mercoledì 8 aprile 2015

Ore 21, lezione di calcio al Franchi



"Io ci credo”. Lo aveva scritto nei giorni scorsi Massimiliano Allegri sul suo profilo Twitter. Lo aveva scritto, ci credeva davvero e ha fatto sì che ci credessero anche i suoi giocatori. Dopo la partita di andata avevamo messo in guardia contro il rischio di considerare la Juventus già spacciata. Per quella squadra e quella società non esiste altra opzione che vincere, sempre e comunque, se appena ce n’è una minima possibilità. I suoi giocatori sono scesi sul prato del Franchi caricati a molla, com’era prevedibile. Affrontare una squadra come quella viola nel suo periodo di forma migliore ed un pubblico che più ostile non si può era comunque per loro – c’è da scommetterci - una prospettiva meno preoccupante rispetto a tornare a casa a mani vuote. A Corso Galileo Ferraris la sconfitta non è tollerata, i perdenti non durano a lungo.
Ci credeva anche la Fiorentina, ma piuttosto al fatto di aver già vinto. E questo contro la Juventus non si fa, mai, a pena di amare delusioni. E invece per il secondo anno consecutivo un consistente vantaggio conseguito al termine di un’ottima gara di andata allo Juventus Stadium viene dilapidato da una condotta di gara dissennata. Come un anno fa, bastava un pareggio casalingo per passare il turno ed andare in questo caso a giocare la seconda finale consecutiva di Coppa Italia. Non certo una mission impossible, malgrado la forza dell’avversario che si avvia in campionato a vincere il quarto titolo consecutivo.
Come un anno fa, ci si ritrova il giorno dopo invece a gestire un contraccolpo psicologico durissimo provocato da una cocente delusione. Anzi, un anno fa tutto sommato c’era la parziale, parzialissima consolazione derivante dal fatto che la differenza era stata fatta in fondo soltanto da una magia di Andrea Pirlo, quel calcio di punizione subito ingenuamente nei minuti finali e trasformato magistralmente dallo specialista numero uno al mondo. Stavolta invece siamo qui a commentare attoniti una prestazione impalpabile, inconsistente, imbarazzante da parte di una squadra che fino a tre giorni fa aveva incantato e quasi sempre vinto su ogni campo e con qualsiasi situazione, climatica e tecnica.
Come il manzoniano vaso di coccio messo accanto al vaso di ferro, la Fiorentina si dissolve dopo venti minuti al cospetto della Juventus. Subisce l’annullamento del gol iniziale di Salah, è vero, ma francamente – rispetto alla débacle che ne segue – ciò appare un ben misero specchio su cui arrampicarsi. Come le lamentele di Montella sugli atteggiamenti troppo aggressivi dei giocatori juventini e su quelli troppo comprensivi dell’arbitro, il sig. Davide Massa di Imperia.
Caro Vincenzo, cominciamo da te. Sbagliare capita a tutti, prima o poi. Anche magari per il secondo anno consecutivo di fronte alla stessa identica prova d’esame. C’è gente che deve ridare esami come Matematica o Anatomia per dieci volte all’Università, figuriamoci la Fiorentina che cerca da almeno trent’anni prima del tuo arrivo di superare la Juventus in un torneo qualsiasi. Cercare scuse però non migliora le cose. Completa semmai miseramente la caduta di stile già provocata dall’atteggiamento incomprensibile dei tuoi giocatori, che sembravano capitati al Franchi per una partitella di rifinitura e non per il match che avrebbe cambiato la stagione da splendida a trionfale.
L’arbitro Massa ha diretto come difficilmente si poteva fare meglio. Salah ha spinto Sturaro prima di segnare il suo gol e Gonzalo era in fuorigioco sul colpo di testa che pareggiava il gol di Matri. Per il resto, Massa non ha concesso o regalato nulla a nessuno. Ha tollerato le proteste smodate di Chiellini, è vero, e la faccia deformata da una rabbia oscena e demoniaca del terzino livornese non è stato un bello spettacolo a vedersi. Ma di lì a farne il leit motiv del rammarico e delle lamentele viola per questa sconfitta sciagurata ce ne passa.
La Fiorentina, caro Vincenzo, ha perso perché tu ieri sera non hai saputo trasmetterle quella fame di vittoria, quegli occhi della tigre che invece Allegri ha dato ai suoi, semplicemente raccogliendo l’eredità lasciatagli da Antonio Conte. La Fiorentina ieri sera ha perso perché per un motivo o per l’altro quando si tratta di fare l’ultimo passo, quello del famoso salto di qualità, manca sempre qualcosa. Ha perso perché ha un centrocampo fatto di gente che tratta il pallone divinamente, ma che ha la stessa consistenza di un prato di margherite quando spira la Bora, quando si trovano cioè di fronte come dirimpettai dei rudi omaccioni (magari anche loro dai fondamentali più che discreti, come Vidal e Marchisio che da soli valgono la maggior parte dei reparti mediani d’Europa) che li spostano di peso. Ha perso perché Gomez non è un centravanti boa né Salah un rifinitore trequartista. Sono due punte che vanno servite secondo le loro caratteristiche, che non sono quelle del gioco della Fiorentina, almeno quando è in casa propria.
