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sabato 7 maggio 2016

Emanuela, che avrà trentatre anni a giugno

Il rigetto del ricorso contro l'archiviazione dell'indagine sulla scomparsa di Emanuela Orlandi disposta dalla Procura di Roma da parte della Corte di Cassazione è una delle pagine più vergognose della storia della Repubblica.
Gli indagati - ricordiamo - erano sei, tra i quali un'alta personalità del Vaticano ed alcuni personaggi legati in vario modo alla famigerata Banda della Magliana.
Non sapremo mai dove avrebbe portato l'indagine, peraltro in ritardo di trent'anni, se fosse stata seriamente condotta dalle autorità italiane. Ma è facile pensare che avrebbe condotto nei paraggi di "luoghi" e "persone" di cui abbiamo sospettato fin dall'inizio. Le due ragazze erano cittadine dello Stato del Vaticano, il padre di Emanuela era un dipendente del Vaticano stesso. Il Vaticano non ha mai mosso un dito per dare una mano a ritrovarle. Lo Stato Italiano, che - ricordiamo - è vincolato dal Concordato vigente ad agire come autorità di pubblica sicurezza anche nel territorio dello stato pontificio, ha pensato bene di fare altrettanto, per 33 anni. Cioé niente.
Emanuela, ricordiamo, sparì il 22 giugno 1983, poche settimane dopo Mirella Gregori. Abbiamo sempre pensato tutti che i colpevoli fossero da ricercare nelle alte sfere vaticane, che anche Roma avesse i suoi mostri così come nello stesso periodo li aveva Firenze. Abbiamo sempre pensato che la Banda della Magliana c'entrasse qualcosa, come braccio armato di una Chiesa Cattolica a cui le guardie svizzere evidentemente non bastavano più.
Dietro il giudizio di inammissibilità del ricorso Orlandi - Gregori da parte dei PM del Palazzaccio di Roma è inevitabile pensare che si celino ben altre motivazioni. Personalmente alla buona fede della Magistratura italiana non credo in assoluto più da tempo, come del resto a quella della Chiesa Cattolica. Ma c'é dell'altro, di peggio. L'asservimento del nostro Stato alla Chiesa ormai è totale ed evidente. Il principio di Cavour "libera chiesa in libero stato" ormai è il più disatteso della storia dell'Italia Unita.
E' triste, più che vergognoso, che nel 2016 esista nel cuore dell'Europa uno stato confessionale come l'Italia. Uno stato dove il Presidente, quello vero, si affaccia tutte le domeniche alle 11,00 circa da una finestra di Piazza San Pietro ad arringare folle che non ricordano nemmeno più a quale ammasso hanno lasciato il cervello.
Da quella stessa finestra, tra l'altro, neanche una parola sul caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. In compenso tante parole, ogni giorno, sulla "necessità" che lo stato italiano si faccia carico di problemi di accoglienza che la  Chiesa, se volesse, con il ricorso alle sue finanze non sempre pulite, a volte provenienti da località decisamente sinistre come la suddetta Magliana, risolverebbe in un attimo.
Difficile pensare che, se l'Isis stabilisse il famoso Califfato a Roma, da certi punti di vista la situazione potrebbe essere peggiore di adesso.


P.S. Emanuela Orlandi era nata il 14 gennaio 1968. Il titolo è un evidente artificio retorico, riferito all'anniversario della sua scomparsa



mercoledì 20 aprile 2016

RERUM NOVARUM (trad. Solita vecchia storia)



