italiana sul pianeta Terra. Rivera, Anastasi e una autorete riportarono il punteggio a dimensioni accettabili, ma il gioco italiano parve dimesso, e Chinaglia, sostituito per la prestazione opaca, rivolse a Valcareggi lo storico gesto del “vaffa”. Fu un cattivissimo presagio, confermato dalle due prestazioni successive. Il secondo match era contro l’Argentina, che andò in vantaggio con Houseman e si fece raggiungere da una autorete di Perfumo, tutto nel primo tempo e poi più nulla. Nel frattempo la Polonia, dopo aver battuto i biancocelesti nella partita inaugurale, aveva travolto anche Haiti, qualificandosi. Sarebbe bastato pareggiare con Deyna & C. nella terza e decisiva partita per passare il turno a spese dei sudamericani.
Giovanni Arpino ha raccontato nel suo splendido Azzurro tenebra le vicende ed il clima di quella partecipazione italiana al Mondiale di Germania. Come si scivolò lentamente ma inesorabilmente dall’euforia alla preoccupazione all’incredibile disfatta. Incredibile, ma neanche tanto. Il gioco italiano era invecchiato, sia per motivi anagrafici che per l’esplosione del calcio totale, di cui proprio la Polonia risultò essere appunto una degli epigoni più convincenti. Il 23 giugno al Neckarstadion di Stoccarda le illusioni italiane durarono un tempo. All’intervallo, Szarmach e Deyna ci avevano già estromessi da un mondiale in cui si correva, mentre noi si trotterellava. A cinque minuti dalla fine Capello segnò il gol della bandiera, rendendo se possibile ancora più amaro il boccone.
Per l’Italia ci fu il ritorno a casa e la sua rivoluzione interna epocale. Dopo il Messico era arrivata una nuova eliminazione al primo turno, e la Federcalcio reagì cambiando tutto. Le altre nazionali rimaste in Germania proseguirono la loro kermesse di spettacolo. Il derby tra Germania Ovest e Germania Est finì incredibilmente a vantaggio della seconda, alimentando polemiche e sospetti a non finire. Al turno successivo, il regolamento era cambiato e anziché le eliminatorie dirette prevedeva la disputa di due gironi da quattro squadre ciascuno, da cui sarebbero uscite le finaliste. Nel gruppo A Olanda e Brasile arrivarono allo scontro finale dopo aver rispettivamente liquidato Argentina e Germania Est. I tulipani segnarono due gol ai carioca che apparvero ormai invecchiati, superati, e volarono verso quella finale che appariva loro di diritto da prima di cominciare a giocare. Nel gruppo B la Germania Ovest si riprese subito dal contraccolpo del gol del “cugino” Sparwasser e mise in fila Jugoslavia e Svezia, prima di affrontare la temibile Polonia di cui venne a capo solo grazie alla zampata del solito Gerd Mueller e ad una partita tiratissima giocata su un campo quasi impraticabile sotto la pioggia fitta di Francoforte.
Il 7 luglio 1974 Germania Ovest e Olanda si ritrovarono all’atto conclusivo del Mondiale, e come 20 anni prima a Berna di fronte all’Ungheria i tedeschi non erano i favoriti. Jongbloed, Krol, Rjisbergen, Suurbier, Haan, Van Hanegem, Jansen, Neeskens, Cruyff, Rensenbrink, Rep. E’ una formazione che a recitarla ancora oggi incute timore, una delle squadre più forti di sempre, che giocava come si gioca solo in Paradiso e che sembrava predestinata alla vittoria. Dall’altra parte c’erano Maier, Vogts, Breitner, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Overath, Bonhof, Grabowski, Mueller, Hoeness, Holzenbein. Nomi che fino a quel momento avevano acquisito meno fama. Fino a quel giorno, in cui sarebbero stati incisi sul basamento della nuova Coppa del Mondo.
Il Kaiser e il Profeta
Al 1’ l’arbitro inglese Taylor concesse un rigore agli orange per fallo di Breitner su Cruyff. Neeskens trasformò e sembrò l’inizio della realizzazione di un destino immancabile. Invece i tedeschi non tremarono, attesero il loro momento che arrivò al 25’ con un rigore anche per loro trasformato dallo stesso Breitner, il più capellone di due squadre di capelloni, e poi al 43’ da Gerd Mueller, che consacrò la sua carriera dando il vantaggio decisivo alla sua Nazionale e portando il proprio record di gol segnati in più edizioni dei Mondiali a 13. Un record che avrebbe resistito fino al fenomeno Ronaldo.

Nella ripresa gli olandesi si buttarono a capo basso in cerca di un pareggio che sfiorarono tante volte, senza raggiungerlo mai. Cruyff, ammonito incredibilmente nell’intervallo al rientro negli spogliatoi, sembrò quasi avvilito e con lui tutta la squadra che avrebbe dovuto scrivere la leggenda quel giorno. Alla fine, la Coppa disegnata da Silvio Cazzaniga fu alzata per la prima volta dal Kaiser, Franz Beckenbauer. Come per la Grande Ungheria, per l’Olanda il sogno era morto all’alba del giorno della finale.
Germania campione del mondo 1974

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