lunedì 7 marzo 2016

Il nome che porto

Quell’anno la Colombina non aveva fatto scoppiare il Carro. Come dicevano i vecchi, era un presagio infausto. Significava disgrazia in arrivo.
La notte tra il 3 ed il 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini in vari punti del suo corso, dopo una settimana abbondante di piogge torrenziali. Non fu il solo a farlo, mezza Toscana andò sott’acqua. Ma dalle prime ore di quella mattina del 4 novembre all’opinione pubblica di tutto il mondo restò impressa, e fatalmente finì per interessare, una cosa sola: sott’acqua c’era andata tutta Firenze.
Appena le acque dell’Arno si ritirarono, la città che era diventata Venezia per un giorno si ritrovò ridotta come il Padule di Fucecchio. Una marea di fango, detriti e suppellettili. Una marea di gente che piangeva disperata per tutto ciò (e in alcuni casi ancora più drammatici per tutti coloro) che aveva perso, mentre si rimboccava le maniche per cominciare a riaprirsi la strada verso la sopravvivenza e una vita normale.
Da sinistra verso destra: Borri Mario, Angelo e il piccolo Simone
Mio padre lavorava al Provveditorato alle Opere Pubbliche, in Via de’ servi 15. Un palazzo storico, splendido dentro e fuori come solo i palazzi del centro di Firenze possono essere, figli di una nuova epoca classica dell’arte rinnovata dall’antica Grecia in Toscana dalla famiglia Medici. Mi ci aveva portato da bambino, quando la mamma non poteva tenermi a casa. I nonni, anziani, erano lontani, a Siena. Le nonne se n’erano appena andate. Io giocavo da solo nei corridoi e negli androni di quel palazzone aspettando che il babbo finisse di lavorare.
Ce ne fu per lui di lavoro dopo quel 4 di novembre. Non ebbe più orari. Si ritrovò ad essere uno dei tre funzionari a cui fu messa in mano la ricostruzione di Firenze e del resto della Toscana, oltre al risarcimento dei danni ai privati. Circa 33.000 pratiche soltanto per l’abitato di Firenze. Lui, Nello Riccio (il padre di quel dottor Mario che molti anni più tardi avrebbe misericordiosamente aiutato Piergiorgio Welby a porre fine alle sue sofferenze, allora mio amico d’infanzia) e Francesco Sirgiovanni (con cui avrei avuto il piacere di lavorare 20 anni più tardi, imparando un mestiere che loro avevano dovuto mettere a punto allora, in mezzo al fango e ai disastri dell’Alluvione).
Ognuno di loro tre si ritrovò a gestire risorse ingenti, per far fronte a danni ingenti. Prima che arrivassero gli Angeli del Fango e il resto del mondo. Mio padre da solo si ritrovò in mano – mi racconta sempre la mamma, orgogliosa – circa sei milioni di lire di allora per affidare a trattativa privata le opere di ripristino. La quantità di denaro che gestì poi per risarcimento ai privati è incalcolabile. Sempre più orgogliosa, la mamma continua a dirmi che di quei soldi neanche una lira finì in casa nostra. Lo stipendio di mio padre allora si aggirava sulle 50.000 lire al mese. Le entrate di casa mia rimasero quelle.
Mio padre non ha mai avuto una onorificenza della Repubblica, né allora né dopo. Non lo ricorda nessuno, se non coloro che – se sono ancora vivi – sanno ancora oggi che ebbero la fortuna di capitare provvidenzialmente alle mani di quel giovane funzionario che di quei 33.000 si ricordava nome, cognome e numero di pratica, e che a tutti assicurò giustizia e risarcimento al meglio che poteva. L’unica onorificenza è la nostra memoria, di noi di famiglia che non abbiamo avuto altro in eredità che il frutto del suo lavoro, ma soprattutto un nome da portare con orgoglio, come pochissimi altri a Firenze allora e dopo si sono potuti permettere di vantare.
Quando nel 1972 il primo aprile passò alla Regione Toscana insieme a molti altri impiegati per effetto del decentramento amministrativo finalmente attuato quell’anno, Mario Borri era già un nome conosciuto e rispettato dentro e fuori i pubblici uffici. Di quella Regione fu a buon diritto uno dei padri fondatori. Un membro di quella elìte che poté aggiungere a quanto aveva già fatto l’orgoglio di aver messo su dal nulla una macchina amministrativa che tutta l’Italia allora ci invidiava.
Il bambino che aveva giocato nell’ufficio del babbo negli anni dell’Alluvione adesso era diventato un ragazzo che andava a trovare il babbo nel nuovo ufficio, il palazzo allora ancora in costruzione a Novoli. C’era solo, terminato, il palazzo A, quello più lontano dalla strada. Il palazzo B era uno scheletro e io sono stato uno dei primi a metterci piede, assieme a mio padre. A quel tempo il processo di maturazione di quel ragazzo che ero stava giungendo a compimento. L’orgoglio che provavo per quel padre mi ha segnato la vita, perché adesso capisco perfettamente che avevo deciso già allora di tentare di seguirne le orme. Di essere come lui.
Sono stato, adesso lo so, un grande presuntuoso. Non era pensabile di lavorare dove aveva lavorato un padre così, con tutto quello che aveva fatto e che inevitabilmente sarebbe stato un termine di paragone schiacciante nei miei confronti. Chi lo aveva stimato magari avrebbe trasferito su di me stima e affetto, rendendomi la mia strada più facile di quello che avrebbe dovuto essere. Chi lo aveva invidiato o – più o meno segretamente – avversato, avrebbe atteso di presentare a me un conto che non aveva potuto presentare a lui. Come puntualmente avvenne.
Le difficoltà nella vita fortificano, fanno bene. Ma non erano quelle che avrei avuto se avessi scelto qualsiasi altro lavoro. Invece non vedevo altro, e al primo concorso che uscì, lo detti, lo vinsi, e cominciai un’avventura che non poteva portarmi da nessuna parte. Per 30 anni ho potuto fare una cosa sola: mantenere il cognome che ho ricevuto dal babbo così come me l’aveva passato lui, per poterlo passare a mio figlio intatto, con lo stesso valore incomparabile.
Ma non ho rimpianti. La storia che ho io ce l’hanno in pochi, in quel posto che adesso è finito in mano a una banda di occupatori di cariche pubbliche senza altra arte né parte che il diritto di preda che i razziatori si prendono con la forza. Quel posto dove l’insegna giace semisepolta nel fango, come la Statua della Libertà nel Pianeta delle Scimmie. Quel fango dove l’altro ieri giaceva la bandiera italiana, gettatavi da qualche operaio migrante di quelli che hanno fatto venire consapevolmente a gettarci nel fango tutti, con la compiacenza di qualche scherano che si ricorda del proprio dovere d’ufficio soltanto il 26 di ogni mese e quando il padrone ordina.
Il babbo, andato in pensione, non aveva voluto tornare neanche una volta in quell’ufficio che lui aveva contribuito ad edificare dal nulla. Quasi se lo sentisse che era destinato a questo tracollo e non volesse vederne neanche le prime avvisaglie. Di quell’ufficio che mi aveva mostrato orgoglioso da bambino e da ragazzo, segnandomi per sempre, non resta più nulla. Se non la memoria mia e ormai di pochi altri.
Come ogni anno, cerco di trascorrere la ricorrenza del giorno che se ne è andato lontano dal lavoro. Per non avere da passare questo giorno in quel posto. Che non sarebbe niente se non fosse stato per pochi uomini come mio padre, e che tuttavia di quei pochi uomini come mio padre non ha salvato niente.
Alla fine ha vinto il fango.

