mercoledì 1 marzo 2017

Storia dei Mondiali di calcio: Corea-Giappone 2002

Secolo nuovo, vita nuova. Il Football era entrato nel suo terzo secolo di vita, almeno nella versione moderna. Il ventunesimo secolo si era presentato subito come profondamente diverso da quello precedente. L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 aveva posto fine all’illusione di un mondo finalmente sulla via della pace con se stesso e a quella degli Stati Uniti di essere sostanzialmente invulnerabili, almeno in casa propria. Come il fungo di Hiroshima, il crollo delle Twin Towers simboleggiava un’epoca nuova, in cui lo sport – come ogni altra attività umana, del resto - avrebbe dovuto convivere con nuovi venti di guerra, anziché spazzarli via come ci si era illusi.
Il nuovo millennio prometteva la definitiva rottura di numerosi schemi consolidati anche nel calcio. Nel 1996 Sepp Blatter si apprestava a prendere il posto di Joao Havelange alla presidenza della F.I.F.A., ma aveva ormai consolidato il suo sistema di gestione affaristica del calcio mondiale. Come Ecclestone nella Formula 1, il segretario svizzero badava al sodo, il pallone doveva andare dove giravano i soldi. Se era sembrata due anni prima un po’ tirata per i capelli la disputa della quindicesima edizione della Coppa del Mondo in U.S.A., la decisione presa a Zurigo nel maggio 1996 fu addirittura uno strappo. La diciassettesima edizione fu assegnata a due paesi anziché uno, che non avevano tra l’altro alcuna tradizione calcistica di rilievo e che non appartenevano né al continente europeo né a quello americano.
La Corea del Sud aveva già organizzato i Giochi della XXIV Olimpiade nel 1988, gli ultimi della Guerra Fredda, ed era stato complessivamente un successo. Malgrado la frizione con la Corea del Nord che aveva minacciato di organizzare una contro-Olimpiade attirando così un nuovo boicottaggio del blocco comunista, alla fine a Seul si erano disputati dei Giochi destinati a passare alla storia per la spettacolarità delle gare, l’importanza sportiva dei risultati ed anche la rilevanza degli scandali, visto che furono le prime Olimpiadi in cui esplosero le questioni del doping e della corruzione, non più secretate e secretabli delle varie ragioni di stato.
Ma una Olimpiade degli anni 80 era una faccenda meno impegnativa di un Mondiale degli anni 2000, evidentemente, perché stavolta la Corea del Sud nell’avanzare la propria candidatura ritenne di non potercela fare da sola e di dover cercare una partnership. Se nel 1988 ai fini dell’assegnazione della sede olimpica il Giappone era stato un antagonista, stavolta fu un compagno di strada nella prima joint venture organizzativa della World Cup. Il modello era già stato sperimentato per gli Europei del 2000, allorché Olanda e Belgio si erano divisi i compiti e avevano allestito sedi e strutture in comune. Aveva funzionato talmente bene da togliere ogni scrupolo al governo del calcio, che aveva riproposto la soluzione anche per il successivo mondiale.
Corea del Sud e Giappone ebbero quindi il 17° Campionato del Mondo per Nazioni, con una formula compromissoria. Paese organizzatore preminente era la Corea, ma il Giappone avrebbe avuto la finale, il 30 giugno, all’International Stadium di Yokohama, lo stadio più grande di entrambi i paesi messi insieme. Non appena presa la decisione, ecco rifarsi sotto la Corea del Nord, con la proposta di contribuire all’organizzazione del torneo. Per la prima volta delegazioni delle due Coree si incontrarono per lavorare insieme, sotto l’occhio benevolo della F.I.F.A. e soprattutto di Blatter, su cui era apparso più brillante che mai il segno del dollaro. Ma malgrado le preghiere dello svizzero al dio degli affari, alla fine Nord e Sud non riuscirono a mettersi d’accordo, i paesi organizzatori rimasero due, Sud Corea e Giappone, e per la prima volta i paesi qualificati di diritto – insieme alla Francia campione in carica – furono quindi tre.
