mercoledì 27 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Il Figlio del Vento è tornato (1984 - 1988)

James Cleveland Owens detto Jesse, l’uomo che aveva messo di malumore Adolf Hitler battendo sotto il suo naso tutta la Razza Ariana nella corsa veloce e nel salto in lungo, morì a Tucson in Arizona il 31 marzo 1980. Aveva atteso per tutta la vita di ricevere un riconoscimento dalla Casa Bianca per quanto aveva fatto in quei giorni leggendari dell’agosto del 1936. Ignorato quasi da Franklin Delano Roosevelt, aveva dovuto aspettare Gerald Ford 40 anni dopo per vedersi conferire la Medaglia Presidenziale della Libertà.
Carl Lewis
Quando il Figlio del Vento fu portato via da un male incurabile, Frederick Carlton Lewis detto Carl non aveva neanche 19 anni. Come Jesse, anche Carl era originario dell’Alabama. Come Jesse, anche Carl era stato portato via dall’Alabama in tenera età da genitori in cerca di una vita migliore. Birmingham nel 1961 non era poi tanto migliore di Oakville nel 1913, a quanto pare, per dei ragazzi di colore.
Come JesseCarl si vide aprire le porte del mondo universitario grazie alla velocità che era in grado di raggiungere in pista. Quando Carl fu selezionato per la squadra statunitense che doveva gareggiare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, Jesse non c’era più. Il Figlio del Vento al vento era ritornato. Il vento aspettava qualcun altro in grado di domarlo. Ma non l’avrebbe trovato a Mosca, perché gli U.S.A. boicottarono i giochi in casa di quell’U.R.S.S. che aveva appena invaso l’Afghanistan e Carl dovette rimandare il suo appuntamento con l’eredità più prestigiosa che ci fosse in Atletica. Il suo momento arrivò nel 1984.
L’anno più atteso del ventesimo secolo da quando George Orwell aveva scritto il suo omonimo capolavoro era arrivato con tutte le apparenti intenzioni di voler mantenere le previsioni di un destino comunque apocalittico. Nel 1983 l’abbattimento di un aereo di linea civile coreano da parte dell’aviazione sovietica aveva portato il mondo sull’orlo di un baratro che non aveva più conosciuto dal 1962, al tempo dei missili a Cuba. Un anno dopo, infuriava lo scontro frontale tra la superpotenza americana rinvigorita da Ronald Reagan e quella sovietica indebolita dalla incerta leadership dei successori di Leonid Breznev, con Gorbaciov ancora di là da venire.
La scelta del C.I.O. di riaffidare a Los Angeles l’organizzazione dei Giochi per la seconda volta dopo il 1932 involontariamente finì per risultare come benzina gettata su un fuoco che già divampava. L’U.R.S.S. optò subito per la restituzione del trattamento resole dagli U.S.A. nell’80. E così la XXIII^ Olimpiade fu la terza ed ultima consecutiva ad essere caratterizzata da un massiccio boicottaggio. Stavolta da parte di tutto il Blocco Sovietico, con l’unica eccezione della Romania dell’eretico sui generis Nicolae Ceausescu.
In inverno, i Giochi sulla neve si erano disputati in quella Jugoslavia che aveva perso da poco il suo dittatore, l’altro eretico sui generis Josip Broz detto Tito. A Sarajevo, dove erano ancora lontani ed inimmaginabili gli orrori della guerra civile post-comunista, l’Italia aveva riportato due medaglie d’oro prestigiose: il carabiniere altoatesino Paul Hildgartner al secondo trionfo nello slittino dopo Sapporo 1972, la bergamasca Paoletta Magoni vincitrice dello slalom speciale femminile.
Los Angeles Memorial Coliseum
Della mancata partecipazione di ben 14 delle nazioni del campo cosiddetto comunista (con le eccezioni ricordate di Romania e Jugoslavia e quella della Repubblica Popolare Cinese), l’Italia sarebbe risultata una delle maggiori beneficiarie finendo quinta nel medagliere con 14 ori, record assoluto fino a quel momento. Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum, opportunamente restaurato e rimesso a nuovo, riaprì le sue porte alla fiamma olimpica e alle nazioni in gara esattamente 52 anni dopo la volta precedente. Ad oggi Los Angeles è una delle quattro città che hanno visto ripetersi l’onore di ospitare i Giochi, insieme ad Atene, Londra e Parigi.
