lunedì 25 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Gli anni del boicottaggio (1976 - 1980)



A Innsbruck nel 1976 i Winterspiele, Giochi Invernali, furono teatro dell’ultimo acuto della Valanga Azzurra. Pierino Gros, piemontese di Sauze d’Oulx in Val di Susa, l’unico italiano capace di interrompere il predominio di Gustav Thoeni nel 1973 vincendo la Coppa del Mondo assoluta di Sci Alpino, gli finì davanti anche nello Slalom Speciale disputato nella località austriaca, che valse all’Italia l’unica medaglia d’Oro di quella edizione.
Il podio di Innsbruck, Piero Gros, Gustav Thoeni, Willi Frommelt
Fu il canto del cigno della gloriosa squadra azzurra. Nuovi attori si erano affacciati alla ribalta internazionale. In Discesa il beniamino di casa Franz Klammer, negli Slalom il fuoriclasse svedese Ingemar Stenmark che avrebbe spadroneggiato per il resto degli anni Settanta e oltre. Thoeni vinse anche la Combinata, confermandosi ancora il più versatile degli sciatori azzurri oltre che il più forte in assoluto, ma quella specialità nel 1976 non assegnava più medaglie olimpiche, solo piazzamenti valevoli per la Coppa del Mondo. Che finì per la prima volta nelle mani di Stenmark. Tra le donne, la tedesca Rosi Mittermaier andò vicina ad uno storico en plein, vincendo Discesa e Speciale e arrivando a soli 12 centesimi di secondo dalla terza medaglia d’Oro, in Gigante.
In estate, la fiamma partì da Olimpia per la ventunesima volta. Direzione Nordamerica. Negli anni Settanta il Canada era già un’isola felice, in mezzo a quell’Oceano dalle acque burrascose a cui assomigliava sempre di più il resto del mondo. Spiccava ancor più questa sua condizione se paragonata a quella del vicino con cui confinava a sud, gli Stati Uniti d’America che tentavano di riprendersi faticosamente dalla batosta subita in Vietnam e di far fronte all’offensiva sovietica che stavano subendo un po’ in tutto il mondo.
Come tutte le isole felici, anche il Canada si era conquistato questa felicità a caro prezzo, anche se ormai pagato a distanza nel tempo. Ex colonia francese, era passato dalla metà del Settecento sotto la Corona britannica, alla quale formalmente ancora apparteneva come membro del Commonwealth. Fu infatti la Regina Elisabetta II ad aprire i Giochi della XXI^ Olimpiade il 17 luglio del 1976 nello Stadio Olimpico di Montreal. O Montréal, capitale dello Stato del Quebec, la più grande comunità francofona sopravvissuta alla conquista inglese. In omaggio ai difficili equilibri interni canadesi, furono due i tedofori che portarono la fiaccola nello stadio fino al braciere olimpico. E per la seconda volta dopo Mexico 68 si trattò di donne: la francofona Stephane Prefontaine e l’anglofona Sandra Henderson.
Tutto sommato, le problematiche relative ai rapporti tra le due comunità canadesi suscitavano quasi tenerezza rispetto a quelle ben più a tinte fosche che agitavano il resto del mondo. Montreal 76 avrebbe potuto essere veramente una tregua salutare in un’isola felice come lo era stata l’antica Olimpia. Lo fu solo in parte, perché quella edizione dette il via all’Età dei Boicottaggi.
A metà degli anni Settanta la questione sudafricana era esplosa ormai in tutta la sua complessità e virulenza. Il simbolo più odioso del razzismo perdurante nel mondo era l’Apartheid sudafricano, con Nelson Mandela che languiva da più di dieci anni a Robben Island e con la sua gente confinata nelle baraccopoli come Soweto da una minoranza bianca che non si faceva scrupolo ad usare ogni mezzo per perpetuare il proprio potere.
Il volo di Nadia Comaneci, il primo 10,00 della storia
Il Sudafrica era ormai al bando da qualsiasi organismo internazionale, meno che da quelli sportivi. Nel 1974 aveva vinto la Coppa Davis del tennis, primo paese a spezzare il quadripolio USA, Gran Bretagna, Australia, Francia, grazie ai ritiri di chi doveva affrontarlo (tutti meno l’Italia, che perse meritatamente sul campo in semifinale). Nel 1976 il C.I.O. lo dichiarò non ammissibile ai Giochi canadesi, ma non squalificò gli All Blacks neozelandesi del Rugby (sport peraltro da tempo fuori dal programma olimpico) che andarono a giocare in tournée contro gli Springbocks sudafricani. La decisione pilatesca del C.I.O. provocò l’insurrezione dell’Africa, che disertò in massa i Giochi, compromettendo il livello tecnico almeno di buona parte delle discipline dell’Atletica.
