martedì 20 settembre 2016

Roma è italiana



Era una delle date che ci facevano imparare a memoria, quando andavamo a scuola. Imprescindibili. I piccoli italiani del futuro quelle cose le dovevano sapere. Quelle date racchiudevano in sé la storia della nostra patria, il processo di formazione della nostra comunità nazionale. Della nostra stessa identità come popolo.
4 ottobre San Francesco patrono d’Italia. 12 ottobre, la Scoperta dell'America. 4 novembre la Vittoria nella Grande Guerra. 11 febbraio il Concordato Stato-Chiesa. 25 aprile la Liberazione. 2 giugno la Repubblica.
La Breccia di Porta Pia, dipinto di Carlo Ademollo (1880 circa)
E poi, o forse prima di tutte, c'era quella di oggi. 20 settembre. La Breccia di Porta Pia. Roma capitale. All’epoca in cui chi scrive andava a scuola, non si festeggiava più. Era stata abolita come festività comandata all’epoca dei Patti Lateranensi, quando la Chiesa aveva fatto pace con lo Stato. I cattolici osservanti erano tantissimi in Italia, e Mussolini aveva inteso guadagnarli definitivamente alla causa nazionale eliminando quello che era stato il simbolo più vistoso di una frattura tra le due anime dei cittadini italiani che era durata oltre sessant’anni.
Abolita nel 1930, noi cittadini in età da scuola dell’obbligo non avremmo comunque potuto festeggiare la ricorrenza della Breccia di Porta Pia. La scuola allora cominciava il 1° ottobre, San Remigio, e fino alla riforma Falcucci del 1977 settembre sarebbe rimasto intatto come ultimo mese delle nostre vacanze.
Ma la corsa dei Bersaglieri attraverso il varco aperto nelle mura papaline dalle cannonate del Luogotenente Generale Raffaele Cadorna era una delle immagini più vivide che venivano stampate nel nostro immaginario di bambini. Era la fine, gloriosa, epica e inevitabilmente un po’ retorica, del Risorgimento italiano. Mancavano solo Trento e Trieste, per la cui commemorazione di lì a poco c’era un’altra data, il 4 novembre. Roma capitale era il compimento del nostro destino. Il coronamento della nostra grande storia.
«La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico». Con queste parole Camillo Benso Conte di Cavour, uno degli artefici principali  di quel nostro Risorgimento di cui sentivamo rievocare battaglie e gesti eroici sui banchi di scuola, aveva lasciato in eredità alla generazione successiva dei ministri del Regno il compimento della sua opera. L’impresa finale.
G. Altobelli - Ricostruzione della Breccia di Porta Pia - 1870 - fotografia - Istituto per la Storia del Risorgimento - Roma
Strappare Roma al governo del Papa era più duro che strappare il Norditalia all’Austria. Lo Stato della Chiesa era protetto dalle armi dei francesi di Napoleone III. Quando il Secondo Impero bonapartista trovò il suo destino a Sedan sotto le cannonate prussiane, il governo di Sua Maestà Vittorio Emanuele II presieduto da Giovanni Lanza (l’uomo che aveva già spostato la capitale del Regno da Torino a Firenze) vide la sua occasione e la prese.
La mattina del 20 settembre 1870 i Bersaglieri entrarono a Roma da Via Nomentana attraverso la Breccia di Porta Pia. E soprattutto entrarono nell’iconografia ufficiale del Risorgimento che arrivavano – di corsa, come loro costume – a completare. Nel film epico che raccontò da allora in poi a generazioni di bambini dal grembiulino nero e bambine dal grembiulino bianco i valori fondanti e la storia di quella nazione che li aveva generati.
Ancora cento anni dopo l’Unità d’Italia rispetto a cui quel 20 settembre furono scritte le parole missione compiuta, il film era quello e noi lo vedevamo ripetersi ogni giorno, nei nostri banchi di scuola.
Era una religione laica, con tanto di precetti e di simboli. La bandiera dei tre colori, la foto del Presidente della Repubblica sopra la cattedra del maestro. Le foto dei Bersaglieri a Porta Pia, dei Mille a Quarto, di Garibaldi e Re Vittorio Emanuele a Teano, la riproduzione fotostatica del Bollettino della Vittoria a firma del Gen. Armando Diaz, quella delle parole del Canto degli Italiani, l’Inno di Mameli. Queste icone tappezzavano le mura delle nostre scuole. Questo era ciò che ci veniva insegnato ogni giorno, perché un giorno noi lo insegnassimo ad altri.
Il 20 settembre non era più in rosso, nel calendario. Ma lo festeggiavano tutti, dalla Vetta d’Italia a Pachino. Dall’11 febbraio 1929, religione laica e religione cattolica si erano riconciliate. Al calendario degli scolari e dei cittadini si era aggiunta una festa in più, e sul muro delle aule scolastiche si era aggiunto il Crocifisso. I cattolici avevano potuto diventare cittadini a tutti gli effetti, e pazienza se in quel momento quel loro nuovo status non prevedeva un diritto di voto effettivo. Per quello, ci sarebbe stato bisogno di aggiungere una nuova data ancora al nostro calendario. Verso la fine dell’anno scolastico, il 25 aprile, quando già noi scolari respiravamo nell’aria il profumo inebriante di una nuova estate.
Era un mondo sicuramente più ingenuo. Più retorico nel celebrare i suoi valori. Tutto sommato era un mondo più semplice, per viverci, perché quei suoi valori erano chiari. E non c’era bambino che, quando arrivava di nuovo quel giorno lì, non sognasse di essere in divisa da Bersagliere e di correre attraverso le mura abbattute a cannonate nei pressi di Porta Pia. Verso Roma. Verso la Capitale. Verso il Risorgimento.

Porta Pia oggi

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