Arriva fresca fresca l’ultima sciocchezza Dall’alto dell’Apostolico Seggio. Secondo il vescovo di Roma, i migranti sono un dono. Chissà perché tutti i paesi d’Europa (meno ovviamente l’Italia) si stanno affrettando non solo a guardare in bocca a Caval Donato, ma addirittura a sbattergli la porta della stalla in faccia. Noi no, tutti domenica a Piazza San Pietro a chiedere perdono tutti insieme non si sa a quale Dio e per quale grave peccato. L’importante è andare a tempo con lo spartito dell’Uomo con lo Zuccotto Bianco.
Unico, nel coro assordante dei piaggiatori italiani bipartisan (anzi, tripartisan) oppure nel silenzio fragoroso di chi non ha il coraggio dei propri pensieri prima ancora che delle proprie azioni (a proposito, ma il dogma dell’infallibilità papale è stato abrogato? no, perché qualcuno per esempio è ancora convinto che il voto sia un dovere, anziché un diritto, e cose del genere…..della serie, a scuola ci tiravamo le merendine….), si fa avanti con voce stentorea come il Fantozzi della Corrazzata Potemkin Matteo Salvini, leader purtroppo non ascoltato come quello che parla da Piazza San Pietro ma insomma, che si sta facendo anch’egli un discreto seguito, in questa Italia che vivaddio si sta rompendo finalmente i coglioni del buonismo e della religione di Stato.
Dice il Matteo di opposizione (l’altro, quello di governo, per una volta incredibilmente tace): un dono lo sono di certo, ma per le cooperative che ci mangiano sopra. Apriti cielo, squarciati Velo del Tempio. Gli italiani - di sinistra, centro o destra, non importa – sono un popolo di baciapile, laidamente e stolidamente ossequiosi verso il potere per mero interesse personale. Figurarsi quando uno si permette di criticare colui che pretende di essere nientemeno che Dio in terra.
Il buon Salvini, che sa di camminare sulla lama di un rasoio avendo da chiedere il consenso elettorale dei baciapile, ci va giù soft con comprensibile prudenza. Io non ho da chiedere il consenso né lo stipendio di nessuno, e posso permettermi di dire che i discorsi del papa sono sciocchezze.
E di rincarare la dose. Accettare lezioni morali da uno che ha preso il nome del Poverello di Assisi (colui che si spogliò di tutto, ma proprio di tutto, abbandonando la ricca casa paterna nudo come mamma l’aveva fatto) ma che è e resta a capo della più grande holding finanziaria e immobiliare del mondo mi sembra come stare a sentire i discorsi della Boldrini, che forse qualche africano indigente l’ha visto a qualche apericena nei compound delle Nazioni Unite, a servire a tavola.
La Chiesa Cattolica possiede mezza Roma, per limitarci alla sede. Le chiese di Roma, grandi e piccole, la sera a una cert’ora chiudono bottega. E la marea di “barboni” che non hanno più altri effetti personali che cartoni e giornali con cui proteggersi dal freddo possono considerarsi ancora fortunati che venga consentito loro almeno di allinearsi ai muri esterni di esse per dormire. Non mi pare che il sig. Bergoglio abbia dato disposizioni (effettive, intendo) affinché tale caritatevole status quo venga mutato. Di ciò che giace custodito nei forzieri delle banche vaticane non ne parliamo, ci sarebbe di che dare sollievo e ricetto all’intero sistema solare. Di questo Bergoglio non chiede perdono a nessun Dio. Non sia mai che gli arrivi qualche caffè indigesto.
Il sig. Bergoglio si reca a Lesbo, a portare le scuse del mondo cristiano a circa 4.000 profughi colà internati, stretti tra la paura del ritorno indietro (Turchia, non proprio il massimo dell’ospitalità, o peggio ancora il Medio Oriente di origine) e quella dell’ignoto insita in un problematico andare avanti. Se ne esce con una pirotecnica decisione di riportarsi a Roma 12 persone. E gli altri 3.988? Rimangono ad aspettare le prossime lotterie, come nel film L’Isola? A rammaricarsi – come si fa dalle nostre parti – per non avere conoscenze nell’ufficio competente?
12 persone, prendine almeno uno di religione cristiana, sant'Iddio, così, tanto per dare la sensazione di multiculturalità! Tanto per far capire che conosci un po’ la storia del Medio Oriente, un posto dove i cristiani vengono perseguitati da prima dell’Anno Mille! Per perseguitare i cristiani, le varie confessioni islamiche stipulano tregue come quelle olimpiche che ogni quattro anni interrompevano le guerre civili dell’Antica Grecia. Si mettono d’accordo tutti, un po’ come ai tempi della caccia al negro in Alabama.
Ne vuoi prendere almeno uno di cristiani? O sei andato lì a baciare le pile (anche te, visto che sei a capo di una religione di baciapile) all’Islam?
Forse sto dicendo troppo. Mi prende un dubbio: ma la Santa Inquisizione è stata abolita? O il referendum non ha raggiunto il quorum? Meglio fare come Salvini, finirla qui. Tanto la gente (spero) si sta incazzando per conto proprio. Anche con l’Uomo Infallibile, quello che nemmeno i compagni hanno il coraggio di criticare.
Un’ultima cosa, questa la devo dire. Se San Francesco avesse avuto degli eredi, dei discendenti, ci sarebbero gli estremi per una causa di disconoscimento.
La pace sia con voi.

