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domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: Il mondo nuovo (1992 - 1996)



All’indomani del crollo del Muro di Berlino, qualcuno si affrettò a dire che il mondo era giunto nientemeno che alla Fine della Storia. Se Hegel aveva avuto ragione, il progressivo alternarsi di tesi, antitesi e sintesi nelle idee e nelle vicende umane sembrava aver raggiunto un prodotto definitivo, non più migliorabile, emendabile. Il venir meno del Comunismo aveva lasciato sul campo un Capitalismo finalmente costretto a prendere in considerazione le cosiddette istanze sociali, e senza più alibi per continuare a non farlo. Il mondo ideale insomma che soltanto i più fervidi utopisti avevano saputo sognare, fino a quel momento.
L'Anello Olimpico di Calatrava a Barcellona
Nel 1992, quando le nazioni si radunarono sotto i Cinque Cerchi a Barcellona, questa illusione idealista era già abbondantemente in crisi. Il Blocco Sovietico si era sbriciolato dall’oggi al domani come una fetta biscottata maneggiata con poca cura. Ma la Prima Guerra del Golfo aveva già chiarito a tutti che la Storia continuava, eccome. Ed era la solita storia. Quella che aveva costretto gli Antichi Greci ad immaginarsi almeno un periodo di tregua, all’ombra del più celebre dei templi dedicati a Dei che di costringere altrimenti la razza umana a progredire realmente ed a rinunciare ai propri istinti più feroci non sembravano interessati granché.
Fatto sta, comunque, che l’8 febbraio di quell’anno, quando Michel Platini accese la fiamma olimpica ad Albertville, in Alta Savoia, e Francois Mitterand dichiarò aperti i XVI^ Giochi Olimpici Invernali, i vecchi atlanti geografici erano già finiti tutti nella spazzatura, al pari di tante vecchie certezze. Il mondo era irrimediabilmente cambiato. La prova più eclatante era quella bandiera sotto cui sfilava la squadra di quella federazione che una volta si era chiamata Unione Sovietica. Dal 1° gennaio 1992 si chiamava Comunità degli Stati Indipendenti, ed era diretta da Boris Eltsin, l’eroe dello sventato golpe di Mosca contro il riformatore Gorbaciov.
Il C.I.O. aveva ammesso la C.S.I. sotto la dizione di Squadra Unificata, con la bandiera dei Cinque Cerchi in luogo della vecchia bandiera rossa con la falce ed il martello. In quei giorni, si cominciava inoltre a sparare anche in Jugoslavia per spartirsi l’eredita di Tito e Milosevic. La questione avrebbe richiesto molti più anni e molto più sangue rispetto all’U.R.S.S. per essere risolta. Più di una Olimpiade, e non solo, ne sarebbe stata influenzata.
Ad Albertville, l’Italia festeggiò il suo momento di grazia negli Sport Invernali con Alberto Tomba che bissò la vittoria in Gigante di Calgary mettendo in fila i migliori del mondo, da Aamodt a Girardelli, mentre in Speciale si fermò – si fa per dire – all’argento dietro al norvegese Finn Christian Jagge. Ma in compenso altre buone notizie vennero dalle donne.
Debora Compagnoni da Bormio si impose all’attenzione del Circus dello Sci Alpino come la Tomba al femminile, dominando il Supergigante. Il giorno dopo, in Gigante, sembrava lanciata verso una splendida conferma quando il ginocchio le cedette in occasione del primo dei gravi infortuni che avrebbero condizionato la sua altrimenti leggendaria carriera.
A impinguare il medagliere ci pensarono Josef Polig, vincitore in Combinata, e soprattutto la piemontese Stefania Belmondo con una splendida tripletta nel Fondo: oro nei 30 km, argento nei 15 km e bronzo in staffetta, dove si mise in luce per la prima volta anche la promettente Manuela Di Centa.
