lunedì 12 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Inghilterra 1966

Il Calcio torna a casa. Con questo slogan semplice e ad effetto fu presentata l’Ottava Edizione della Coppa Rimet, Campionato Mondiale di calcio per Nazioni in programma dall’11 al 30 luglio 1966. In esso c’era tutto l’orgoglio (qualcuno dice la prosopopea) di chi si sentiva l’inventore del gioco e, per quanto negli ultimi tempi un po’ decaduto, il suo “maestro”.
Il gioco del calcio ha origini lontane, nel Rinascimento fiorentino. La prima cronaca di una partita di calcio di cui è rimasta traccia nella storia è quella giocata nella primavera del 1530 in Piazza Santa Croce a Firenze. I nobili della città assediata dalle truppe di Carlo V intesero inviare proprio all’imperatore asburgico un messaggio di sprezzante nonchalance dedicandosi a quello che evidentemente era un passatempo sportivo in voga nel capoluogo toscano rinascimentale.
Dalle nebbie del tempo il calcio fu riesumato e consacrato nella seconda metà dell’Ottocento là dove una nuova classe nobiliare particolarmente evoluta aveva agio e tempo libero sufficienti per dedicarsi a quello che ben presto sarebbe esploso come uno sport di massa. La Football Association è del 1863, la prima federazione calcistica al mondo. Il calcio era stato riveduto e corretto nella versione giocata con i piedi che sarebbe risultata definitiva, e gli inglesi ne depositarono il brevetto, consegnandosi alla storia. Come stava succedendo per l’invenzione del telefono tra l’americano Bell e l’italiano Meucci, la supremazia tecnologica anglosassone aveva fatto proprio e codificato un qualcosa che era scaturito dall’ingegno italiano. Ma tant’è, così va la storia del mondo, e quindi anche del calcio.
Cento anni dopo, l’anniversario storico cadeva proprio nel momento in cui la FIFA era tornata in mani inglesi, dopo il lungo regno di Jules Rimet ed un breve interregno. Sir Stanley Rous, già presidente della Football Association britannica, ne era diventato segretario generale nel 1961, e uno dei suoi primi atti era stato assicurarsi che al suo paese fosse assegnata l’organizzazione della prossima edizione dei Mondiali, in concomitanza appunto con il Centenario.
Gli inglesi, che prima della guerra si erano sdegnosamente chiusi nell’isolazionismo sportivo e dopo avevano scoperto di aver perso la supremazia allorché si erano abbassati a partecipare ai mondiali, non fecero mistero delle loro intenzioni: vincere la Coppa che si sarebbe disputata a casa loro. Alfred Ernest Ramsey era stato uno dei calciatori partecipanti alla prima partecipazione britannica ad un torneo mondiale, in Brasile nel 1950. La spedizione si era risolta in una débacle culminata nella sconfitta clamorosa con gli Stati Uniti, paese che calcisticamente allora “non esisteva”. Nel 1963, nominato selezionatore dei Reds inglesi in vista del mondiale casalingo, non si fece scrupolo di promettere che avrebbe riportato la Coppa Rimet a casa, nella “patria del Calcio”.
Eusebio Da Silva Ferreira, la Perla nera portoghese
Nel paese che era la patria di tante cose, tra cui la letteratura poliziesca, non poteva mancare un “giallo”, legato proprio a quella Coppa che gli inglesi bramavano più di ogni altra cosa. Nei primi mesi del 1966, Il Brasile campione uscente aveva spedito la Rimet in Inghilterra affinché fosse esposta fino a che non fosse stata consegnata nelle mani del nuovo vincitore. Il 20 marzo 1966 la Coppa fu misteriosamente rubata durante una esposizione filatelica. Per una settimana circa, secondo i migliori chiché letterari, Scotland Yard “brancolò nel buio, finché con un colpo di scena degno di Sherlock Holmes, la Coppa fu ritrovata avvolta in un foglio di giornale in un parco londinese dal bastardino Pickles, uscito con il suo padrone per la passeggiata igienica quotidiana. Dopo il salvataggio dai nazisti di Ottorino Barassi, il ritrovamento del segugio Pickles arricchiva l’avventurosa storia della Rimet di un nuovo avvincente capitolo (mai del tutto chiarito, peraltro).