Al boicottaggio del Continente Nero si aggiunse quello di Taipei, o Cina nazionalista con sede a Formosa. L’isola dove si era rifugiato Chang Kai Shek con il Kuomingtang superstite alla rivoluzione di Mao Tze Tung era rimasta orfana del suo leader da un anno ma non aveva deposto le armi nel rivendicare davanti al mondo la propria esistenza come unica Cina legittimamente riconoscibile. Anche il Grande Timoniere era alla fine dei suoi giorni, ma il mondo – dopo l’apertura di qualche anno prima operata da Richard Nixon verso di lui e verso la marea rossa della Repubblica Popolare Cinese – non se la sentiva più di escludere un paese dove bene o male abitava un quarto dell’umanità di allora (ed era un utile contraltare all’U.R.S.S., visti i pessimi rapporti tra i due compagni). Taipei la prese male, e restò a casa.
Le Olimpiadi di Montreal furono le prime in cui il Comitato organizzatore ammise di essere andato incontro ad un disastro economico. Come sarebbe successo al nostro paese per Italia 90, la municipalità di Montreal fu costretta a imporre tasse ai propri cittadini per i successivi 30 anni per coprire il pagamento dei costi della XXI^ Olimpiade.
Edwin Moses dopo l'arrivo a Montreal
Eppure, dal punto di vista tecnico ed al netto dell’assenza degli africani, furono grandi Giochi, che presentarono al mondo grandi figure destinate a rimanere nella storia. Dalla ginnasta rumena Nadia Comaneci, che incantò tutti con i suoi volteggi e si meritò il primo 10,00 della storia olimpica. Al cubano Alberto Juantorena detto El caballo, capace di vincere per la prima volta 400 e 800 metri piani. Al finlandese volante bis Lasse Viren, che bissò i 5.000 e 10.000 di Monaco. Al francese Guy Drut che tolse i 110 ostacoli agli U.S.A. per la prima volta dopo 20 anni. Al grande Edwin Moses, che vinse i 400 ostacoli con la cadenza record di tredici passi costanti tra un ostacolo e l’altro. Alla saltatrice tedesca Rosemarie Ackermann, che a Montreal riuscì a tenere dietro di sé (una delle ultime volte) la nostra Sara Simeoni, con la quale si sarebbe disputata in seguito l’onore del superamento del muro dei due metri.
Nel nuoto, l’americano John Naber tentò di emulare Mark Spitz fermandosi a 4 ori e un argento. Nel basket, gli U.S.A. si ripresero l’oro dopo la storica sconfitta di Monaco ma persero anche il secondo posto nel Medagliere a vantaggio della Germania Est. Nei tuffi, Klaus Dibiasi emulò se stesso per la terza volta vincendo ancora l’oro dalla piattaforma, mentre nel trampolino Giorgio Cagnotto conquistava l’argento. Fabio Dal Zotto riportò l’Italia a vincere l’oro nel Fioretto dopo 40 anni. Il medagliere azzurro di Montreal, uno dei più scadenti della storia, si fermò a questi due ori.
Il 1° agosto 1976, il mondo si dette appuntamento a Mosca per il 1980. Un evento storico, la prima Olimpiade in un paese comunista, dopo che il calcio era andato a giocare gli Europei in Jugoslavia proprio quell’anno. Un evento che però si prestava a vedersi compromesso per un nonnulla, perché il mondo nei quattro anni successivi conobbe una recrudescenza della Guerra Fredda al cui confronto la Crisi dei Missili di Cuba sembrò ad un certo punto una bazzecola.
