mercoledì 3 dicembre 2014

RENZIADE: Storico incontro Renzi-Berlusconi, ovvero le Speranze d'Italia



 18 gennaio 2014

Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, imperatore romano d'oriente, è passato alla storia come Giustiniano il Grande per tanti motivi. Per essere stato il promotore di una vera e propria età dell'oro dell'impero romano superstite, quello orientale, ultimo sovrano di lingua e cultura latina e primo monarca di ispirazione greco-bizantina; per aver dato a Bisanzio-Costantinopoli l'impronta architettonica poi conservata per tutto il periodo imperiale fino alla conquista ottomana, e anche oltre, a cominciare da quel capolavoro che è Hagia Sophia, una delle meraviglie del mondo; per aver tentato con qualche successo di riunificare l'Impero Romano dei secoli gloriosi riconquistandone la parte occidentale caduta in mano ai Barbari. Ma soprattutto per aver perso la pazienza di fronte a quella babele che era diventato ai suoi tempi il diritto romano per la proliferazione di norme sempre meno coerenti e più particolaristiche nei secoli della decadenza.
Nel 535 d.C. Giustiniano consegnò al mondo antico il suo Corpus Iuris Civilis, la risistemazione della giurisprudenza greco-romana in un unico Codice, talmente ben costruito da arrivare ai giorni nostri come la base del codice civile e penale moderno. Nelle Facoltà di Legge si venera tutt'oggi Giustiniano come uno dei padri del Diritto, perfino in un paese come l'Italia che da sempre ambisce ad essere considerata di quel Diritto come la Madre. Tuttavia, il codice giustinianeo è rimasto nella storia malgrado fosse la celebrazione formale di una battaglia persa. Non fu un caso che bizantinismo nacque allora – in omaggio all'antico nome della capitale imperiale - come termine per designare un modo contorto di concepire politica, diritto e in ultima analisi viver civile.
Il diritto moderno si è sviluppato sugli effetti di una schizofrenia. Da una parte l'impianto culturale di una grande civiltà, quella romana, famosa soprattutto nella storia per aver dato ai popoli del mondo allora conosciuto e a venire la nozione stessa di Legge. Dall'altra la prassi distorta di una società precipitata negli intrighi di corte, nell'applicazione dell'unica legge sostanziale sopravvissuta di fatto ai Secoli Bui, quella del più forte, e resa appunto schizofrenica dalla necessità di trovare comunque una giustificazione morale, filosofica e religiosa a quello stato di natura retrocesso ai primordi, quello che fu definito dal grande filosofo inglese Thomas Hobbes dell'Homo Homini Lupus.
Questa lunga premessa è la concessione di chi scrive al tentativo di nobilitare con un fondamento storico l'ultima azione di un organo - di rango addirittura costituzionale - che a voler essere meno indulgenti (come il momento storico per la verità richiederebbe) si potrebbe definire una violenza carnale al diritto così come ce lo avevano consegnato i nostri antichi e gloriosi predecessori. Oltre che uno spregio al popolo sovrano a guardia della cui Carta Costituzionale, la fonte principale del diritto, sarebbe stata posta da dei costituenti assai fiduciosi.
Con sentenza n. 1 del 2004 la Corte Costituzionale ha reso pubbliche le motivazioni con cui ha messo fuori dell'ordinamento giuridico italiano la legge n. 270 del 2005, quella che conosciamo volgarmente - in tutti i sensi - come Porcellum, secondo la stessa definizione datane dal proponente, il senatore leghista Calderoli.
E' stata la legge elettorale con cui sono stati eletti gli ultimi tre Parlamenti, e non è cosa da poco per un popolo venire a sapere una bella sera che si è trattato di assemblee illegittime, incostituzionali. Non c'è alcun motivo per rimpiangere una siffatta legge, si badi bene. Ma è il modo di questa Corte – per dirla con il Manzoni – che ancor offende.
Una bella sera di due mesi fa, tanti ne sono passati, erano i giorni successivi alla decadenza di Berlusconi da senatore (nessuno annusa l'aria che tira più di un magistrato di lungo corso) e antecedenti all'elezione di Matteo Renzi il rottamatore a segretario del PD. Poi ci sono voluti, secondo costume inveterato, altri due mesi circa per il deposito di sentenza e motivazioni in cancelleria, per cui uno degli ultimi atti della Corte nel 2013 è finito per diventare il primo nel 2014.
Se uno ha la pazienza di leggere le oltre 15 pagine della sentenza, la ragione di un simile ritardo appare evidente. La traduzione in italiano moderno della lingua bizantina è un esercizio complicato, faticoso, e deve aver richiesto tutte le energie degli attempati giudici costituzionali, alcuni dei quali – come il buon Sabino Cassese – fanno danni ormai da diversi decenni. Se uno ha quella pazienza, e arriva comunque in fondo, si rende conto di come possa esser degenerato il nostro diritto dai tempi di Cicerone e Giulio Cesare, e malgrado la sistemazione del grande Giustiniano.