sabato 5 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Caporetto viola

Cronaca di un disastro annunciato. La spedizione romana della Fiorentina nasceva sotto pessimi auspici, non solo per il calendario assurdo che costringeva i viola a tornare in campo a soli quattro giorni dalla splendida ma dispendiosa prova contro il Napoli. La Roma, rigenerata da Spalletti e da un mercato di gennaio che in riva all’Arno possiamo solo invidiare, è invece nel suo momento migliore, e non fa mistero di puntare legittimamente più che al terzo posto della Fiorentina addirittura al secondo del Napoli.
Poi c’è tutto ciò che si muove fuori dal campo attorno alla società giallorossa e a quella viola. Alla vigilia arriva la sentenza sul ricorso di Viale Manfredo Fanti sulla squalifica a Zarate. Confermati i tre giorni, con argomentazioni che avrebbero fatto la gioia dei legulei medioevali che tentavano di stabilire il sesso degli angeli o la differenza tra l’anima della donna e quella dell’uomo. Perisic nel frattempo fa di ben peggio di Zarate in Inter – Juventus, ma evidentemente è soggetto ad altra giurisdizione e non va oltre un cartellino giallo.
In compenso, niente di nuovo all’orizzonte per quanto riguarda il caso Salah. Il tribunale europeo ha rinviato la decisione a data da destinarsi, probabilmente a quando i protagonisti saranno vecchi e decrepiti, e la questione si sarà risolta da sola. Nel frattempo, il Messi delle Piramidi può giocare dove vuole, e figuriamoci se non fa danni a una difesa come quella viola, le cui maglie della rete sembrano allargarsi sempre di più ad ogni partita come in ossequio a qualche normativa europea.
La Fiorentina scende in campo all’Olimpico con la giusta spavalderia, determinata a dimostrare che tra lei e l’avversaria capitolina non è la seconda a giocare meglio a pallone quest’anno. Ma come il Settimo Cavalleria di Custer, la sua è una impresa disperata e basta un niente a farla fallire. Come già con il Napoli, si prosegue in pratica la partita dell’andata: Fiorentina che parte a spron battuto mettendo indietro la Roma, la quale però segna con facilità irrisoria (quella di Salah) alla prima occasione e dopo si limita ad attendere i frastornati avversari e ad affettarli in contropiede senza pietà.
Roma per i viola è l’ambito prediletto di applicazione della celebre Legge di Murphy: se qualcosa può andar male, lo farà. Va male tutto ai ragazzi di Paulo Sousa, che già se la sente scivolare nel pre-partita preferendo chiamare fuori Milan Badelj e mettere dentro Tino Costa, in ossequio al principio che meglio un ciuco sano di un cavallo di razza stanco. Anche Tello per qualche motivo non lo convince, e si sistema in panchina, mentre dalla sua parte ritorna un poco convinto Bernardeschi. Dietro Roncaglia, a fianco di Gonzalo e di un Astori comprensibilmente desideroso di una rivincita che non arriverà. Davanti i due IC, Kalinic e Ilicic: palle giocabili pochissime, palle giocate zero. Anzi no, un colpo di testa di Kalinic che in realtà non esiste e non va a referto, un tiro di Ilicic che meriterebbe miglior sorte appena prima dell’inizio della grandine giallorossa.
Per venti minuti la Fiorentina illude i suoi tifosi, e mette apprensione a quelli della Roma. Che stanno vivendo tra l’altro un momento particolare, combattuti tra il desiderio di assecondare il cavallo di ritorno Spalletti nel suo programma di recupero di posizioni più consone alla recente tradizione giallorossa (ed al bilancio societario, che per le note vicende non può prescindere dalla partecipazione alla Champion’s) e la ragione del cuore, senza se e senza ma. Quella ragione che ha un nome solo, indiscutibile: Francesco Totti.
Va a finire che Francesco, da vero core de Roma, si va a sedere in panchina senza ulteriori polemiche ed aspetta sornione il suo momento. Quasi se la senta che i suoi compagni avranno ragione presto di questa Fiorentina e renderanno possibile la sua ennesima passerella, magari nella ripresa. Anche Spalletti è sornione, ha avuto ragione di Fiorentine più forti in passato, magari anche la sua Roma del passato era più forte.
Il discorso è che quando davanti hai Mohamed Salah gli schemi di gioco diventano un dettaglio. L’egiziano è incontenibile, per chi lo deve marcare come per chi gli deve far sottoscrivere un contratto. Roncaglia fa quello che può, ma quando parte regolarmente sul filo del fuorigioco – quasi una reincarnazione all’ennesima potenza di Pippo Inzaghi – fermarlo è una lotteria. Va bene una prima volta, la seconda no.
L’arbitro è toscano, il sig. Massimiliano Irrati di Pistoia e non arbitrerebbe nemmeno malaccio, almeno finché non consente a Miralem Pjanic di amputare quasi un piede a Borja Valero. La partita dello spagnolo finisce lì, quella del bosniaco continua imperterrita. Poco prima uno splendido colpo di testa di Kalinic è stato vanificato dalla parata di Szczęsny, ma soprattutto dalla bandierina del guardalinee, che lo coglie in fuorigioco infinitesimale. Altrettanto varrebbe per Salah quando parte sulla destra al 22’, ma nessuna bandierina si alza e l’egiziano può mettere in mezzo per El Shaarawy, liberissimo. Tatarusanu è fresco di miracolo su Higuain, ma sul tocco dell’italo – egiziano ex Milan non può niente.
Cala il sipario sulla speranza viola di far partita a Roma. Da quel momento la salita da scalare diventa ripida come quella del Pordoi al giro d’Italia. A conferma della Legge di Murphy, non si fa in tempo a rammaricarsi per la svista arbitrale e per essersi fatti prendere di contropiede come polli, che Salah è di nuovo al tiro. Stavolta tocca ad Astori, proprio a lui, farsi carico di rievocare la Nemesi, il destino avverso che coglie sempre la Fiorentina quando gioca a Roma. La sua deviazione rende la parabola beffarda, mandandola ad insaccarsi alle spalle di Tatarusanu. 2-0, dopo soli 2 minuti, 24 complessivi, per la Fiorentina è notte fonda.
Esce Borja Valero per quel Tello che forse avrebbe dovuto partire fin dall’inizio. Non si fa in tempo a prenderne atto che si ferma anche Vecino. Contrattura, tempi di recupero non brevi, inventare un centrocampo nelle prossime partite per Paulo Sousa sarà come risolvere il Cubo di Rubik. Ma oggi non c’è tempo di piangere. Va via El Shaarawy per non essere da meno di Salah, mette al centro e Perotti gli segna una terza rete in fotocopia della sua. Tre gol, segnati da tre giocatori che secondo certa stampa bene informata erano tre obbiettivi di mercato della Fiorentina. Tre gol che fanno la differenza – stasera abissale – tra il terzo ed il quarto posto. E non aggiungiamo altro per carità di patria, e di società.
Si salva solo Tello, che essendo giovane e spagnolo non sa nulla del male oscuro che coglie sempre la Fiorentina quando gioca con la Roma, o i Della Valle quando si affacciano alla zona Champion’s. Uno dei suoi spunti alla Joaquin vale un calcio di rigore per la falciata di Digne. Irrati stavolta non ha dubbi e accorda. Ilicic, che almeno da fermo quest’anno è ineccepibile, trasforma.
La ripresa della Fiorentina è un tiro di Roncaglia che esce di un niente, confermando che gli Dei da queste parti non amano gli audaci, ma nemmeno gli sprovveduti. Poi va via di nuovo Salah, e il 4-1 tra le gambe di Tatarusanu appare una beffa eccessiva, quanto è più di uno dei Tweet del suo procuratore.
A un quarto d’ora dalla fine, con la Fiorentina stordita come un pugile che ha incassato troppi pugni, Roma si alza in piedi. Entra Francesco Totti. Da quel momento i suoi compagni cercano solo di regalargli – e regalare alla platea estasiata – quel gol che chiuderebbe un paio di settimane difficili per Roma e i romanisti e consacrerebbe ulteriormente la leggenda dell’ottavo Re di Roma. Il Pupone ci va vicinissimo su punizione, scheggiando il palo. Cinque gol sarebbero forse troppi per una squadra, quella viola, che ha fatto miracoli ad arrivare fin qui con gli uomini contati, e che adesso fatalmente deve lasciare il passo a chi ha la panchina più lunga e le energie più fresche.
Due notazioni finali. Del Bernardeschi che caparbiamente si danna l’anima a cercare soluzioni personali per tutto il secondo tempo a volte ignorando compagni apparentemente meglio piazzati si può pensare ciò che si vuole, ma un giocatore così non resterà a lungo ad intristirsi in un ambiente dove il talento serve solo a fare plusvalenza. E quando come El Shaarawy lo vedremo in una squadra che sa valorizzare la sua classe, allora sì che sarà troppo tardi per rammaricarsi, altro che per le paturnie di Andrea Della Valle.