La gioia di Sara Simeoni finalmente medaglia d'oro a Mosca
Il 1979 fu l’annus horribilis della presidenza Carter. Nel gennaio, l’Iran passò dal controllo dell’alleato Shah Rezah Pahlevi a quello dell’Imam Ruhollah Khomeini, fin da subito il peggiore dei nemici degli U.S.A dopo l’U.R.S.S.. La quale per parte sua, nel dicembre, attuò la ormai collaudata tecnica dell’aiuto fraterno invadendo l’Afghanistan a sostegno del locale regime filocomunista in difficoltà. Era tempo di reagire per gli Stati Uniti, ma in attesa delle elezioni del novembre 1980 che avrebbero visto il trionfo di Ronald Reagan, tutto quello che poterono fare nell’immediato fu il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca.
L’unico confronto sportivo U.S.A. – U.R.S.S. di quel 1980 fu la leggendaria finale dell’Hockey su Ghiaccio di Lake Placid il 22 febbraio, dove una squadra di dilettanti universitari riuscì sul campo amico a togliere ai sovietici una medaglia d’oro che era loro da quattro edizioni. E’ l’evento sportivo che fu reso celebre dal film della Disney Miracle, con Kurt Russell nei panni del coach Herb Brooks. La gara sarebbe rimasta famosa anche per il drammatico conteggio finale reso nella telecronaca della rete televisiva ABC: "Undici secondi, vi restano dieci secondi, stanno contando alla rovescia in questo momento... Morrow passa a Silk, restano cinque secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!"
In estate, a Mosca, gli U.S.A. non c’erano. Dei suoi alleati della N.A.T.O., solo la Germania Ovest seguì il loro esempio. Gli altri, Italia compresa, scelsero di partecipare pur esecrando l’invasione dell’Afghanistan, rinunciando a sfilare con la propria bandiera ed il proprio inno e soprattutto con i propri atleti in condizione di militari. Anche la Cina Comunista, nel frattempo ammessa ai Giochi, se ne tenne fuori per protesta contro la politica sovietica. In totale, 65 furono i paesi assenti, 80 quelli a vario titolo partecipanti.
Il 19 luglio 1980 Leonid Breznev aprì i giochi della XXII^ Olimpiade allo Stadio Lenin di Mosca. Lo spirito di Olimpia non aveva toccato mai così il fondo come nella sua prima incarnazione in un paese comunista. Eppure, per quanto menomata e sconvolta dalla politica, anche quella di Mosca fu un’Olimpiade che si lasciò dietro una bella galleria di ritratti.
L'arrivo al fotofinish di Pietro Mennea
Per l’Italia, furono i Giochi della rinascita, con un ritorno al quinto posto del Medagliere e otto Ori complessivi. A cominciare da quello di Pietro Mennea, che al terzo tentativo conquistò l’oro in una drammatica finale dei 200 metri in cui riuscì a stare avanti allo scozzese Alan Wells per due centesimi di secondo. Wells aveva vinto i cento metri, così come i connazionali Sebastian Coe e Steve Owett si erano equamente divisi 800 metri e 1.500. L’etiope Yfter successe a Viren nella doppietta 5.000 e 10.000.
Nell’Alto, Sara Simeoni trasformò in oro l’argento di Montreal dopo aver tolto alla Ackermann nel 1978 anche il primato mondiale con 2,01. Spettacolari anche le vittorie di Maurizio Damilano in una drammatica 20 km di Marcia, di Patrizio Oliva nella finale del Pugilato Superleggeri contro l’atleta di casa Konakbaev, di Ezio Gamba per la prima volta vincitore azzurro nel Judo. Luciano Giovannetti cominciò a Mosca l’epopea della Scuola italiana di Tiro Fossa Olimpica. Federico Roman confermò la bontà di quella di Equitazione. Claudio Pollio fece l’outsider nella Lotta Libera.
Cesare Rubini e Sandro Gamba a Mosca
Nel basket, in assenza degli USA sembrava un discorso tra URSS e Jugoslavia, ma la leggendaria nazionale azzurra di Sandro Gamba entrò nel mezzo con i suoi Meneghin, Marzorati & C. eliminando a sorpresa i padroni di casa in semifinale e cedendo agli jugoslavi di pochi punti in finale.
Eravamo andati a Mosca in tono minore, ne tornammo entusiasti il 3 agosto 1980, dopo che le autorità sovietiche consegnarono la bandiera olimpica al C.I.O. e non a quelle statunitensi che l’avrebbero issata di nuovo quattro anni dopo a Los Angeles. Per quindici giorni ci eravamo dimenticati quasi che il mondo era stato e adesso tornava ad essere in guerra. Fredda quanto si vuole, ma sempre guerra.

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