domenica 13 marzo 2016

Eravamo giovani a Cesano

Me lo trovo davanti all’improvviso. E di colpo 30 anni svaniscono. Non ce ne siamo mai andati da qui. Abbiamo lanciato i cappelli in aria 30 anni fa, più o meno a quest’ora. Ma poi siamo rimasti qui. La parte migliore di noi è rimasta qui, dove è stata forgiata.
Gli ultimi metri per arrivare alla porta carraia della Scuola di Fanteria sono stati da batticuore, come l’altra volta due anni fa. Allora c’era stata più emozione, stavolta è come avere la consapevolezza di tornare a casa. Una sensazione di quiete, e di serena aspettativa. Stavolta so esattamente cosa mi aspetta. Una caserma che non è più la mia, la nostra caserma, eppure è ancora lei. Completamente diversa, nelle camerate che non sono più quelle dove abbiamo sofferto e sperato, sorriso, pianto, battuto i denti dal freddo e dormito per cinque mesi, e che adesso sembrano le stanzette di un centro benessere. Ma assolutamente uguale in tutto il resto.
Anche noi siamo uguali a 30 anni fa. Con qualche chilo in più, i capelli ingrigiti (chi li ha ancora), sul volto l’espressione di una vita trascorsa verso le direzioni più disparate, da quando ci siamo salutati lasciando Cesano. Ma c’è un dettaglio, un particolare che non tradisce, consentendo a tutti di riconoscerci subito, malgrado tutto il resto che è cambiato.
Sono gli occhi. Gli occhi sono sempre gli stessi. Qualcuno ha la luce vivida di chi ha trovato il successo. Qualcun altro li ha offuscati da una penombra, come chi il successo l’ha solo sognato e mai raggiunto, oppure l’ha visto scorrere via. E se n’è fatto una ragione, oppure non se l’è mai perdonato. Ma gli occhi sono lo specchio dell’anima, e la nostra anima è stata tirata fuori dal guscio qui. A Cesano di Roma. Gli occhi non mentono, dicono chi eri e chi sei, senza bisogno di guardare alla targhetta con il nome, cognome, compagnia e plotone che ognuno di noi ha appuntata alla giacca.
Gli occhi di Michele Del Piero sono sempre gli stessi. Ha gli occhiali adesso, e quando mi parla dopo avermi stretto le mani la sua voce è quella tranquilla di un cinquantenne come me, non più quella carica di energia (e di umanità che covava sotto la brace ardente) di quel ragazzo che in tre mesi ci insegnò che cos’è un comandante e ci fece desiderare di esserlo. Di essere come lui.
Mi guarda negli occhi, e attraverso le lenti che il tempo gli ha aggiunto al volto il suo sguardo è sempre lo stesso. E di colpo mi ritrovo a Forte Bravetta, nella settimana del più bel Natale della mia vita, quello che – durante la guardia armata alla polveriera di Roma – mi vide stringere alcune delle amicizie più forti e durature di tutta la mia vita. Durature quanto la mia vita, ed anche oltre.
Gli occhi di Michele sono particolari. Con lui non puoi fingere. Non potevi farlo 30 anni fa, quando ti strigliava cercando di tirare fuori da te il meglio (“non vi chiedo niente che non abbia già chiesto ed ottenuto da me stesso”, quante volte ho ripensato a questa frase, diventato comandante a mia volta e poi nella vita civile). Non puoi farlo adesso, che te lo ritrovi davanti all’improvviso quando pensavi che non lo avresti più rivisto, una delle tante immagini del passato rimasta chiusa in un album.
Invece eccolo qui, ed è giusto. Che ricorrenza del 121° AUC sarebbe stata questa, senza colui che ha segnato quel corso come nessun altro? In un attimo, la contentezza mi travolge. Ho ritrovato il mio vecchio comandante, per rendermi conto in un attimo ed in poche parole scambiate che adesso, 30 anni dopo, è soprattutto un mio vecchio, carissimo amico.
Mentre mi parla e mi racconta del perché non rimase a fare il lavoro per cui sembrava tagliato come nessun altro - lui che era stato capocorso del 117°, per non restare a lavorare nel posto dove lavorava suo padre - mi viene in mente quello che ho provato io proprio in questi giorni, rendendomi conto che invece è quello che ho fatto io. Uno sbaglio colossale, perché la gente non ti apprezzerà mai per quello che sei, ma ti valuterà sempre e comunque perché sei “figlio di….”.
Quando mi parla invece delle sue difficoltà attuali, mi viene in mente invece la fine del film Rambo, quando Sylvester Stallone rompe gli argini dell’emozione e si chiede, e chiede al mondo: “nell’esercito pilotavo mezzi che costavano milioni di dollari, e adesso nella vita civile non vogliono affidarmi nemmeno un posto da commesso in una ferramenta???”. O qualcosa del genere. Eravamo comandanti di uomini. Nella vita civile adesso tocca sottostare a qualche imbecille messo lì dalla politica, o da qualche strategia assurda di marketing. Un imbecille che nemmeno ha dovuto farsi mezzo metro a passo del leopardo per dimostrare di valere qualcosa.