Anche Alessandro Matri è una punta con determinate caratteristiche. Qui a Firenze un anno fa fece disperare, ma appena rimesso in una squadra che lo serve a dovere riprende a segnare come se nulla fosse. E’ una bella beffa che il primo gol bianconero, quello che scioglie la Fiorentina come neve al sole, venga dal suo piede, che questa volta non ha perso neanche la scarpa come in un celebre precedente. E’ una beffa più che altro che di tutti gli attaccanti passati da Firenze da quando c’è Montella non ce n’è o ce ne sarà uno che vincerà la classifica dei cannonieri.
Quando Matri la mette dentro, sono almeno dieci minuti che la Fiorentina preoccupa per la sua leggerezza, sia sul piano fisico che su quello dell’atteggiamento. Basta gestire il risultato dell’andata, ci riuscirebbe forse perfino il derelitto Parma di questi tempi. La Fiorentina no, lei deve giocare a viso aperto, forte delle statistiche sul possesso palla e della presunzione propria, del suo allenatore, della sua città. Sono giorni che i social network sono tappezzati degli sfotto’ dei fiorentini agli juventini. E’ il male oscuro di Firenze, quello che le si rivolta puntualmente contro e trasforma ogni possibile festa in una tragedia sportiva. Mai parlare prima, testa bassa e concentrazione, casomai ci si sfoga dopo. La Juventus vince anche così, ma non lo si vuol capire da queste parti. I giocatori viola invece sono immersi in questa atmosfera di chiacchiere a vuoto rodomontesche, vivono la città come tutti, e alla fine scendono in campo credendo di essere dei predestinati. Lo sono infatti, ma a ripetere quasi la catastrofe del 2012.
Stavolta non c’è in panchina un Delio Rossi a cui dare la colpa di tutto, dopo Mihajlovic. Non c’è una banda di giocatori a cui si è spenta la luce ed accesa la voglia di andarsene altrove. Ci sono gli osannati campioni che da un paio di mesi a questa parte fanno a fette quasi tutti, si giochi sull’erba o sull’acqua. C’è gente che ha giocato finali mondiali, o si riteneva in diritto di giocarle. Gente che dopo venti minuti ed un gol evitabilissimo subito da parte di una squadra a cui mancano ben cinque titolari, Buffon, Pirlo, Pogba, Tevez ed all’ultimo momento Lichsteiner, sparisce dal campo e si fa vedere solo per falli di frustrazione e sceneggiate varie.
Stavolta la Juve non ne fa cinque, si accontenta di tre, facendo arrabbiare Allegri. E anche Neto, suo probabile prossimo giocatore, che alla fine sbotta contro gli attuali compagni, che non lo aiutano a dovere. Al secondo gol di Pereyra, dopo una paratona su Morata resa vana dal buco che c’è in area sulla destra e in cui si avventa l’argentino, il povero Norberto si lascia andare all’esclamazione “un miracolo ve l’ho fatto, due non ve ne posso fare”. Cosa dice in occasione del terzo gol di Bonucci non si può riportare, ai sensi della legge sulla stampa e del buongusto. E’ l’unico peraltro che si merita la sufficienza, il portiere viola. Sugli altri si può stendere lo stesso velo pietoso, per risparmiare tempo e rabbia.
Perfino sui Della Valle verrebbe voglia di dare il voto quest’oggi. L’aplomb british con cui commentano questa ennesima figuraccia, con annessa uscita da una Coppa Italia in cui la Fiorentina stava diventando una favorita d’obbligo, aumenta amarezza e disappunto. E riporta d’attualità quel pensiero mai troppo recondito secondo cui la seconda proprietà per durata nella storia della Fiorentina è anche quella che ha vinto di meno: niente, per la precisione. In compenso ha preso più gol in casa dalla Juventus in due sole partite di Pontello e e Cecchi Gori in oltre vent’anni.
Ci sarà tempo e modo per vincere, dice Diego Della Valle. Domenica intanto si va a Napoli. Siamo ormai su due obbiettivi. C’è da salvare un bambino buttando via solo l’acqua sporca, ieri sera tanta. I contraccolpi psicologici di simili rovesci sono sempre difficili da gestire. Prandelli non ce la fece. Vediamo se ce la farà Montella.

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