La seconda annotazione riguarda la società. Anzi, in ultima analisi preferiamo non farla neanche. Dopo il 1982, siamo stati due volte in testa alla classifica. Una volta fu comprato di rinforzo Ficini, una volta Kone e Benalouane. Con il dovuto rispetto, Befani e Baglini si rivoltano nella tomba.

giovedì 3 marzo 2016

CONTROCORRENTE: La bandiera nel fango

Stamattina sono partito da casa in mezzo a una bufera di neve per andare a lavorare. Credo di essere l'unico nella storia della pubblica amministrazione italiana, e già per quello mi viene da pensare che ho qualcosa che non va. Poi arrivo qui, alla Regione Toscana, giusto in tempo per assistere all'opera di una banda di kossovari, bosniaci e non so che altro, operai della tramvia, che tirano giù a mazzate i pennoni su cui si ergeva l'insegna della Regione insieme alle bandiere di Toscana, Italia e Comunità Europea. La Regione ha dato via un pezzo del prato antistante i suoi uffici di Novoli perché vi sia realizzata sopra l'orrenda centralina elettrica a servizio della orrenda tramvia. Di qui lo scempio.
MI avvicina la guardia giurata, e sapendo come la penso ha il coraggio di dirmi: non hai visto tutto. Alle sette, quando sono arrivato io, c'era la bandiera italiana nel fango, evidentemente da ieri sera, abbandonata lì.
Se fosse una persona con la quale si può ragionare, mi rivolgerei al Governatore di questa Regione (astenendomi per motivi di sopravvivenza dalla fila di insulti con i quali lo apostroferei volentieri, e non da oggi) chiedendogli se gli sembra normale quella bandiera nel fango.
Oltre ai quasi trent'anni di servizio civile, io ho dato quindici mesi della mia vita a questo paese, impegnandomi a proteggerlo con le armi e ad onorare quella bandiera. Come me, tanta altra gente, molta della quale ormai morta e sepolta nei cimiteri di guerra (la guardia aveva quasi le lacrime agli occhi mentre mi parlava stamattina, essendo uno che la pensa al mio stesso modo). Morta perché degli individui abbietti, organizzati in un partito abbietto, ereditassero alla fine questo paese e lo coprissero di merda.
Mio padre non c'é più da tempo, gli è stato risparmiato di vedere che cosa è diventato il posto a cui aveva dedicato le energie migliori della sua vita. Ma io ci sono, e quella bandiera nel fango è una questione che non finisce qui.
Se Dio vorrà, io e te ci troveremo prima o poi faccia a faccia, signor Governatore.

