venerdì 15 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Gli anni della Guerra Fredda (1948 -1956)



Il 1° settembre 1939 all’alba l’esercito tedesco iniziò l’invasione della Polonia. Cominciò così una competizione internazionale destinata a concludersi quasi sei anni dopo con l’omologazione di un unico, tragico record: quello dei morti, oltre settanta milioni tra militari e civili. Un intero continente ridotto da un unico immenso cumulo di macerie, dall’Atlantico agli Urali. La fine di un’epoca segnata dall’illusione che il progresso scientifico avrebbe assicurato di per se stesso la pace al mondo. A partire dal 6 agosto 1945, anzi, il progresso scientifico sarebbe stato irrimediabilmente associato nell’immaginario collettivo al fungo atomico di Hiroshima.
Imperial Stadium di Wembley
La Seconda Guerra Mondiale cancellò tante cose, oltre a quei milioni di vite umane ed alle città e luoghi dove avevano vissuto. La tregua olimpica fu una di queste. L’illusione di trasferire sulle piste di atletica e sui campi di gara le pulsioni competitive di una razza umana disarmata, che dai sacerdoti di Zeus a Olimpia era passata intatta attraverso i secoli a de Coubertin e ai suoi entusiasti seguaci del Comitato Olimpico Internazionale, era sopravvissuta di soli tre anni all’ultima edizione dei Giochi effettiva, quella di Berlino del 1936.
Il barone non aveva fatto in tempo a rivedere gli orrori della guerra. Era morto nel 1937 nel suo buen retiro di Ginevra, a due passi dalla sede del C.I.O. a Losanna. Il suo successore, il belga Henri de Baillet-Latour, lo aveva seguito nella tomba nel 1942, morto di crepacuore nel bel mezzo proprio di quegli orrori che avevano condotto all’annullamento di due edizioni olimpiche, la dodicesima che si sarebbe dovuta disputare a Tokyo e la tredicesima che sarebbe dovuta toccare a Londra, la seconda dopo quella del 1908.
Il C.I.O. stesso aveva sospeso per forza di cose i propri lavori a tempo indeterminato. Li aveva ripresi nel 1945, riunendosi proprio a Londra e confermandovi la quattordicesima edizione (la numerazione inalterata era un omaggio alla santità della tregua olimpica non rispettata) da tenersi tre anni dopo nella città che aveva resistito a tutto, dal blitz della Luftwaffe alle V2, incarnando la volontà di non arrendersi alle armate delle tenebre.
L’omaggio a Londra era doveroso, anche se mise a dura prova le capacità di ripresa di una delle città che avevano subito la guerra più pesantemente in Europa. All’organizzazione del villaggio olimpico ed agli approvvigionamenti per gli atleti concorsero in gran parte le strutture militari presenti sul territorio britannico. Il parco di Windsor fu la sede delle gare ciclistiche, mentre il Tamigi lo fu di quelle di nuoto e di canottaggio. Nel vecchio stadio di Wembley fu riallestita la pista di atletica del 1908.
Il "settebello" italiano
A Londra, non furono ammesse – come già era successo dopo la Prima Guerra – le potenze sconfitte. Con l’unica eccezione dell’Italia, in favore della quale pesò l’armistizio di Cassibile che l’aveva disallineata dall’Asse e schierata a fianco degli Alleati. La possibilità di partecipare fruttò all’Italia otto medaglie d’oro per un quinto posto finale nel medagliere di tutto rispetto. Tra i successi di maggior prestigio, quelli del discobolo Adolfo Consolini e della nazionale di pallanuoto.
La mancanza della Germania, molti dei cui atleti peraltro non avrebbero risposto all’appello in quanto caduti di guerra (come quel Lutz Long coraggioso amico del Figlio del vento Jesse Owens, che cadde in Sicilia ed è sepolto nel cimitero di guerra di Motta Sant’Anastasia in provincia di Catania), oltre che quella come ormai di consueto autoimposta dell’Unione Sovietica, fu compensata dall’arrivo di nuovi paesi nati dall’avvio del processo di decolonizzazione. Le nazioni in gara furono 59.