mercoledì 17 febbraio 2016

Monumento a Giordano Bruno



L’uomo che la mattina del 17 febbraio 1600 fu condotto al supplizio nella piazza romana denominata Campo de’ Fiori non era stato piegato da sette anni di prigionia nelle mani della Santa Inquisizione, a Castel Sant’Angelo. La prigione del Papa Re, la Bastiglia pontificia dove venivano rinchiusi ribelli ed eretici. Sottoposto a torture fisiche e psicologiche, tutte regolarmente autorizzate da Papa Clemente VIII secondo il diritto canonico (bastava che non si versasse sangue, ciò che era vietato dalla osservazione “letterale” delle Sacre Scritture), quell’uomo non aveva ceduto, ingaggiando anzi un duello mentale con le più sottili e cristianamente perverse menti dei seguaci di Torquemada.
Si chiamava Giordano Bruno, era nato a Nola nei pressi di Napoli nel 1548, tre anni dopo l’inizio di quel Concilio di Trento le cui determinazioni – conosciute universalmente come Controriforma – lui avversò per tutta la vita. Si chiamava in realtà Filippo, nome datogli in onore di Sua maestà Cattolica il re di Spagna nei cui possedimenti rientrava all’epoca il Mezzogiorno d’Italia. Il nome Giordano lo adottò allorché entrò nei Frati Domenicani, in onore del suo primo insegnante di metafisica. A quell’epoca, chi voleva studiare aveva davanti un solo portone a cui bussare: quello della Chiesa. Giordano Crispo con i suoi insegnamenti fece del giovane Filippo un uomo libero, e inevitabilmente lo condannò a morte.
Giordano Bruno detestava le religioni, tutte, indistintamente. Per lui erano poco più che superstizioni organizzate, costrizioni dentro cui la mente umana era condannata a rinunciare alla propria capacità di comprendere realmente il Divino e di amarlo. Nei trent’anni in cui girò l’Europa dopo aver abbandonato i Domenicani in seguito al primo fumus persecutionis indotto dalle sue prese di posizione in odore di eresia, non è un caso che prima o dopo fu perseguitato in egual modo da tutte le Autorità e da tutte le Chiese, fossero cattoliche, calviniste, anglicane. Nel secolo in cui Riforma e Controriforma si combattevano con la spada piuttosto che con le proposizioni conciliari, un uomo libero era qualcosa di inviso a tutte le confessioni e a tutti i sovrani.
Niccolò Copernico
Giordano era convinto che l’universo non fosse altro che una sostanziazione del principio divino. Dio era l’essere trascendente che lo aveva creato, ma era anche ad esso immanente. Dio era la stessa Natura, la permeava, coincideva con essa. Anzi, essendo l’universo infinito, proprio questo lo rendeva un Essere Infinito anch’Egli, non potendosi quindi parlare di coincidenza rispetto a due entità senza confini.
Giordano era un sostenitore di Nikołaj Kopernik, italianizzato Niccolò Copernico, l’astronomo polacco che per primo ebbe il coraggio di confutare le tesi scientifiche di Claudio Tolomeo, il filosofo astronomo ellenistico egiziano che elaborò la teoria del geocentrismo (la Terra corpo immobile al centro dell’universo) consegnandola al Medioevo cristiano che avrebbe condizionato pesantemente per oltre mille anni. L’eliocentrismo di Copernico in realtà riprendeva quello degli studiosi greci dell’Età Classica, da Aristarco di Samo in poi.
La Chiesa coetanea del Rinascimento soffriva la messa in discussione della propria autorità scientifica prima e morale poi. E reagiva scomunicando e affidando al “braccio secolare” per la tortura e per l’esecuzione degli eretici. Giordano Bruno pensava che fossimo tutti parte dello stesso Divino in un universo sconfinato di luoghi e di creature senza gerarchia. Pensava che Copernico avesse ragione e Tolomeo torto. Che il culto dei Santi riaffermato dal Concilio di Trento fosse contrario all’essenza della religione cristiana stessa. Metteva in discussione la stessa Trinità paragonandola a una forma riveduta e corretta di idolatria. Pensava convintamente che le cosiddette eresie altro non fossero che manifestazioni naturali di libero pensiero, avversate dalla dottrina imperante della Chiesa Cattolica.
