giovedì 30 ottobre 2014

Il mestiere delle armi



 26 gennaio 2014

Ciò che dà valore alla guerra è la vittoria”, scrive Sun Tzu nella sua Arte della guerra, la bibbia insuperata – dopo 2.500 anni – per tutti coloro che si occupano di cose militari. Ci sono figure consegnate alla storia come eroi positivi solo perché la loro parte è stata quella che ha vinto, ai loro tempi. La storia, si sa, è sempre scritta da chi vince, non foss’altro perché è sopravvissuto. E chi vince esalta i propri eroi, difficilmente quelli del nemico vinto. Ci sono altre figure invece che passano alla posterità come negative, fanatici, assassini, incapaci, magari soltanto perché hanno combattuto dalla parte sbagliata, o almeno da quella che è risultata tale. Difficile dare il giusto spessore ai personaggi storici soprattutto a quelli che lo sono diventati da poco tempo e non hanno potuto ancora beneficiare del tempo galantuomo, ciò che nella maggior parte dei casi aggiusta le prospettive e ristabilisce le verità.
Quando si arrese nella primavera del 1974, circa 30 anni dopo la sconfitta del suo paese nella Seconda Guerra Mondiale, Hiroo Onoda fu sbrigativamente rubricato come uno degli ultimi esemplari di quel fanatismo portato alle estreme conseguenze che aveva condotto il mondo sull’orlo della catastrofe, quando l’ottusità nipponica e prussiana avevano preso il sopravvento impadronendosi delle menti e dei cuori di popoli altrimenti civili e avevano incendiato e devastato quasi ogni angolo del pianeta.
Nel 1944, il Giappone imperiale sentiva avvicinarsi la sconfitta, anche se non lo ammetteva esplicitamente a se stesso. Gli americani si erano ripresi rapidamente da Pearl Harbor e dopo tre anni stavano riconquistando tutto il Pacifico con la tecnica del “salto della rana”, da un’isola all’altra, e avvicinandosi pericolosamente alla madrepatria. Lo stato maggiore nipponico ricorse al tipico espediente della disperazione: infiltrare dei guerriglieri dietro le linee nemiche per compiere azioni di disturbo che ne rallentino l’avanzata.
Hiroo Onoda era stato addestrato per quello a Nakano, la scuola dei soldati fantasma. Fu spedito a Lubang, nelle Filippine, ad unirsi ai guerriglieri che avrebbero dovuto colpire alle spalle gli americani. Ma questi ormai correvano in discesa. Nel febbraio 1945 un attacco massiccio statunitense annientò il commando giapponese. Ne rimasero tre, tra cui Onoda, che decisero di mantenersi fedeli agli ordini e continuare una guerra personale. Il Giappone firmò la resa il 2 settembre di quell'anno nelle mani del generale McArthur, a bordo della corrazzata Missouri alla fonda nella baia di Tokyo. Il figlio del sole, l’Imperatore Hirohito, fu costretto a rinunciare alle sue pretese divine e a ordinare al suo popolo di riconvertirsi alla democrazia ed al mondo moderno, anche sulla spinta non indifferente delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nessuno si preoccupò sul momento dei fantasmi rimasti su alcune isole del grande oceano a coltivare il loro sogno estremo di fedeltà agli ordini ricevuti.
Poi, quando le popolazioni locali segnalarono diversi incidenti causati da questi guerriglieri che si mantenevano razziando e sparando, le autorità si posero il problema di individuarli e catturarli. I due compagni di Onoda furono abbattuti tra il 1954 ed il 1972. Nel frattempo, Onoda era stato dichiarato legalmente morto in Giappone, salvo poi essere fatto oggetto da una campagna finalizzata a ritrovarlo e a convincerlo ad arrendersi che coinvolse il padre, la sorella e tutta la famiglia. Alla fine, fu il vecchio maggiore Taniguchi, il suo ex comandante, a convincerlo. Onoda tornò in patria dopo 30 anni, accolto come un eroe dal governo del Giappone democratico.