Veri e propri personaggi quella Olimpiade non ne consegnò alla storia. Ad esclusione di Emil Zatopek, ufficiale dell’esercito cecoslovacco prestigioso vincitore dei 10.000 metri, e della mammina volante l’olandese Fanny Blankers-Koen, così chiamata perché agli Europei che avevano preceduto quelle Olimpiadi tra una gara e l’altra aveva allattato la figlia appena nata. La mammina compì un’impresa simile a quella di Owens a Berlino vincendo 100 m piani, 80 m ostacoli, 200 m piani e staffetta 4 x 100 m. A proposito di Owens, gli successe nei 100 metri un altro atleta di colore americano, Harrison Dillard, che dopo la vittoria dichiarò: “Quando i bianchi ci lasciano fare qualcosa, noi cerchiamo di rifarci. Così è nello sport, come è stato nella musica”. In effetti, gli atleti afroamericani cominciarono proprio a Londra ad affermare una loro supremazia nel’Atletica.
La seconda olimpiade londinese è rimasta nella storia per un altro motivo. Nel 1948, l’Inghilterra era il primo paese europeo ad avere la televisione. La B.B.C. trasmise i Giochi Olimpici in diretta dalla cerimonia di apertura alla presenza di re Giorgio VI il 28 luglio fino a quella di chiusura il 14 agosto.
Finale del torneo di basket, avvio di un grande duello
Quattro anni dopo toccò ad Helsinki, che aveva dovuto superare la concorrenza di diverse città americane. Malgrado lo scoppio della Guerra Fredda e di quella guerreggiata in Corea, le Olimpiadi del 1952 poterono andare in archivio come le prime dell’era moderna. In Finlandia, le nazioni partecipanti salirono a 69, per effetto della riammissione degli sconfitti della guerra mondiale e dell’aumento delle nazioni indipendenti, soprattutto nel subcontinente indiano ed in Medio Oriente. La cerimonia di apertura, il 19 luglio, culminò con l’entrata nello stadio dell’ultimo tedoforo, il leggendario finlandese volante Paavo Nurmi. Per la prima volta dopo quarant’anni, complice anche la neutralità della sede rispetto ai due blocchi della Nato e del Patto di Varsavia, si ripresentò ai Giochi la squadra dell’Unione Sovietica, nella quale stava per concludersi la dittatura feroce di Stalin. Il villaggio olimpico era organizzato in modo da tenere separati gli atleti dell’Est da quelli dell’Ovest, anche se questi finirono per fraternizzare ogni volta che ne avevano la possibilità.
Al lancio del disco toccò ancora una volta un singolare primato in campo femminile. Se la polacca Halina Konopachka era stata la prima donna in assoluto a vincere un oro olimpico nel 1928 ad Amsterdam, Nina Romashkova fu la prima atleta russa sovietica a vincere l’oro nella stessa specialità. Furono anche le prime volte di Israele, nato nel 1948, e della Repubblica Popolare Cinese di Mao Tze Tung, nata nel 1949 e che sarebbe tornata ai Giochi solo nel 1984 a Los Angeles. Ciò provocò la protesta ed il ritiro della Cina nazionalista di Taiwan, così come la presenza della Germania Ovest significò l’esclusione di quella dell’Est.
Carlo Pedersoli
L’Italia finì ancora quinta nel medagliere, con gli exploit da segnalare di Edoardo Mangiarotti, schermidore che proseguiva la tradizione di Nedo Nadi, e di Carlo Pedersoli, il compianto Bud Spencer del cinema recentemente scomparso, che a Helsinki fu il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero. Ai Giochi Invernali tenutisi ad Oslo, era iniziata invece la leggenda del primo grande sciatore azzurro, Zeno Colò, che vinse il primo oro italiano nella discesa libera.
Furono ancora le Olimpiadi di Zatopek, oro nei 5.000, 10.000 e nella maratona. E quelle che videro la nascita della Grande Ungheria nel calcio, con la vittoria nel torneo olimpico a spese di una forte Jugoslavia. I paesi dell’Est europeo, a prescindere dai talenti a disposizione, mostrarono di aver appreso la lezione dell’Italia fascista e della Germania nazista facendo largo ricorso al remunerativo dilettantismo di stato. L’URSS in particolare finì al secondo posto del medagliere dietro gli USA, dando il via ad un duello a livello di superpotenze sportive che si sarebbe protratto per quasi quarant’anni.
