domenica 23 novembre 2014

JFK

22 novembre 2013

Immagini in bianco e nero impresse nella memoria visiva e in quella collettiva di tutti coloro che c’erano, e anche di che è venuto dopo. Il filmato in superotto probabilmente più famoso nella storia dell’umanità intera. Il suo autore, il sarto cinquantottenne Abraham Zapruder, non immaginava certo la fama che il suo documentario era destinato ad acquisire quella mattina del 22 novembre 1963 quando scese in strada nella Dealey Plaza di Dallas per assistere al passaggio della limousine scoperta del presidente John Fitzgerald Kennedy, in visita al capoluogo texano assieme alla consorte Jacqueline Bouvier.
Vendidue secondi durò il filmato, dal momento in cui la vettura presidenziale sbucò da Elm Street nella piazza a quello in cui risuonarono gli spari che misero fine alla vita del suo illustre passeggero. La cinepresa catturò anche gli istanti in cui la First Lady, in preda al panico, istintivamente cercò di scendere dall’auto in corsa mentre il marito giaceva già riverso sul sedile imbrattato del suo sangue e della sua materia cerebrale. Poi Zapruder, sconvolto dal tragico sviluppo che aveva avuto quella che avrebbe dovuto essere una festa, spense la macchina e tornò al suo laboratorio. Salvo poi mettere il filmato a disposizione prima della stampa e poi delle autorità inquirenti. Una delle testimonianze più celebri, nell’ambito di una delle inchieste più famose e dall’esito più discutibile e discusso della storia.
Sono passati esattamente cinquant’anni, e sull’omicidio del Presidente della Nuova Frontiera, sul drammatico epilogo della vita di JFK, come lo chiamavano tutti affettuosamente non solo in America, sappiamo con certezza solo quello che c’è nel film di Zapruder e poco più. Sappiamo che un uomo di cittadinanza americana ma di fede marxista, reduce dall’URSS e con un passato di ex-marine prima e di sbandato poi, aveva ordinato per posta un fucile italiano risalente al tempo della guerra mondiale, un Manlicher-Carcano. Era un residuato bellico (e perciò vendibile senza tanti controlli e restrizioni) ma perfettamente funzionante, e con esso Oswald accarezzava l’idea di compiere un gesto eclatante contro un personaggio simbolo del mondo “capitalista”. La scelta era caduta sul simbolo più forte che il mondo avesse in quel momento: il giovane presidente degli Stati Uniti, l’uomo che aveva mandato in pensione la generazione politica della Seconda Guerra Mondiale e che aveva aperto (almeno nell’immaginario collettivo) le porte del futuro alla generazione che aveva di fronte la Nuova Frontiera: un nuovo idealismo che desse significato al secolo americano, la conquista dello spazio, i diritti civili per tutte le razze in America, la fine della Guerra Fredda e la distensione.
Ich bihn ein berliner.....
Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori e poi avallata dalla Commissione del Congresso presieduta dal presidente della Corte Suprema Earl Warren, Lee Harvey Oswald aveva agito da solo, portando il suo fucile all’ultimo piano del Texas School Book Depository e aspettando il passaggio del corteo presidenziale. Da lassù, lui che era un ex tiratore scelto del corpo dei Marines, aveva freddato il presidente riuscendo poi ad allontanarsi nella confusione che seguì, e venendo poi arrestato quasi per caso dalla polizia di Dallas.
Quello che era successo dopo era altrettanto clamoroso. Oswald non arrivò mai ad essere interrogato da nessuno, due giorni dopo l’attentato fu ucciso a sangue freddo (malgrado fosse scortato dai poliziotti) durante un trasferimento da un cittadino a suo dire indignato per il suo gesto: il losco Jack Ruby, personaggio quanto mai equivoco legato a quella malavita che era da tempo accreditata quale acerrima nemica del presidente e del suo fratello Bobby, Ministro della Giustizia che aveva dichiarato guerra alle cosche.
La "vendetta" di Jack Ruby su Lee Harvey Oswald
