martedì 28 ottobre 2014

La Marcia su Roma

Novantadue anni fa in questi giorni finiva in Italia lo Stato Liberale nato dal Risorgimento e cominciava il lungo governo di Benito Mussolini. La Marcia su Roma, il colpo di stato con cui le Camicie Nere del Partito Nazionale Fascista reclamarono e ottennero dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III il potere, cominciò il 28 ottobre 1922 e si concluse il 31, con la sfilata degli squadristi vittoriosi davanti allo stesso sovrano. Nel mezzo alle due date, il loro capo, il Duce, aveva ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo, che sarebbe durato più di vent’anni.
Mussolini ed il Fascismo venivano da lontano, e fino a pochi mesi prima erano sembrati un soggetto quanto mai improbabile per ricevere l’incarico di guidare la nazione. Benito Mussolini era un militante del Partito Socialista che aveva compiuto un lungo percorso personale e politico per arrivare al Quirinale. Figlio del fabbro Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, che lo avevano battezzato con il nome del rivoluzionario messicano Benito Juarez, era stato un ragazzo irrequieto e originariamente affascinato dall’anarchismo. Sua pare che fosse stata la mano ignota che aveva scritto sotto il monumento a Umberto I la frase Monumento a Gaetano Bresci, cioè a colui che aveva ucciso in un attentato il sovrano.
In seguito, entrato nel Partito Socialista allora in mano ai riformisti (cioè coloro che prediligevano la cosiddetta via parlamentare alla conquista del potere), si era subito distinto per la sua appartenenza alla corrente rivoluzionaria, o come si diceva allora massimalista, In un primo tempo, Mussolini seguì il destino di tutti i rivoluzionari, arresti, esilio. Poi, la sua forte personalità e le sue iniziative sempre più clamorose aumentarono progressivamente il suo prestigio sia nella base popolare che nei quadri del Partito. Nel 1912 diventò direttore del giornale del Partito, l’Avanti!. Nel 1914, quando ormai nere nubi che si addensavano sull’Europa ed il conflitto mondiale era alle porte, era diventato praticamente il leader del Partito Socialista, che schierò contro l’interventismo in guerra.
L’Italia rimase inizialmente al di fuori della guerra dichiarata dall’Austria alla Serbia dopo l’attentato di Sarajevo in cui perse la vita l’erede al trono imperiale asburgico Francesco Ferdinando. Nonostante fosse legata da alleanza a Francia, Inghilterra e Russia (la Triplice Intesa), inizialmente prevalse la linea di quei politici come Giolitti che ritenevano il nostro paese troppo fragile per reggere un conflitto della portata di quello che stava cominciando. Di costoro erano alleati involontari i socialisti, rimasti fedeli alla linea stabilita dall’Internazionale Socialista in opposizione alla “guerra borghese”.
Ma l’Intesa lavorò ai fianchi le forze politiche italiane, allettandole con la promessa di conquiste territoriali ai danni dell’Austria-Ungheria (mancavano ancora al risorgimento italiano Trento e Trieste), e ottenendone alla fine la dichiarazione di guerra al nemico storico, gli Asburgo. Il 24 maggio 1915, il “Piave mormorò calmo e placido al passaggio” dei fanti italiani e l’Italia si ritrovò nella prima Guerra mondiale. A quella data, Mussolini era stato espulso dal Partito Socialista, aveva fondato un proprio giornale (sovvenzionato da industriali desiderosi di commesse belliche nonché da potenze straniere già belligeranti), Il Popolo d’Italia, con cui condusse una forte campagna interventista.
Mussolini aveva capito due cose: la guerra era inevitabile, anche per l’Italia sarebbe stato impossibile starne fuori. Molto meglio mettersi alla guida dell’Interventismo che combatterlo. Nel resto d’Europa i partiti socialisti nazionali avevano assunto un atteggiamento collaborativo verso i rispettivi governi, spaccando l'Internazionale. In Italia, i massimalisti erano invece rimasti all’opposizione. L’altra intuizione dell’astro nascente della politica italiana era che lo sconvolgimento sociale creato dal conflitto avrebbe fornito una scorciatoia per la rivoluzione, e per il potere personale di chi – come lui – avesse saputo guidarla.
Quattro anni di guerra terribile portarono uno sconvolgimento al di là delle previsioni (se non quelle – profetiche – di Giolitti). Nonostante fosse tra le potenze vincitrici, l’Italia uscì con le ossa rotte, in crisi economica, con un mucchio di reduci di difficile reinserimento nella vita civile e mal visti dai socialisti che stavano prendendo il sopravvento, e per di più scontenta dell’esito del trattato di pace, che alimentò il mito della vittoria mutilata. Ma lo sconvolgimento maggiore fu senz’altro quello provocato dalle notizie provenienti dalla Russia, dove i bolscevichi comunisti avevano preso il potere sterminando lo Zar e la sua famiglia ed esaltando le masse proletarie di tutta Europa, che videro giunto il momento della loro riscossa, il “Sole dell’Avvenire”.