mercoledì 2 marzo 2016

Come Natura crea, Alfano conserva



«Abbiamo evitato l’approvazione di una legge contro natura». Così Angelino Alfano subito dopo il voto del Senato alla legge sulle unioni civili che era entrata in aula come proposta Cirinnà e che alla fine ne esce senza che nessuno sappia più come chiamarla, a prescindere da come la pensi.
Sempre a prescindere, è una delle pagine più nere della storia civile d’Italia. La frase infelice del vicepresidente del consiglio riporta alla mente epoche oscure che si credevano ormai superate. E’ forse questo – più del voto decisivo di Verdini e dei verdiniani che apre ufficialmente la crisi del partito democratico – l’aspetto peggiore di tutta la questione, da qualunque prospettiva la si guardi.
Bisogna risalire probabilmente al pontificato di quel papa Pio XII di cui ricorre oggi l’ascesa al Sacro Soglio pontificio per trovare esempi di consapevole discriminazione di orientamento sessuale da parte di un esponente della compagine governativa italiana. Erano altri tempi, un’altra società. Il cardinale romano Eugenio Pacelli era diventato successore di Pietro il 2 marzo 1939, in un momento in cui sembrava che Nazismo e Comunismo avrebbero fatto a gara per spazzare via il mondo.
L’Ultimo dei Papa Re aveva regnato su una Chiesa Cattolica a cui la società non riconosceva più alcun potere temporale, ma ancora tutto quello spirituale, compreso di stabilire cosa era secondo natura e cosa contro. Lo Stato italiano, pur nella forma repubblicana, era ancora quello dei Patti Lateranensi e obbediva ossequiosamente. Roma era città sacra, per dirne una, e non si poteva affiggere manifesto pubblicitario o proiettare film contrari alla pubblica morale: quella stabilita da una censura che più che dal Viminale prendeva istruzioni e direttive direttamente Oltretevere.
Di tutto questo credevamo di esserci liberati – come collettività – dopo il Concilio vaticano II e la liberalizzazione della nostra società dal punto di vista non soltanto sessuale, ma più in generale laico operata dagli anni sessanta in poi da una componente riformatrice (Partito Radicale in primis, ma non soltanto) che aveva cominciato in sordina, tra gli strali e gli sberleffi della classe dominante e della suddetta morale comune ma che poi aveva finito per ingrossare fino a diventare un’onda oceanica. Uno tsunami che aveva adeguato le nostre istituzioni a quelle del resto d’Europa.
Restava indietro per l’appunto il Diritto di Famiglia, e scusate se è poco, visto che a norma della nostra laicissima Costituzione la famiglia è tutt’ora la base irrinunciabile della nostra convivenza civile. Più difficile stabilire che cos’è famiglia e come gestirla. La materia era stata fatta oggetto di significative riforme: una nel 1975 aveva finalmente recepito e sistematizzato il quadro normativo “sconvolto” dalla legge Fortuna – Baslini e dal referendum abrogativo che aveva mantenuto nel nostro ordinamento il divorzio a seguito del celebre e storico NO, l’altra nel 1987 aveva introdotto importanti innovazioni – per l’epoca – soprattutto in materia di minori e loro tutela.
Dopo quasi trent’anni, alzi la mano chi può dire che il mondo in cui viviamo, perfino nella nostra arretrata Italia, ha ancora qualche parentela con quello del 1987. Serviva una nuova legge quadro per il diritto di famiglia che fosse frutto magari della elaborazione più serena possibile da parte di componenti sociali e loro rappresentanze con l’ausilio di addetti ai lavori. Così come Gino Giugni aveva firmato lo Statuto dei Lavoratori, Franco Basaglia la riforma degli istituti psichiatrici, Franco Bassanini la riforma della pubblica amministrazione e via dicendo, serviva una personalità che – a differenza di quanto è stata oggettivamente in grado di fare la pasionaria Monica Cirinnà – raccogliesse le istanze della società civile e desse loro “sistema”.
Niente di tutto ciò. Lo scontro frontale che si è creato fin da subito tra fautori delle unioni e delle adozioni gay (come se tutto il resto della società italiana, la componente peraltro maggioritaria, non fosse interessata o addirittura afflitta da problematiche analoghe) e fautori della “legge naturale” secondo la vulgata vaticana ha privato il nostro paese dell’opportunità di mettersi al pari con l’Unione Europea in uno dei settori onestamente più delicati della legislazione e del codice civile.
Sinistra oltranzista e destra clericale l’hanno fatta spesso da prepotenti padroni nelle nostre dinamiche societarie. Ma francamente non immaginavamo di trovarci nel 2016 ad assistere allo spettacolo di una pessima legge approvata per di più a brandelli e da maggioranze innominabili, mentre da un lato i facinorosi filo-Cirinnà maledicono tutto e tutti (compresi eterosessuali e minorenni che avrebbero beneficiato solo in parte di un disegno di legge cervellotico e astruso) e promettono vendette come il truce Suyodhana capo dei Thughs nei Misteri della Jungla Nera di salgari, mentre dall’altra i vandeani di Alfano inneggiano a un diritto naturale che sembra francamente quello in nome del quale fu bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori Giordano Bruno, sempre per restare in tema di ricorrenze.
La frase di Alfano è brutta, che più brutta non si può. Ma più brutto ancora è il fatto che in questa vicenda politica nessuno si preoccupi del consumatore finale della norma prodotta: il cittadino. Che avrebbe bisogno di sapere come regolarsi allorché intenda convivere con un partner quale che sia, che avrebbe bisogno e soprattutto diritto di vivere – da minorenne - in realtà più gratificanti ed edificanti degli orfanotrofi senza dover dipendere dal buon cuore di qualche assistente sociale più illuminato, che avrebbe bisogno di vedere i soldi che paga di tasse da cittadino spesi un po’ meglio di quanto non avvenga adesso da parte della propria classe politica. Che continua a cedere tra l’altro ad uno stato estero, il Vaticano, la propria prerogativa sovrana di potestà legislativa, e se ne vanta pure.
«Padre, Padre….libera chiesa in libero stato….» Furono le ultime parole sul letto di morte di Camillo Benso Conte di Cavour, il primo presidente del consiglio della storia d’Italia. L’ultimo pensiero del padre del Risorgimento prima di chiudere gli occhi per sempre fu quello di lasciarsi dietro un paese che seguisse presto l’esempio dei grandi stati liberali d’Europa, Francia e Gran Bretagna. Il suo ultimo e più giovane successore, quel Matteo Renzi venuto su promettendo riforme a destra e a manca e purtroppo attuandole, può vantarsi di una legge che forse avrebbe scontentato perfino il cardinale Bellarmino, il boia di Giordano Bruno. Il quale si sarebbe forse servito senza scrupoli di un Denis Verdini, ma difficilmente l’avrebbe fatto sedere accanto a sé sugli scranni del Santo Uffizio.
Quanto ad Alfano, per definirlo abbiamo terminato le immagini del bestiario. La nostra fantasia non arrivava a tanto. Che la natura, la nostra disgraziata natura di italiani, faccia dunque il suo corso.