Per la prima volta il Mondiale approdava in Asia, ed anche questo era un segno dei tempi che cambiavano. Il vecchio accordo di alternanza tra Europa e Sudamerica era saltato, ormai superato. Il Giappone ormai aveva acquisito in pianta stabile la sede della Supercoppa Internazionale per club, tra il vincitore della Libertadores e quello della Champion’s. La vicina Cina cominciava ad interessarsi ai campionati nazionali europei, ed alle televisioni che li trasmettevano regolarmente. Il calcio, come detto, andava dove giravano i soldi. Era finito ben più di un secolo, si era conclusa addirittura un’epoca.
Ronaldo Luis Nazario da Lima, detto il Fenomeno
Tra le novità, il pallone utilizzato – prodotto sempre dall’Adidas, perché ci sono istituzioni nelle società umane che sono sempre e comunque più potenti di quelle previste ufficialmente dai vari statuti – era molto più leggero dei precedenti. Il Fevernova, evoluzione del Tango, fu subito criticato dai portieri perché le sue traiettorie erano molto più imprevedibili e meno controllabili di prima, e avrebbero favorito diverse figuracce. Pochi invece criticavano quanto stava già emergendo, cioè che questi palloni venivano fabbricati nel terzo mondo usando manodopera particolare a costo praticamente nullo: bambini di tenerissima età. Il progresso, si sa, è un carrozzone che si muove lento, e diventa ancora più lento quando i binari sono fabbricati da multinazionali come l’Adidas.
Il 31 maggio a Seul si presentarono 32 paesi per la cerimonia di apertura. L’Europa faceva ancora la parte del leone con quindici squadre: Belgio, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Russia, Slovenia, Spagna, Svezia e Turchia. Il Sudamerica ne aveva cinque: Argentina, Brasile, Ecuador, Paraguay, Uruguay.  Il Nordamerica tre: Messico, Stati Uniti e Costa Rica. L’Asia quattro: Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud e Giappone. L’africa cinque: Camerun, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia.
Proprio il Senegal dette subito un dispiacere alla Francia nella partita inaugurale, sfruttando il mancato ricambio generazionale dei campioni e l’infortunio di Zinedine Zidane e battendoli per 1-0. L’Italia era nel gruppo G, con Ecuador, Croazia e Messico. Era una Nazionale abbastanza rinnovata, che veniva dal classico periodo di bicchiere mezzo pieno, che avrebbe potuto essere pieno del tutto e che alla fine sembrava che fosse vuoto. Agli Europei del 2000 in Belgiolanda, Dino Zoff aveva portato una squadra in cui l’asse del gioco si stava spostando sempre più dalla vecchia staffetta tra Baggio e Del Piero alla nuova stella del centrocampo esplosa in quel di Roma: Francesco Totti, uno dei più forti giocatori italiani di tutti i tempi, uno che al pallone dava del tu contro chiunque. Una squadra che era stata brava e fortunata fino alla semifinale, dove aveva resistito ad una fortissima Olanda addirittura in dieci per poi superarla – finalmente! – ai tanto temuti calci di rigore. Totti aveva fatto il leggendario cucchiaio, Toldo aveva parato anche l’imparabile e l’Italia era finita in finale contro Zidane e compagni.
Fino al 47’ del secondo tempo si era presa la rivincita di France 98. Del Vecchio aveva portato gli azzurri in vantaggio, Totti aveva eclissato Zizou e l’Italia era apparsa in controllo. Poi era entrata l’oscura riserva Wiltord e aveva segnato un golletto quando già le panchine stavano recuperando borse e asciugamani. L’opera era stata completata da Trezeguet che con il Golden Gol aveva rinviato l’Italia a data tutt’ora da destinarsi, almeno per la vittoria del secondo titolo europeo. Al ritorno a casa, nientemeno che il leader di Forza Italia Berlusconi era sceso in campo attaccando l’improvvida strategia del mister Zoff, accusato di non aver fatto marcare Zidane opportunamente da Ringhio Gattuso. Zoff si era immediatamente dimesso, vuoi perché seccato da quelle critiche inattese vuoi perché desideroso di nuove avventure su nuove panchine. Il suo posto era stato preso da Giovanni Trapattoni, in fuga dal dissolvimento della Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori.
