giovedì 4 agosto 2016

Storia delle Olimpiadi: I nostri giorni (2008 - 2012)



Dice un antico proverbio cinese, se una disputa va per le lunghe, significa che tutti e due i contendenti hanno torto. Nel 2001, dopo aver deliberato di pagare il debito assunto con Atene per la mancata assegnazione delle Olimpiadi del Centenario, il Comitato Olimpico Internazionale – alla cui presidenza si era appena insediato il belga Jacques Rogge in sostituzione dello spagnolo Samaranch, dimissionario – prese la decisione di pagare anche quello contratto successivamente  con Pechino, alla quale era stata preferita Sidney per l’assegnazione dei primi Giochi del terzo secolo delle Olimpiadi moderne.
Pur arrivato con otto anni di ritardo, il governo della Repubblica Popolare Cinese accettò di buon grado il risarcimento, maturato addirittura al secondo turno di votazione (fatto senza precedenti, mai una candidata aveva raggiunto così presto la maggioranza assoluta). «La vincita dell'offerta olimpica del 2008 è un esempio internazionale della Cina, di stabilità sociale, del progresso economico e della vita in buona salute per il popolo cinese». Al di là della prosa involuta, ciò che il vice-premier cinese Li Lanqing intendeva dire era che questo benedetto ventunesimo secolo sembrava finalmente avviarsi a poter essere considerato il secolo cinese, così come il precedente era stato considerato il secolo americano.
Negli stessi giorni, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (W.T.O.) aveva ammesso nel suo consesso la stessa Cina, aprendole le porte principali della poderosa espansione economica che stava comunque già prendendo il via. I giochi della XXIX^ Olimpiade erano un grandioso spot pubblicitario per questa nazione di oltre un miliardo di abitanti (senza contare i suoi figli sparsi per il globo) che aveva dichiarata chiusa nei fatti l’esperienza comunista e aveva cominciato a comprarsi quel mondo verso cui una volta aveva provato tanta ostilità, peraltro ricambiata.
La macchina organizzativa che si mise in moto all’indomani della decisione del C.I.O. ha dell’incredibile, se considerata senza tener conto delle capacità direttive di uno stato che affondava le proprie origini nella notte dei tempi e che poteva vantare un passato imperiale prima e comunista poi durante i quali era stato realizzato più di un miracolo, nonché delle capacità di risposta di un corpo sociale dalle infinite doti di sopportazione da un lato e di produzione in senso lato dall’altro.
Le Olimpiadi del 2008 costarono alla collettività cinese 40 miliardi di dollari per la costruzione di impianti, infrastrutture, energia, trasporti e approvvigionamenti di risorse varie. I due miliardi necessari alla costruzione degli impianti furono finanziati da imprese americane in cambio della partecipazione ai diritti di proprietà post-olimpici. Furono realizzati dal nulla in soli due anni impianti come lo Stadio Nazionale di Pechino e lo Stadio Nazionale Indoor, l’Olympic Green o Parco Olimpico, il Wukesong Baseball Field.
Un ulteriore sforzo prodigioso fu sopportato dalla Cina nel reperimento del personale necessario al funzionamento delle strutture olimpiche, circa 11.000 volontari. La Cina inoltre forzò se stessa, per la prima e forse unica volta finora, al rispetto degli standard internazionali in materia sia di inquinamento che di qualità alimentare. Di più, funzionari governativi percorsero il paese in lungo e in largo, come avevano fatto i vecchi funzionari imperiali in altre epoche, per selezionare e reclutare tutti quei bambini e ragazzi che minimamente promettevano nelle discipline sportive che sarebbero andate in gara nel 2008. Attraverso un processo di selezione durissimo, i migliori venivano iscritti alla squadra olimpica, gli altri tornavano ad un oblio inimmaginabile.
Difficile spiegare, se non con l’intervento di una pianificazione ultradeterminata o addirittura spietata, il boom della Cina anche in termini di successi sportivi. Fino ad Atene, la RPC era stata una potenza olimpica al massimo da quarto posto nel Medagliere, quando le era andata più che bene. A Pechino, la squadra di casa stravinse, con 51 medaglie d’oro, 21 d’argento e 28 di bronzo. Un risultato che non aveva precedenti nemmeno ai tempi delle superpotenze dopate della Guerra Fredda. Una presenza cinese ai vertici di tutte le discipline olimpiche che non aveva riscontro né spiegazioni plausibili, a non voler credere alle storie di magia.
