martedì 30 settembre 2014

Dieci italiani per un tedesco

13 ottobre 2013

Erich Priebke era un capitano delle SS, le Schutzstaffel costituite da Hitler nel 1925 come propria guardia personale, una sorta di corpo di Pretoriani che con il tempo aveva sistematicamente arruolato i nazisti più fanatici ed era arrivato all’epoca della Seconda Guerra Mondiale a costituire l’unità combattente e di polizia militare più letale ed efficace di tutto l’apparato bellico tedesco. Reclutato personalmente dal suo capo, Heinrich Himmler, il giovane Priebke si era distinto per le proprie capacità organizzative pari alla sua fedeltà all’ideologia nazionalsocialista ed aveva fatto carriera.
La mattina del 23 marzo 1944, quando l’Obersturmbannführer Herbert Kappler, comandante della piazza militare di Roma occupata dai nazisti gli ordinò di organizzare ed eseguire la più feroce delle rappresaglie compiute dall’esercito tedesco in Italia, Priebke portava appunto i gradi di capitano ed era uno degli uomini di fiducia di Kappler. Inevitabile che il massacro delle Fosse Ardeatine fosse affidato a lui, che non si fece pregare e non deluse la fiducia accordatagli, andando perfino al di là dei crudeli, disumani ordini ricevuti.
Roma era sotto il controllo della Wehrmacht e della Gestapo fin da subito dopo l’8 settembre, e aspettava la fine di uno degli inverni più lunghi e duri della sua storia, combattuta tra la speranza che gli Alleati – ormai vicini alla città ma bloccati dal caposaldo tedesco arroccato nell’antica Abbazia di Montecassino – riuscissero a sfondare le linee nemiche prima possibile ed il terrore della legge marziale germanica, dei rastrellamenti di ebrei, partigiani e di quanti semplicemente incappavano nel capriccio degli occupanti. Pur avendo conosciuto tante invasioni e saccheggi durante il corso della sua storia plurimillenaria, niente era paragonabile all’orrore vissuto dai romani in quei nove mesi intercorsi tra la resa dei Granatieri di Sardegna a Porta San Paolo il 12 settembre 1943 e l’entrata delle avanguardie del generale Clark, la benedetta V^ Armata, la mattina del 4 giugno 1944, il giorno della Liberazione.
Era il periodo magistralmente immortalato da Roberto Rossellini con la grande Anna magnani nel capolavoro “Roma città aperta”. A fine marzo, la Linea Gotica reggeva ancora, la luce in fondo al tunnel era tutt’altro che in vista, e i Gruppi Armati Partigiani (G.A.P.) adottarono pertanto la decisione controversa di compiere una azione dimostrativa per scuotere il morale delle truppe tedesche occupanti e risollevare quello dei romani, dando impulso nel contempo allo sforzo degli Alleati nella difficile marcia verso la Capitale dopo lo sbarco di Anzio.
Fu prescelta Via Rasella, traversa della centralissima Via del Tritone. Il cuore di Roma, dove la bomba partigiana avrebbe riecheggiato ancora più forte. Vittime designate, un battaglione di altoatesini, il Polizei-Regiment Bozen, che transitava da quella via quotidianamente di ritorno dalle esercitazioni. La mattina del 23 marzo 1944 le Brigate Garibaldi, ricevuto l’ordine esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale presieduto in quel momento tra gli altri da Sandro Pertini e Giorgio Amendola, passarono all’azione. La data non era stata scelta a caso, si trattava del 25° anniversario della fondazione del primo Fascio di Combattimentoda parte di Mussolini a Milano. La guerra si faceva e si fa ancora anche - e a volte soprattutto - con i simboli, per quanto sanguinosi.
Il Battaglione Bozen fu spazzato via dalla bomba dei GAP, che appostati in zona finirono i superstiti con bombe a mano e pistole. Subito dopo, partì l’inevitabile rappresaglia delle SS, il cui morale – lungi dall’essere stato fiaccato – si rivelò quanto mai rafforzato nella propria crudele determinazione ad andare fino in fondo in quella guerra dove ormai si reggevano soltanto sul proprio estremo fanatismo. Herbert Kappler applicò il codice militare tedesco, che prevedeva una rappresaglia ai danni di dieci civili locali per ogni soldato tedesco caduto. Il rastrellamento, l’organizzazione e l’esecuzione furono affidate come detto al capitano Priebke, al quale né allora né in seguito fino al suo ultimo istante di vita balenò nel cervello la possibilità di non ottemperare agli atroci ordini ricevuti. Nessun tedesco in quegli anni lo avrebbe fatto, avrebbe dichiarato in seguito.
Per buona misura, i 33 morti del Battaglione Bozen furono vendicati con il massacro di 335 civili rastrellati a caso per le vie di Roma e integrati con detenuti “politici” di Regina Coeli, il carcere di Roma. Cinque in più del necessario, perché lo zelo di Priebke non tollerava eventuali mancanze, meglio abbondare. Le vittime furono portate alle Fosse Ardeatine, antiche cave di materiale ghiaioso lungo la Via Ardeatina fuori Roma. L’esecuzione ebbe luogo neanche 24 ore dopo l’attentato di Via Rasella. I corpi dei giustiziati rimasero nascosti nelle cave fino a dopo la Liberazione. I tedeschi si erano preparati – moralmente parlando, secondo loro – una via di fuga occultando le tracce del massacro. Come per lo sterminio degli ebrei, un giorno se le cose fossero andate male e si fosse dovuto render conto delle proprie  azioni si sarebbe sempre potuto affidarsi al Negazionismo. Tanto le tracce degli eccidi erano state cancellate, o sottoterra o nei forni dei campi di concentramento.