Il “vecchio” Trap che si presentava a Corea-Giappone aveva una squadra forte, con Vieri e Totti che su tutti promettevano sfracelli. Ma al pari di Maldini Cesare aveva forse idee ormai poco adatte alla fase di sviluppo raggiunta dal calcio italiano. Spesso gli azzurri parevano giocare con il freno a mano tirato, a differenza di quanto sembravano fare nei mercoledi di coppa con i loro club. Fatto sta che dopo aver battuto facilmente l’Ecuador con due gol di Vieri, l’Italia andò a sbattere come qualche anno prima il muso contro una Croazia in calo ma forte abbastanza per mettere a nudo alcune sue magagne. Con Nesta infortunatosi subito e l’arbitro inglese Graham Poll che ripercorreva le strade del connazionale Ken Aston a Cile 1962 annullando agli azzurri due gol regolarissimi, a Vieri e Materazzi, l’Italia si ritrovò sotto per 2-1 e ci restò.
Alla terza giornata, ancora due gol annullati, a Inzaghi e Montella, e uno preso dal Messico grazie alla traiettoria pazza di Fevernova. Rispuntò a salvare la patria Del Piero, e l’Italia andò avanti grazie alla insperata vittoria dell’Ecuador sulla Croazia. Restavano enormi perplessità su arbitraggi talmente sconclusionati come non se ne vedevano da tanto tempo, e tali da sollevare dubbi di correttezza circa prestazioni e risultati che stavano maturando. Il bello però doveva ancora venire, agli ottavi.
Negli altri gironi, eliminazione a sorpresa della Francia a vantaggio di Senegal e Danimarca. Spagna e Paraguay (allenato da Cesare Maldini) passarono il turno così come Brasile e Turchia. La Corea del Sud si qualificò brillantemente a spese di Portogallo e Polonia, insieme ai sorprendenti Stati Uniti. La Germania andò avanti senza problemi assieme all’Irlanda. L’Italia, si è detto, passò dietro al Messico, e così fecero anche Giappone, alle sue prime vittorie mondiali, e Belgio.
Negli ottavi, una Germania assolutamente poco brillante ma dalla consueta solidità batté a fatica il Paraguay e mise fine all’avventura mondiale del nostro Maldini. L’Inghilterra fece fuori 3-0 la Danimarca, e la Spagna passò ai rigori contro l’Irlanda, dopo aver tentato di tutto per suicidarsi. Il derby nordamericano tra USA e Messico venne vinto incredibilmente dalla Nazionale che veniva da nord del Rio Grande, che ottenne così il suo miglior risultato di sempre ai mondiali. Il Brasile regolò il Belgio con Ronaldo che si propose come capocannoniere. Il Senegal sembrò completare le sorprese eliminando la Svezia.
Byron Moreno
Ma la vera sorpresa arrivò nell’ultimo ottavo, a Daejon tra Sud Corea ed Italia. Sugli spalti campeggivaa uno striscione, Again 1966! I padroni di casa volevano ripetere l’impresa del “cugino” Pak Doo Ik. La Corea non giocava affatto male, ma l’Italia avrebbe giocato meglio se non avesse patito l’assenza di Nesta e soprattutto lo strano, stranissimo arbitraggio dell’ecuadoriano Byron Moreno. Gli azzurri andarono in vantaggio con Vieri ma poi non chiusero la partita, i coreani picchiavano perché Moreno lasciava fare, Zambrotta e Del Piero ci rimisero le penne. Alla fine pareggiò una Corea sempre più imbaldanzita, e si andò ai supplementari. In conclusione del primo extratime Totti venne abbattuto in area e Moreno lo espulse per simulazione. Poco dopo annullò anche a Tommasi per fuorigioco un gol regolarissimo. Arrivò quindi il Golden Gol di Ahn, giocatore che militava nel Perugia di Gaucci, quasi come un destino inevitabile. L’Italia tornava a casa, come nel 1962, come nel 1966, come si suol dire cornuta e mazziata. Nemmeno l’acqua santa del Trap ci aveva salvati.