martedì 1 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Uno splendido inutile pareggio



Sono passati quattro mesi, e sembra di assistere al terzo e quarto tempo della stessa partita, quasi fosse un play off di basket. Al San Paolo la Fiorentina aveva perso piangendo se stessa, essendo causa del suo mal. Ma aveva messo per buona parte del match il Napoli in difesa, per la prima e unica volta costretto a lasciare altrui il possesso palla. Si riparte di lì, come se il tempo, e qualche delusione, non fossero nel frattempo passati.
Quattro mesi dopo la Fiorentina si ripete facendo ancora la partita, una splendida partita, contro un Napoli che ha un estremo bisogno di tre punti per non cominciare a dire addio fin da adesso alle chances scudetto. E’ un derby delle “deluse d’Europa”, l’occasione per ributtarsi a capofitto nell’unico obbiettivo rimasto, il campionato. E’ un match da “dentro o fuori”, come quelli di Coppa. Chi vince va avanti nella sua corsa, chi perde rischia – metaforicamente parlando – di fare qualche corsa con i tifosi dietro.
Si riaffaccia alla tribuna Autorità Andrea Della Valle, che ha dismesso i panni del Pelide Achille offeso e ritirato nella propria tenda, ma che complice anche la bella prova dei suoi stipendiati non resiste a lanciare qualche strale sibillino, contro coloro che l’hanno impermalito: “Spero che non capiscano troppo tardi quanto amo la Fiorentina”. E’ inutile commentare che al più giovane dei patron viola sfugge evidentemente il calembour, il gioco di parole insito nelle sue affermazioni. Aumenta sempre di più ogni giorno infatti il numero di coloro a Firenze che sperano che la sua famiglia non capisca troppo tardi quante speranze la città aveva riposto in essa. Per ritrovarsi il più delle volte con un pugno di Kone e Benalouane in mano.
Le sorprese non si esauriscono con il ritorno del “fratello prodigo” al Franchi. Al momento di ufficializzare le formazioni esplode la bomba: Napoli al completo (il momento è cruciale per i ragazzi di Sarri), nella Fiorentina invece fuori Federico Bernardeschi. Al suo posto Mati Fernandez, rilanciato dalla buona prova di Bergamo. Il numero 10 invece forse è “in punizione” per gli eccessi di egoismo contro il Tottenham? Se così fosse non sarebbe la prima volta che Paulo Sousa reagisce escludendo chi non segue strettamente i suoi dettami. In panchina intristisce da mesi Khouma El Babacar, giocatore per cui a certe latitudini sono disposti, pare, a sborsare diversi milioni di euro.
Diversamente, forse il mister vede più adatto alla circostanza il cileno che giovedi è stato risparmiato dalla battaglia di Londra. Nel calcio non esiste mai la riprova, come nelle quattro operazioni matematiche. Forse un Bernardeschi nei suoi “cenci” avrebbe fatto sfracelli inserito nella Fiorentina travolgente del primo tempo. Sta di fatto che Matias oggi sembra un altro giocatore, dandola via sempre di prima e sempre al compagno più smarcato. Parte dell’ottima impressione destata dai viola nel primo tempo è anche merito suo.
Si gioca con la difesa a tre, con Roncaglia al posto di Tomovic ed Alonso e Tello a cui vengono affidate le fasce. Lo spagnolo del Barcellona è forse la sorpresa più clamorosa e gradita della serata. In progresso costante partita dopo partita, stasera si pone subito come una spina che Khoulibaly ed Albiol riescono con molta fatica ed altrettanta fortuna a togliere dal fianco del Napoli, non prima di aver tremato violentemente in almeno tre o quattro occasioni. Completano il mazzo il centrocampo titolare ed un Kalinic che da stasera dobbiamo considerare finalmente in ripresa.
Si parte subito a spron battuto, ed al quinto minuto già la torcida viola sogna. Su calcio d’angolo Marcos Alonso fa il Gonzalo Rodriguez e batte imparabilmente Reyna. Il Franchi ritrova il suo goleador di inizio stagione, e si disporrebbe ad una partita piacevole e una volta tanto in repentina discesa. Ma non si fa a tempo a rimettersi a sedere e a ricomporsi dopo la gioia che gli eroi si trasformano in reprobi ed i sogni in incubi. Su uno spiovente senza pretese in area viola lo stesso Alonso interviene titubante. Forse Tatarusanu gliela ha chiamata ma senza troppa convinzione, forse no. Forse lo spagnolo ancora festeggia dentro di sé, fatto sta che il suo rinvio improbabile di esterno sinistro abortisce sui piedi di Gonzalo Higuain, che vedendo il portiere rumeno fuori posizione la piazza nella porta vuota da giocatore di biliardo.
1-1, palla al centro. La Fiorentina decide di sfogare le sue recriminazioni aggredendo il Napoli per almeno un tempo. Tagliavento arbitra all’inglese dimenticando i cartellini in tasca, ma sostanzialmente non rovinando una partita che almeno ricorda agli spettatori che cos’è il gioco del calcio nelal sua migliore accezione. Sembra che i viola siano in serata di grazia, ma per giocare bene bisogna essere in due. Il Napoli, non certo nel suo momento migliore, cerca di fare la sua parte a viso aperto e di proporre in avanti i suoi gioielli d’attacco. Ma dalla morsa Gonzalo - Astori stasera non filtra niente di azzurro.