La fiamma olimpica arrivò a Pechino girando i quattro angoli del mondo, ma evitando accuratamente Taipei, con cui la Cina che continuava a definirsi comunista non aveva trovato pace malgrado né Mao Tze TungChang Kai Shek fossero più di questo mondo. Altri simboli di un passato restio a morire, le due Coree illusero tutti di volersi presentare come una Squadra Unificata, rinunciandovi quando ormai il braciere stava per essere acceso. Si discusse a lungo anche dell’opportunità di portare la fiaccola sulla vetta dell’Everest. Dalla cima della montagna più alta del mondo si vede il Tibet. E la Cina vuole che il mondo si dimentichi del Tibet, e della sorte che ha avuto per sua mano. Per solidarietà sempre con il Tibet, una quantità di personalità – da Carlo Principe di Galles a Pietro Mennea – finirono per disertare i Giochi di Pechino.
La cerimonia d'apertura allo Stadio Nazionale di Pechino
La suggestiva cerimonia di apertura, orchestrata dal regista Zhang Yimou come se fosse uno dei suoi film evocativi del passato e della cultura cinesi, riepilogò la strada millenaria che quel paese aveva percorso per presentarsi finalmente ad un mondo colto assolutamente di sorpresa come la probabile superpotenza del futuro. Steven Spielberg, a cui era stata offerta l’organizzazione sia di quella cerimonia che di quella di chiusura, aveva rifiutato per protesta contro la politica cinese in un altro angolo sofferente del mondo, il Darfur sudanese.
Ma ormai era tempo di Giochi, di gare e di medaglie. E Olimpia rinnovò la sua magia anche in terra cinese. L’Italia si confermò nei primi dieci del Medagliere, con otto ori, nove argenti e 10 bronzi. Sul gradino più alto finirono una Valentina Vezzali all’apice della sua leggenda nel Fioretto, una Federica Pellegrini che aveva appena cominciato la sua nel Nuoto, un Alex Schwarzer che non aveva ancora iniziato il suo controverso rapporto con il doping, un Roberto Cammarelle che rinnovava la prestigiosa storia della Boxe azzurra olimpica, altri campioni come Matteo Tagliariol nella Spada, Giulia Quintavalle nel Judo, Chiara Cainero nel Tiro a Volo, Andrea Minguzzi nella Lotta Greco-Romana. Leggende che si prolungavano erano inoltre quelle scritte sugli argenti di Alessandra Sensini e di Josefa Idem.
Federica Pellegrini con l'Oro di Pechino
Michael Phelps compì l’impossibile: superare quel mostro che era stato Mark Spitz a Monaco 72, con otto medaglie d’oro. Gli Stati Uniti fecero incetta in quasi tutti gli sport di squadra. Le sorelle Williams aggiunsero la medaglia d’oro olimpica al loro palmares tennistico nel Doppio. Nel Calcio, l’Argentina bissò Atene, prendendosi la rivincita del 1996 sulla Nigeria. Al quarto posto del Medagliere complessivo sorprese la Gran Bretagna, che aveva preparato per tempo evidentemente l’Olimpiade successiva. Quella che si sarebbe svolta a casa sua.
Please Stay, Guests from Afar, cantava un coro di 56 cantanti in rappresentanza di tutte le etnie cinesi nella cerimonia di chiusura. Restate, ospiti che venite da lontano, alla fine anche la superba Cina si era commossa a contatto con le nazioni ed i popoli del resto del mondo, rimpiangendo la fine di quei quindici giorni dell’agosto 2008.
Wellcome to London! concluse la sua esibizione Paul McCartney, il più prestigioso e carismatico degli ospiti saliti sul palco dell’Olympic Stadium di Londra per la cerimonia di apertura della XXX^ Olimpiade, il 27 luglio 2012. Dal Fiume Giallo al Ponte di Londra, tanta acqua era scorsa da quando Boris Johnson, sindaco della capitale britannica, aveva ricevuto la bandiera olimpica dal suo omologo pechinese Guo Jinlong.
Paul McCartney: "Wellcome to London!"