Castel Sant'Angelo
Ce n’era più che a sufficienza perché il cardinale Bellarmino, direttore del Santo Uffizio Romano, cercasse per sette anni di strappargli l’abiura, cioè la rinuncia a tutte queste “tesi” eretiche, in quanto minavano alla base l’esistenza della Chiesa di Dio e del suo potere in terra. In un primo tempo Giordano Bruno sembrò piegarsi, accettando tale rinuncia ex nunc, cioè da quel momento in poi. Sottilmente, significava scrivere in calce all’abiura che gli era stata esplicitamente estorta, e che quindi non aveva valore sostanziale.
La Chiesa rifiutò, imponendogli l’abiura tout court. Giordano Bruno dimostrò di avere coraggio oltre che testa chiudendosi in uno sdegnoso silenzio, rotto soltanto dalle parole con cui accolse la sentenza finale, l’8 febbraio 1600: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla».
Fu portato al rogo imbavagliato, affinché la folla riunita ad assistere non potesse udire alcuna parola da parte sua. Nello stesso punto in cui fu ucciso, quasi tre secoli più tardi il governo dell’Italia Unità presieduto da Francesco Crispi gli eresse un monumento, che lo ritraeva fiero e sobriamente intento a guardare in direzione del Vaticano, con sguardo ammonitore. Alla base del monumento tutt’oggi presente a Campo de’ Fiori si legge: «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse».
Il secolo da lui divinato era quello seguente a quello dei Lumi, il XIX°. Il secolo che vide l’affermarsi dei Liberi Pensatori soprattutto organizzati nelle logge massoniche. Francesco Crispi era uno di questi, e nel pieno della Guerra Fredda tra Stato e Chiesa conseguente alla Breccia di Porta Pia non gli parve vero di erigere il monumento celebrativo di colui che era diventato l’icona del Libero Pensiero stesso.
Dopo i Patti Lateranensi del 1929, i cattolici oltranzisti fecero un ultimo tentativo per chiedere la rimozione della statua. Fu il filosofo Giovanni Gentile, ideologo del Fascismo ma grande ammiratore di Bruno, a consigliare Mussolini a dire no. Il Duce, probabilmente anche lui in gioventù un ammiratore di Giordano Bruno, seguì volentieri quel consiglio.
Papa Giovanni Paolo II
La tragica fine di Giordano Bruno aveva costituito infine un precedente significativo di cui Galileo Galilei non aveva potuto non tenere conto, allorché 33 anni dopo il filosofo di Nola era toccato a lui trovarsi di fronte alla scelta postagli dal Santo Uffizio tra l’abiura ed il probabile supplizio. Galileo scelse l’abiura, e non se lo perdonò mai. Giovanni Paolo II lo riabilitò quattro secoli dopo, chiedendogli scusa con gesto pubblico di grande effetto. Giordano bruno non ebbe la stessa fortuna. Papa Woytila si limitò ad esprimere “profondo rammarico per la sua morte”, tuttavia il pur triste episodio della storia cristiana moderna non consentiva a suo dire la riabilitazione.
Per la Chiesa Cattolica Giordano Bruno rimane colui il cui pensierolo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana". Per gli scienziati moderni rimane invece come il precursore addirittura della teoria degli “universi paralleli”. Una specie di padre sia della scienza che della fantascienza. Colui che per primo ha liberato la mente dell’uomo dalla superstizione, ed in ultima analisi la sua stessa dignità.