Cinque mesi dopo, la fiamma olimpica arrivò sulle Ramblas. Sulle note di Barcelona, l’ultimo regalo del compianto Freddy Mercury al mondo cantata assieme alla soprano catalana Montserrat Caballé, un tedoforo paralimpico, l’arciere iberico Antonio Rebollo, accese il braciere mentre Re Juan Carlos dichiarava aperti los Juegos de la XXV Olimpiada.
Freddy Mercury e Montserrat Caballé cantano Barcelona
La Spagna li attendeva da tempo, e con ragione. Barcellona 1992 fu per la nazione iberica che stava riacquistando il proprio posto nel consesso delle nazioni più avanzate a grandi balzi, quello che Roma 1960 era stato per una nazione italiana a quel tempo in condizioni non dissimili. Il motore ed insieme il simbolo di un boom economico e sociale con pochi eguali nella storia.
La capitale della Catalogna, alla cui designazione non era stata secondaria l’influenza del concittadino illustre Juan Antonio Samaranch allora presidente del C.I.O., fu rimessa a nuovo per l’occasione grazie all’opera di architetti di fama mondiale come Calatrava e Isozaki, che lasciarono in eredità post-olimpica alla città capolavori come l’Anello Olimpico del Montjuic, il Palau San Jordi, l’Estadi Olìmpic, la Torre de telecomunicaciones.
A Barcellona, il mondo festeggiò la fine dei Blocchi anche in ambito sportivo. Non soltanto la Spagna, che con i suoi 13 ori e 22 medaglie complessive registrò il miglior risultato di sempre, e la Germania riunificata due anni prima, che si attestò al terzo posto del Medagliere dietro Squadra Unificata e U.S.A., beneficiarono di un clima apparentemente nuovo e meno dopato in tutti i sensi.
Carl Lewis non era più il Figlio del Vento nei 100 e 200, ma era ancora il migliore nel Salto in Lungo (terzo oro consecutivo) e con lui nei ranghi la staffetta americana 4 x 100 tornò a volare. Nei 100 metri, si mise in luce invece il britannico Linford Christie, mentre nei 200 una intossicazione alimentare mise fuori gioco l’astro nascente Michael Johnson, che lasciò via libera al connazionale Michael Marsh.
Nel nuoto, Alexander Popov cominciò la sua splendida carriera olimpica, che avrebbe continuato come atleta della Russia dopo la dissoluzione definitiva della federazione. Tra le donne, si misero in luce per la prima volta a sorpresa le cinesi, che consentirono al loro paese un quarto posto finale nel Medagliere. Altri personaggi in luce, il leggendario canottiere britannico Steve Redgrave alla terza conferma olimpica, l’algerina Hassiba Boulmerka nei 1.500.
Il Dream Team americano di Basket
La Spagna vinse il torneo di Calcio, che presentò una innovazione significativa. Per rimediare ad un equivoco storico ormai non più sostenibile, il C.I.O. aveva messo definitivamente da parte il dilettantismo obbligatorio aprendo in tutti gli sport ai professionisti. Nel Calcio, ciò avrebbe significato però creare un doppione o un pericoloso concorrente dei Mondiali, e fu stabilito pertanto di porre ai partecipanti un limite di età. In pratica, finirono per partecipare ai Giochi Olimpici a partire dal 1992 le Nazionali Under 21 di ciascun paese. L’Italia era campione europea in carica, ma nei quarti lasciò via libera ai padroni di casa concedendo loro proprio la rivincita dell’Europeo di categoria.
L’apertura al professionismo portò conseguenze epocali soprattutto in un altro torneo. Le Olimpiadi del 1992 si ricordano principalmente per il Dream Team. Gli Stati Uniti poterono finalmente schierare una selezione allestita impiegando i migliori giocatori dell’N.B.A., e non più ricorrendo a studenti universitari per quanto promettenti. Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Scottie Pippen sono nomi che non hanno bisogno di commento e che tutti gli appassionati di Basket hanno impressi nella memoria. Come per il Brasile di Pelé nel calcio, probabilmente nella Pallacanestro non sarà dato di rivedere all’opera una squadra dei sogni come questa. In finale, la Croazia che rappresentava la prestigiosa scuola jugoslava fu scherzata dagli americani, finendo sotto di ben 30 punti.