Tanta acqua, tante polemiche, tanto astio. Londra aveva superato la concorrenza di altre capitali, come Parigi, Madrid, New York e Mosca. Soprattutto con l’amica-nemica dirimpettaia francese il gioco si era fatto pesante. Alla vigilia dello spareggio tra Londra e Parigi, il presidente francese Jacques Chirac se n’era uscito con un “non si può confidare in gente che mangia un cibo così cattivo (gli inglesi, n.d.r.), peggio di loro ci sono soltanto i finlandesi”. Finlandesi erano giustappunto due dei membri del C.I.O., quelli che espressero i due voti che fecero la differenza.
Polemiche a parte, i Giochi tornavano a Londra per la terza volta nella storia, dopo l’edizione del 1908 che li aveva configurati per il ventesimo secolo, e quella del 1948 che si era svolta sulle macerie causate dai blitz e dalle V2 di Hitler. L’unica città al mondo che avrebbe potuto vantare, in caso di nomination, un simile tris prestigioso era appunto Parigi. Inevitabile che i francesi prendessero male la sconfitta.
Elisabetta II scortata allo Stadio Olimpico da james Bond
Londra comunque fece da par suo. Nella cerimonia di apertura furono celebrate, un po’ troppo ampollosamente forse, tante cose appartenenti alla nostra civiltà occidentale e che avevano trovato origine nelle Isole Britanniche, a cominciare dalla maggior parte degli sport in cui si sarebbe gareggiato sotto i Cinque Cerchi. Gli spot olimpici prima e durante la cerimonia si erano avvalsi del Globe Theatre shakespeariano con Joseph Fiennes, di una gloria olimpica come Sebastian Coe, di una gloria calcistica come David Beckham, di una gloria cinematografica come Roger Moore, vecchio 007 in pensione. Con il suo attuale successore Daniel Craig paracadutato nella fiction su Buckingham Palace, dove era incaricato di prelevare nientemeno che Sua Maestà la regina Elisabetta, per scortarla allo Stadio Olimpico dove era attesa per l’apertura dei Giochi.
Nello stadio, un’altra regina, J.K.Rowlings aveva nel frattempo immerso tutti in mondovisione nell’atmosfera magica del suo Harry Potter, mentre un’altra magia era stata poi compiuta da Mohamed Alì, che sedici anni dopo Atlanta era sceso nuovamente su una pista olimpica, stavolta per portare a destinazione la Bandiera dei Cinque Cerchi. Per gli ultra-nostalgici, il comitato organizzatore aveva inoltre stabilito che le cerimonie di premiazione di ogni competizione fossero accompagnate da Chariots of Fire, la colonna sonora realizzata nel 1981 da Vangelis per l’omonimo suggestivo film sulle Olimpiadi del 1924.
C’era di che struggere il cuore del mondo intero, prima ancora che gli atleti scendessero in pista. In particolar modo, per la generazione che aveva vissuto la swinging London degli anni Sessanta, il richiamo era forte. Le Olimpiadi più rock e glamour della storia avrebbero dovuto avere come inno ufficiale addirittura un monumento musicale come London calling dei Clash. Poi, in ragione delle perplessità sollevate dal testo della canzone (uno scenario post-atomico che in effetti ha poco a che fare con la materia olimpica), il Comitato Organizzatore ripiegò sulla più rassicurante ma assai meno suggestiva Survival dei Muse.
Valentina Vezzali
La XXX^ Olimpiade vide scritte le sue belle storie di vita e di sport al livello delle migliori edizioni. La Cina a Londra tornò sul Pianeta Terra, riprendendo il suo posto nel Medagliere alle spalle degli Stati Uniti. La Gran Bretagna scalò un’altra posizione finendo terza, miglior risultato di sempre. Cannibali come Michael Phelps e Usain Bolt furono capaci di allungare di altri quattro anni la loro leggenda. Niente comunque in confronto all’impresa delle donne americane e cinesi, capaci nel loro complesso di superare i maschi nel numero di medaglie conquistate per i loro paesi. O di superare ostacoli ancora più grandi emergendo in paesi e in realtà sociali dove la condizione femminile è ancora problematica, se non drammatica. Un nome su tutti, quello di Sarah Attar, la judoka saudita prima donna della storia qualificata alle Olimpiadi per il suo paese. L’eco della standing ovation che ricevette entrando nella Wembley Arena non si spegnerà tanto presto nelle  orecchie di chi vi assistette.
