martedì 27 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Spagna 1982

Dopo il mondiale delle matite spezzate, alla F.I.F.A. serviva un’edizione che restasse nella memoria degli appassionati di tutto il mondo per il calcio giocato e basta. Dal 1968 al 1980 non c’era stato evento sportivo che non fosse stato “inquinato” dalla politica, con buona pace del marchese De Coubertin. Le Olimpiadi di Mosca erano state pesantemente condizionate dal boicottaggio americano, lo sport non poteva illudersi di restare un’isola felice in un mondo sempre più infelice e complicato, ma l’intromissione della politica lo stava comunque portando ad una fine ingloriosa.
Il manifesto del Mundial spagnolo disegnato da Joan Mirò
C’era bisogno di una manifestazione di successo, che si svolgesse in un paese che potesse presentare al mondo una “faccia pulita”. Che riconciliasse il mondo con il calcio. La sede dei Mondiali del 1982, la dodicesima edizione della Coppa F.I.F.A., era stata scelta insieme a quella dell’undicesima. Argentina e Spagna erano state designate nella stessa sessione. Se nel primo caso si era trattato di un boomerang, perché il paese sudamericano era precipitato nel frattempo nella tragedia della dittatura militare e nell’orrore dei desaparecidos che aveva per forza di cose obnubilato le imprese di Passarella & C., nel secondo la sorte aveva tracciato il percorso inverso.
La Spagna aveva vissuto il suo orrore in un’altra epoca. Negli anni trenta, la sua Guerra Civile aveva spaccato in due un’Europa che vi aveva fatto le prove generali della Seconda guerra Mondiale. Alla fine, era risultato vincitore El Caudillo, Francisco Franco, il generale ribelle che aveva abbattuto nel sangue il governo repubblicano e instaurato l’unica dittatura sopravvissuta poi alla guerra, grazie alla lungimiranza dello stesso Franco prima ed alle necessità di far fronte al blocco sovietico da parte della NATO poi. La Spagna di Franco era sopravvissuta nel dopoguerra come un parente mal tollerato dal resto d’Europa, legato da vincoli di sangue o di opportunità agli altri paesi dell’Occidente ma a fatica sopportato per il suo aspetto impresentabile, almeno per chi dava valore alla democrazia.
Quando ebbe assegnata l’organizzazione dei mondiali dell’82, la Spagna era un paese che cercava di tenere il passo del mondo moderno malgrado la palla al piede del crepuscolo del Caudillo, il quale tuttavia aveva cercato di sfruttare tutte le occasioni – comprese quelle sportive, come i trionfi a livello di club del Real Madrid e a livello di Nazionale delle Furie Rosse agli europei del 1964 – per rilanciare l’immagine iberica. Quando arrivò il momento di disputare i Mondiali, la Spagna era invece diventato un paese che si affacciava prepotentemente sul palcoscenico delle nazioni civili e democratiche, avviando quell’escalation che nel giro di dieci anni – tra il Mundial e i Giochi Olimpici di Barcellona – l’avrebbe proiettata all’avanguardia culturale e perfino politica del mondo intero.
El Naranjito, la mascotte dei mondiali di Spagna
La Movida spagnola, di cui la F.I.F.A. fu la prima riconoscente beneficiaria, era cominciata nel 1975 con la morte del Caudillo, e l’ascesa al trono dell’erede designato dei Borbone, Juan Carlos, nato a Roma nell’esilio della sua famiglia e destinato fin da subito ad incarnare perfettamente la voglia di rinascita della sua nazione. Nel 1981, il tentativo di restaurazione franchista concretizzatosi nell’occupazione delle Cortes da parte del colonnello Tejero, che a mano armata tenne per qualche ora non solo la Spagna ma il mondo intero con il fiato sospeso per la sorte della giovane democrazia iberica, fu in realtà l’ultimo momento in cui si rischiò l’aborto di quella che nei trent’anni successivi sarebbe stata una grande storia. Sua Maestà Juan Carlos tenne duro e non cedette al ricatto militare, e il popolo gli andò dietro. Un anno dopo era al Santiago Bernabeu alla cerimonia inaugurale di Spagna 1982: “Declaro abierto el Mundial de Espana”.
