lunedì 5 maggio 2014

Storia dei Presidenti della Repubblica: Segni e Saragat (1962-1971)

Antonio Segni era un rampollo di una nobile famiglia sarda, le cui origini rimontavano addirittura al patriziato genovese dal 1752. Anche lui uscito dalla scuderia di Don Sturzo, e poi fondatore clandestino della Democrazia Cristiana nel 1942, nel 1962 fu il candidato ideale per un partito in cui montava la marea anti-centrosinistra, la coalizione inaugurata quell’anno da Fanfani con il primo governo con il sostegno esterno del PSI.
La destra DC rumoreggiava, c’erano tensioni e pressioni internazionali, il nobile professore di diritto che veniva dalla Sardegna e il cui cuore batteva più a destra possibile sembrò ai vertici DC (guidati da quell’Aldo Moro che prediligeva dare un colpo al cerchio e subito dopo uno alla botte) la scelta migliore e più rassicurante.
Antonio Segni con John Fitzgerald Kennedy
La presidenza di Segni fu in carattere con il personaggio, che entrò subito in conflitto con la parte sinistra dello schieramento politico, soprattutto quella che faceva parte dell’area governativa, dai repubblicani di La Malfa ai socialisti di Nenni. In particolare, l’uomo del Colle era disturbato dal riformismo invocato da questi ultimi. La preoccupazione per quella che lui vedeva come una pericolosa deriva bolscevica lo spinse a prestare ascolto ad un personaggio come il Comandante dell’Arma dei Carabinieri Generale Giovanni De Lorenzo, monarchico e reazionario convinto, che nel marzo del 1964 gli presentò il cosiddetto Piano Solo, elaborato con i vertici delle Forze Armate del momento, che prevedeva la neutralizzazione di più di 700 esponenti di partiti e sindacati di sinistra, l’occupazione dei mezzi di stampa vicini a quell’area politica e la repressione di qualsiasi manifestazione filocomunista. Il Piano, che doveva essere messo in atto teoricamente solo in situazione di emergenza (manifestazioni di piazza, ulteriore avanzata delle sinistre), lasciò Segni fortemente impressionato.
Non è mai stato accertato completamente il coinvolgimento del Capo dello Stato nel Piano Solo, i maggiori storici del periodo concordano nel ritenere che fosse sua unica intenzione utilizzarlo come forma di pressione, spauracchio per le sinistre, per indurle ad uscire dal governo o comunque a ridimensionare i propri progetti riformatori.
Seguirono fasi concitate. Nei mesi successivi De Lorenzo fu notato più volte recarsi a colloquio con Segni al Quirinale. Ci furono scambi di messaggi ed altri segnali che allarmarono forze politiche e opinione pubblica. Il "tintinnare di sciabole", come lo definì Eugenio Scalfari autore della leggendaria inchiesta dell’Espresso sulle attività di De Lorenzo e del SIFAR, l’allora servizio segreto militare, divenne assordante.
Generale Giovanni De Lorenzo
Il 7 agosto Giuseppe Saragat, segretario socialdemocratico, e Aldo Moro, segretario DC e Presidente del Consiglio in carica, si recarono al Quirinale per chiarire la situazione. Al termine del concitato colloquio che seguì, Segni risultò essere stato colpito da trombosi cerebrale. Nessuno ha mai rivelato il contenuto di quel colloquio né ha mai messo in discussione la veridicità dell’impedimento temporaneo di cui si certificò che il Presidente era caduto vittima.
Cesare Merzagora, Presidente del senato, fu fatto in fretta e furia Presidente supplente come voleva la Costituzione. La crisi fu provvidenzialmente risolta dalle dimissioni volontarie di Antonio Segni, che nell’ottobre abbandonò Quirinale e vita pubblica. Lasciandosi dietro un figlio, Mario detto Mariotto, a cui il destino avrebbe lasciato in serbo una carriera accademica e politica altrettanto brillante, oltre all’occasione (lasciata sfumare malamente) di cambiare per sempre la storia politica d’Italia, all’epoca di Mani Pulite.
