giovedì 21 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Vecchie e nuove tragedie (1964 - 1968)

A Roma, la storia antica e quella moderna si erano riallacciate insieme, fondendosi in un’unica narrazione mitologica. Dai sacerdoti del tempio di Zeus ad Olimpia a quelli del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna, dagli eroi che cingevano corone di alloro a quelli che portavano al collo medaglie d’oro, tutti avevano contribuito a fare della storia dei Giochi una grande storia. Che adesso poteva guardare al proprio futuro con la consapevolezza di non avere eguali e di poter affrontare traguardi sempre più importanti. Complice anche la nuova era di prosperità in cui il mondo si era trovato catapultato negli anni Sessanta.
La fiaccola aveva viaggiato per l’Europa, il Nordamerica e l’Oceania. Era il momento di spostarsi nel quarto cerchio. Il C.I.O. aveva assegnato all’Asia i Giochi Olimpici già nel 1940. Tokyo avrebbe dovuto succedere a Berlino. Senonché il Giappone Imperiale aveva preferito confrontarsi con le altre nazioni sui campi di battaglia anziché su quelli di gioco. La dodicesima e la tredicesima Olimpiade rimasero nella mente degli Dei.
La bandiera dei cinque cerchi tornò a salire sul pennone soltanto nel 1948 a Londra. Il Giappone tornò ad essere uno stato sovrano e non più un paese sconfitto ed occupato militarmente dagli USA soltanto nel 1952. Nel 1956 fu ammesso alle Nazioni Unite. Più o meno nello stesso periodo il C.I.O. gli affidò i Giochi della XVIII Olimpiade.
Al pari di Germania e Italia, anche il Giappone conobbe alla fine degli anni cinquanta una crescita economica impetuosa sfruttando le congiunture favorevoli degli investimenti americani e della necessità di creare punti di forza e non di debolezza ai confini del blocco occidentale con quello sovietico. Nel 1964, il mondo aveva perso quelle sue illusioni circa la fine della Guerra Fredda che avevano contribuito a rendere magici i Giochi di Roma. John Fitzgerald Kennedy aveva incontrato il suo destino a Dallas. Giovanni XXIII lo aveva preceduto di poco. Nikita Kruscev non sarebbe sopravvissuto a quell’anno, almeno non come capo supremo dell’URSS.
Ma il Giappone ci teneva ad accreditare a livello internazionale una nuova immagine di paese che cavalcava la modernità, dovunque essa portasse. E ci riuscì alla grande. Con una spesa di circa 600 milioni di euro, il paese del Sol Levante si presentò al mondo all’altezza della situazione. Dopo Roma, Tokyo fu un’altra finestra aperta sul futuro. Dello sport e di tutto ciò che vi aveva cominciato a ruotare intorno.
Yoshinori Sakai, il ragazzo di Hiroshima
In Estremo Oriente si presentarono 94 nazioni, dieci più che a Roma, per effetto della decolonizzazione che aveva preso il via soprattutto in Africa. A fronte di ciò, oltre cinquemiladuecento atleti, paradossalmente circa duecento in meno che a Roma. Meno di settecento le atlete donne. Più di mille giornalisti, 600 fotografi e 500 cineradiooperatori. Per la prima volta un satellite americano consentì la trasmissione in simultanea dell’evento in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta.
La cerimonia di apertura il 10 ottobre 1964 fu una delle più suggestive e significative di sempre. L’ultimo tedoforo che entrò nello stadio olimpico con la torcia in mano diretto verso il braciere era Yoshinori Sakai, un ragazzo nato ad Hiroshima 19 anni prima, il 6 agosto 1945 alle ore 9,15 ora locale, esattamente un’ora dopo il lancio di Little Boy, la prima bomba atomica della storia, da parte del bombardiere Enola Gay. La bandiera dei cinque cerchi fu issata su un pennone che misurava 15 metri e 21 centimetri di altezza, esattamente la misura con cui ad Amsterdam nel 1928 Mikio Oda aveva vinto nel salto triplo la prima storica medaglia d’oro nipponica. Quando il braciere fu acceso, nello stadio si levò un rullo di 10.000 tamburi, e 10.000 palloncini presero il volo, mentre nello stadio si diffondeva il profumo del crisantemo – il fiore nazionale giapponese – e nel cielo cinque jet dell’aeronautica militare lasciavano la propria scia disegnando i cinque cerchi di Olimpia.