Le cose andarono male, alla fine, per la Germania nazista. Kappler venne catturato al pari del Feldmaresciallo Kesselring – comandante della Wehrmacht nell’Italia occupata e governata tramite il regime fantoccio di Salò – e inizialmente condannato a morte, sentenza poi commutata nell’ergastolo che si concluse anzitempo con la clamorosa fuga dall’ospedale militare del Celio nel 1977. Priebke invece riuscì ad evadere nel 1945 dal campo di prigionia dov’era detenuto e grazie ai buoni uffici della famigerata Organizzazione Odessa ricevette documenti falsi con i quali poté imbarcarsi per il Sudamerica. Trovò rifugio nell’Argentina governata dal dittatore Juan Peron, filotedesco da sempre e ben disposto ad accogliere gli ex nazisti in fuga.  A San Carlos de Bariloche, ai piedi delle Ande argentine, Erich Priebke visse i successivi cinquant’anni sotto la protezione della comunità tedesca e delle organizzazioni neonaziste.
Era uno dei bersagli principali del Centro di Documentazione Ebraica di Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti che era già riuscito ad assicurare alla giustizia postbellica belve come Adolf Eichmann. Ma riuscì a farla franca fino al 1994, quando finalmente il mutato clima internazionale post guerra fredda e la fine delle dittature fasciste in Sudamerica permisero agli investigatori ed ai giornalisti di penetrare la spessa cortina alzata sui reduci del Terzo Reich da organizzazioni come l’Odessa e dai loro simpatizzanti nel mondo politico e finanziario internazionale. Priebke fu arrestato ed estradato in Italia nel 1995, cinquant’anni dopo i fatti che l’avevano reso tristemente famoso. Nel 1996 si presentò di fronte al tribunale Militare di Roma, dichiarato competente a giudicare essendo l’eccidio delle Fosse Ardeatine un crimine di guerra. In prima istanza, il Tribunale non trovò di meglio che giudicare Priebke non perseguibile, in quanto il reato era prescritto dato il lungo tempo trascorso. La clamorosa sollevazione del pubblico già nell’aula del Tribunale indusse il governo italiano a farsi promotore di un nuovo procedimento giudiziario. Stavolta, malgrado il tentativo grottesco della difesa di Priebke di farlo passare per un mero esecutore di ordini (e semmai di chiederne la persecuzione soltanto per quei cinque morti in più rispetto alla proporzione di 10 ad 1!), per l’ex capitano delle Schutzstaffel non ci fu scampo.
Erich Priebke fu condannato all’ergastolo, da scontare agli arresti domiciliari in considerazione dell’età avanzata, con sentenza definitiva del 1998. Nel 2007, dopo che per anni l’opinione pubblica italiana si era divisa tra fautori della severità e partigiani della clemenza per ragioni umanitarie (siamo sempre pronti a provare simili moti dell’anima per chi non ne ha mai provati in vita sua), a Priebke venne concesso il permesso di uscita da casa a determinate ore del giorno, per recarsi “al lavoro” nello studio del suo avvocato. Negli ultimi anni della sua vita aveva fatto discutere il regime di semilibertà sempre più lasco di cui aveva beneficiato (pur sotto stretta sorveglianza della polizia più che altro per la sua incolumità personale). Quest’anno, infine, in occasione del suo centesimo compleanno aveva potuto festeggiare con una passeggiata da cittadino praticamente libero per le strade di quella Roma in cui aveva seminato il terrore a piene mani settant’anni prima.
E’ morto senza una parola o un pensiero di pentimento Erich Priebke, a giudicare dal testamento che si è lasciato dietro e dall’atteggiamento fermo fino all’ultimo istante con cui si è rifiutato di rinnegare anche una sola singola azione del suo passato. “Negli anni 40, gli ordini si eseguivano e basta”. E’ la sintesi della sua vita, la perfetta rappresentazione di quella “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt fin dai tempi del processo Eichmann. Un male tra l’altro che in tempi divenuti nuovamente difficili quasi come all’epoca in cui la civile Berlino si affidò ad Adolf Hitler può reincarnarsi di nuovo con banale facilità.

Forse è per questo che, a chiudere l’ultimo tormentone lasciato in eredità da questo impiegato della morte a quell’opinione pubblica italiana che ha così a lungo torturato, è opportuno che si decida di disperderne le ceneri al vento. Perché non possano tornare a riunirsi come le vestigia di un mostro mitologico,  in un nuovo orrore che già da più parti viene invocato a gran voce.

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