Il biennio 1919-20 passò alla storia come il Biennio Rosso, e davvero sembrò che da un momento all’altro l’Italia dovesse seguire l’ex alleata di guerra nel destino rivoluzionario. Mussolini, il cui fiuto politico era pari a quello di giornalista, capì al volo l’aria che tirava e fondò i Fasci di Combattimento, una organizzazione che raccoglieva reduci di guerra, scontenti, sbandati e avversari della marea rossa dilagante, allo scopo di contrastarla efficacemente quando nessuno sembrava più in grado di farlo. In un primo momento quello delle squadre fasciste sembrò un tentativo velleitario, al pari di quello di D’Annunzio che con le sue imprese culminate nella liberazione di Fiume aveva creato un alone di leggenda romantica quale l’Italia non aveva conosciuto dopo Garibaldi, ma aveva ottenuto ben poco da un punto di vista politico.
Ma se il Poeta non aveva saputo dare continuità e sostanza alle sue azioni, Mussolini dimostrò di essere di ben altra pasta, e quando cominciarono ad arrivargli i finanziamenti di industriali ed agrari spaventati dal Bolscevismo e stanchi di uno Stato Liberale che appariva ormai inerme di fronte ad esso, le sue squadracce cominciarono a diventare sempre più efficaci nel contrapporsi ai rossi. Quando nel 1921 a Livorno i massimalisti socialisti fondarono il Partito Comunista d’Italia con il programma dichiarato di replicare la rivoluzione sovietica nel nostro paese, fu chiaro a tutti che si andava verso una guerra civile dall’esito incerto, e che Mussolini era l’unica speranza di mantenimento dell’ordine sociale esistente.
Il quale Mussolini, abbandonati i sogni anarchici della gioventù, aveva nel frattempo virato verso un programma che mescolava pulsioni repubblicane e desiderio di restaurazione, riuscendo a parlare efficacemente sia all’establishment che alle masse popolari, dicendo loro quello che volevano sentirsi dire. Nell’autunno del 1922, dopo tentativi infruttuosi di formare un governo da parte di Giolitti, Bonomi e Facta, il Duce delle squadre nere nel frattempo organizzatesi nel partito Nazionale Fascista capì che il momento era arrivato, e dichiarò che se il Re d’Italia non fosse andato incontro alla volontà popolare dandogli l’incarico di governare, i fascisti avrebbero preso il potere da soli marciando sulla capitale.
Fu costituito a Perugia un quartier generale della Marcia, da cui un quadrumvirato di fedelissimi coordinò il raduno delle Camice Nere in varie parti d’Italia, in attesa dell’ordine di balzare su Roma. Mussolini in realtà stava usando quella dimostrazione di forza per indurre il Re a conferirgli un incarico legalmente, spaventandolo con lo spauracchio di una svolta repubblicana in caso di insurrezione. Il gioco riuscì. I fascisti accampati intorno a Roma erano stimati in circa 30.000 persone, ma gli uomini che avevano dimestichezza con le armi erano pochi. Di fronte, a difesa della capitale, l’esercito italiano agli ordini del Generale Cittadini schierava altrettanti uomini, ma tutti soldati professionisti. Come avrebbe detto Badoglio, in quel momento il Fascismo avrebbe potuto essere schiacciato in un attimo.
Ma Vittorio Emanuele III dette l’ordine a Cittadini di ritirarsi e dopo frenetiche e infruttuose trattative con altre personalità politiche si risolse alla fine a invitare Mussolini al Quirinale, che vi giunse in treno da Milano, dove era rimasto ad aspettare. Il giorno 30 ottobre gli conferì l’incarico di Primo Ministro. Il 31 mattina le Camice Nere gli sfilarono davanti in una parata che durò sei ore. Pochi giorni dopo, il 16 novembre, Mussolini si presentò alla Camera dei deputati, a chiedere la fiducia, e pronunciò il celebre discorso, “Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. “

La Camera gli votò la fiducia, per 316 voti contro 116 contrari (praticamente i soli socialisti e pochissimi liberali, i più essendo ormai convinti che l’uomo del destino era necessario per rimettere a posto il paese) e 7 astenuti. L’intera operazione si era svolta nel pieno rispetto delle prerogative reali e della prassi costituzionale stabilite dallo Statuto Albertino. Mussolini aveva avuto un incarico regolare a formare il governo dal Re il 30 ottobre 1922, ed altrettanto regolarmente ne sarebbe stato destituito il 25 luglio 1943. Molti uomini che gli votarono la fiducia credevano in buona fede che si sarebbe trattato di un fenomeno reso necessario dai tempi difficili, ma effimero, passeggero. Avrebbero avuto più di vent’anni di tempo per ricredersi.

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