A differenza di altri consessi analoghi, come la Suprema Corte americana, la Corte Costituzionale non parla ad un popolo, con cui anzi rifiuta orgogliosamente e "costituzionalmente" ogni rapporto. Parla ad altri magistrati, che parlano lo stesso linguaggio, sacerdoti che celebrano misteri alla presenza di altri sacerdoti.
Del resto, questo era l'intento del Legislatore. La Corte interviene quando chiamata in causa da Corti di rango inferiore. Ci sono voluti otto anni perché di fronte a un qualunque Tribunale qualcuno si sentisse in diritto-dovere di eccepire la costituzionalità del Porcellum. Otto anni e tre legislature prima che un cittadino lamentasse di non aver potuto esercitare il suo diritto di voto "personale ed eguale, libero e segreto" come garantitogli dalla Costituzione e violato dalle liste bloccate decise dall'alto e dai premi di maggioranza.
Dopo tre gradi di giudizio, la Corte di Cassazione chiama in causa quella Costituzionale. Siamo arrivati in cima, nel momento in cui la Seconda Repubblica sta vacillando e tutto il Paese con lei. La Corte Costituzionale, vivaddio, ci mette quindici pagine di letteratura più o meno misteriosa per dire che quel cittadino ha ragione, le liste bloccate senza possibilità di preferenza e il premio di maggioranza su base regionale violano i principi costituzionali. Questa legge non ha posto nel nostro ordinamento perché ne viola dei principi essenziali, e pazienza che dai suoi meandri sono usciti gli ultimi tre Parlamenti, uno di centrosinistra, uno di centro-destra e uno non si sa di cosa, quello attuale. Per un malinteso principio di conservazione, gli atti prodotti da questi parlamenti illegittimi sono dichiarati dalla Corte perfettamente legittimi. Con buona pace dei padri e delle Madri del Diritto.
Si ritorna dunque al proporzionale, perché la 270 del 2005 decade solo per la parte che assegna i premi e regola la formazione delle liste. Del resto, il proporzionale è – per così dire – il modello base. Poi il popolo italiano ha scelto come accessori quelli del maggioritario, su cui a seguito dello storico referendum del 1993 c'è un dibattito – interessato - da vent'anni. Tocca al Parlamento, dice la Corte e grazie tante, fare una nuova legge. Lo dice la Corte (se uno ha la pazienza di decifrare dall'aramaico), lo dice il Presidente della Repubblica (che poi si inalbera se uno gli tocca il governo Letta, cioè la negazione di qualsiasi riforma), lo dicono le forze politiche presenti in Parlamento (che poi quella riforma in Parlamento non la fanno). E allora?
Serve qualcosa di nuovo. Ecco allora che il nuovo che avanza oggi decide di incontrare il nuovo che avanzava vent'anni fa. Matteo Renzi invita Silvio Berlusconi nella sede del PD. Fino a due mesi fa era più facile pensare al primo ministro israeliano che va a fare le vacanze d'estate a Gaza. Adesso Matteo invita e Silvio accetta.
Alle 18:30 del 18 gennaio 2014 lo storico incontro. Il vecchio leader anticomunista che fa lo storico primo ingresso nella sede dei post-comunisti. Il giovane leader dei post-comunisti e post-democristiani che lo accoglie a braccia aperte perché ha capito che quell'uomo è l'unico come lui veramente interessato a che tutto cambi non perché tutto resti come prima, come diceva invece il Gattopardo e come sperano tutti gli altri politici di questo Paese. Perché è l'unico che come lui vuole liberarsi della propria nomenklatura, prima ancora che di quella avversaria. Perché sono gli unici due che possono sperare di sopravvivere al confronto con la gente comune, se solo si liberano della rispettiva zavorra.
Dopo due ore di colloquio, e qualche contestazione in piazza e su Twitter di quelle forze minoritarie che non ci hanno messo molto a capire di cosa stanno parlando i due leader e che aria tiri per loro, si apprende che tra PD e Forza Italia c'è piena sintonia sulla legge elettorale. Per quanto la famiglia Letta – zio e nipote - aleggi sinistramente intorno a questo storico incontro, c'è aria di cambiamento epocale. Come per Attila e Leone I, come per Vittorio Emanuele II e Garibaldi, non sapremo mai esattamente cosa si sono detti il vecchio e il giovane oggi pomeriggio. Sapremo solo che da quel momento il mondo, almeno per noi italiani, non sarà stato più lo stesso.

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