domenica 11 settembre 2016

La campana dell'11 settembre

Alla fine, tanti hanno imparato a rispettare il minuto di silenzio negli stadi in occasione di disgrazie. Almeno per un minuto, riescono a tenere al guinzaglio quei pochi neuroni scomposti di cui Madre Natura li ha dotati. La Campana dell’11 Settembre no. Quella proprio non ce la fanno a rispettarla.
Oggi, anzi, è il giorno in cui l’antiamericanismo più feroce ritorna fuori. Perché sa di avere più di tremila tombe su cui danzare compiaciuto. E quei neuroni da stadio che in altre circostanze scalpitano perché costretti a stare a freno, oggi possono scatenarsi liberamente, magari con il beneplacito di una buona parte dell’establishment e della cosiddetta cultura ufficiale.
Sul complottismo, non vale la pena di dire più nulla. L’ipotesi delle Torri Gemelle implose su cariche di tritolo messe dalla C.I.A. sta alla realtà come quella di una base aliena sul lato nascosto della Luna sta alla scienza. Il complottismo è una condizione dell’essere, un disturbo della personalità, purtroppo incurabile. Ogni generazione ha la sua epidemia, da Pearl Harbor alle Twin Towers, passando per l’Area 51. La storia non la studia più nessuno, ma tanti si sentono autorizzati ad arricchirla delle loro sciocchezze.
Sull’antiamericanismo, invece, c’è sempre tanto da dire. Perché anch’esso forse è un male incurabile della nostra società, e di gran lunga più dannoso. E’ un fenomeno nato durante il fascismo, e dal fascismo è travasato nel comunismo e nella cultura di sinistra del dopoguerra. L’Italia è una repubblica fondata sull’antiamericanismo, e pazienza se grazie agli americani è diventata repubblica e come tale è ancora viva.
Si è antiamericani come si è antiisraeliani. Fa parte dell’armamentario ideologico passato dai boia chi molla ai compagni. Ogni volta che salta in aria un americano, così come un ebreo, non c’è niente da fare, c’è chi proprio non riesce a trattenere le proprie grida di gioia, manco fosse il più sfegatato dei mullah.
Il prof. Di Nolfo recentemente scomparso insegnava a noi studenti che nei rapporti tra le nazioni è utopistico, irrealistico pensare di non appartenere ad un qualunque sistema. Essere assolutamente indipendenti. Vale per la superpotenza come per la periferia dell’Impero. A noi come sistema toccò in sorte il Trattato del Nord Atlantico, l’ombrello atomico americano. Poteva – a parere di chi scrive – andare assai peggio in qualunque altra alternativa. Con buona pace dei fascisti sconfitti e rancorosi, e dei comunisti impotenti ed altrettanto rancorosi, giacché una elezione con metodi legali non l’hanno mai vinta nemmeno a livello di condominio.
Sono veleni che restano in circolo nel nostro corpo sociale. Per questo anche oggi ci sarà chi rompe il minuto di silenzio per urlare con voce stentorea (sui social network che, come diceva Umberto Eco, altro maitre à penser recentemente scomparso, offrono sempre opportuna cassa di risonanza all’imbecillità) che “gli sta bene a quei figli di p…… degli americani”.
Chi dice queste cose è l’ultima persona al mondo a sapere di chi è figlio. E magari si picca anche di conoscere bene gli U.S.A. e i gringos (come ho letto stamattina).
E allora, dato che il minuto di silenzio è rotto comunque, vale la pena aggiungere una volta di più la propria voce. Per dire una volta di più che……..

