martedì 31 maggio 2016

Storia degli Europei di calcio: 2004 Il ritorno degli Argonauti



Nel 2004 toccava alla fiamma olimpica tornare a casa. Atene l’aveva spuntata per tornare a organizzare i Giochi per la prima volta dopo l’edizione inaugurale del 1896. Aveva perso l’occasione del centenario non potendo competere con i meno suggestivi ma più influenti bigliettoni verdi della Coca Cola, che aveva dirottato la fiamma verso Atlanta. Nel 2004 il board del C.I.O. non era sottoposto a particolari pressioni da nessuna multinazionale, e fu libero di riparare al torto subito dagli eredi di Olimpia e di De Coubertin.
Era un anno in cui tutto era possibile, quel 2004. Anche che gli Europei di calcio toccassero ad un paese ai margini dell’Europa, dalla grande storia ma del tutto sconosciuta al resto del continente. Dalle grandi tradizioni calcistiche, che però non erano mai culminate in una vittoria di prestigio, almeno a livello di Nazionale.
L’antica provincia romana della Lusitania aveva dovuto lottare duramente per diventare l’odierno Portogallo, affrancandosi prima dalla dominazione dei Mori e poi dall’influenza ingombrante della vicina Hiberia, che nel frattempo stava diventando l’odierna Spagna. Il piccolo Portogallo era diventata una potenza coloniale di prim’ordine, al pari dell’altrettanto piccola Olanda. Aveva scoperto la rotta per le Americhe prima di Colombo, fermandosi però al Mar dei Sargassi. Aveva poi conteso alla Spagna ogni lembo di terra scoperto dai rispettivi navigatori e conquistadores a giro per l’orbe terracqueo.
Il Portogallo aveva poi affrontato una decadenza parallela a quella spagnola che l’aveva posto al di fuori della storia d’Europa allo stesso modo della Spagna e per un tempo ancora più lungo. La dittatura di Salazar aveva rivaleggiato con quella di Franco, superandola per durata (50 anni) ed eguagliandola per brutalità, soprattutto in fase di dismissione coloniale.
In quel difficile momento storico, terminato con la Rivoluzione dei Garofani che il 25 aprile 1974 aveva restaurato nel paese la democrazia, il calcio era stato un mezzo di riscatto e di recupero di prestigio internazionale, nonché fonte di gioia per un popolo che altrimenti ne aveva ben poca. Il Benfica aveva rivaleggiato con il Real Madrid e gli altri grandi club europei per la conquista della Coppa dei Campioni.
La nazionale lusitana aveva sfiorato l’impresa ai mondiali inglesi del 1966, arrendendosi soltanto ai padroni di casa destinati alla vittoria finale. La stella di Eusebio aveva oscurato quella di chiunque altro in quella circostanza. La pantera nera, soprannome datogli come contraltare alla perla nera, quel Pelé che era stato il grande assente al torneo del ‘66, aveva compiuto il percorso dai sobborghi di Maputo, capitale della allora colonia portoghese del Mozambico, alle giovanili del Benfica, il club principale di Lisbona. Aveva vinto tutto, dal Pallone d’Oro alla Scarpa d’Oro, contribuendo a rendere il palmares del suo club prestigioso più di chiunque altro prima e dopo.
La carriera di Eusebio si era chiusa senza l’acuto in Nazionale. Il testimone era stato affidato a qualche generazione successiva. Per una di quelle combinazioni che la storia – non solo del calcio – a volte si diverte ad offrire, quando per il football europeo era venuta l’ora di giocare a ritmo di fado, per il futebol portoghese era arrivata alla ribalta una nuova generazione di fenomeni.
Estadio da Luz di Lisbona
Nel 1991 il Portogallo aveva organizzato e vinto il Mondiale Under 20. Nella formazione che aveva alzato quella coppa, giocavano alcuni giovanotti di belle speranze dai nomi seguenti: Luis Figo, Manuel Rui Costa, Nuno Gomes, Fernando Couto, Helder Postiga, Maniche. Gente che nel decennio successivo avrebbe fatto la fortuna dei propri club e la gloria del proprio movimento calcistico. Più di dieci anni dopo era con questo squadrone che il Portogallo si presentava al via della manifestazione lungamente attesa e finalmente ottenuta da disputare in casa propria. Ma non era tutto, in quella formazione ormai di veterani si era accesa la stella destinata a brillare più di tutte, a dare ombra un giorno addirittura al più grande, il mitico Eusebio. Un ragazzino con una strana pettinatura e dal nome ancora più strano: Cristiano Ronaldo.
Insomma sembrava la volta buona per fare di Lisbona la capitale europea del calcio. E anche per riprendersi dalla pessima esperienza vissuta dal football a Corea-Giappone, il mondiale esotico e cogestito che nel 2002 aveva laureato il Brasile pentacampeon, Luis Nazario de Lima detto Ronaldo il miglior giocatore del pianeta e la FIFA come il peggior baraccone che mai avesse gestito manifestazioni sportive internazionali.
Testimonial principale di questo pessimo spot per il calcio era stata proprio l’Italia. La nazionale azzurra portata da Giovanni Trapattoni in oriente era sulla carta una delle più forti di sempre, con Totti e Vieri straripanti e un livello tecnico medio forse addirittura più alto di quella che quattro anni dopo avrebbe vinto a Berlino. Ma come in Cile e in Inghilterra con la Corea del Nord, aveva sbattuto contro ostacoli che le avevano reso impossibile far valere la propria supremazia tecnica. Byron Moreno aveva eclissato l’arbitro inglese Ken Aston e la Corea del Sud quella del Nord nella galleria degli orrori della Federcalcio. Dopo di noi, era stata la Spagna a spaccarsi la testa con i coreani, allo stesso modo. Un mondiale complessivamente da dimenticare, prima possibile.