Di quella cerimonia di apertura, caratterizzata dallo sfarzo celebrativo della superpotenza americana (proprio ciò che la propaganda avversaria aveva addotto come pretesto per il boicottaggio, sottolineandone i sentimenti sciovinisti e l’isteria anti-sovietica), si ricorda soprattutto l’esecuzione per la prima volta della Fanfara Olimpica del celebre compositore John Williams, seguita dall’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven. Una colonna sonora sicuramente suggestiva per dei giochi che si rivelarono memorabili soprattutto dal punto di vista tecnico.
Quelle Olimpiadi si ricordano principalmente perché il titolo di Figlio del Vento fu riassegnato. Carl Lewis rinnovò per quanto possibile la leggenda di Jesse Owens, vincendo 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo. A quell’epoca, aveva 23 anni, proprio come Owens.
Ma i comprimari di Lewis furono tanti, a cominciare da Edwin Moses che dopo aver emozionato il mondo con la propria di emozione nel leggere il giuramento olimpico nella cerimonia d’apertura vinse la sua seconda medaglia d’oro nei 400 ostacoli, consecutiva senza contare l’assenza forzata del 1980 a Mosca. Nella stessa specialità al femminile, Nawal El Moutawakel fu la prima donna proveniente da un paese arabo (il Marocco) a vincere. Marocchino fu anche il vincitore dei 5.000, Said Aouita. Il portoghese Carlos Lopes vinse a 37 anni la maratona. Il tedesco Michael Gross detto l’Albatross, stabilì il proprio dominio nel nuoto, e l’americano Greg Louganis fece altrettanto nei tuffi. Nei tornei a squadre, vittoria a sorpresa della Francia sul Brasile nel calcio, degli U.S.A. nella pallavolo sempre a sorpresa e sempre ai danni del Brasile. Per nulla a sorpresa fu la vittoria americana nel basket, che si ricorda soprattutto perché nella squadra che vinse l’oro militava un giovanissimo Michael Jordan, ai suoi ultimi giorni da dilettante prima di cominciare la sua carriera nei Chicago Bulls.
Giuseppe e Carmine Abbagnale ed il timoniere Peppino  Di Capua
Le medaglie italiane annoverarono l’argento di Sara Simeoni, gli ori di Alberto Cova nei 10.000; di Gabriella Dorio nei 1.500; di Alessandro Andrei nel lancio del peso, di Vincenzo Maenza nella lotta greco-romana; di Luciano Giovannetti al bis nel Tiro Fossa Olimpica, degli spadaccini, dei ciclisti e dei pentathleti guidati da Daniele Masala; di Maurizio Stecca nel Pugilato Pesi Gallo, mentre a Francesco Damiani fu impedito da una giuria di parte di ripetere l’impresa di Patrizio Oliva a Mosca contro Tyrrell Biggs; di Norbert Oberburger nel sollevamento pesi; dei fratelli Abbagnale, che cominciarono proprio a Los Angeles la loro grande carriera.
Come a Mosca, gli assenti ai Giochi di Los Angeles finirono per aver torto e non dimostrare niente. Quattro anni dopo la fiaccola si spostava nuovamente in Asia: a Seoul, nella capitale della parte Sud di quel paese che al pari della Germania simboleggiava la divisione del mondo in blocchi: la Corea.
Quattro anni dopo, il mondo aveva voglia più che mai di superare quella divisione in blocchi, che ormai era logora nello spirito prima ancora che nei fatti. L’U.R.S.S. stava subendo i profondi cambiamenti imposti dalla perestrojika di Gorbaciov, ed era ormai solo ad un anno dal suo disfacimento definitivo. Gli U.S.A. erano alla fine della presidenza Reagan, indebolita nel secondo mandato dagli scandali Iran-Contras, con annessi e connessi.