Nella Pallavolo, il Dream Team sarebbe stato quello italiano, la generazione di fenomeni che a quel tempo mieteva un successo dietro l’altro con facilità apparentemente irrisoria. Nei quarti di finale di un torneo olimpico che sembrava non poterle sfuggire, l’Italia incontrò però per la prima volta la sua bestia nera, quella Olanda che le avrebbe sbarrato la strada anche in seguito. Il torneo fu vinto dal Brasile proprio sull’Olanda.
La finale di Pallanuoto Italia - Spagna
Per l’Italia, si confermò nel Medagliere una posizione a ridosso del decimo posto con 19 medaglie complessive di cui sei ori. L’ultimo dei quali, come a Seul, arrivò nelle battute finali, grazie al Settebello. Nella Pallanuoto, gli azzurri non vincevano da Roma 60 e prima ancora da Londra 48. In finale, nella nuovissima piscina Bernat Picornell, avevano la Spagna favoritissima e tradizionale avversaria, ma riuscirono a prevalere in una partita drammatica conclusasi al terzo tempo supplementare per 9-8. Da Canoa, Ciclismo (con la partecipazione straordinaria del povero Fabio Casartelli, che avrebbe incontrato un tragico destino al Tour de France due anni dopo) e Scherma le altre soddisfazioni azzurre.
Quando si spense il braciere olimpico il 9 agosto 1992, il sipario calò su una delle più belle edizioni dei Giochi. Il vecchio mondo era andato in mille pezzi e alle gare avevano partecipato ben 169 nazioni, tra vecchie e nuove. 9.356 atleti, di cui 6.652 uomini e 2.704 donne.
I tempi del barone de Coubertin sembravano ormai lontanissimi, come se risalissero alla preistoria. E tuttavia, in occasione del primo centenario delle Olimpiadi moderne che cadeva nel 1996, la cosa più giusta da fare sembrava proprio quella di omaggiare la figura del loro inventore assegnando ad Atene la ventiseiesima edizione dei Giochi. Quella appunto del Centenario, una scelta che il barone avrebbe sicuramente approvato. Sul tavolo del C.I.O. c’erano due candidature: quella di Atene, appunto, forte della suggestione della Storia, e quella di Atlanta, forte del peso economico della Coca Cola, la bevanda che dagli inizi del secolo era diventata lo sponsor principale delle Olimpiadi e la cui fabbrica aveva appunto sede nella capitale della Georgia.
Inutile dire che gli Dei di Atlanta risultarono meno suggestivi ma più potenti di quelli di Olimpia, rimontandoli all’ultima votazione. L’opinione pubblica internazionale stigmatizzò il torto fatto ad Atene, ma lo fece comunque tenendo in mano la consueta lattina di coke.
L’antipasto invernale degli ultimi Giochi del ventesimo secolo aveva avuto luogo nel 1994. Il C.I.O. aveva infatti deciso di sfalsare le due sessioni olimpiche per riempire un vuoto nel calendario degli anni pari. A Lillehammer in Norvegia, due anni dopo Albertville, Alberto Tomba aveva confermato l’argento dello Speciale a pochi secondi dal vincitore Stangassinger. Manuela Di Centa era esplosa nel Fondo femminile vincendo tutte e cinque le gare in cui era iscritta.
Ma l’evento che rimase memorabile di quelle Olimpiadi fu l’arrivo della Staffetta 4x10 km maschile. La Norvegia del fuoriclasse Bjorn Daelie sembrava strafavorita, ma De Zolt, Albarello e Vanzetta tennero fino all’ultima frazione, permettendo a Silvio Fauner da Sappada di ingaggiare uno spettacolare testa a testa con Daelie nel rush finale. Davanti a 120.000 scandinavi ammutoliti, Fauner vinse quel leggendario sprint entrando nella storia del suo sport.
