sabato 7 marzo 2015

7 marzo

Era nato in Via Sallustio Bandini al numero 1, nell’Imperiale Contrada della Giraffa, vicino alla Chiesa intitolata alla Madonna di Provenzano in onore della quale a Siena si corre il Palio del 2 luglio. Il suo babbo a quell’epoca, dopo aver cambiato già diversi lavori, credo facesse il barista dal Nannini, nel primo storico locale di quella proprietà all’angolo di Banchi di Sopra con via Pianigiani, di fronte a Piazza Salimbeni dove allora come ora, come da sempre, ha sede il Monte dei Paschi.
Lì aveva conosciuto la sua mamma, che faceva la cuoca nel vicino Hotel Continental e ogni tanto si fermava a prendere il caffè. Si erano sposati nel 1933, l’anno dopo era nato il piccolo Mario, il 6 luglio, segno del Cancro. Neanche un mese prima il babbo Angelo aveva lasciato moglie e figlio nascituro per montare su un treno e andare a Roma, allo stadio Flaminio, a vedere l’Italia vincere il suo primo titolo mondiale di calcio. Ne raccontavano tutti con divertimento di questo fatto. Il piccolo Mario era cresciuto appassionato di calcio come il padre. Tutti e due tifosi della Fiorentina, mosche bianche, bianchissime nella Siena bianconera.
Le elementari Mario le aveva fatte durante la guerra mondiale. L’anno scolastico 1943-44 era “andato in cavalleria”, come si dice a Siena, cioè saltato a pié pari, per ovvi motivi. Quell’anno passò il fronte, il suo babbo era sul tetto ad evitare i rastrellamenti dei tedeschi, e quando scendeva attraversava con il figlio piccolo le linee per andare in campagna a procurarsi di che mangiare al mercato nero dei contadini. Non avrebbe mai accettato che 30 anni dopo il nipote si tirasse la farina per gioco con i compagni fuori di scuola.
Siccome Mario cresceva allo sbando, per strada, come tutti i ragazzi di quegli anni, i genitori lo misero in collegio dai preti. A casa non c’erano mai, la nonna Giulia da sola non ce la faceva a tenere a bada lo scavezzacollo. Una volta rischiò di accecarsi, un'’altra di restare muto, un’altra ancora di saltare per aria con una bomba a mano. Erano i giochi di quell’estate del 1944, in compenso c’erano la cioccolata e le sigarette degli americani. Cominciò a fumare a 10 anni, come molti in Italia a quei tempi.
Dal collegio passò al Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini, dove scoprì che la sua testa notevole lo rendeva adattissimo allo studio. Si laureò in giurisprudenza brillantemente, il primo nella storia della sua famiglia. Scoprì ben presto di non essere adatto a fare la carriera di magistrato o di avvocato (“la notte voglio dormire tranquillo, con la coscienza a posto”, avrebbe raccontato in seguito). Scoprì poco dopo di essere invece un grand commis, come dicono i francesi, un grande servitore dello Stato.
La famiglia che mise su di lì a poco si trasferì a Firenze, dove Mario divenne funzionario del Provveditorato alle Opere Pubbliche. Di lì a poco gli nacque il primo figlio, il primo fiorentino della famiglia. L’alluvione del 1966 lo colse in prima linea tra coloro che ebbero la responsabilità di far rialzare la testa a Firenze. La sua carriera partì di lì, 30 anni dopo – quando andò in pensione – era diventato un direttore generale della Regione.
Nel 1972 era stata data finalmente attuazione all’art. 117 della Costituzione. L’Amministrazione si era decentrata, il personale dello Stato aveva scelto se restare con quella centrale o passare a quella locale. Mario scelse la Regione. Ancora lo ricordano come uno dei Padri Fondatori, anche se di quell’epoca pioneristica, di quel primo ordinamento che lui e altri avevano messo in piedi non rimane più nulla, spazzato via dalla cialtroneria della generazione successiva.
Nel 1967 gli era nata un’altra figlia, nel 1969 la Fiorentina gli aveva vinto uno scudetto. Nel 1978 la famiglia non gli aveva retto. Nel 1988 avevano cominciato a sposarglisi i figli e nel 1992 a nascergli i nipoti. Nel 1996 aveva sognato di potersi finalmente godere la pensione e quei nipoti, ma il destino aveva deciso diversamente. Il male se lo portò via dopo quattro anni, due mesi dopo essersi subdolamente annunciato. Era un 7 marzo. Sempre il 7, come la sua mamma, tanto tempo prima. Sono tutti al Cimitero della Misericordia, a Siena.
Aveva fatto in tempo soltanto a lasciare un vuoto incolmabile, nei figli che avevano già capito di aver ricevuto un’eredità preziosa, fatta di un esempio che vale più di ogni patrimonio, e in tutti coloro che l’hanno conosciuto, per lavoro o per amicizia, e che ne ricordano sempre l’umanità e le capacità.
Ho cercato per tutta la vita di assomigliargli più che potevo, consapevole che non era possibile. Ma soltanto l’averci provato ha fatto di me un uomo migliore. Ne sono sicuro.

Era mio padre.


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