Le Olimpiadi di Tokyo riproposero vecchi eroi e ne crearono di nuovi. Abebe Bikila bissò il successo nella maratona, anche se in una cornice meno suggestiva di quella dei Fori Imperiali. Al Oerter, il discobolo americano, fece sua la medaglia d’oro nella terza Olimpiade consecutiva. Così come il canottiere sovietico Vlaceslav Ivanov ed il cavaliere tedesco Hans Winkler nell’equitazione. Esplosione – ovvia - del Giappone nel Judo, per la prima volta ammesso ai Giochi, e nella lotta.
Cominciò a delinearsi una tendenza alla specializzazione, secondo cui gli U.S.A. primeggiavano nell’atletica leggera e nel nuoto, mentre l’U.R.S.S. raccoglieva allori nell’atletica pesante e in tutte quelle discipline considerate minori perché meno appetibili dallo sport professionistico che ormai la faceva da padrone in Occidente. Nel nuoto, Don Schollander si laureò degno erede di Johnny Weissmuller vincendo come lui quattro ori. Nel pugilato, se Roma aveva fatto scoprire al mondo Cassius Clay nel frattempo diventato Mohamed Alì, Tokyo gli trovò il più degno avversario del futuro, Joe Frazier, capace di vincere la finale con la mano sinistra fratturata. Il sovietico Valeri Brumel vinse per l’ultima volta il salto in alto utilizzando il cosiddetto stile ventrale.
Eugenio Monti
L’italiano Franco Menichelli cominciò l’avventurosa storia della ginnastica italiana vincendo l’oro nel corpo libero. Mauro Checcoli successe a Raimondo d’Inzeo nell’equitazione. Il ciclismo azzurro fece strage di medaglie. L’Italia finì quinta nel medagliere, confermando una tendenza del nostro sport che stava vivendo un’epoca d’oro. Nei Giochi Invernali che erano stati assegnati sorprendentemente ad Innsbruck, anziché alla località giapponese deputata ad essi per eccellenza, Sapporo, l’Italia non aveva mietuto allori. Ma un successo significativo l’aveva avuto. Eugenio Monti, atleta della squadra di bob a due, aveva vinto il Premio Speciale de Coubertin per aver compiuto un gesto di grande sportività. Aveva prestato un bullone al team inglese Nash-Dixon, che poi aveva vinto la medaglia d’oro. Nella storia di Olimpia si rimane anche così.
Quattro anni dopo, la fiamma olimpica si imbarcò in una nuova avventura, dai contorni apparentemente improbabili. Dopo essere andata ai confini del mondo, nell’Estremo Oriente, fu spedita in altura, là dove non aveva mai gareggiato nessuno. Fino ad allora. Il Messico aveva già avuto assegnati i Mondiali di Calcio del 1970. Per una volta prevalse il buon senso, si decise che gli stessi impianti potevano servire anche ai Giochi Olimpici. Fu una scelta che avrebbe fatto scuola, già dall’edizione successiva.
La XIX Olimpiade nacque sotto il segno della perplessità. La medicina sportiva non era ancora così progredita da conoscere gli effetti dello sforzo in altura. Un’altura di oltre 2.000 metri. Scienziati pro o contro i Giochi messicani si dettero battaglia a colpi di dossier fino a poche settimane prima della cerimonia di inizio. Quando eventi ben più tragici e protagonisti assai più sinistri entrarono a rubar loro la scena.