Chi vede nel calcio una estrinsecazione del volere del Fato avrebbe argomenti tra il 32’ ed il 38’ quando prima un Kalinic finalmente lanciato in una delle sue fughe di una volta e poi un Tello in formato Camp Nou centrano clamorosamente la traversa, che restituisce il pallone al campo con rimbalzo beffardo e resta a vibrare per diversi secondi. Sulla occasione di Kalinic, il croato colpisce appena un po’ troppo sotto e la traiettoria quasi perfetta si alza quanto basta per negargli il gol a Reyna battuto. Il dibattito circa il fatto che da quella posizione un attaccante di razza quel gol lo deve fare comunque, lascia purtroppo il tempo che trova. Il tiro di Tello ad effetto è assolutamente splendido, nulla da recriminare se non contro le nozioni di fisica apprese a scuola. I rimbalzi del pallone stasera non seguono le leggi della dinamica.
Un bel tiro al volo di Milan Badelj manda la Fiorentina al riposo con la convinzione di essere in credito con la sorte di almeno due punti ed un paio di gol. Ed i suoi tifosi con la preoccupazione di poter assistere ad un secondo tempo in cui il Napoli possa presentare il conto delle energie spese e delle occasioni sbagliate. Gonzalo Higuain s’è visto poco, contenuto alla grande dall’omonimo viola, ma tutti sanno che appunto poco gli basta per far male. Come ha dimostrato anche stasera.
Si riparte per il quarto tempo di questa sfida che Sarri giustamente definirà dopo il fischio finale uno spot per la nostra serie A. Per almeno un quarto d’ora sembra che la musica non cambi. Di sicuro non cambiano i due allenatori. Kalinic costringe più volte al fallo Albiol e Tagliavento finalmente alla prima ammonizione. Il croato spedisce alta sopra la traversa un’altra occasione. I movimenti ci sono, finalmente ritrovati. Per la mira occorrerà attendere fiduciosi la prossima volta.
Dopo un’ora di gioco la partita è un bicchiere mezzo pieno di una bevanda assai gradevole, almeno per la parte viola. E’ quel momento del match in cui non sai se adagiarti fiducioso nella consapevolezza che il gol è maturo ed anche meritato oppure lasciarti insinuare dalla sottile preoccupazione che tutto questo ben di Dio alla fine sia da pagare, e salato.
E’ il quarto d’ora di gioco quando Callejon buca per la prima volta la difesa viola e si presenta a tu per tu con Tatarusanu. Qualunque colpa abbia avuto il numero uno viola sul pareggio partenopeo, gli viene perdonata grazie alla paratona che compie sul numero sette azzurro. Ma non è tutto, sulla ribattuta sopraggiunge liberissimo Higuain e sembra che debba tirare un rigore a porta quasi vuota. Il Tata ha ancora il riflesso giusto nel buttarsi a deviare il pallone. Il risultato è clamorosamente salvo, e l’1-1 comincia a sembrare un punteggio un po’ meno bugiardo.
Adesso le due squadre giocano a viso aperto, equivalendosi. Tello viene raddoppiato dai napoletani, così Alonso dall’altra parte, la Fiorentina trova meno corridoi per farsi pericolosa. Al 70’ è il momento di Bernardeschi, che mette in mostra subito la sua voglia e la sua prontezza. Ma purtroppo la squadra non ha più le energie per seguirlo. E Mati Fernandez si merita comunque gli applausi all’uscita dal campo.
Comunque sia, i viola avrebbero le loro brave occasioni per tenere vivo il terzo posto in solitudine. In particolare Tello, ancora lui, manca un controllo volante in area di un niente. Vecino dimostra che se avesse anche il tiro sarebbe un signor centrocampista e Alonso che a volte va via talmente veloce da non dar tempo ai compagni di seguirlo per raccogliere i suoi traversoni. Ma nei minuti finali alla Fiorentina passa la voglia di qualsiasi recriminazione. Dapprima Tagliavento annulla giustamente un gol ad Higuain per un fuorigioco che era più facile vedere dal divano di casa che dal campo. Poi Tatarusanu si merita almeno quattro delle prossime mensilità dello stipendio compiendo il terzo miracolo, stavolta su Insigne liberato da Gabbiadini.
Alla fine, l’1-1 è un risultato giusto per una partita che ha onorato il calcio ed il prezzo del biglietto, in uno stadio pieno per quanto lo consentono le attuali norme di sicurezza. Peccato che questo spot per il calcio non serva assolutamente a nulla a nessuna delle due protagoniste. Del pareggio del Franchi godono a Torino e a Roma, con i giallorossi che venerdi prossimo – adeguatamente riposati – possono giocarsi a domicilio il sorpasso sui viola.
Ma tant’é. Il calcio è un gioco splendido, ma alla fine conta aver fatto un gol in più degli avversari, o averne subito uno in meno. Speriamo che la famiglia Della Valle lo capisca prima che sia troppo tardi.