Quando mi congedai, il mio comandante del 3° battaglione Granatieri di Orvieto me lo ripeté più volte: “sei proprio sicuro? Guarda che là fuori non è come qui, è una giungla di belve”. E io giovane ingenuo desideroso di chiudere con un servizio, quello militare, che allora non andava di moda, dissi che sì, ero sicuro. Per poi maledirmi per buona parte degli anni a venire per aver lasciato quella che era una casa più confortevole delle altre che ho trovato dopo.
E’ questa consapevolezza che ci vela appena gli occhi, mentre parliamo e camminiamo sui vecchi percorsi della Scuola di Fanteria.  Nel frattempo, eccoli arrivare, Davide Zanon, Nico Di Marco, Massimo Petti. Con loro ormai basta uno sguardo e ci siamo detti tutto. Con Totò Russo, Sandro Bellini, Roberto Manigrasso, Bruno Bellassai ci vuole qualche parola in più, ma a noi piace così. Le parole ci piacciono, quando escono dal cuore meglio una in più che una in meno.
Ecco Domenico Garaffa, l’altro del 117° che rese il 121° un ricordo indelebile insegnandoci che si può avere carisma senza perdere un briciolo della propria umanità. Che come gli antichi samurai giapponesi, si può essere guerrieri conservando un animo sensibile. Il samurai scriveva poesie quando riponeva la katana. Io aspetto le nuove poesie di Domenico, per tuffarmici dentro nuovamente e provare a spiegare al mondo tutto quello che io so di lui e dei suoi versi fin dal primo giorno in cui lo sentii rivolgerci la parola.
Non c’è il comandante Angelini, un altro a cui 30 anni dopo avremmo avuto tante cose da dire, e che forse non c’è neanche bisogno di dire. Lui sa già tutto. C’è Giorgio Gabrelli, un altro i cui occhi sono inconfondibili, immutati dal tempo. Un altro con cui era difficile fingere 30 anni fa, e con cui è difficile fingere adesso. Non c’è Bocci stavolta, ma c’era due anni fa, e ormai è un vecchio amico anche lui.
Non c’è Giorgio De Luca, un altro samurai che trovò la sua katana proprio nei giorni di Cesano. Non c’è Massimo D’Antonio che volevo riportare a finire quello che era rimasto in sospeso 30 anni fa. Ce ne sono tanti altri, ma tanti mancano. Che Dio ci dia vita a sufficienza per riportare qui anche loro, prima o poi.
La Prima Compagnia Mareth non c’è più. Al suo posto una delle Spa in cui si sono trasformate le caserme del nuovo esercito di volontari dopo la riforma del 2000. Che peccato, dove andrà mio figlio tra 30 anni a ricercare le origini della propria anima e il senso della propria vita? A rincontrare le sue amicizie più forti? A ritrovare quel muro che mi ci volle di sputare sangue per scalarlo, quella pista intorno alla quale ho quasi lasciato il fegato e la milza per fare il tempo necessario ad essere ammesso all’ottava settimana?
Stavolta non c’è tempo di andare a Porta Nord, ma ai Monti di sant’Andrea ci andiamo comunque a mangiare, dalla parte del lago di Martignano. Nessuno guarda Del Piero, per un inconscio residuo di timore che ti faccia fare qualche scalata tra i cardi. Poi alla fine scappa da ridere a tutti. Il lancio di bombe di Natale Cozza (per non parlare di quello del nostro Pierluigi Breschi) è uno dei ricordi più cari per tutti, soprattutto per chi l’ha pagata con una mezzoretta di passo del leopardo. I sacchetti messi per l’alluvione a difesa del piazzale di compagnia, la fuga dal poligono di Monte Romano prima che il secondo plotone cominciasse a sparare in anticipo, la marcia notturna di esfiltrazione, la settimana di pattuglia invernale, il sollievo al ritorno da quella pattuglia di una doccia gelata nella settimana più fredda di quell’inverno.
Sono cose che può capire solo chi c’era. Sono cose che ai nostri figli mancheranno. Sono cose che ci faranno attendere il prossimo raduno con la stessa ansia con cui abbiamo atteso questo. E mentre torni a casa, la notte, con milioni di immagini, di suoni, e di ricordi che ti frullano per la testa e ti fanno dispiacere che questa giornata sia già finita, arriva un messaggio di Totò Russo e ti piega in due dalla commozione. Chi siamo noi e chi eravamo.
Caro Totò, il fatto è che noi lo sappiamo da 30 anni chi siamo. E anche se siamo sempre rimasti qui, oggi finalmente siamo tornati a casa.



Non ho mai più avuto amici come quelli….. Gesù, ma chi li ha?
(Stand by me, Stephen King)

"Non occorre che un uomo sappia cosa avverrà alla fine del giorno dopo, è sufficiente che il giorno finisca e la conclusione sarà nota; se ci rincontreremo allora sorrideremo, sennò, sarà stato lo stesso un bell'addio".

(Caio Giulio Cesare, William Shakespeare)

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