giovedì 10 aprile 2014

Da che parte sto

Quando morì Giorgio Bocca, ho provato la stessa sensazione di quando se ne sono andati Indro Montanelli e Oriana Fallaci: dolore per la perdita di qualcuno che è stato il maestro della mia giovinezza, uno dei migliori amici della mia vita, quelli che hanno fatto di me quello che sono. E tristezza infinita, nel vedere cosa resta di una vita intera spesa nel cercare di dare qualità al proprio intelletto. Niente. Ma loro lo sapevano. Si erano preparati e hanno cercato di preparare tutti coloro che - come me - hanno voluto starli a sentire.
Nella mia libreria il posto d'onore ce l'hanno le loro opere: di Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Giorgio Bocca. "Soltanto un giornalista", "La rabbia e l'orgoglio", "Partigiano della montagna"....Mi hanno segnato la vita, e non pretendo che mi capisca nessuno, soprattutto nell'era di facebook, youtube, google e di una cultura superficiale, usa e getta, te clicca "mi piace”, poi si vede perché.....
Adesso i "guru" sono gente come Andrea Scanzi, poche parole d’ordine ma confuse. O gli emuli di Grillo a tempo perso, Tony Troia, Spinoza, Wu Ming ecc..... gente che non ti impegna per più di cinque minuti, gente dietro alla quale non occorre pensare.... Io non avevo "guru" e non ne ho. Ho avuto solo maestri, i più difficili e spigolosi che c'erano. Loro non ci sono più adesso, e avverto una solitudine spaventosa, in questa Italia di social network, social forum, social stupidity. Ora siamo soli. O meglio, ci restano loro. I libri. i "loro" libri. Nella mia biblioteca ci sono. Quando non ci sarò più mio figlio ne faccia cio che vuole. Finché ci sono io stanno lì e guai a chi me li tocca.
Non avevano caratteri facili, Indro, Oriana e Giorgio. Mi piacevano anche per quello forse. Quella spigolosità, quella assoluta mancanza di angoli smussati, lati "abbordabili", maturata nel corso di vite difficili e coraggiose in epoche difficili, molto meno confortevoli di questa vita "virtuale" che stiamo vivendo noi, mi affascinavano, li sentivo miei, volevo essere loro. Se non fossi stato Simone Borri avrei voluto essere uno di loro. Sempre se ne avessi avuto il coraggio.....
Indro Montanelli, quand'ero ragazzo, era un autore "all'indice", in un mondo egemonizzato dalla cosiddetta "cultura (o incultura) di sinistra". C'erano autori all'indice a sinistra come c'erano stati in epoche precedenti per la Chiesa Cattolica. Perché? Ma perché erano FASCISTI. Non si poteva leggere Montanelli, non si poteva ascoltare Lucio Battisti. E' stato allora che ho deciso che se dovevo rinunciare a qualcosa avrei rinunciato alla sinistra. Non certo a chi mi stava aiutando, “costringendo” ad aprire la mia mente.
La storia di Montanelli è nota a tutti dal 1994 in poi. Da quando è diventato il campione di quella sinistra con cui c'era sempre stata antipatia reciproca (se non peggio), il simbolo dell'opposizione a Berlusconi, quando disse NO all'astro nascente e se ne andò dal Giornale che lui aveva fondato e che l'altro nel frattempo aveva comprato. Montanelli ha trascorso i suoi ultimi anni di vita osannato dagli stessi che fino a poco prima lo avevano insultato in quanto fascista, avevano inneggiato alle Brigate Rosse quando gli avevano sparato alle gambe, avevano puntualmente rinvangato i suoi trascorsi durante il Ventennio, come se in ogni famiglia non ci fosse stato allora chi aveva indossato (volente o nolente) la Camicia Nera. Anticomunista, questo lo era stato tutta la vita, all'epoca in cui il Comunismo uccideva, e non solo nell'Est europeo o asiatico. Questo non gli aveva impedito di essere stato condannato a morte dai tedeschi (all'epoca abbastanza anticomunisti anche loro....) e di trascorrere mesi nel braccio della morte di San Vittore in compagnia di diversi capi partigiani e di un giovanissimo Mike Bongiorno. Né di tenere nel dopoguerra una posizione abbastanza anticonformista nei confronti della stessa classe dominante democristiana, che trattò sempre con disprezzo.
