martedì 2 dicembre 2014

RENZIADE: Matteo Renzi, addio allo Stadio e al Giglio?

 31 luglio 2013

Il nuovo che avanza non ne indovina più una. Per lungo tempo Matteo Renzi ha tramutato in oro tutto quello che toccava, lasciando a chiunque gli attraversasse la strada la parte del vecchio da rottamare, del perdente che non si rassegna a lasciare il passo ai tempi moderni.
Anche la battaglia delle primarie, naturale approdo del percorso cominciato alla Leopolda quando Renzi si rese conto che la sua immagine filtrata al di fuori delle mura cittadine lo proiettava come candidato ad un ruolo politico nazionale di primissimo piano al cospetto di un paese che dei politici nazionali già all’opera non ne poteva più, era sembrata un atto di coraggio, tanto più impreziosito da una sconfitta dovuta esclusivamente alla nomenklatura che aveva barato e creduto di potersi perpetuare con ogni mezzo, meglio se contrario ad ogni fair play.
Sembrava questione di tempo, un po’ come alla stazione, il treno è in ritardo ma prima o poi arriverà, è certo. E invece, come succede ai tempi di Trenitalia, il treno forse è già passato, o forse non passerà perché è stato soppresso. Da qualche tempo, l’immagine del Sindaco candidato Premier si è appannata, dentro e fuori Firenze. La nomenklatura romana gli ha preso le misure, ha trovato il modo di non perdonargliene più una. Ma soprattutto è a Firenze che la terra gli viene meno sotto i piedi.
Ha cominciato l’Arcivescovo, quel Mons. Betori che sbottò come un fulmi ne a ciel sereno quando disse che la città – stretta nella morsa di mille problemi – si meritava più che mai una amministrazione efficiente, cosa che da mesi non aveva più. Attacco mica da poco, se il Vescovo fosse stato un terzino Renzi sarebbe finito a gambe all’aria per la sua entrata decisa, del genere o palla o gamba. La risposta del sindaco era stata peraltro un autogol, paragonare l’uscita delL'alto prelato ad un attacco politico equivaleva a sminuire il suo ruolo particolare, e questa è una cosa che la Chiesa non tollera e non perdona. E la Chiesa, non è un mistero, è rimasta uno dei pochi punti saldi di quel Partito Democratico che una volta era il “campo” del Renzi, e di quelli come lui.
Per ritrovare un simile attacco della massima autorità ecclesiastica cittadina alla massima autorità civile bisogna andare parecchio indietro nel tempo, fino a Dante Alighieri ed ai Guelfi e Ghibellini, che si scannavano per le strade di Firenze nel nome del Papa e dell’Imperatore. Crisi di immagine o crisi di contenuti? Agli elettori (semmai) l’ardua sentenza. Il sindaco in questi mesi ha continuato ad essere più presente sugli schermi TV che nelle stanze di Palazzo Vecchio. Con risultati incerti in entrambi i casi, ma mentre per la corsa alla successione dell’amico Letta bisognerà attendere primarie e secondarie che chissà se e quando verranno, per la valutazione del primo mandato di Matteo Renzi come sindaco del capoluogo toscano si può già azzardare un bilancio.
Evidentemente affrontare le ZTL e i permessi di accesso e parcheggio non era niente a confronto a quello che è venuto dopo, e vestirsi da Fonzie non basta più. “Lasciare il mondo un po’ meglio di come lo abbiamo trovato” (il famoso slogan di Baden Powell, fondatore dei Boy Scouts, il celebre movimento che annovera tra i suoi epigoni più illustri proprio il sindaco fiorentino) si sta rivelando un affare più serio di quanto Renzi stesso pensasse.
Le promesse fatte del resto ormai sono tante, il tempo per passare ai fatti sempre meno. Lo stadio nuovo? Chiamato oggi ad inaugurare un impianto di Publiacqua ad Ugnano, a chi gli chiedeva conto dell’altra grande opera ha risposto: “la vedo dura, perché servono tanti soldi”. Buonanotte suonatori, e due anni di proclami e di comparsate allo stadio (quello vecchio) a fianco di Della Valle a cosa sono serviti? Era dura anche allora, oppure la Fiorentina quest’anno ha giocato talmente bene che sia Renzi che lo stesso Della Valle si sono dimenticati di parlare della più importante delle loro questioni, e di quanto costa? Intendiamoci, può darsi che ne venga fuori un bene, Firenze è servita degnamente dal vecchio Franchi da circa 80 anni, e difficilmente riempirà sistematicamente stadi più ampi, a meno che la Fiorentina non diventi il Barcellona in pianta stabile. Ma una promessa è una promessa, era la prima regola degli Scouts, se non andiamo errati.