La Football Association, che ad ogni buon fine aveva già commissionato un duplicato della Rimet, poté mettere l’originale in palio l’11 luglio come previsto. Al Brasile ed all’Inghilterra qualificate di diritto, si aggiunsero Francia, Germania Ovest, Italia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Ungheria, URSS e Bulgaria per la federazione europea, Argentina, Uruguay, Cile e Messico per quella americana e quella che sembrava la Cenerentola del Mondiale, la Corea del Nord per la federazione asiatico-oceanica.
Quella del 1966 era una edizione dei Mondiali che sembrava particolarmente agguerrita nelle partecipanti. Oltre alle plurivincitrici Italia, Uruguay e Brasile c’erano la Spagna campione d’Europa in carica e l’URSS ex-campione e finalista, il Portogallo di Eusebio, la Germania Ovest e l’Argentina a dividersi più o meno equamente i favori del pronostico. Proprio la stella portoghese, risultato alla fine il capocannoniere del torneo, ereditò da Pelé l’appellativo di Perla Nera. Il fuoriclasse carioca si infortunò subito alla prima partita vinta dai suoi contro la Bulgaria, ma stavolta non c’era un Amarildo in grado di sostituirlo. I campioni del ’58 e del ’62 erano invecchiati, gli avversari non li trattarono con i guanti bianchi, gli arbitri sorvolarono sul gioco a detta di molti decisamente troppo duro. Risultato, il Brasile uscì nelle fasi eliminatorie (fatto più unico che raro) e avanti andò il sorprendente Portogallo nelle cui file Eusebio Da Silva Ferreira (scomparso pochi mesi fa) incantò il mondo con i suoi gol.
Destini contrapposti: Edmondo Fabbri e Pak Doo Ik
L’altra sorpresa arrivò dal girone, manco a dirlo, dell’Italia. Se gli inglesi erano i maestri, gli azzurri erano stati i primi a mettere in discussione questo titolo, negli anni 30. I Leoni di Highbury avevano inorgoglito la patria calcistica mettendo in difficoltà la “Perfida Albione”. Il selezionatore Edmondo Fabbri si presentò Oltremanica con una squadra ancora più forte di quella eliminata quattro anni prima dai cazzotti cileni e dalla malafede dell’arbitro Aston. Più forte la squadra, più grande il disastro di quella spedizione inglese. Da Rivera a Mazzola a tutta una serie di giocatori che avevano portato il calcio italiano sul tetto del mondo vincendo in serie Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali, la nazionale azzurra era piena di campioni che avrebbero dovuto fare un sol boccone di tanti avversari.
Cominciò prendendosi la rivincita di Santiago, liquidando 2-0 un Cile che qui dovette limitarsi a giocare a calcio, e inevitabilmente a soccombere. Poi andò a sbattere nell’U.R.S.S. che aveva vinto il primo campionato europeo nel 1960 e perso in finale con la Spagna il secondo nel 1964, una squadra forte e solida, con cui gli azzurri persero 1-0. Nella terza partita la Corea del Nord non avrebbe comunque dovuto in nessun modo costituire un problema, ai fini del passaggio al turno successivo.
A Middlesbrough il 19 luglio 1966 fu coniato un neologismo che sarebbe rimasto nella storia d’Italia, a tutti i livelli. Corea. Il gol a sorpresa del dentista Pak Doo Ik e la mancata reazione degli azzurri furono il momento culminante di un ventennio nero della nazionale italiana, la fine della carriera di Edmondo fabbri (da allora perseguitato in tutti gli stadi al grido di “Corea, Corea!”) e il fatidico punto più basso da cui non si poteva che risalire. Stavolta all’aeroporto di Genova al ritorno degli azzurri volarono addirittura i pomodori.