Nel 1974 se ne andò dal Corriere della Sera, che giudicava ormai sulla via di diventare troppo indulgente verso la sinistra (allora Partito Comunista Italiano) e fondò il Giornale, che diventò il punto di riferimento di chi non era di sinistra, ma non era neanche fascista e meno che mai voleva rassegnarsi alla palude democristiana, per di più in odore di compromesso storico. Fu in questa veste di direttore del Giornale che fu aggredito da un commando delle BR nel 1977. Gli andò meglio che a Tobagi e Casalegno. Ma non si arrese, come non si era arreso ai Nazisti. Come non si sarebbe arreso a Berlusconi, diventato tempo dopo il suo editore. Come spiegò nelle sue ultime opere, lui era stato e rimaneva "soltanto un giornalista". E fino all'ultimo non accettò altri padroni che quello suo naturale: il LETTORE.
Negli anni del Corriere della Sera aveva incrociato la carriera di un'altra giornalista toscana, anch'essa di grande personalità, coraggio e......carattere difficile. Oriana Fallaci avrebbe percorso la parabola inversa alla sua. Nata icona (involontaria) della sinistra antiamericana, anti-israeliana, anti-occidentale, antitutto, avrebbe finito i suoi giorni coraggiosamente combattendo con pari forza un male incurabile e gli insulti di quella stessa sinistra, nel frattempo diventata Partito Democratico con una bella fetta di ex-DC dentro e scopertasi bersaglio delle sue critiche feroci proprio per l'antioccidentalismo ormai degenerato nel collasso della nostra società e dei nostri valori.
Oriana era stata la nostra voce dal Vietnam quando tutti gridavano in piazza "YANKEE GO HOME", poi era stata i nostri occhi nella Palestina di Yasser Arafat, poi nella Grecia di Alekos Panagoulis e della lotta al regime dei colonnelli. Da bambina, aveva fatto la staffetta partigiana (come tutta la sua famiglia, del resto). Ce n'era di che santificarla, a sinistra, e infatti per lungo tempo fu santificata. Poi lentamente, diradatosi il fumo della Guerra Fredda e degli Anni di Piombo, anche lei emerse finalmente per quello che era: soltanto una giornalista. Che per di più aveva scelto di vivere negli Stati Uniti, tra quegli yankees di cui aveva raccontato la sconfitta ed il ritorno a casa, poiché si trovava sempre meno a suo agio in Europa e in Italia, dove ormai il clima culturale non le si confaceva più.
Quando, dopo l'11 settembre 2001, il mondo intero fu costretto a risvegliarsi nel boato del crollo delle Torri Gemelle e, come sempre succede in questi casi, ognuno di noi fu costretto (che gli piacesse o no) a prendere una posizione, lei non ebbe dubbi sulla sua, che evidentemente maturava da tempo, vista la forza esplosiva con cui uscì allo scoperto.
Credo di avere letto pochi libri più avidamente e con maggiore soddisfazione di "La rabbia e l'orgoglio". Credo di avere ringraziato Oriana in ogni istante per aver dato le parole giuste ad ogni mia sensazione, ad ogni mia idea fino a quel momento inespressa, alla rabbia che provavo anch'io senza saperla incanalare in quella che per me era la giusta direzione. Bisogna aver vissuto a Firenze (e non avere avuto sugli occhi il "prosciutto" della sinistra) a cavallo tra la fine del XX secolo e l'attentato alle Torri per contestualizzare e capire bene quello che voglio dire. Bisogna ricordare la rabbia, il disgusto, la sensazione di impotenza che ci dava a molti di noi fiorentini la vista quotidiana di quella tendopoli - pisciatoio a cielo aperto che era stata allestita con la connivenza delle autorità comunali in Piazza del Duomo. A tanti montava la bile in corpo, ma a pochi, forse solo ad Oriana riuscì ad esprimere quel sentimento: a questo sconcio ci aveva portato la politica di "accoglienza sbracata" praticata a Firenze in modo acritico ed esclusivamente basandosi sull'interesse politico da La Pira in poi. Questi erano i risultati. Questo era il declino della nostra civiltà, che non avrebbe saputo accogliere degnamente chi aveva veramente bisogno, e che presto avrebbe espulso anche noi stessi.
Non si trattava di appoggiare Bush e i suoi attacchi militari a nemici probabilmente inesistenti. Si trattava solo di svegliarsi, e recuperare i propri valori, prima di ritrovarsi (come sta succedendo) ad ossequiare quelli di popoli, mi sia consentito dire senza essere accusato anch'io di fascismo, molto meno avanti di noi nella scala del progresso e dell'evoluzione.