L’Italia. Storie di sempre, quelle di ragazzi che per quattro anni lottano e si sacrificano per pochi giorni di notorietà, in un paese dove gli impianti sportivi latitano, le federazioni servono ormai da anticamera della politica, la stampa stessa si ricorda di loro solo per riempire pagine che d’estate sarebbe difficile riempire altrimenti. E il tutto finisce con un ricevimento al Quirinale, poi di nuovo l’oblio.
Belle storie  comunque, appassionanti. Il passo d’addio di alcune grandi signore dello sport italiano. Valentina Vezzali (capace di portare ancora il punto decisivo per l’oro della squadra di Fioretto femminile) e Josefa Idem, mentre Federica Pellegrini avrebbe deciso di ritentare la sorte a Rio. Lacrime di gioia di squadre che si ritrovarono (come la Pallavolo, terza, e la Pallanuoto, seconda), e quelle di rabbia di altre che si persero (come il Calcio ed il Basket, neanche qualificate ai rispettivi tornei). Medaglie italiane conquistate all’ultima freccia (come quella d’oro di Frangilli, Galiazzo e Nespoli), e pugni inglesi immaginari contro volti italiani che avevano già l’espressione d’orgoglio per un nuovo trionfo, come quello di Cammarelle (già oro a Pechino) sconfitto dalla giuria ma non dall’avversario, l’inglese Anthony Joshua.
Annalisa Minetti medaglia di bronzo alle Paralimpiadi
28 medaglie complessive, come quelle conquistate un mese dopo dai colleghi atleti paralimpici sempre a Londra nelle Olimpiadi di categoria. Un risultato che definire storico é dire poco, considerato che l’Italia normodotata a Londra si confermò al nono posto del Medagliere, in un contesto senza più boicottaggi e che aveva preso a lottare seriamente contro il doping. Lo storico pareggio fu tutto merito dunque del movimento sportivo paralimpico, salito finalmente in alto non solo in Italia ma in tutto il mondo, come avrebbe orgogliosamente rilevato un Oscar Pistorius, l’atleta più veloce senza gambe, finalmente ammesso dal C.I.O. anche alle Olimpiadi oltre che alle Paralimpiadi, e non ancora sotto giudizio da parte di ben altro tribunale per le sue note vicende private.
Quando fu il momento si salutare i Cinque Cerchi, Sebastian Coe a nome della nazione ospitante poté a buon diritto dichiarare: When came Great Britain’s time, we did it right. E gli Who superstiti intonarono una struggente e travolgente (come sempre) My generation che sembrò un saluto ad un’epoca, piuttosto che ad un evento o ad una città.
Un bel testimone da passare a Rio de Janeiro. Con l’intermezzo invernale di Sochi, prima volta della Russia post-sovietica dopo Mosca 1980, che non ha saputo mantenersi all’altezza, tra le polemiche per i diritti umani e le accuse di doping che hanno indotto il C.I.O. a prendere in considerazione per gli imminenti Giochi brasiliani l’esclusione dell’intera squadra russa, poi forse scongiurata.
Il pianto di Alex Schwarzer
Di sicuro starà fermo Alex Schwarzer, nuovamente positivo ai controlli antidoping. Mentre Oscar Pistorius sconta a Pretoria una condanna a sei anni di prigione per l’omicidio della compagna Reeva Steenkamp. Vecchi eroi del passato caduti. Altri ne cadranno, o semplicemente scopriranno di doversi fare da parte. E’ la legge dello sport e della vita, quattro anni sono tanti e per bene che ti vada lasciano comunque il segno, finché alla fine trovi qualcuno che ha più fame, come una volta l’avevi tu.
Ma la fanfara olimpica suona di nuovo, e allora tutti si affrettano allo stadio. Questa volta, al Maracanà di Rio de Janeiro. La curiosità è troppa, di vedere all’opera i nuovi eroi. Di sentirci una volta di più ragazzi come loro, e come una volta eravamo anche noi. Come saremo sempre, ogni volta che il braciere di Olimpia verrà riacceso e la bandiera dei Cinque Cerchi salirà di nuovo sul pennone. Fino alla fine del tempo.


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