Mohamed Alì accende il braciere olimpico
Il 19 luglio 1996 al Centennial Olympic Stadium di Atlanta il presidente Bill Clinton aprì i Giochi della XXVI^ Olimpiade, mentre il braciere veniva acceso da un tedoforo d’eccezione. Mohamed Alì sapeva dal 1984 di soffrire di morbo di Parkinson, ma vederne i segni progressivi sul suo volto e su quel corpo che una volta aveva rivaleggiato con le farfalle nello sport più violento che esista commosse il mondo più di quanto avessero fatto le più grandi delle sue vittorie. Alì affrontò la prova con il consueto coraggio. Il C.I.O. lo premiò restituendogli quella Medaglia d’Oro vinta a  Roma, che lui aveva gettato per rabbia nel fiume Ohio a Louisville, dove viveva ed era tornato dopo la vittoria soltanto per scoprire che il razzismo era ancora tutto da affrontare e sconfiggere.
Atlanta passò alla storia come un capolavoro di disorganizzazione, che acuì il rimpianto per la mancata designazione di Atene. Ma dal punto di vista dei risultati fu una buona Olimpiade. Non solo per l’Italia, che eguagliò quasi il successo di Los Angeles con 13 medaglie d’oro (mancò la quattordicesima la nazionale di Volley che sbatté per la seconda volta contro l’Olanda, in finale). In compenso, Yuri Chechi si riprese ciò che la sorte gli aveva negato a Barcellona. Paola Pezzo impose la sua classe ed il suo decolleté nella Mountain Bike, che esordiva ai giochi. Agostino Abbagnale rinverdì i fasti di Giuseppe e Carmine nel Canottaggio, mentre Antonio Rossi insieme a Daniele Scarpa si prese la Canoa per la prima volta.
Yuri Chechi
Poi, la solita messe di medaglie da Ciclismo, Scherma, Tiro. In Atletica, l’attesissima Fiona May – l’inglese che aveva scelto l’Italia per amore – si fermò all’argento nel Salto in Lungo. Dove tra i maschi, Carl Lewis entro nella ulteriore leggenda sportiva come uno dei tre che erano riusciti a trionfare in quattro Olimpiadi diverse, dopo il discobolo Al Oerter e il velista Paul Elvstrom. Josefa Idem, tedesca naturalizzata italiana anche lei per amore, si fermò al bronzo nella Canoa.
Michael Johnson aveva già superato nei Trials pre-olimpici lo storico e longevo record del mondo del nostro Pietro Mennea, ottenuto nel 1979 a Città del Messico in altura. Ad Atlanta, Johnson disintegrò ulteriormente il proprio limite portandolo ad uno strepitoso 19’’32. Dopodiché si aggiudicò anche i 400 metri. La francese Marie-José Perec fece la stessa doppietta tra le donne, stabilendo anch’essa un primato (sui 400) che avrebbe resistito a lungo, 48’’25.
Nel torneo di Basket, nuova vittoria statunitense stavolta sulla Jugoslavia (ovverosia le superstiti della vecchia federazione, Serbia e Montenegro), ma il Dream Team non era stato rimesso in campo. Nel calcio, vittoria della sorprendente Nigeria sulla favorita Argentina. Nel Tennis, vittoria del superfavorito André Agassi su Sergi Bruguera. Avrebbe potuto benissimo essere la finale di un torneo da Grand Slam. Anche questo era un segno dei tempi. Lo sport professionistico aveva conquistato definitivamente Olimpia. Bevendo Coca Cola.
Michael Johnson

Storia delle Olimpiadi: Il Figlio del Vento è tornato (1984 - 1988)

James Cleveland Owens detto Jesse, l’uomo che aveva messo di malumore Adolf Hitler battendo sotto il suo naso tutta la Razza Ariana nella corsa veloce e nel salto in lungo, morì a Tucson in Arizona il 31 marzo 1980. Aveva atteso per tutta la vita di ricevere un riconoscimento dalla Casa Bianca per quanto aveva fatto in quei giorni leggendari dell’agosto del 1936. Ignorato quasi da Franklin Delano Roosevelt, aveva dovuto aspettare Gerald Ford 40 anni dopo per vedersi conferire la Medaglia Presidenziale della Libertà.