Oriana è morta tra i lazzi e gli insulti di tutti quegli stronzetti che in Italia vengono scambiati oggi per intellettuali e/o politici d'avanguardia. A me, guai a chi me la tocca. Soprattutto senza avere letto mai mezza riga di tutto quello che ha lasciato scritto, a chi ha un cervello e la voglia di usarlo.
Dei tre, Giorgio Bocca era se possibile il più schivo, quello che concedeva meno di se. Era un montanaro, e forse basta questo a spiegare tutto. Chi conosce (ed ama ed apprezza) la gente di montagna sa cosa voglio dire. Gente di poche parole, perché le chiacchiere stanno a zero e mentre si chiacchiera la campagna va a male e la natura ci fa brutti scherzi.
Giorgio Bocca aveva scelto il mestiere delle parole, raccontandoci sessant'anni di trasformazione italiana come pochi hanno saputo fare. Ma era rimasto l'uomo dei monti, durissimo, spigolosissimo, inclemente con tutto quello che non capiva e non giustificava, lui che dell'Italia moderna e post-moderna aveva capito tutto.
Adesso si pretende di giudicare la sua vita e la sua figura da qualche spezzone raccattato su youtube o sui blog di qualche spiritoso. Era un ragazzo di 23 anni che aveva già servito nell'esercito regio nella seconda guerra mondiale, quando all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre anziché tornarsene a casa al sicuro o aderire per finta alla repubblica di Salò, scelse di salire su quelle montagne che conosceva bene e di dare vita a una delle Brigate Partigiane di Giustizia e Libertà (non so se qualcuno ha presente, erano quelle che si ispiravano al pensiero dei Fratelli Rosselli). Già soltanto per questo mi piacerebbe che prima di parlare di quest'uomo certi blogger o "guru" dei nostri comodissimi tempi si pulissero la bocca. O (scusatemi la volgarità) il culo, che è nel caso loro la stessa cosa.
Da giornalista Giorgio Bocca ha raccontato il passaggio dell'Italia da paese rurale a paese industriale prima e post-industriale poi. Lo ha fatto con una chiarezza tale da chiedersi perché tutti i suoi libri non siano ancora stati adottati come testi nelle disgraziate scuole italiane. Anche lui era solo un giornalista. Diceva: "per me destra e sinistra si equivalgono: in stupidità".
Diceva anche tante cose che si possono magari non condividere, mi vengono in mente alcuni incauti giudizi sulle Foibe di Tito (che non giustificava, ma di cui attribuiva la principale responsabilità agli orrori commessi dal fascismo in Slovenia), e può anche darsi che abbia espresso giudizi duri su questioni razziali o sessuali. Si parla di un uomo nato nel 1920 in un mondo ben diverso da questo. Tuttavia, ha capito più lui di questo mondo in cui viviamo pur senza esserci nato di tanti di noi che ci sguazzano dentro credendo che mezz'ora passata su internet faccia di noi degli attivisti politici o meglio ancora dei guru. Il "fenomeno Berlusconi" lui lo aveva capito in pieno già alla metà degli anni 70. E pensare che c'é ancora gente che non sa adesso per chi o cosa (o contro chi o cosa) ha votato per 20 anni...... (o forse lo sa fin troppo bene).
 Questi sono stati i miei maestri, io sto da questa parte, in questa vita. Nelle prossime si vedrà. Mi rendo conto di dover fare tuttavia due aggiunte.
Una alla memoria. I miei maestri sono quattro, in realtà. Ho lasciato fuori quel gran signore di Enzo Biagi. Ma nella mia libreria ci sono anche i suoi libri. Adesso siete tutti insieme nello stesso salotto sulle nuvole, caro Enzo, e chi è con voi e può ascoltare i vostri discorsi è fortunato.
L'altra è un auspicio per il futuro. Di lei lo stesso Giorgio Bocca ha detto: "Milena Gabanelli è l'ultima giornalista che fa inchieste vere, in un momento in cui su tutti i giornali sono state abbandonate. E addirittura stupisce che le possa fare." Ecco, la signora di Report è l'ultima che ci rimane, teniamola da conto.
Anche se, tra una puntata e l’altra di Report, noi stiamo su facebook....su youtube....tutto ci scorre addosso o accanto, come quei romani che, nel racconto di Flaiano, vedono arrivare l'extraterrestre, lo guardano un po' e alla fine lo liquidano con la battuta:
"...A' marzia'.....facce ride'!"


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