lunedì 29 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Bene bene o male male



Va in scena al Franchi il derby delle coperte corte. Eliminati dall’Europa, Fiorentina e Napoli si ritrovano in Italia per dare un senso ad una stagione tutt’altro che conclusa. Viene in mente la celebre battuta di Marty Feldman in Frankenstein Jr: “Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere”.
Il Napoli si gioca a Firenze buona parte delle sue ciance scudetto. Questo lo rende un cliente difficilissimo per la Banda Sousa. La Juventus è a + 4, lasciarcela vorrebbe dire per gli azzurri di Sarri salutarla di nuovo, e arrivederci all’anno prossimo con lo scudetto cucito sulle solite maglie. Dopo un girone d’andata volato via sulle ali dei 25 gol di Gonzalo Higuain, un secondo posto già sancito a marzo sarebbe un qualcosa che i tifosi campani accetterebbero con qualche difficoltà.
Del resto, la coperta napoletana non ha coperto tutto. Ma almeno da centrocampo in su ha fatto cose egregie. Non vincere per questo Napoli sarebbe un mezzo dramma. E i drammi a Napoli, già capitale della Magna Grecia, diventano spesso e volentieri tragedie. Greche, appunto.
Problemi della società di de Laurentiis. Al limite, di qualche malcapitato che dovesse parcheggiare la macchina nei pressi di Viale dei Mille o Viale Manfredo Fanti, se le cose non si mettessero bene per i simpatici amici partenopei, tra i quali non sempre si annoverano persone compatibili con la nozione di fair play tanto cara da queste parti. Anche se ultimamente con i cori nazisti rivolti ad un radiocronista di origine ebraica anche da queste parti in quanto a inciviltà non abbiamo scherzato.
Restando in ambito squisitamente calcistico, la Fiorentina non batte il Napoli in casa propria dal 2009. Qualcosa vorrà pur dire, per esempio che a parità di discorsi ed essendo partiti entrambi più o meno dalla stessa posizione (in serie C), tra De Laurentiis e Della Valle c’è chi ha fatto qual cosina in più e chi ha fatto qual cosina in meno. C’è chi ha comprato Cavani e chi ha comprato Bonazzoli. C’è chi ha comprato Higuain con la vendita di Cavani e chi non ha saputo nemmeno spiegare che fine hanno fatto i soldi di Jovetic, Llajic, Cuadrado e Salah (risparmiati). C’è chi, carognate a parte, un paio di Coppe Italia almeno a casa le ha portate e chi è a zero titoli, se si esclude la categoria Primavera.
La coperta fiorentina è più corta nelle ultime stagioni. Nella attuale più che mai. I ragazzi di sousa tornano in campo stasera, e sarà la prima occasione per valutare il contraccolpo psicologico delle tre sberle di White Hart Lane. L’obbiettivo del terzo posto è più apparente che reale. La squadra ci crede, la società – ci permettiamo di ipotizzare – un po’ meno. L’attuale Champion’s, per di più disputata dai preliminari, è una bestiaccia divoratrice di soldi. Se non ti attrezzi rischi figuracce già ad agosto, oltre a tracolli finanziarii. Un’altra Europa League, classificandoci dal quatro posto in giù, non sarebbe disprezzabile, se non fosse che questa squadra dalla coperta ancora più corta è stata per due mesi in testa alla classifica. Bastava poco, è la sensazione, per restarci. Bastava fare le cose come il Napoli, non la Juventus.
Sarà la prima occasione per valutare anche il contraccolpo psicologico sulla tifoseria. La Curva Fiesole ha promesso riduzioni significative dell’orario dello stato di agitazione, in considerazione del momento particolare della squadra. Non è una concessione da poco, e non è una concessione fatta allo staff societario, ma solo a tecnico e giocatori. I Della Valle restano latitanti, mentre politica e stampa cittadina si trastullano e si nascondono con l’ennesimo revival della questione dello stadio. Non ci crede più nessuno, ma si riempiono le pagine di giornale ed i verbali dei consigli comunali. Facciano loro, questa è una annata che difficilmente si chiuderà con il “laissez faire” delle scorse stagioni. La memoria del tifoso stavolta promette di essere più lunga.
Peggior momento per questo Fiorentina – Napoli non poteva capitare.