La World Cup andò avanti senza quattro dei sette titoli mondiali già vinti. Altri due uscirono ai quarti, con l’Uruguay che prese quattro gol da una Germania Ovest accreditatasi insieme al Portogallo come unica possibile rivale per il titolo dei padroni di casa. I quali penarono non poco ad eliminare l’Argentina per 1-0, in una partita passata alla storia come la quint’essenza del gioco duro ai limiti del regolamento e anche oltre. L’URSS fece fuori l’Ungheria (stavolta sul campo di calcio e basta) e il Portogallo ne dette cinque alla Corea, dopo averne presi tre in nemmeno mezz’ora.
In semifinale, tedeschi e russi si affrontarono sotto la direzione dell’arbitro italiano Concetto Lo Bello, che fu poi accusato di avere favorito i primi con una espulsione del russo Cislenko. Per la verità c’era qualcosa nel gioco dei tedeschi che favoriva la commissione di falli da parte degli avversari, visto che finivano regolarmente le partite in nove o dieci uomini. Nel gioco, oppure in qualcos’altro di extracalcistico, come accusava la stampa neutrale o di parte. Nell’altra semifinale tra Inghilterra e Portogallo due gol di Bobby Charlton resero inutile quello di Eusebio, che terminò così la sua epopea leggendaria.
Il "gol fantasma" di Hurst
La finale era quella che tutti volevano, almeno a Londra e dintorni. Una sorta di riedizione della Battaglia d’Inghilterra che ventisei anni prima aveva contrapposto in ben altro modo le due nazioni che scesero in campo con i loro atleti il 30 luglio all’Imperial Stadium di Wembley per contendersi il titolo mondiale. Inghilterra e Germania Ovest erano probabilmente due squadre allora formidabili, alla cui immagine però non aveva giovato una certa sudditanza psicologica degli arbitri in quel mondiale. E non giovò nemmeno durante la finale, sulla quale pesa ancor oggi la discussione circa l’episodio decisivo che assegnò di fatto il titolo.
Banks, Cohen, Wilson, Styles, Jack Charlton, Moore, Ball, Hunt, Bobby Charlton, Hurst Peters, agli ordini di Alf Ramsey, affrontarono Tilkowski, Hottges, Schnellinger, Beckenbauer, Schultz, Weber, Overath, Haller, Seeler, Held, Hemmerich agli ordini di Helmut Schoen. Non fu R.A.F. contro Luftwaffe, ma poco ci mancò. Per quanto contestata, almeno dagli sconfitti, nel risultato finale, la partita conclusiva del mondiale fu di quelle che restano nella storia.
Segnò per prima la Germania con Haller (fuoriclasse di un Bologna che aveva fatto tremare il mondo), pareggiò poco dopo il centravanti inglese Hurst. L’equilibrio resse fino a dieci minuti dalla fine, allorché Peters fece due a uno per i padroni di casa. Sembrava fatta, la Coppa si sarebbe fermata nella patria del calcio. Ma al pari degli inglesi, anche i tedeschi non erano mai morti. Al 90° Weber fece 2-2, con una prima grossa contestazione – questa volta inglese – per un fallo di mano del tedesco. Ma l’arbitro svizzero Dienst convalidò.
Elisabetta II d'Inghilterra consegna la Coppa Rimet
al "suo" capitano Bobby Charlton
Si andò ai supplementari. Al minuto 101, il tiro di Hurst che sarebbe rimasto nella storia come uno dei più grandi “gialli” calcistici. Palla che sbatte sulla traversa e poi sulla linea, mezza dentro e mezza fuori. Le riprese televisive dell’epoca non erano perfette e non chiariscono sufficientemente, la palla a termini di regolamento doveva essere entrata completamente perché il gol fosse valido. L’arbitro Dienst, con il peso del mondo e di Inghilterra e Germania in particolare sulle spalle, andò a sentire il guardalinee sovietico Bakhramov, che pur non parlando inglese in qualche modo gli disse di convalidare.

Rabbioso assalto finale dei tedeschi, ma inutile. Al 120° Hurst segnò il suo terzo gol personale, e fu apoteosi a Londra ed in tutto il Regno Unito. La Coppa Rimet era finalmente “tornata a casa”, là dove era nato il calcio. I “maestri” erano finalmente anche campioni del mondo.

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