La grande storia del calcio ripartiva da Madrid, incrociandosi felicemente con quella di una Spagna che nutriva legittime ambizioni anche sportive. A quella edizione casalinga del Mondiale, le Furie Rosse si presentavano con parte dei pronostici favorevoli, anche se il favorito d’obbligo numero uno sembrava il Brasile, che per la prima volta dal 1970 appariva aver selezionato una squadra all’altezza dei tricampeones dei tempi di Pelé. Falcao, Zico, Socrates, Junior, Eder, Toninho Cerezo e chi più ne ha più ne metta, era uno squadrone che i tifosi italiani ed europei conoscevano bene perché molti dei suoi componenti erano venuti a rinforzare le nostre squadre, portando la magia dello spettacolo carioca. Il quarto titolo, il primo dopo la conquista definitiva della Coppa Rimet, sembrava davvero a un passo per la seleçao verdeoro.
Anche se, bisogna dirlo, la F.I.F.A. aveva reso le cose più difficili a chiunque coltivasse ambizioni di vittoria finale. Nel tentativo di rivitalizzare lo spettacolo e aumentare l’interesse complessivo per la manifestazione, il governo del calcio aveva stabilito che le partecipanti passassero da 16 a 24. Grazie a questa decisione, quello spagnolo fu il primo mondiale a cui parteciparono tutti e cinque i continenti. Brasile, Argentina, Perù, Honduras, Cile, El Salvador per la federazione americana, Spagna, Italia, Inghilterra, Francia, Germania Ovest, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Irlanda del Nord, Austria, Ungheria, URSS, Jugoslavia, Scozia per quella europea, Algeria e Camerun per l’Africa, Kuwait per l’Asia e infine Nuova Zelanda per l’Oceania.
La Spagna rispose attrezzando ben 17 stadi in tutto il paese per ospitare le nazionali che dal 13 giugno all’11 luglio 1982 si sarebbero contese il trofeo di Silvio Cazzaniga, appena riconsegnato da un’Argentina tutt’ora sotto il tallone di ferro della dittatura militare di Galtieri, che non aveva trovato di meglio che scatenare poco primauna guerra con la Gran Bretagna di Margaret Thatcher per il possesso delle Falkland – Malvinas, perdendola tra l’altro ignominiosamente. La Nazionale biancoceleste si presentava ancora tra le favorite, avendo innestato sullo chassis della squadra campione del 1978 il talento incommensurabile del nuovo numero uno mondiale, Diego Armando Maradona, el pibe de oro. Dieguito era stato giudicato troppo giovane da Menotti, ma il suo successore Carlos Bilardo non aveva avuto dubbi, portandolo già a Roma nel 1979 nell’amichevole di lusso che aveva visto i campioni pareggiare contro l’Italia di Bearzot, uno spettacolare 2-2 che aveva onorato il calcio.
Delle altre candidate al successo, la Francia di Michel Platini e l’Inghilterra di Kevin Keegan si presentavano in ottimo stato di forma, insieme alla Spagna di Carlos Alonso Gonzalez Santillana. E poi c’era l’Italia. La splendida nazionale che aveva fatto tremare l’Argentina a Buenos Aires quattro anni prima era arrivata fino al 1980, anno in cui avrebbe dovuto disputare in casa propria gli Europei, in grande spolvero. Aveva schiantato 3-0 l’Olanda a Milano nella rivincita di Mar del Plata, ad ogni uscita i giudizi della critica erano unanimi, gli azzurri erano favoriti contro chiunque.