Le qualificazioni a Euro2004 si erano svolte secondo un nuovo sistema, resosi necessario per il proliferare di squadre iscritte grazie alla metastasi sovietica ed jugoslavia: dieci gironi da cinque squadre, le prime qualificate, le seconde a fare gli spareggi. L’Italia aveva prevalso facilmente su Galles e Serbia. Negli altri gironi, Francia, Danimarca, Rep. Ceca, Svezia, Germania, Grecia, Inghilterra, Bulgaria e Svizzera. Dagli spareggi si erano salvate Olanda, Croazia, Russia, Lettonia e Spagna. Lo spettacolo poteva cominciare. Solita formula, quattro gironi da quattro, due qualificate ai quarti.
I pronostici saltarono subito. La gara inaugurale vedeva di fronte il Portogallo e la matricola Grecia, alla sua seconda partecipazione dopo Italia 80. Arrivata agli Europei in sordina, fece saltare subito il banco sconfiggendo i padroni di casa per 2-1. I lusitani passarono lo stesso, battendo poi la Russia e vincendo il derby peninsulare con la Spagna. I greci prevalsero sugli spagnoli come secondi, per differenza reti.
Negli altri gironi, tutto facile per Francia e Inghilterra e per la Rep. Ceca, mentre una modesta Olanda sopravanzò un ancor più modesta Germania. Ma fu il girone dell’Italia a riservare la sorpresa di uno psicodramma che nessuno poteva prevedere. Nella prima giornata, quell’Italia doveva fare un sol boccone di quella Danimarca. Ma il mister Morten Olsen, consapevole di doversi inventare qualcosa, pensò bene di piazzare su Francesco Totti il mastino Christian Poulsen. Che lo fece morbido, senza che l’arbitro spagnolo Mejuto Gonzales battesse ciglio. Lo batté poi quando il fuoriclasse romano reagì scompostamente all’ennesimo fallo, sputando – a causa di una incontrollata esasperazione - su Poulsen. Rosso diretto.
Inaridita prima ed eliminata poi la fonte del gioco azzurro, la Danimarca portò in fondo uno 0-0 che complicava la vita agli azzurri, costretti a vincere la gara successiva contro un’ostica Svezia che nel frattempo aveva travolto 5-0 la Bulgaria. In vantaggio con Cassano, l’altro talento romanista che aveva sostituito lo squalificato Totti, gli azzurri furono ripresi da una carambola incredibile di Ibrahimovic. 1-1 e verdetto rimandato alla terza partita.
Alle due formazioni scandinave bastava il pareggio con due reti per parte per passare insieme ed eliminare l’Italia. I giornali italiani si divisero in due correnti: quelli che le squadre del nord queste cose non le fanno e quelli che vedrai se non le fanno, eccome. Le fecero, addomesticando un 2-2 che per l’alternanza di situazioni ebbe anche la pretesa di essere spettacolare. Nel vocabolario del calcio trovò consacrazione un neologismo, la parola biscotto. Italia fuori, tra i lazzi scandinavi e di mezzo mondo. Cassano, che si era caricato la nazionale sulle spalle e aveva battuto la Bulgaria praticamente da solo al ’90, in lacrime amare per aver visto tutto vanificato dall’antisportività altrui, dalla sfortuna e dall’ingenuità dei suoi compagni.
Il torneo proseguì ai quarti senza una delle favorite. Svezia e Danimarca mostrarono il loro reale (scarso) valore cedendo rispettivamente a Olanda e Rep. Ceca. La Francia campione in carica allungò l’elenco delle sorprese facendosi eliminare da una Grecia che sorpresa a quel punto non lo era più. Il Portogallo vendicò la semifinale del 1966 eliminando l’Inghilterra che proprio aveva i calci di rigore sullo stomaco. In semifinale, ancora un’impresa della Grecia, 1-0 alla Rep. Ceca e prima finale della sua storia. Facile vittoria portoghese sull’Olanda, che non era più quella di quattro anni prima.
Il gol decisivo di Charisteas
All’Estadio da Luz di Lisbona, il 4 luglio 2004 scese in campo un Portogallo che oltre ad essere il padrone di casa era anche strafavorito dal proprio tasso tecnico e dal favore di ogni pronostico. Era il momento di scrivere la storia per Figo, Ronaldo, Rui Costa. In tribuna Eusebio attendeva il suo successore ed il primo trionfo del suo paese. Era destinato a chiudere gli occhi, dieci anni dopo, senza aver avuto quella soddisfazione.
Dall’altra parte era scesa in campo non una squadra ma una nazione intera. A cui nessuno aveva dedicato uno straccio di pronostico favorevole. Che già si dibatteva nelle prime avvisaglie di una recessione economica che un giorno sarebbe diventata una crisi spaventosa. Come la Danimarca del 1992, la squadra che nessuno avrebbe aspettato sul podio e nessuno tantomeno avrebbe voluto premiare. Ma la squadra che a quel punto meno di chiunque altra avrebbe voluto mollare.
Quando al ’57 il centravanti greco Charisteas la buttò alle spalle del portiere lusitano Ricardo, a Lisbona dal fado si passò alle streghe. Non era possibile, i greci avevano già vinto il match di apertura, che era sembrato un evento irripetibile. Si stava ripetendo. Il coach tedesco Otto Rehagel aveva trasformato un pugno di calciatori greci senza nome in una squadra di Argonauti che aveva agguantato il Vello d’Oro dell’UEFA e lo stava riportando a casa, con un nostos degno del poema epico di Omero.
Era davvero un anno in cui tutto era possibile, quel 2004.

La gioia degli Argonauti



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