Tlatelolco, ottobre 1968
Dieci giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, in Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco, un quartiere di Città del Messico, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti contro le ingenti spese sostenute dal governo per i Giochi e i Mondiali. Fu un massacro, con una stima non ufficiale di oltre cento morti, tra i quali per puro miracolo non venne ricompresa anche la nostra giornalista Oriana Fallaci, inviata del Corriere della Sera. L’impatto mediatico della strage fu tale da rischiare di far perdere al Messico i suoi Giochi a ridosso della loro apertura. Il conservatore americano Avery Brundage, lo stesso che trenta anni prima aveva avallato il titolo della Germania nazista a disputare le prime Olimpiadi propagandistiche della storia, salvò il Messico all’interno del C.I.O.
Il 12 ottobre 1968 a Mexico City si ritrovarono oltre 5.000 atleti in rappresentanza di 112 paesi. Il movimento sportivo olimpico cresceva con il progredire della decolonizzazione. Ma il mondo che si ritrovò davanti alla televisione a vedere le immagini che provenivano dalla terra dei Maya era un mondo assai cambiato rispetto a Tokyo.
La Primavera di Praga ed il suo soffocamento da parte dei carri armati sovietici, gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy in America, le barricate del Maggio francese con l’avvio ufficiale della contestazione del ’68, la recrudescenza dell’Apartheid in Rhodesia e Sudafrica, il dramma del Vietnam e quello del Biafra facevano sì che i Giochi Olimpici fossero carichi di angoscia e densi di significato al di là di quello strettamente sportivo.
Tommie Smith e John Carlos
Il segnale che il mondo era cambiato nuovamente e per sempre lo si ebbe durante la premiazione dei 200 metri piani. Primo e terzo, gli atleti di colore statunitensi Tommie Smith e John Carlos. Al momento dell’inno americano, entrambi alzarono il pugno chiuso guantato in segno di protesta – un segno ed una protesta che le Black Panthers di Angela Davis stavano rendendo famosi in tutto il mondo in quel periodo – e abbassarono la testa per non dover guardare la bandiera a stelle e strisce. Chissà che cosa avrebbe provato ad una simile vista il barone de Coubertin.
Lo stesso gesto, ma con valenza politicamente opposta, fu ripetuto dalla ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska, che abbassò la testa al momento dell’inno e della bandiera sovietica. La politica irrompeva nuovamente dentro il sacro recinto di Olimpia, con le sue buone e imprescindibili ragioni. Non ne sarebbe uscita mai più.
Il leggendario salto di Bob Beamon
Sportivamente parlando, furono le Olimpiadi dei tanti record battuti, proprio grazie all’aria resa rarefatta dall’altura. Bob Beamon fece quell’incredibile 8’90 nel salto in lungo che avrebbe resistito come record del mondo per 23 anni, fino a Mike Powell. Sulla pedana del salto in alto, si presentò un altro ragazzo americano semisconosciuto, Dick Fosbury, che avrebbe dato il proprio nome ad uno stile destinato ad ereditare il futuro, oltre che a valergli l’oro. Fosbury saltò per la prima volta di schiena. Da quel giorno l’Alto non fu più lo stesso.
Nei tuffi, l’altoatesino Klaus Dibiasi dette il via alla grande scuola italiana vincendo l’oro nella piattaforma e l’argento nel trampolino. Furono tra le poche medaglie di un’Italia precipitata giù nel medagliere di diverse posizioni. Giuseppe Gentile illuse tutti con il record del mondo nel salto triplo, che però in finale gli fu superato e gli valse solo la medaglia di bronzo. Per fortuna, a Grenoble nei Giochi Invernali, la sorte aveva ripagato Eugenio Monti del bel gesto di Tokyo consegnandogli ben due medaglie d’oro nel bob a due e a quattro.

La Germania tornò a gareggiare in versione doppia dopo tre olimpiadi come squadra unificata, con l’Est che superò l’Ovest nella classifica finale. Non era più tempo di distensione. La Guerra Fredda era tornata in pista. La tregua olimpica scricchiolava un po’ ovunque. A Mexico City si era gareggiato in ottobre. Quattro anni dopo i Giochi sarebbero stati anticipati a settembre. E sarebbe stato un settembre nero.

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