L’America era allora, per me provincia dolce, mondo di pace…… Anche senza la canzone di Guccini, Amerigo, che è il capolavoro assoluto dell’epopea del sogno americano vissuto dagli europei, chi sa un po’ di storia sa cos’è stata ed è per tutti noi l’America.
Per mio nonno e mio padre fu la fine delle Brigate Nere che scorrazzavano per la città rastrellando uomini da deportare nei campi di concentramento nazisti, ebrei da avviare al gas, partigiani da fucilare senza processo e previa tortura. E per tanti la possibilità di emigrare in cerca di vita, più che di una nuova vita. Giacché qui a casa nostra ce l’eravamo distrutta con le nostre mani.
Per me, fin dalla nascita, fu tutto questo e quant’altro usciva dai loro racconti, quando avevano voglia di raccontare. La Quinta Armata, che volle dire la fine della guerra e il ritorno del cibo sulle tavole, senza dover affrontare la traversata clandestina delle linee nemiche ed il mercato nero degli approfittatori postfascisti e protocomunisti. I Blue Devils che avevano difeso Trieste ed il confine nordest da Tito e dagli jugoslavi assassini. Le croci bianche senza nome allineate a Falciani, al Giogo e negli altri cimiteri di guerra americani disseminati per la Toscana e l’Italia.
Poi, e da lì in avanti vissi tutto in prima persona, erano i ragazzi che venivano a studiare in Italia ospiti delle nostre famiglie, per allungare l’università e sfuggire alla leva obbligatoria. Che allora significava Vietnam. Erano i ragazzi, bianchi e neri senza distinzione, che raccontavano di essere andati insieme a prendersi le legnate dalla Guardia Nazionale in occasione delle marce per la pace e per i diritti civili di chi ancora non li aveva. Erano quelli che i miei avevano visto piangere alla televisione la sera che fu ucciso il presidente Kennedy, e che io vidi piangere il giorno che furono uccisi il fratello Bob e Martin Luther King.
Era Mohamed Alì Cassius Clay che rifiutava la bandiera americana e finiva per onorarla come pochi altri. Erano Bob Dylan, Joan Baez e Mario Cuomo che riabilitavano Rubin Hurricane Carter e Sacco e Vanzetti.
E poi, una lunga lista di storie e personaggi controversi. Ma forse a quel punto i controversi eravamo tornati ad essere noi, troppo pasciuti da quarant’anni di benessere e sicurezza made in U.S.A. E come sempre ingrati come solo gli italiani, quando ci si mettono, sanno essere.
E così, tutti volevano la fine del terrore della Guerra Fredda, ma tanti sfotterono Ronald Reagan come mediocre attore, un guitto prestato alla politica, quando invece fu lui a porre fine a quel terrore. Tutti sfotterono anche Bill Clinton per i suoi rapporti impropri con la Lewinski, ma nessuno ricorda che se i nostri dirimpettai slavi non si sono sterminati a vicenda fu grazie a lui, che nei ritagli di tempo mandò la flotta a bombardare Belgrado e a farle smettere il genocidio. E pazienza se i serbi non se ne fanno una ragione. Nell’Adriatico c’è l’uranio impoverito, è vero, e quelle bombe partivano da Aviano, Marina di Grosseto, Napoli. Dall’altra parte dell’Adriatico ci sono Srebrenica, Sarajevo, le fosse comuni della pulizia etnica. Tutti volevano la fine delle stragi, nessuno ha mai ringraziato gli U.S.A. che la imposero, costringendo anche noi a partecipare invece di stare come al solito a guardare, e criticare, come i vecchi che osservano gli scavi dei lavori pubblici urbani.
E poi ancora, le guerre del Golfo. Maledetto sia il nome dei Bush, d’accordo. Ma per favore non riabilitiamo Saddam Hussein, come siamo andati vicini a fare per Milosevic. E smettiamola di parteggiare per i democratici a prescindere. Obama è stato un disastro, la Clinton sarebbe ancora peggio. Nel frattempo abbiamo perso la Russia, stiamo perdendo la Turchia, e questi Stati Uniti che ci stanno tanto di traverso sullo stomaco sono, come settant’anni fa, tutto ciò che ci rimane per sopravvivere.
A novembre rivotano. Chiunque vinca, noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’America. Noi siamo gli Stati Uniti d’America.

Ci vediamo l’anno prossimo. Con gli stessi discorsi.

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