il Golden Gol di Ahn che eliminava l'Italia
Anni dopo Byron Moreno sarebbe finito in galera per corruzione. Nel tormentone canoro di quell’estate italiana la cosa più carina che gli venne augurata è – in perfetta rima -di finire sotto un treno. La F.I.F.A. non batté ciglio. Blatter non aveva mai visto di buon occhio l’Italia, mentre vedeva di occhio buonissimo l’avanzata dei padroni di casa. Che ripeterono il giochino nei quarti contro la Spagna, eliminandola anche in questo caso grazie all’arbitraggio. Gli spagnoli alla fine accerchiarono addirittura l’arbitro come per farsi giustizia da soli, dopo due gol annullati. L’Italia tenia razon! titolò il giorno dopo il quotidiano iberico AS. Niente da fare, Spagna-Italia sarebbe rimasto come il derby delle derubate, in quel mondiale del 2002 che fece scomparire in quanto a vergogna Seul 1988 e i suoi scandali culminati nella squalifica di Ben Johnson.
La Turchia eliminò il Senegal, il Brasile durò fatica con una brillante Inghilterra ma poi ne venne a capo grazie a Ronaldinho che uccellò il portiere Seaman, pescato fuori dai pali come un principiante. La Germania si salvò dall’avanzata americana grazie al portiere Oliver Khan, che stavolta si dimostrò più efficace delle difese sul Reno quasi 60 anni prima. Gli americani lamentarono un rigore grosso come una casa per fallo di mano sulla linea di porta tedesca. Ovviamente non dato. Blatter si dichiarava entusiasta del livello tecnico della competizione. E’ a tutt’oggi, peraltro, la più scadente e viziata nella regolarità dell’intera storia dei Mondiali.
In semifinale la corsa della Corea dovette terminare di fronte ai tedeschi, perché alla fine il torneo salvasse una qualche credibilità. Ballack, Klose, Khan & soci andarono in finale contro un Brasile che mise fine invece al sogno della migliore Turchia di sempre. Per i brasiliani era di nuovo il sogno di agguantare il quinto titolo. Per i tedeschi era un risultato inaspettato, che anticipava forse quello che si attendevano di conseguire nel mondiale casalingo di quattro anni dopo.
La "papera" di Khan ed il gol di Ronaldo
A Yokohama il 30 giugno si trovarono di fronte le squadre che avevano comunque all’attacco i due migliori cannonieri, coloro che erano destinati un giorno a raccogliere e superare l’eredità del mitico Gerd Muller, il più prolifico goleador di sempre con 13 reti mondiali fino a quel momento. Ronaldo e Miroslav Klose lo stavano per affiancare, qualcuno quel giorno sarebbe andato avanti ed avrebbe alzato la Coppa. Sarebbe toccato al Fenomeno, che si sarebbe ripreso così ciò che la sorte gli aveva negato quattro anni prima a Saint Denis a Parigi, a causa del misterioso e mai chiarito attacco epilettico. Lo sfortunatissimo campione verdeoro aveva giocato poco nei quattro anni trascorsi. L’Inter aveva dovuto aspettarlo mentre si rimetteva da due gravissimi infortuni alle ginocchia. Alla fine Ronaldo Luis Nazario de Lima era tornato, e il mondo gli si inginocchiava davanti.
Fu proprio Oliver Khan a commettere la papera che lo mandò in porta per il suo settimo gol di quella edizione, mentre l’ottavo – che chiuse la partita e laureò il Brasile pentacampeao – fu un’invenzione di Rivaldo che lo smarcò al limite dell’area, in una zona in cui il fenomeno non perdonava.

Fecero festa i brasiliani, soltanto loro però. Loro e i cassieri giapponesi, coreani e della Federazione Internazionale del Gioco del Calcio, con l’omino svizzero in testa a tutti. Una cosa era certa, così si sarebbe andati poco lontano. A Germania 2006 qualcosa avrebbe dovuto cambiare, e non soltanto arbitraggi come quello di Byron Moreno.

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