venerdì 11 settembre 2015

Dio salvi la Regina dei record



« Io dichiaro davanti a voi tutti che la mia intera vita, sia essa lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo. »
Il 2 giugno 1953 Elizabeth Alexandra Mary, da quel momento in poi semplicemente Elizabeth, la seconda del suo nome dopo la Grande Regina che aveva salvato il suo paese dall’Invencible Armada, così si rivolgeva ai suoi innumerevoli sudditi sparsi per tutto il globo mentre l’Arcivescovo di Canterbury le posava sul capo regale la corona imperiale che apparteneva alla sua famiglia da generazioni, nell’antica, tradizionale e quanto mai suggestiva cornice dell’Abbazia di Westminster, sede istituzionale di qualsiasi atto pubblico riguardante i sovrani inglesi dai tempi di Edoardo il Confessore, il penultimo re sassone prima della Conquista Normanna, che l’aveva edificata poco dopo l’anno Mille.
La giovane figlia di Giorgio VI, il re che aveva guidato la sua nazione nella guerra contro la Germania Nazista a partire da quel celebre discorso in cui aveva avuto ragione – con britannica determinazione – della celebre balbuzie che l’aveva afflitto da sempre, e nipote di quel Giorgio V che aveva guidato la stessa nazione nella Grande Guerra mutando il nome di famiglia dal tedesco originario (e poco popolare) Hannover nell’assai più inglese Windsor (dal nome della principale delle proprietà della Corona, l’omonimo castello), era appena ventisettenne quando pronunciò quelle semplici ma paradigmatiche parole.
Alle sue spalle aveva già un’adolescenza trascorsa in un paese in guerra (per lungo tempo da solo contro l’Asse) nel quale la Royal Family aveva saputo dare esempio di sobrietà, determinazione e coraggio alla guida di un popolo che vedeva vacillare il suo destino imperiale e la sua stessa sopravvivenza. Elizabeth Windsor era nata in un quartiere di Londra, a Mayfair, n. 17 di Bruton Street, come una inglese qualsiasi, o quasi. A quell’epoca a Buckingham Palace sul trono sedeva il nonno Giorgio V, mentre primo in linea di successione, il cosiddetto Principe di Galles, era quell’Edoardo VIII che avrebbe fatto il famoso “gran rifiuto” per poter sposare la sua amata Wallis Simpson, l’ereditiera americana divorziata mal vista dalla Chiesa Anglicana e dall’establishment.
Elizabeth ereditò il nome dalla madre, la Duchessa di York, ed una sobria e tranquilla determinazione ad assolvere alla sua funzione di rappresentanza del popolo che da sempre fa dell’imperturbabilità e dell’understatement i suoi caratteri distintivi. Quando salì al trono, la corona britannica aveva perso già il suo gioiello più prezioso, l’India liberata dalla rivoluzione non violenta di Gandhi, e stava favorendo la trasformazione delle sue Colonie in membri del Commonwealth, la Casa Comune di cui la Regina è tutt’ora a capo, e che comprende nazioni diventate ormai soggetti assolutamente paritari alla Madrepatria Gran Bretagna come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda. Gli altri stati “sudditi” di cui porta ancora il titolo puramente rappresentativo di Regina sono Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Grenada, Giamaica, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone, Santa Lucia e Tuvalu.
Era molto più pesante la corona che il 28 giugno 1838 era stata poggiata sul capo della sua antenata Alexandrina Victoria di Hanover, la Regina Vittoria la Grande, a soli diciotto anni. Non soltanto per l’India di cui Vittoria era designata come Imperatrice, ma perché il suo paese era all’epoca la più grande superpotenza mondiale, a capo di un impero che si estendeva su tutti e cinque i continenti e su cui veramente non tramontava mai il sole.
Di quell’impero, dopo il ridimensionamento operato dalle Guerre Mondiali e dalla fine del Colonialismo, ad Elisabetta II rimaneva molto poco allorché si accingeva a ripercorrere le orme della grande antenata. Ma da mercoledi scorso 9 settembre la Seconda Elisabetta ha finalmente eclissato il nome della Grande Vittoria, battendone il record di longevità e diventando la sovrana che ha regnato più a lungo sull’Inghilterra, sulla Gran Bretagna e sul Commonwealth da quando la Monarchia anglosassone è stata istituita. 63 anni, 7 mesi e 2 giorni (pari a 23.226 giorni) era la durata del regno di Vittoria, che morì nel 1901 lasciando il trono ad un figlio ormai sessantenne, Edoardo VII, destinato a sopravviverle soltanto per nove anni.
Stesso destino pare accomunare l’erede designato di Elisabetta, quando la lunga vita concessale da Dio e cantata nell’Inno Nazionale dai suoi sudditi avrà termine. Charles il Principe di Galles si avvia a festeggiare i sessantasette anni. Del resto la madre è più anziana della trisavola, 89 anni contro gli 82 entro i quali la Regina Imperatrice dell’India concluse la sua esistenza terrena.
God save the Queen, canteranno più che mai adesso i sudditi rivolti a questa graziosa sovrana che ha fatto del motto “non dire e non fare nulla” il suo stile di vita a rappresentare una nazione imperturbabile ma orgogliosa, che una volta conferiva onorificenze agli eroi di una Marina, di una Aviazione e di un Esercito che ne avevano fatto un’isola imprendibile al centro del mondo. Poi ai fuoriclasse di uno sport nato – o rinato – nei suoi college, il football, o a quelli della nuova musica che dal rock della beat generation in poi ha fatto dell’Inghilterra l’unico paese capace di competere in questo campo con gli U.S.A. E che adesso affida quasi interamente alla City di Londra le sue velleità di essere ancora il centro del mondo, almeno economicamente. Hong Kong non c’è più, tornata alla Cina per scadenza dell’affitto, i Beatles neanche, ma lo Stock Exchange resiste, nei secoli dei secoli.
God save the Queen, cantano i sudditi ad una sovrana che non ha voluto festeggiamenti per questo record non solo nazionale ma addirittura mondiale (l’Imperatore del Giappone Hirohito si è fermato a pochi giorni più dei 63 anni). Chiedendosi semmai se il vecchio Charles (che paradossalmente appare più ingrigito della sua quasi novantenne Regale Madre) sia il candidato ideale a succedergli, e puntano gli occhi su William, il figlio suo e della mai abbastanza compianta Lady Diana.
Ma in casa Windsor, come in ogni altra casa regnante, si regna uno per volta. Honi soit qui mal y pense, recita il motto del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera, il più antico ordine cavalleresco europeo di cui il sovrano d’Inghilterra è per tradizione anche il capo. Sia vituperato chi ne pensa male.
Come la Prima del suo nome, Elisabetta d’Inghilterra ha conquistato la storia, e adesso va per la leggenda.


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