lunedì 12 maggio 2014

La battaglia del divorzio

FIRENZE – Era il 12 maggio 1974, esattamente 40 anni fa. L’Italia si mise al passo con i paesi a democrazia avanzata recuperando in un colpo solo due istituti che per la nostra sensibilità moderna caratterizzano il grado di civiltà di un paese. Oggi li diamo per scontati, allora non era così. Gli italiani dovettero andare alle urne per confermare o meno la norma presentata quattro anni prima dal deputato socialista Loris Fortuna e dal collega liberale Antonio Baslini, che introduceva nel nostro ordinamento giuridico il divorzio e che fu approvata il 1 dicembre 1970 con legge n. 898.
Marco Pannella manifesta a favore del divorzio
Per il diritto romano, di cui l’Italia si era sentita a torto o a ragione per secoli la principale erede, il divorzio era un istituto normale e di uso comune, sia nella forma consensuale che unilaterale (in tal caso assumeva il nome di ripudio). Analoga consuetudine vigeva presso quei popoli germanici che a lungo ebbero rapporti di vicinato con l’Impero e che poi ne ereditarono popolo, governo e territorio dopo la caduta. A quell’epoca, però la Chiesa cattolica aveva già organizzato il proprio corpus dottrinale ed il proprio potere temporale, operando una drastica revisione di molte di quelle che per i romani antichi erano state regole di civiltà.
Per i Cesari, il matrimonio era stato nient’altro che un contratto di diritto privato tra i tanti che sono ammessi dal diritto naturale e da quello positivo. Per i Papi che ne ereditarono il potere, esso fu trasceso a sacramento, “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, il matrimonio era un vincolo indissolubile che non poteva essere più sciolto, in nessun caso.
La situazione rimase tale fino alla Riforma Protestante, che riportando la dottrina cristiana al Vangelo grattò via tutte le incrostazioni dottrinali successive alla predicazione originaria di Cristo, preparando la strada alla laicizzazione del diritto. Il processo fu completato dalle grandi rivoluzioni liberali dei Sei-Settecento, culminate nella Grande Rivoluzione francese che reintrodusse una serie di istituti di diritto civile al bando da quasi quindici secoli. Tra essi il divorzio, che fu poi regolamentato nel Codice Napoleonico, la base del diritto privato moderno per la maggior parte dei paesi europei e del resto del mondo.
La Francia ebbe il divorzio già nel 1972, i paesi anglosassoni seguirono a ruota, alla metà dell’Ottocento Gran Bretagna, Stati Uniti e Commonwealth britannico ebbero le loro leggi in materia. Nell’Impero Germanico esisteva una legislazione base in materia di divorzio fin dai tempi di Martin Lutero. La Svizzera calvinista arrivò un po’ in ritardo, ai primi del ‘900. Belgio e Olanda pragmaticamente adottarono il Codice Napoleonico fin da subito. Nel 1902 all’Aja fu firmata una Convenzione internazionale che obbligava i paesi di tutta Europa ad adeguare la propria legislazione. Rimase lettera morta in molti paesi, tra cui l’Italia, fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Amintore Fanfani segretario D.C. e leader anti-divorzista
La Costituzione repubblicana del 1948 obbligava lo stato italiano ad ammodernarsi, ma fino a tutti gli anni sessanta quello stesso stato fu restio a provvedere. La cultura cattolica imperante vedeva di malocchio non solo il divorzio, ma in generale una liberalizzazione dei costumi e una democratizzazione della vita politica e civile degli italiani. Tanto più in presenza del maggior partito comunista d’occidente, che poteva beneficiare – come in effetti successe – del vento progressista.
Il 1970 fu l’anno della istituzione delle Regioni e anche della istituzione del Divorzio. La Costituzione veniva finalmente attuata in tutte le sue previsioni, il decentramento istituzionale e la liberalizzazione della società sconvolsero il quadro politico e l’assetto sociale. Delle forze politiche esistenti, la maggior parte dei partiti era restia a prendere posizione in merito al divorzio lasciando sostanzialmente libertà di coscienza agli iscritti, anche se non sfuggiva a nessuno il beneficio insito in una simile battaglia di libertà e progresso. A difendere le ragioni della conservazione della famiglia tradizionale “blindata da Dio” rimasero solo Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano, che si imbarcarono in una battaglia di retroguardia rivelatasi fatalmente perdente.
Amintore Fanfani legò il suo nome e quello del partito di cui era segretario al SI all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Il referendum abrogativo era un altro strumento di democrazia che il legislatore italiano aveva esitato a lungo a concedere al popolo, intuendone le potenzialità devastanti per lo status quo. C’era un unico precedente, ancorché di fondamentale importanza storica: il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica che nel 1946 aveva cambiato il volto dell’Italia per sempre. Fu la più strenua oppositrice di questo istituto di democrazia diretta, la Democrazia Cristiana, ad attivare irrevocabilmente lo strumento che completava la restituzione del potere al popolo italiano. E ne pagò le conseguenze in prima persona.
il voto nelle varie Regioni
Il 12 maggio 1974 la D.C. tentò di rimobilitare le masse cattoliche per una nuova battaglia di fede simile a quella che nel 1948 aveva sbarrato la strada al Fronte Popolare social-comunista. “Dio ti vede nella cabina elettorale, Stalin no”, era stato lo slogan di allora. Stavolta la scelta venne posta tra chi era a favore della famiglia e chi era per la sua distruzione. Ma il tempo non era passato invano e la discriminante decisiva fu più che altro tra cattolici progressisti e non. A votare andò l’87,7% degli aventi diritto, il quorum fu ampiamente raggiunto. Di questi aventi diritto il 40,9% si espresse a favore del Si, cioè dell’abrogazione, il 59,1% decretò la vittoria del NO.

L’Italia entrò così nel novero dei paesi civili, precedendo di poco gli ultimi paesi cattolici Spagna, Portogallo, Irlanda. Per la D.C. la sconfitta fu cocente. La carriera politica di Amintore Fanfani arrivò al capolinea, i suoi successori si trovarono ad affrontare un’onda lunga progressista che portò nel giro di due anni il P.C.I. ad una avanzata elettorale clamorosa, vicina ad un pareggio che avrebbe reso il quadro politico italiano ed internazionale drammaticamente sconvolto. Il Partito Radicale, che aveva condotto in prima persona con il suo leader Marco Pannella la battaglia divorzista, cominciò la sua lunga stagione riformista che avrebbe fatto largo uso dello strumento brevettato quel 12 maggio. A colpi di referendum, l’Italia nei successivi 40 anni sarebbe cambiata – è il caso di dire – radicalmente.

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