E il Ponte Vecchio affittato alla cena della Ferrari? Il salotto buono a Firenze è delicato, e soprattutto è delicato il rapporto che i fiorentini hanno con la sua - e la loro - immagine. Si può prestare tutto, per carità, bisogna adeguarsi ai tempi, i soldi fanno comodo anche e soprattutto alle nobili decadute, e a sentire l’ineffabile Marchionne Sergio noi fiorentini siamo caduti molto in basso. Ben venga quindi il cumenda con i suoi sghei, tutto sta a vedere come ce lo tratta, questo salotto buono, chi ci fa entrare e come ce lo restituisce. E soprattutto che fine fanno gli sghei. Sì, perché sarebbe davvero singolare continuare a sentirsi dire che non ci sono i fondi per questo e quello, quando sappiamo di avere monumenti la cui fruizione corretta può valere – scusate la presunzione – quanto una finanziaria dello Stato.
Poi c’è la questione del brand. Parola anglosassone che significa marchio di fabbrica. Ora, verrebbe da parafrasare Gino Strada quando parla della sanità pubblica, dicendo che una città (soprattutto come Firenze) non è una azienda.
E così, ecco il concorso internazionale, che dovrebbe attirare in questa landa così bisognosa evidentemente di rappresentazioni simboliche designer, architetti e grafici pubblicitari dai quattro angoli della terra. Con quali risultati, si puç solo immaginare. O forse è meglio dire temere. Altro che Sirenetta di Copenhagen, o marchio Tod’s come toccherà al Colosseo.
Qui girano già sul web immagini di scorci fiorentini inscritti nella mela della Apple, per dirne una, e ricordano tanto quelle palle di vetro con la neve dentro che hanno reso agghiacciante la nostra infanzia.Va bene creare concorsi ed occasioni di lavoro per professioni che non ne hanno più, malgrado questa una volta fosse la terra di Michelangelo, del Brunelleschi e del Vasari. Ma non a prezzo della nostra identità.
Ha scritto Claudio Morganti, europarlamentare indipendente dell'Eld, «nel 1811 anche Napoleone cercò di sostituire il giglio tramite un decreto, ma dovette desistere per la forte protesta dei fiorentini. Mi auguro – ha continuato l’eurodeputato - che adesso succeda altrettanto e Firenze si ribelli alle bizze del suo sindaco. Capisco – ha concluso Morganti – che Renzi voglia rimanere nella storia per aver fatto qualcosa di concreto per Firenze e per i fiorentini, ma la storia di quasi mille anni non si tocca».
A ben pensarci, Firenze ha già esiliato figli illustri come il Sommo Poeta Dante. Se Parigi valeva una messa, Roma val bene Firenze? Il collegio elettorale di Renzi è qui, e continuare a trascurare la propria città potrebbe risolversi per lui nella perdita dell’ultimo treno, e perfino della casa a cui ritornare a leccarsi le ferite, se le cose dovessero andare come Baden Powell non aveva previsto.
Firenze ha il suo simbolo (suona molto meglio che brand!) da secoli, è il famoso Giglio, e non si spiega quale vaghezza abbia punto il nostro sindaco allorché ha deciso di rottamarlo (non riuscendo peraltro a farlo con cose e persone ben più meritevoli….).
Ben consigliato dal proprio istinto (non ancora sopraffatto dalla crescita del proprio ego al di sopra del livello di guardia) nonché da un esperto di comunicazione proveniente da un’altra formidabile fabbrica del consenso, Giorgio Gori ex Mediaset, il sindaco di Firenze era partito in quarta con una serie di provvedimenti che se non sempre condivisibili avevano comunque il minimo comune denominatore del coraggio, andando a toccare equilibri e rendite di posizione cittadine che non venivano messe in discussione da tempo immemorabile.

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