Il giorno che non esiste



Passerà, come tutti i giorni. Probabilmente nell’indifferenza generale di questo mondo sempre più frenetico, che non ha più tempo di curarsi de minimis, come il calendario. Ma a differenza degli altri giorni, non tornerà l’anno prossimo. Tornerà nel 2020. E’ il 29 febbraio, il giorno in più dell’anno bisestile. Qualunque cosa succeda oggi, un giorno particolare già di per sé.
Fin dall’antichità, il calendario che scandisce le nostre vite terrene e lo stesso computo degli anni a fini storici e civili è costruito sul moto degli astri. In particolare dell’astro che ci da la luce e del pianeta – il nostro – che vi ruota attorno. Si, perché per quanto l’uomo moderno abbia dovuto lottare duramente per sostituire il geocentrismo tolemaico con l’eliocentrismo copernicano (complice anche una Chiesa Cattolica che ne aveva fatto una questione di ben altra portata, essendo alla base della stessa filosofia sottesa al suo potere temporale), era noto fin dall’Antichità che la Terra ruota intorno al Sole, e che per farlo completando quella che si chiama “orbita” impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
Il mondo antico sugli astri ne sapeva molto più delle epoche successive, almeno fino a quella contemporanea. Sapeva soprattutto che il loro moto e tutto ciò che esso influenzava sul pianeta da noi abitato era il metro fondamentale, l’unità di misura insostituibile per segnare il tempo della vita umana, con l’alternarsi del giorno e della notte, le sue stagioni, le sue annate, le sue nascite, crescite e morti.
L’anno divenne ben presto il tempo amministrativo standard. Il problema era misurarlo con precisione, affinché il calendario astronomico e quello umano restassero sempre al passo. Ci voleva una autorità centrale che imponesse al Mondo Antico una uniformazione delle unità di misura, compresa quella temporale, affinché dovunque i cittadini di quel mondo vivessero la stessa ora, lo stesso giorno, gli stessi mese ed anno.
Questa autorità fu provvidenzialmente fornita, almeno per il mondo conosciuto nel bacino del Mediterraneo e dei tre continenti che vi si affacciavano, dall’Impero Romano. E’ opinione comune degli storici che la grandezza di Roma Antica non sta tanto nell’aver conquistato il mondo (perlomeno ciò che si intendeva per mondo allora) quanto nell’avergli imposto leggi e costumi che in epoca moderna l’uomo non ha potuto fare a meno di riprendere e semmai limitarsi a migliorare nei dettagli, tanto erano efficaci ed accurati nella loro concezione.
Gaio Giulio Cesare
Tra le tante questioni sul tavolino degli organizzatori dell’Impero giaceva proprio quella della misurazione del tempo. Quel 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi non andava bene, non era divisibile per un numero finito di giorni, non permetteva alla macchina imperiale di funzionare con efficienza. Il contadino dell’Hyberia, quello della Britannia, quello della Bitinia avevano da sapere in che data certa iniziare a seminare o a raccogliere (e a pagarci sopra le tasse). Il Senato necessitava di nominare consoli, tribuni e pontefici con esattezza burocratica. Il computo dei giorni basato su 24 ore dall’alba al tramonto alla fine di ogni anno sfasava di circa sei ore. Nell’arco di un secolo, lo sfasamento era di 24 giorni, quasi un mese in più.
Gli anni a Roma si contavano ab Urbe condita, dalla Fondazione. Quando divenne Pontefice Massimo il più grande dei suoi cittadini, Caio Giulio Cesare, ne erano passati circa 710. La vecchia Repubblica che aveva sconfitto Cartagine scricchiolava sotto i colpi delle guerre civili e soprattutto della necessità di amministrare un dominio imperiale in crescita prodigiosa, proprio grazie a Cesare. Il dictator che pose fine al regime repubblicano e favorì l’avvento di quello imperiale assommava nella propria persona diverse cariche. Quella di Pontefice Massimo gli dava il potere di supervisionare tutto ciò che aveva a che fare con la religione. E tutto ciò che ne derivava, dalla coerenza del diritto romano nella sua applicazione fino al funzionamento della macchina amministrativa. E quindi dei suoi calendari, scadenze e ricorrenze.
Mentre gli astronomi studiavano e i burocrati dibattevano, Cesare ebbe l’intuizione geniale (una delle sue tante) di aggiungere al calendario solare vigente, quello elaborato dal greco Sosigene di Alessandria, un giorno di bonus che riavvicinava il tempo terrestre a quello astronomico. Era il 46 a.C., il calendario giuliano che sarebbe durato in vigore più di 1.600 anni, aggiungeva 24 ore sei giorni prima delle Calende di marzo, il giorno che dava inizio al mese che dava inizio all’anno per gli antichi Romani. Questo giorno aggiuntivo era chiamato "bis sexto kalendas Martias", da qui il nome "bisestile".
Con l’avvento dell’Era Cristiana, la suddivisione dell’anno in dodici mesi (con l’aggiunta dei due dedicati a Giulio Cesare ed al suo successore Ottaviano Augusto) e la loro suddivisione in giorni numerati progressivamente, fu stabilito che il giorno extra cadesse il 29 febbraio. L’anno non cominciava più con l’Equinozio di Primavera, ma il Bisesto continuava a cadere a ridosso di esso.
Per quanto geniale, l’idea di Cesare tuttavia aveva una pecca: arrotondava non più per difetto ma per eccesso. Un giorno in più ogni quattro anni infatti era troppo, gli astronomi (che per quanto condizionati dalla dottrina tolemaica quando dovevano fare calcoli seri abbandonavano la Bibbia ed Aristotele e prendevano in mano strumenti più scientifici) avevano computato che dai tempi di Cesare il nostro calendario avesse accumulato un surplus di circa 10 giorni.
Mausoleo di Gregorio XIII a San Pietro in Roma
Si incaricò di porvi rimedio Papa Gregorio XIII. Quando fu eletto Successore di Pietro, il cardinale Ugo Boncompagni di Bologna aveva già alle spalle un successo significativo, la regia dietro le quinte del Concilio di Trento che aveva istituito la cosiddetta Controriforma. Era destinato come Papa a legare il proprio nome ad un evento ancora più importante: l’introduzione del calendario che porta il suo nome. E che grazie alla colonizzazione del mondo – stavolta l’intero orbe terracqueo – da parte delle potenze cattoliche era destinato a diventare il calendario universale.
Gregorio XIII azzerò lo sfasamento dei 10 giorni decretando che il mese di ottobre 1582 ne avesse solo 21, saltando quindi dal giorno 4 al giorno 15. Stabilì inoltre che gli anni bisestili fossero solamente quelli divisibili per quattro, eccetto gli anni secolari che sono bisestili solo se divisibili per 400. Con il che, lo sfasamento astronomico diventava sostanzialmente infinitesimale.
Terminate le Guerre di Religione, anche i paesi protestanti finirono per abbracciare il calendario gregoriano. I paesi di religione ortodossa invece mantengono tutt’oggi quello giuliano, ed è il motivo per cui la Rivoluzione d’Ottobre secondo il nostro calendario ebbe in realtà inizio il 7 novembre. I paesi Islamici mantengono un loro calendario, che prende il via dall’Egira (la fuga di Maometto dalla Mecca che segna l’atto fondativo dell’Islam) e computa da allora annualità di 12 mesi di 30 giorni ciascuno. Fa eccezione la sola Turchia, che grazie alla rivoluzione laica di Kemal Ataturk abbracciò il calendario gregoriano nel 1924.
Per lungo tempo, il 29 febbraio è rimasto per molti popoli il giorno che non esiste, e per affermarsi ha dovuto lottare contro credenze religiose e addirittura superstizioni. “Anno bisesto, anno funesto” è un modo di dire ricorrente a tutt’oggi nelle nostre campagne. Nei paesi anglosassoni e nel Nord Europa addirittura sembra sopravviva una tradizione curiosa, quella (istituita secondo la leggenda da San Patrizio patrono d’Irlanda su richiesta – pare insistente – di Santa Brigida) secondo cui è lecito che in quel giorno siano le donne a chiedere la mano del fidanzato, anziché viceversa.
L’antico calendario nordico sopravvissuto fino al XVIII secolo malgrado la riforma gregoriana non accettava il giorno 29 di febbraio. Essendo quindi un giorno privo di riconoscimento legale, in quella data era consentito contravvenire alle convenzioni, e quindi potevano essere le donne a fare il grande passo solitamente riservato agli uomini. I quali prima di rifiutare dovevano pensarci due volte, essendo in tal caso costretti a pagare una multa. Usanza che sembra essere sopravvissuta in Nord Europa ancora oggi.
Il Leprotto Bisestile festeggia il suo Non-Compleanno con il Cappellaio Matto   
Il 29 febbraio non ci si sposa, essendo ritenuto giorno a tale scopo di cattivo auspicio. Ma si nasce. Secondo il Guinness World Record sarebbero circa 4 milioni le persone nate in questo giorno nel ventesimo secolo. E costrette a festeggiare tre volte su quattro il proprio compleanno il 28 oppure il 1° marzo, per non dover fare come il leprotto bisestile di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, che festeggia il suo Non-Compleanno. C’è addirittura chi ha calcolato la probabilità di nascita nel giorno Bisesto: pare che sia una su 1.461.
Gli anglosassoni chiamano l'anno bisestile "leap year", l’anno del salto. Il motivo non ha niente a che fare con la letteratura fantastica o con le antiche religioni pre-cristiane. Semplicemente, negli anni non bisestili, ogni data cade in genere un giorno dopo rispetto all'anno precedente. Nell'anno bisestile si "salta" di due giorni, perché se ne aggiunge uno che non c'è nei calendari degli anni precedenti. Le date successive al bisesto risultano spostate di due giorni rispetto all'anno prima.