Carl Lewis
Quando il Figlio del Vento fu portato via da un male incurabile, Frederick Carlton Lewis detto Carl non aveva neanche 19 anni. Come Jesse, anche Carl era originario dell’Alabama. Come Jesse, anche Carl era stato portato via dall’Alabama in tenera età da genitori in cerca di una vita migliore. Birmingham nel 1961 non era poi tanto migliore di Oakville nel 1913, a quanto pare, per dei ragazzi di colore.
Come Jesse, Carl si vide aprire le porte del mondo universitario grazie alla velocità che era in grado di raggiungere in pista. Quando Carl fu selezionato per la squadra statunitense che doveva gareggiare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, Jesse non c’era più. Il Figlio del Vento al vento era ritornato. Il vento aspettava qualcun altro in grado di domarlo. Ma non l’avrebbe trovato a Mosca, perché gli U.S.A. boicottarono i giochi in casa di quell’U.R.S.S. che aveva appena invaso l’Afghanistan e Carl dovette rimandare il suo appuntamento con l’eredità più prestigiosa che ci fosse in Atletica. Il suo momento arrivò nel 1984.
L’anno più atteso del ventesimo secolo da quando George Orwell aveva scritto il suo omonimo capolavoro era arrivato con tutte le apparenti intenzioni di voler mantenere le previsioni di un destino comunque apocalittico. Nel 1983 l’abbattimento di un aereo di linea civile coreano da parte dell’aviazione sovietica aveva portato il mondo sull’orlo di un baratro che non aveva più conosciuto dal 1962, al tempo dei missili a Cuba. Un anno dopo, infuriava lo scontro frontale tra la superpotenza americana rinvigorita da Ronald Reagan e quella sovietica indebolita dalla incerta leadership dei successori di Leonid Breznev, con Gorbaciov ancora di là da venire.
La scelta del C.I.O. di riaffidare a Los Angeles l’organizzazione dei Giochi per la seconda volta dopo il 1932 involontariamente finì per risultare come benzina gettata su un fuoco che già divampava. L’U.R.S.S. optò subito per la restituzione del trattamento resole dagli U.S.A. nell’80. E così la XXIII^ Olimpiade fu la terza ed ultima consecutiva ad essere caratterizzata da un massiccio boicottaggio. Stavolta da parte di tutto il Blocco Sovietico, con l’unica eccezione della Romania dell’eretico sui generis Nicolae Ceausescu.
In inverno, i Giochi sulla neve si erano disputati in quella Jugoslavia che aveva perso da poco il suo dittatore, l’altro eretico sui generis Josip Broz detto Tito. A Sarajevo, dove erano ancora lontani ed inimmaginabili gli orrori della guerra civile post-comunista, l’Italia aveva riportato due medaglie d’oro prestigiose: il carabiniere altoatesino Paul Hildgartner al secondo trionfo nello slittino dopo Sapporo 1972, la bergamasca Paoletta Magoni vincitrice dello slalom speciale femminile.
Los Angeles Memorial Coliseum
Della mancata partecipazione di ben 14 delle nazioni del campo cosiddetto comunista (con le eccezioni ricordate di Romania e Jugoslavia e quella della Repubblica Popolare Cinese), l’Italia sarebbe risultata una delle maggiori beneficiarie finendo quinta nel medagliere con 14 ori, record assoluto fino a quel momento. Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum, opportunamente restaurato e rimesso a nuovo, riaprì le sue porte alla fiamma olimpica e alle nazioni in gara esattamente 52 anni dopo la volta precedente. Ad oggi Los Angeles è una delle quattro città che hanno visto ripetersi l’onore di ospitare i Giochi, insieme ad Atene, Londra e Parigi.
Di quella cerimonia di apertura, caratterizzata dallo sfarzo celebrativo della superpotenza americana (proprio ciò che la propaganda avversaria aveva addotto come pretesto per il boicottaggio, sottolineandone i sentimenti sciovinisti e l’isteria anti-sovietica), si ricorda soprattutto l’esecuzione per la prima volta della Fanfara Olimpica del celebre compositore John Williams, seguita dall’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven. Una colonna sonora sicuramente suggestiva per dei giochi che si rivelarono memorabili soprattutto dal punto di vista tecnico.