Warren e gli altri inquirenti non trovarono nulla di strano nella ricostruzione ufficiale di tutta questa strana catena di eventi, e dopo tre anni di indagini archiviarono il caso come il tragico gesto di uno squilibrato. A tenere viva la fiaccola del dubbio provò il procuratore di New Orleans (città alla quale conducevano diverse piste connesse alle persone che a vario titolo erano entrate nell’indagine ufficiale), Jim Garrison, che dovette cedere le armi alla fine nel 1967 dopo essere rimasto isolato da un establishment che ormai aveva voltato pagina, e che dell’affaire Kennedy non ne voleva più sentire parlare. Quale che fosse stata la verità, i tempi stavano cambiando e i venti del 68 e della contestazione alla Guerra del Vietnam (che Kennedy aveva cercato di scongiurare, o almeno limitare) imponevano nuovi temi all’opinione pubblica americana.
Il lavoro di Garrison fu ripreso dal regista Oliver Stone, che nel 1991 riassunse la storia delle indagini nel suo “JFK un caso ancora aperto”. La confutazione del rapporto Warren era totale, Oswald non poteva aver agito da solo, forse aveva fatto soltanto da specchietto per le allodole. La dinamica degli spari (che indicava un tiro incrociato) escludeva la tesi dell’assassino isolato. I risultati dell’autopsia erano stati secretati o inquinati, molti testimoni oculari di quella mattina alla Dealey Plaza sparirono misteriosamente negli anni successivi. Kennedy era amato dal popolo americano come pochi altri presidenti, ma in soli tre anni si era fatto nemici potenti. Non solo le cosche mafiose dei Marcello, Giancana e Trafficante, ma anche la potente lobby militare-affaristica che premeva per un maggiore impegno nel Vietnam e per l’abbandono della distensione con l’URSS, e persino l’ambiente degli esuli cubani scottati dal fiasco alla Baia dei Porci.
Il figlio dell’emigrato irlandese diventato uno degli americani più ricchi e potenti aveva suscitato grandi sogni. “Non chiederti cosa può fare per te il tuo paese, ma cosa puoi fare tu per il tuo paese”. Se fosse vissuto, Kennedy avrebbe forse incanalato quella che pochi anni dopo sarebbe diventata la contestazione giovanile in un nuovo idealismo americano (e forse mondiale). E chissà se sarebbe riuscito davvero a scongiurare tragedie come quella del sud-est asiatico (58.000 morti americani e non si sa quanti vietnamiti) e come la ripresa della Guerra Fredda. JFK divenne il nemico di chi aveva bisogno di mantenere il mondo in uno stato conflittuale. Mentre era a Berlino nell’estate del 1963 a sfidare il muro dei comunisti, “Ich bihn ein berliner”, qualcuno di molto più potente di Oswald si stava armando per porre fine alla sua Nuova Frontiera.
Questa è la storia che tutti conoscono, almeno nel suo epilogo. Il dramma di Dallas impressionò  profondamente l’anima del mondo e costituì una svolta nella sua storia con pochi altri precedenti nel passato. Cento anni prima era toccato ad Abraham Lincoln, il presidente della abolizione della schiavitù, cadere sotto i colpi di un fanatico sudista quando già la sua battaglia era vinta. John Wilkes Booth, come Lee Harvey Oswald un secolo dopo, divenne il capro espiatorio per l’eliminazione di un presidente troppo amato dalla gente e troppo odiato da chi non voleva che la Costituzione americana fosse presa troppo alla lettera dal popolo.

Gli spari di Dallas risuonarono in tutto il mondo, e risuonano ancora. Un anno dopo la morte di Kennedy scoppiarono a Berkeley in California le prime rivolte studentesche, due anni dopo i primi disordini per motivi razziali. Quando nel 1968 toccò a Bobby cadere sotto i colpi di un altro improbabile “fanatico isolato”, il palestinese Shiran Shiran, a Los Angeles durante la campagna elettorale per succedere al fratello alla Casa Bianca, l’America era impantanata nel Vietnam fino al collo. E soprattutto aveva perso per sempre la sua ingenuità e la sua fiducia nelle istituzioni progressiste, nel sogno americano che fino a Dallas non aveva conosciuto interruzioni o ostacoli. E la storia degli ultimi 50 anni è stata tutta diversa da quella che avrebbe potuto essere.

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