Poi era arrivato il Calcioscommesse, lo scandalo delle partite truccate dai giocatori-scommetitori. Fu una delle indagini mai del tutto chiare e convincenti di cui è piena la storia giudiziaria italiana. Fatto sta che emersero come coinvolti nientemeno che capisaldi della Nazionale come Paolo Rossi e Bruno Giordano. La squalifica comportava l’esclusione dalla rappresentativa nazionale. Privata dei suoi bomber, l’Italia giocò malamente e perse l’Europeo di casa a vantaggio di Germania e Belgio. Affrontò quindi le qualificazioni al Mundial spagnolo tra lo scetticismo generale, riuscendo tuttavia a vincere le prime cinque partite consecutivamente, contro Jugoslavia, Danimarca e Grecia, poi ebbe un calo che la portò ad essere sopravanzata dagli slavi, ma siccome passavano due squadre fu poco male.
Gli azzurri tuttavia arrivarono nel ritiro di Vigo, nella provincia spagnola della Galizia, già subissati dalle critiche avvelenate di una stampa che aveva mal digerito l’involuzione degli ultimi due anni di un calcio – il nostro – che sembrava avviato a risorgere ai fasti di anteguerra e che invece era sprofondato negli scandali e nelle figuracce da Italietta. Gli azzurri, su cui nessuno scommetteva una lira, giocarono un girone eliminatorio con il freno tirato e la paura di perdere. La Polonia di Zbignew Boniek, il Perù di Cubillas ed il sorprendente Camerun di N’kono e Roger Milla costrinsero l’Italia ad altrettanti pareggi, e alla fine il passaggio del turno avvenne per differenza reti dietro la Polonia, con il Camerun che sembrò addirittura lasciare il Mondiale pur avendo fatto una figura migliore dell’Italia. Le critiche di fuoco travolsero Bearzot e i suoi ragazzi, che risposero con il silenzio stampa: nessuno avrebbe più parlato fino alla fine del torneo con la stampa italiana. La quale reagì schernendoli, dicendo che quella fine sarebbe comunque arrivata presto. Mai pronostico fu più infelice.
Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani
Negli altri gironi, l’Argentina si era fatta sorprendere dal Belgio nella partita inaugurale, ed era passata anch’essa come seconda. Il Brasile aveva tremato con l’URSS, ma poi aveva travolto tutto e tutti, la Germania Ovest aveva perso dall’incredibile Algeria e la Spagna dalla tremenda Irlanda del Nord. Inghilterra e Francia si erano qualificate nel loro girone. Al secondo turno, la cervellotica formula sperimentata in Germania ed Argentina era stata sostituita da un’altra ancora più assurda: quattro gironi da tre squadre che avrebbero espresso le quattro semifinaliste. Al Brasile, vincitore del suo girone, toccavano le due seconde dei gironi contigui, Argentina e Italia. Un girone di ferro che non lasciava scampo agli azzurri, secondo la critica italiana e mondiale.
Ne giorni in cui si trasferì da Vigo a Barcellona, alla squadra italiana scattò dentro qualcosa. Non aveva più nulla da perdere, e anche se il riconvocato paolo Rossi sembrava l’ombra del Pablito argentino, la squadra si ricordò di essere quella che aveva messo sotto tutti in Sudamerica, sfiorando il titolo. Tanto valeva giocarsela, e stare a vedere. Allo stadio Sarrià di Barcellona (al Nou Camp giocavano Polonia, URSS e Belgio), uno stadio entrato nella mitologia sportiva italiana al pari dell’Azteca e purtroppo demolito nel 1997, il 29 giugno l’Italia travolse l’Argentina di un attonito Maradona e di un livido Passarella, con due gol di Tardelli e Cabrini a cui rispose il capitano biancoceleste. 2-1, l’Italia aveva rialzato la testa, ma contro il Brasile che agli argentini ne dette tre due giorni dopo sembrava comunque ci fosse poco da fare.