Non fu facile scegliere il successore di Antonio Segni. Dopo due anni di paventata, e in certa misura anche reale svolta reazionaria, la bilancia tornava a pendere verso la sinistra, e la ripresa di quel progetto politico di centro-sinistra che sembrava al passo con i tempi (erano gli anni della distensione tra le due Superpotenze) e nello stesso tempo l’unico modo di evitare una radicalizzazione della lotta politica che avrebbe portato ad estreme conseguenze, come la vicina Grecia di lì a poco avrebbe dimostrato. C’era soprattutto un uomo in grado di rappresentare tutto questo. Un uomo a cui la socialdemocrazia in Italia doveva molto, se non tutto. Un uomo verso cui la stessa democrazia in quanto tale in Italia nell’estate del 1964 era debitrice.
Giuseppe Saragat era uno di quei giovani borghesi che avevano aderito al socialismo essendo rimasti impressionati dalle condizioni di vita della povera gente, proprio nel momento tuttavia in cui esso stava per cadere vittima delle manganellate delle Camicie Nere di Mussolini. Saragat, piemontese di famiglia sarda, aveva aderito al socialismo riformista di Turati, e non rinnegò mai quella scelta nei tempi successivi. Per quanto amico di Nenni e Pertini, con il quale divise anche la cella della morte a Regina Coeli, non si fece scrupolo a manifestare il suo dissenso verso l’alleanza dei socialisti con i comunisti, il cosiddetto Fronte Popolare costituito in vista delle elezioni politiche del 1948.
Giuseppe Saragat
Con quella che è passata alla storia come la scissione di Palazzo Barberini, uscì dal PSI e dette vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, in seguito Partito Socialista Democratico Italiano, che si alleò con la DC e si allineò alla sua politica di fedeltà al Piano Marshall ed al Patto Atlantico con gli USA, posizione che il PSDI avrebbe mantenuto fino alla fine dei suoi giorni, cinquant’anni dopo. Tutto ciò causò una temporanea rottura dei rapporti con Nenni e gli altri amici socialisti, che lo gratificarono di appellativi quale social-fascista, rinnegato e traditore, ma gli valse a gioco più lungo dei crediti da riscuotere allorché la tensione della Guerra Fredda si allentò, arrivò la stagione del centro-sinistra ed il PSI, passata la sbornia frontista, approdò nel campo dei partiti di governo.
Nel 1964 insomma Saragat era un padre benemerito della Repubblica e, lo si intuiva più che saperlo, il recente salvatore della democrazia in Italia. Fu eletto al ventunesimo scrutinio, decisivi furono i voti di socialisti e comunisti ben felici di approfittare delle spaccature interne alla DC, dove i cavalli di razza Fanfani, Moro ed Andreotti si facevano una guerra senza esclusione di colpi. La sua presidenza, che coincise con l’esplosione del ’68, dell’autunno caldo e con l’inizio della strategia della tensione a Piazza Fontana, fu tutto sommato abbastanza incolore. L’unica nota di colore venne semmai dalle storielle che si raccontavano a proposito della sua propensione per il buon vino della sua terra, il Barolo. Fu una presidenza neutra, ricondotta nell’alveo disegnato dai padri costituenti, che voleva un capo dello stato in funzione esclusivamente di rappresentanza all’estero e notarile all’interno, dopo i tentativi di Gronchi e soprattutto di Segni di assumere un peso politico imprevisto e indebito.

L’uomo che riconsegnò le chiavi del Quirinale nel 1971 era comunque un uomo invecchiato, superato dai tempi nuovi come del resto buona parte della sua generazione e della intera classe politica. Non ci fu tempo di ringraziarlo per i suoi trascorsi, né per lo stile con cui aveva retto la massima carica dello Stato. Il peggio doveva ancora venire. E stava rapidamente arrivando.

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