Zeno Colò
Il 3 agosto 1952, il mondo si dette appuntamento a Melbourne, in Australia. Per la prima volta nella storia, la fiaccola olimpica prese la via dell’emisfero sud del pianeta, e i tedofori furono coadiuvati dagli aerei della Qantas, la compagnia di bandiera australiana. Il quinto continente, il quinto cerchio della bandiera olimpica, ebbe l’onore di organizzare la XVI^ edizione dei giochi vincendo anche in questo caso una concorrenza serrata.
L’intento del C.I.O. era lodevole: rendere universale lo sport ed il suo messaggio di pace. Ancora una volta però, le buone intenzioni del comitato cozzavano contro una realtà politica che di tregue olimpiche non ne voleva proprio sapere. Quando le squadre nazionali arrivarono a Melbourne, il 22 novembre (data obbligata, trattandosi dell’emisfero australe), erano già successe quante cose bastavano ad avvelenare il clima internazionale.
A Suez, Inghilterra e Francia avevano reagito militarmente alla nazionalizzazione del canale da parte del presidente egiziano Nasser. Costrette a ritirarsi dalle pressioni di USA e URSS, avevano lasciato comunque la porta aperta a strascichi di tensione tra i blocchi in guerra fredda. Tensioni acuite poi dall’occupazione della ribelle Ungheria da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, che aveva posto fine alle speranze di indipendenza dei magiari. Diversi paesi arabi boicottarono i giochi a causa di Suez, mentre per i fatti di Ungheria si tennero fuori la Svizzera, l’Olanda e la Spagna del Caudillo Francisco Franco.
Ervin Zador esce dall'acqua ferito
Fu l’Olimpiade della partita del sangue nell’acqua. Nel torneo di pallanuoto, gli ungheresi erano campioni in carica e anche nel 1956 la bontà della loro scuola li indicava come favoriti. Destino volle che la partita decisiva del girone finale la dovessero giocare contro l’Unione Sovietica, proprio mentre i carri armati russi scorrazzavano per le strade di Budapest soffocando la rivoluzione ungherese nel sangue. Ci fu sangue anche in acqua. Gli ungheresi surclassarono i russi per 4-0, e intesero anche schernirli. Il russo Prokopov reagì prendendo a cazzotti l’ungherese Ervin Zador, che uscì dalla piscina sanguinante. La rissa si trasferì sulle tribune tra i tifosi presenti, e fu sedata a fatica dalla polizia australiana.
Emil Zatopek
L’Ungheria finì quarta nel medagliere di Melbourne. L’URSS invece per la prima volta finì avanti agli USA, seguiti dall’Australia (grazie soprattutto al nuoto). Quinta ancora una volta l’Italia. Schermidori, ciclisti e canottieri portarono gli ori alla squadra azzurra, mentre Carlo Pedersoli confermava la sua classe nel nuoto, in attesa di passare al cinema. Ai giochi invernali di cortina d’Ampezzo, l’Italia non aveva potuto schierare il mitico Zeno Colò se non come tedoforo. L’atleta di Cutigliano (PT) era stato squalificato in quanto accusato di professionismo per aver fatto pubblicità ad una marca di abbigliamento sportivo.
Com’era successo ad Anversa nel 1920, parte del programma olimpico venne svolto altrove. A causa delle severe leggi australiane sull’importazione di animali, le gare di equitazione dovettero essere dirottate a Stoccolma, in Svezia. Fu il secondo caso di olimpiade svolta dunque sul territorio di due paesi diversi. Sempre in tema di curiosità, l’esperimento di riunificazione delle due Germanie limitatamente alle gare olimpiche (sotto la bandiera giallorossonera con l’aggiunta dei cinque cerchi) per quanto suggestivo e gratificato dal settimo posto nel medagliere, non era destinato ad avere seguito.

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