Quelle Olimpiadi si ricordano principalmente perché il titolo di Figlio del Vento fu riassegnato. Carl Lewis rinnovò per quanto possibile la leggenda di Jesse Owens, vincendo 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo. A quell’epoca, aveva 23 anni, proprio come Owens.
Ma i comprimari di Lewis furono tanti, a cominciare da Edwin Moses che dopo aver emozionato il mondo con la propria di emozione nel leggere il giuramento olimpico nella cerimonia d’apertura vinse la sua seconda medaglia d’oro nei 400 ostacoli, consecutiva senza contare l’assenza forzata del 1980 a Mosca. Nella stessa specialità al femminile, Nawal El Moutawakel fu la prima donna proveniente da un paese arabo (il Marocco) a vincere. Marocchino fu anche il vincitore dei 5.000, Said Aouita. Il portoghese Carlos Lopes vinse a 37 anni la maratona. Il tedesco Michael Gross detto l’Albatross, stabilì il proprio dominio nel nuoto, e l’americano Greg Louganis fece altrettanto nei tuffi. Nei tornei a squadre, vittoria a sorpresa della Francia sul Brasile nel calcio, degli U.S.A. nella pallavolo sempre a sorpresa e sempre ai danni del Brasile. Per nulla a sorpresa fu la vittoria americana nel basket, che si ricorda soprattutto perché nella squadra che vinse l’oro militava un giovanissimo Michael Jordan, ai suoi ultimi giorni da dilettante prima di cominciare la sua carriera nei Chicago Bulls.
Giuseppe e Carmine Abbagnale ed il timoniere Peppino  Di Capua
Le medaglie italiane annoverarono l’argento di Sara Simeoni, gli ori di Alberto Cova nei 10.000; di Gabriella Dorio nei 1.500; di Alessandro Andrei nel lancio del peso, di Vincenzo Maenza nella lotta greco-romana; di Luciano Giovannetti al bis nel Tiro Fossa Olimpica, degli spadaccini, dei ciclisti e dei pentathleti guidati da Daniele Masala; di Maurizio Stecca nel Pugilato Pesi Gallo, mentre a Francesco Damiani fu impedito da una giuria di parte di ripetere l’impresa di Patrizio Oliva a Mosca contro Tyrrell Biggs; di Norbert Oberburger nel sollevamento pesi; dei fratelli Abbagnale, che cominciarono proprio a Los Angeles la loro grande carriera.
Come a Mosca, gli assenti ai Giochi di Los Angeles finirono per aver torto e non dimostrare niente. Quattro anni dopo la fiaccola si spostava nuovamente in Asia: a Seoul, nella capitale della parte Sud di quel paese che al pari della Germania simboleggiava la divisione del mondo in blocchi: la Corea.
Quattro anni dopo, il mondo aveva voglia più che mai di superare quella divisione in blocchi, che ormai era logora nello spirito prima ancora che nei fatti. L’U.R.S.S. stava subendo i profondi cambiamenti imposti dalla perestrojika di Gorbaciov, ed era ormai solo ad un anno dal suo disfacimento definitivo. Gli U.S.A. erano alla fine della presidenza Reagan, indebolita nel secondo mandato dagli scandali Iran-Contras, con annessi e connessi.
Quando la fiamma olimpica fu riaccesa a Calgary, in Canada, per i Winter Games il 13 febbraio 1988 (sulle celebri note della Fanfare for the Common Man di Emerson, Lake e Palmer), non mancava più nessuno. Nessuno aveva voglia più di mancare. Nessuno si perse la straordinaria performance di un ragazzone italiano venuto fuori quasi dal nulla, che nella stagione in corso stava contendendo la Coppa del Mondo di Sci Alpino al più quotato svizzero Pirmin Zurbriggen. E che a Calgary divenne il Figlio del Vento che Soffia sulla Neve. Alberto Tomba da San Lazzaro di Savena si impose nello Slalom Gigante prima e nello Speciale poi, riportando il suo sport in auge in un paese orfano da tempo della Valanga Azzurra e dando il via ad una carriera decennale che l’avrebbe portato nel firmamento delle grandi stelle italiane dello Sci, assieme a Zeno Colò e a Gustav Thoeni.