Quando la fiamma olimpica fu riaccesa a Calgary, in Canada, per i Winter Games il 13 febbraio 1988 (sulle celebri note della Fanfare for the Common Man di EmersonLake e Palmer), non mancava più nessuno. Nessuno aveva voglia più di mancare. Nessuno si perse la straordinaria performance di un ragazzone italiano venuto fuori quasi dal nulla, che nella stagione in corso stava contendendo la Coppa del Mondo di Sci Alpino al più quotato svizzero Pirmin Zurbriggen. E che a Calgary divenne il Figlio del Vento che Soffia sulla NeveAlberto Tomba da San Lazzaro di Savena si impose nello Slalom Gigante prima e nello Speciale poi, riportando il suo sport in auge in un paese orfano da tempo della Valanga Azzurra e dando il via ad una carriera decennale che l’avrebbe portato nel firmamento delle grandi stelle italiane dello Sci, assieme a Zeno Colò e a Gustav Thoeni.
Alberto Tomba
Il 17 settembre il braciere fu riacceso a Seoul. Anche stavolta, il protagonista più atteso era e doveva essere lui, il nuovo Figlio del Vento. Ma su Carl Lewis e i suoi sostenitori si era abbattuta una bufera, quella del canadese Ben Johnson, che a Roma ai Mondiali dell’anno precedente aveva stracciato il rivale statunitense con un mostruoso 9’83’’. Seoul doveva essere il teatro della rivincita, che apparentemente invece non ci fu. Johnson ripeté la sua prestazione monstre, Lewis si fermò a 9’92” e poi, come intristito, finì secondo anche nei 200 ed eliminato in staffetta nelle batterie. L’erede di Owens sembrava dover tornare a casa con la sola medaglia d’oro del Lungo, quando accadde l’incredibile. Johnson fu trovato positivo nel più clamoroso caso di doping dell’epoca, la sua vittoria revocata, il suo tempo cancellato. I 100 andarono a Lewis il cui 9’92” rimase come record mondiale effettivo.
A Seoul, Unione Sovietica e Germania Est conquistarono per l’ultima volta il primo e secondo posto del medagliere. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco sarebbero diventate vestigia di un passato morto e sepolto. E che il dilettantismo di stato, sconfinato spesso e volentieri nel doping di stato, non sarebbe confluito nel patrimonio sportivo delle nazioni sorte dal loro disfacimento.
Altre grandi figure di quella Olimpiade furono sempre il tuffatore americano Greg Louganis, mentre nel nuoto il suo connazionale Matt Biondi prese il posto che era stato dell’Albatross Michael Gross.  Tra le donne, exploit della nuotatrice tedesca orientale Kristin Otto, e della velocista americana Florence Griffith – Joyner, destinata purtroppo a breve scadenza ad un tragico destino. Nel tennis, riammesso alle Olimpiadi per la prima volta dopo sessant'anni, trionfo della tedesca Steffi Graf che rese così golden il Grande Slam conseguito proprio quell'anno.
Negli sport di squadra, successi a sorpresa ancora degli U.S.A. nella pallavolo e soprattutto dell’U.R.S.S. nel basket, con gli U.S.A. al terzo posto per effetto di un dilettantismo che non aveva più ragione di esistere e a cui si sarebbe ovviato a partire dall’edizione successiva. Successo anche nel calcio di un U.R.S.S. al canto del cigno, ancora ai danni del Brasile.
Per l’Italia, un decimo posto finale nel Medagliere con sei ori vinti, un piazzamento senz’altro più veritiero complessivamente di quelli di Mosca e Los Angeles. Ma la soddisfazione più grande di tutte, almeno per chi ama le Olimpiadi nella loro vera essenza. Il 2 ottobre 1988 nello Stadio Olimpico di Seoul dove si concludeva – come da tradizione – l’ultima gara del programma olimpico, la maratona, fu l’italiano Gelindo Bordin a fare il suo ingresso solitario in testa sulla pista dove l’Italia attendeva quel trionfo da ottant’anni, da quando la sorte aveva voltato le spalle beffarda a Dorando Pietri a Londra.

L'arrivo di Gelindo Bordin a Seoul
E noi ce lo ricordiamo come fosse oggi scandire le ultime falcate verso la medaglia d’oro più prestigiosa con l’accompagnamento delle parole dello scomparso Paolo Rosi, che proprio quel giorno realizzava la sua ultima telecronaca per la R.A.I. Parole non dissimili da quelle, immaginiamo, che avevano degnamente celebrato la prima impresa di quel genere compiuta da Filippide nel 490 a.C.

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