E’ morto pochi giorni fa, a 91, dopo aver vissuto la seconda parte della sua vita come cittadino brasiliano. Il Giappone moderno era troppo per lui, non vi si riambientava. Il suo libro di memorie No surrender, i miei trent’anni di guerra, diventò un bestseller mondiale. Ha finanziato una scuola per bambini in Giappone e ha donato 10.000 a una scuola elementare a Lubang, l’isola che per trent’anni aveva terrorizzato come fantasma. Se n’è andato portandosi via il record di penultimo soldato nipponico ad arrendersi. L’ultimo era stato, a fine 1974, Teruo Nakamura, scoperto e arrestato a Taiwan ma morto pochi anni dopo per un cancro ai polmoni. Era sopravvissuto a una guerra mondiale e a trent’anni vissuti come Tarzan, ma non aveva retto di fronte al vero male del XX° secolo.
Pochi giorni prima di Natale se n’è andata un’altra figura controversa e singolare del secolo delle guerre mondiali. L’ex generale dell’Armata Rossa Mikhail Timofeevic Kalashnikov era un eroe dell’Unione Sovietica. Figlio di contadini siberiani, aveva 22 anni quando Hitler attaccò il suo paese con l’Operazione Barbarossa e per poco non lo mise in ginocchio, a causa della testardaggine con cui Stalin si rifiutò di credere ai rapporti delle spie che lo mettevano sull’avviso e delle purghe che avevano decimato i quadri degli ufficiali superiori della stessa Armata Rossa. Fu ferito in combattimento nell’ottobre 1941 e quindi destinato alle retrovie, a Mosca, dove gli fu affidata la progettazione dei carri armati. Il breve tempo trascorso al fronte gli era stato sufficiente per constatare l’impreparazione dei soldati russi, soprattutto nel campo degli armamenti. Qualche burocrate di partito di cui la Russia comunista sembrava pullulare aveva deciso poco prima della guerra che le armi a ripetizione non si confacevano all’esercito sovietico.
Ci mancò poco che i nazisti facessero un sol boccone dell’Unione Sovietica. La Grande Guerra Patriottica finì bene per l’U.R.S.S., malgrado 22 milioni di morti che avrebbero potuto essere evitati con una migliore preparazione. Fu nell’immediato dopoguerra e nell’insorgere della nuova Guerra Fredda con gli U.S.A. che Kalashnikov dette il suo contributo alla sicurezza del suo popolo e del suo regime, dando i natali al fucile a ripetizione che da allora avrebbe portato il suo nome e sarebbe diventato il più famoso – e utilizzato - del mondo. L’AK 47 (Avtomat Kalašnikova obrazca 1947 goda) fu subito adottato dall’Armata Rossa nei mesi in cui questa si disponeva ad affrontare un nuovo letale nemico, l’esercito americano.
LA carriera di Kalashnikov non ebbe più limiti, anche se non gli fu permesso di brevettare la sua invenzione, né tantomeno di sfruttarne i diritti d’autore. Eugene Stoner ha guadagnato un dollaro per ogni fucile M16 venduto all’esercito americano. Kalashnikov era destinato ad avere altre soddisfazioni, non certo quelle economiche che il sistema sovietico non consentiva. L’AK 47 conquistò un mercato vastissimo. L’arma era fatta apposta per diventare la preferita di eserciti, guerriglieri, terroristi e manovalanza della criminalità organizzata di tutto il mondo: costruita per funzionare alla perfezione alle temperature estreme del territorio russo, era di facile utilizzo ed ancor più facile manutenzione. Non precisissima, ma in fondo doveva sparare a raffica, e peraltro non si inceppava mai.
Il vecchio soldato che ha contribuito all’arte della guerra con un ordigno di pari importanza a quello messo a punto a Los Alamos da Oppenheimer e gli altri scienziati del Progetto Manhattan, se n’è andato a 94 anni a Izevsk, la sua città natale divenuta nel frattempo la capitale della repubblica di Udmurtia, una delle tante nate dal disfacimento dell’Unione Sovietica. Il generale non ha mai avuto dubbi sulla sua creatura: fu creata per difendere la sua patria, e pazienza se è finita e finisce tutt’ora in mano ai peggiori delinquenti e farabutti.
Nel 2002, aveva ricevuto i complimenti più graditi proprio da colui che aveva creato il prodotto che si era rivelato il concorrente più formidabile del suo AK 47. L’israeliano Uzi Gal, inventore dell’omonimo fucile, gli aveva confessato: “Lei è il più ineguagliabile e competente costruttore di armi”. L’U.R.S.S. ha perso la Guerra Fredda, ma il suo fucile a ripetizione ha vinto tutte le sue sanguinose battaglie.

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