Alberto Tomba
Il 17 settembre il braciere fu riacceso a Seoul. Anche stavolta, il protagonista più atteso era e doveva essere lui, il nuovo Figlio del Vento. Ma su Carl Lewis e i suoi sostenitori si era abbattuta una bufera, quella del canadese Ben Johnson, che a Roma ai Mondiali dell’anno precedente aveva stracciato il rivale statunitense con un mostruoso 9’83’’. Seoul doveva essere il teatro della rivincita, che apparentemente invece non ci fu. Johnson ripeté la sua prestazione monstre, Lewis si fermò a 9’92” e poi, come intristito, finì secondo anche nei 200 ed eliminato in staffetta nelle batterie. L’erede di Owens sembrava dover tornare a casa con la sola medaglia d’oro del Lungo, quando accadde l’incredibile. Johnson fu trovato positivo nel più clamoroso caso di doping dell’epoca, la sua vittoria revocata, il suo tempo cancellato. I 100 andarono a Lewis il cui 9’92” rimase come record mondiale effettivo.
A Seoul, Unione Sovietica e Germania Est conquistarono per l’ultima volta il primo e secondo posto del medagliere. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco sarebbero diventate vestigia di un passato morto e sepolto. E che il dilettantismo di stato, sconfinato spesso e volentieri nel doping di stato, non sarebbe confluito nel patrimonio sportivo delle nazioni sorte dal loro disfacimento.
Altre grandi figure di quella Olimpiade furono sempre il tuffatore americano Greg Louganis, mentre nel nuoto il suo connazionale Matt Biondi prese il posto che era stato dell’Albatross Michael Gross.  Tra le donne, exploit della nuotatrice tedesca orientale Kristin Otto, e della velocista americana Florence Griffith – Joyner, destinata purtroppo a breve scadenza ad un tragico destino. Nel tennis, riammesso alle Olimpiadi per la prima volta dopo sessant'anni, trionfo della tedesca Steffi Graf che rese così golden il Grande Slam conseguito proprio quell'anno.
Negli sport di squadra, successi a sorpresa ancora degli U.S.A. nella pallavolo e soprattutto dell’U.R.S.S. nel basket, con gli U.S.A. al terzo posto per effetto di un dilettantismo che non aveva più ragione di esistere e a cui si sarebbe ovviato a partire dall’edizione successiva. Successo anche nel calcio di un U.R.S.S. al canto del cigno, ancora ai danni del Brasile.
Per l’Italia, un decimo posto finale nel Medagliere con sei ori vinti, un piazzamento senz’altro più veritiero complessivamente di quelli di Mosca e Los Angeles. Ma la soddisfazione più grande di tutte, almeno per chi ama le Olimpiadi nella loro vera essenza. Il 2 ottobre 1988 nello Stadio Olimpico di Seoul dove si concludeva – come da tradizione – l’ultima gara del programma olimpico, la maratona, fu l’italiano Gelindo Bordin a fare il suo ingresso solitario in testa sulla pista dove l’Italia attendeva quel trionfo da ottant’anni, da quando la sorte aveva voltato le spalle beffarda a Dorando Pietri a Londra.

L'arrivo di Gelindo Bordin a Seoul
E noi ce lo ricordiamo come fosse oggi scandire le ultime falcate verso la medaglia d’oro più prestigiosa con l’accompagnamento delle parole dello scomparso Paolo Rosi, che proprio quel giorno realizzava la sua ultima telecronaca per la R.A.I. Parole non dissimili da quelle, immaginiamo, che avevano degnamente celebrato la prima impresa di quel genere compiuta da Filippide nel 490 a.C.