mercoledì 1 ottobre 2014

Lawrence d'Arabia,lo spirito dell'Occidente

4 ottobre 2012

Esce in versione restaurata e rimasterizzata uno dei capolavori assoluti del cinema mondiale. Lawrence d’Arabia è uno dei masterpiece di un regista che ha prodotto soltanto masterpieces, quel David Lean che aveva già girato il Ponte sul Fiume Kwai e che avrebbe proseguito con il Dottor Zivago, La figlia di Ryan e Passaggio in India.
Nel 1962, il kolossal interpretato da Peter O’Toole, Alec Guinness, Anthony Quinn, Anthony Quayle, Omar Sharif, e scusate se ho dimenticato qualcuno, vinse sette Premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e quello per la miglior regia, seguiti l’anno dopo da cinque Golden Globe e da un Grammy Award a Maurice Jarre per quella splendida colonna sonora che a distanza di cinquant’anni ancora oggi commuove l’immaginario di chi lascia volare la propria fantasia verso il Medio Oriente.


Il film che Steven Spielberg ha definito «un miracolo, lo riguardo sempre prima di cominciare delle riprese», e che è stato inserito sia dal British che dall’American Film Institute ai primissimi posti della classifica dei migliori film del XX secolo, è tratto da quello che all’epoca fu un best seller di successo, I sette pilastri della saggezza, libro di memorie autobiografiche di uno dei personaggi più straordinari della storia moderna, il tenente colonnello dell’esercito inglese al tempo della Prima Guerra Mondiale Thomas Edward Lawrence, altrimenti conosciuto come – appunto – Lawrence d’Arabia.
Il colonnello Lawrence, in origine semplice ufficiale dell’esercito britannico impegnato in Palestina inviato in missione presso le tribù arabe per spingerle a sollevarsi contro i loro dominatori di allora, i Turchi Ottomani alleati di Germania ed Austria, grazie alle sue imprese che andarono ben al di là del mandato ricevuto dal generale Allenby diventò ben presto l’eroe della rivolta araba, riuscendo a compattare dietro di sé un intero popolo che non aveva goduto di nessuna libertà, dopo i secoli d’oro. Ma soprattutto eccitò la fantasia dell’opinione pubblica mondiale a tal punto da diventare l’unico vero eroe romantico di una guerra che di eroi e di romanticismo ne ebbe ben pochi.
Lawrence, negli anni in cui si moriva nelle trincee sulla Somme, sul Carso, sulle Ardenne, e si veniva più che altro sterminati dal gas nervino in posti come Yprés, si rivelò un condottiero degno di altri tempi, un Garibaldi della penisola araba. E, stando alla fedele rappresentazione sullo schermo operata dal maestro David Lean, addirittura forse un archetipo dell’uomo occidentale, imbevuto sì di cultura classica e quindi di ammirazione anche per quella araba del periodo aureo (prima che soldato e condottiero era stato archeologo e grecista, avendo curato una traduzione in proprio dell’Odissea di Omero) ma permeato di valori tipici di quell’individuo che, da quell’Ulisse che lui conosceva così bene in poi, avevano fatto progredire la civiltà inglese ed occidentale oltre ogni limite, se non quello che l’uomo stesso accetta di porsi.
Riassumere la trama di un film come Lawrence d’Arabia è impossibile, come lo è riassumere la vita avventurosa di un uomo che ha fatto la storia dell’occidente e dell’oriente, dalla conquista del forte di Aqaba (decisivo per il controllo del Mar Rosso) fino al suo esautoramento a Damasco, quando la realpolitik che voleva l’Arabia Saudita nelle mani della dinastia di re Faisal in cambio dei Protettorati francese e Britannico su Siria e Palestina si scontrò irrimediabilmente con il suo sogno di autodeterminazione per le tribù arabe che non capivano nemmeno il significato di questa parola. Lawrence, sconfitto ma pago di quanto aveva fatto, fu rimpatriato in Inghilterra dove cercò nuove imprese, in un mondo che cambiava diventando più moderno, ma non necessariamente più gradevole.
Nel 1935 trovò il suo destino mentre alla guida della sua moto assecondava l’ultima delle sue passioni cercando di superare un nuovo limite, quello di velocità. E’ la scena con cui si apre il film, che ripercorre la sua vita nel ricordo dei presenti alla sua cerimonia funebre. Ma la scena chiave, per chi ha colto l’essenza del personaggio, è quella in cui viene decisa l’impresa di Aqaba, che prevede l’attraversamento della parte più tremenda del deserto del Sinai, il Nefud. Un preoccupatissimo Omar Sharif, sceicco musulmano osservante ancorché già affascinato da quel bianco fuori del comune per cui avverte già un sentimento di ammirazione ed amicizia, gli dice: “Non puoi farlo, è scritto! Il Nefud non può essere passato!”

E Lawrence, dall’alto dei suoi tremila anni di storia cominciati quel giorno in cui Ulisse si presentò di fronte alle Colonne d’Ercole, e non si fermò, risponde: «Io lo farò. Perché è scritto qui». E indica la sua testa.

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