Il 5 luglio al Sarrià la portaerei brasiliana scese in campo per fare un sol boccone degli azzurri. La partita giocata quel giorno fa il paio con Italia-Germania dei mondiali messicani, in quanto a leggenda. Dopo cinque minuti Rossi aveva già messo dentro il primo dei suoi tre gol. Socrates aveva pareggiato, ma i brasiliani non avevano avuto tempo di festeggiare. Ancora Rossi, e Italia al riposo sul 2-1. Pareggio di Falcao a metà ripresa, e terzo gol di Pablito, risorto insieme alla sua Nazionale. Parata decisiva di Zoff sulla riga al 90°, quel giorno ci fu gloria e riscatto per tutti. I brasiliani non riuscivano a credere di essere stati eliminati, gli italiani di aver vendicato l’Azteca e di ritrovarsi di colpo favoriti per la vittoria finale.
La Coppa del Mondo nelle mani di Dino Zoff
Nel frattempo, la Polonia aveva avuto ragione di URSS e Belgio, mentre la Spagna non ce l’aveva fatta ad uscire dalla morsa di Germania Ovest (qualificata) e Inghilterra. Completava il quadro la Francia, uscita dal girone più facile con Austria e Irlanda del Nord. Italia-Polonia era la ripetizione del match del primo turno, ma stavolta gli azzurri giocavano con lo spirito lieve, sulle ali della storia. Un gol per tempo di Rossi, e dopo dodici anni gli azzurri tornavano a qualificarsi per una finale mondiale. Avrebbero trovato la rivale di sempre, la Germania Ovest che aveva rimontato rocambolescamente Platini e soci, 3-3 ai supplementari e poi i rigori.
11 luglio 1982. Quien va a ganar entre Italia y Alemania? titolavano i quotidiani spagnoli. Chiunque avesse vinto avrebbe raggiunto il Brasile in testa alla classifica dei conquistatori della Coppa del Mondo. La Germania Ovest era al culmine del ciclo della generazione successiva a quella dei campioni del 1974, ed era campione d’Europa in carica. L’Italia però aveva più fame. L’Europeo perso in casa bruciava, così come bruciava ancora il Mundial argentino sfumato su tiracci di Brandts e Haan. Neanche l’infortunio di Antognoni in semifinale e di Graziani nei primi minuti della finale riuscirono a piegare le gambe agli azzurri. Neanche il gioco duro dei tedeschi, e il rigore malamente sprecato da Cabrini a metà del primo tempo.
L'urlo di Marco Tardelli
Quando La testa di Paolo Rossi sbucò da un nugolo di azzurri e bianchi tedeschi per mettere alle spalle di Harald Schumacher, arrogante difensore della porta di una troppo altezzosa Germania a cui non bastavano assi come Karl Heinz Rummenigge o il vecchio guerriero di tante battaglie Paul Breitner, sembrò un rintocco della campana del destino. Dieci minuti dopo l’urlo più famoso della storia insieme a quello di Munch. Marco Tardelli finalizzò una melina azzurra in area di rigore germanica, e poi si lanciò verso la panchina stravolto di felicità, mentre in tribuna il presidente Pertini sbatteva la pipa sulla balaustra, strappando un sorriso perfino a Re Juan Carlos, combattuto tra la simpatia per la patria adottiva italiana e per il vecchio partigiano-presidente e i doveri di stato verso il cancelliere tedesco Schmidt. Al terzo gol di Altobelli, Pertini disse al mondo: “Non ci riprendono più”.
Dopo, ci fu solo la voce di Nando Martellini che riempiva la notte spagnola al fischio finale dell’arbitro brasiliano Coelho. “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. E nella notte della nostra penisola, mentre a Madrid gli azzurri facevano il giro di campo stringendo per la prima volta una coppa che aveva sostituito quella che era stata loro per due volte, tanti anni prima, ricompariva il tricolore nelle mani di tanta gente che d’improvviso si ricordava di essere italiana. E finalmente, non se ne vergognava più.


La partita a carte più famosa della storia del calcio

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