Campo de' Fiori oggi

mercoledì 25 novembre 2015

CONTROCORRENTE: Francesco giullare di quale Dio?



E parliamo finalmente di Papa Francesco. E che Dio ce la mandi buona. Perché ho idea che nella avanzata e laica società italiana di oggi c’è un ritorno di fiamma di misticismo clerico-medioevale secondo cui il Papa è tornato infallibile come nemmeno ai tempi di Pio IX. Del Papa non se ne parla, se non più che bene.
Quando fu eletto, scrissi contro le ricostruzioni ingenerose e faziose del suo passato. Di uomo e di prelato che era venuto a patti con la feroce dittatura di Videla nel suo paese, l’Argentina dei desaparecidos. Erano critiche ingenerose, e come si è visto poi anche infondate. Francesco – inteso come il Santo da cui padre Bergoglio prese il suo nome da Pontefice -  parlava con i lupi, con il Sultano e con tutto ciò che terrorizzava l’uomo della sua epoca. Francesco non aveva paura, né si tirava indietro dal compiere qualsiasi gesto, anche il più trasgressivo, se ne veniva un bene per la sua comunità e per i poveri che assisteva. Come forse il suo epigono di ottocento anni dopo, Francesco forse così facendo salvò delle vite. E chi salva una vita….
Da allora, confesso che io Papa Francesco non ho più saputo come prenderlo. E’ uno di quelli che resterà nella Storia della Chiesa come rivoluzionario. Come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Non c’è parola tra le moltissime che ha pronunciato in questi due anni e più di pontificato, ed in apparenza non c’è gesto tra quelli da lui compiuti, che non si ponga come di rottura con l’establishment bimillenario di una Ecclesia che non si ricorda più probabilmente nemmeno su quale “pietra” è stata fondata e perché. E nello stesso tempo come di speranza per molti che sono disposti a dare a questa Chiesa un’ultima chance di cambiare. Di assomigliare finalmente a quella di Cristo, di San Francesco, di chi si spogliava dei suoi averi per darli ai bisognosi, non allo IOR.
Ma alle parole che cosa è seguito? Qui la questione si fa spinosa, e il Santo Padre mi sembra tanto assomigliare a Barack Obama, finora indiscussa icona mondiale delle delusioni cocenti.
Non siamo nessuno per giudicare gli omosessuali, dice, ma intanto il Sinodo ancora sta a discutere se possono comunicarsi, far parte della comunità cristiana. Se è per codesto c’è il dubbio ancora per i divorziati. La Chiesa poi deve assomigliare a Cristo, ma sui conti dello IOR ancora non riesce a metterci le mani nessuno, Papa compreso. Il suo predecessore Luciani durò un mese. Sarà un caso ma aveva preso di petto proprio la questione della Banca Vaticana, come prima cosa. Adesso invece siamo a Vatileaks, con un processo da Santa Inquisizione dove gli imputati non hanno diritti né civili né politici. Ma del resto, a Città del Vaticano chi ne ha?
Poi c’è l’Islam. La madre di tutte le questioni. I sicari di Maometto infilano una strage dietro l’altra, da Charlie Hebdo al Bataclan. Papa Bergoglio ha un umorismo tutto sudamericano, ma non credo che il suo Santo eponimo, che pure era un cantastorie capace di poesia altissima quando voleva, se ne uscisse con frasi tipo “se uno mi offende la mamma si merita un pugno”. A chiunque altro avremmo fatto notare fin da subito che la sua battuta era stata infelice. Ma del Papa non se ne parla, se non più che bene.
Ognuno giudichi secondo il proprio gusto. C’è chi ritiene che in questo frangente servirebbe più un Urbano II che un Francesco I. O sarebbe forse bastato convincere Ratzinger a rimanere al suo posto. Se invece non è più tempo di brandire la Croce Rossa sulla veste bianca, che almeno non si trascenda in un giustificazionismo latente del modo tutto islamico di intendere il dialogo tra le fedi. Gli uomini di Charlie Hebdo non avevano offeso nessuno, secondo standards di civiltà minima. E alla fine comunque il pugno l’ha preso Valeria Solesin.
Ma la madre di tutte le “fallibilità” papali è ormai alle porte. Poche decisioni del Santo Soglio appaiono improvvide come questo Giubileo Straordinario che si aprirà a breve assieme alla Porta Santa. Non tanto perché secondo l’accezione da Opus Dei del Concordato con lo Stato Italiano tipica del nostro attuale governo l’intera spesa e l’intero onere organizzativo o quasi dell’anno di celebrazioni ricadranno sulle spalle della nostra Repubblica (con tutto quello che ne segue, nella Capitale sotto attacco di varie Mafie e anche nel resto del territorio nazionale), ma soprattutto perché ciò che accadrà in Piazza San Pietro e dintorni sarà per lungo tempo la cornice ideale per lo scatenamento di quell’Armageddon cristiano auspicato (e forse già organizzato) dai veri credenti indottrinati dal Corano.
Speriamo che Francesco non resti davvero nella storia non solo della Chiesa che governa come il Papa dell’Apocalisse di Nostradamus (nel resto del mondo intanto molti si stanno dando da fare per far avverare le predizioni dell’astrologo francese). Una cosa è certa: Francesco – quello vero, quello Santo – qualche dubbio su questa kermesse che va a cominciare in Vaticano e sulle vite che metterà in gioco ce l’avrebbe avuto. E forse perfino il teorico dell’infallibilità papale, Giovanni Maria Mastai Ferretti conosciuto come Pio IX, qualche ripensamento a questo punto lo avrebbe avuto.

domenica 27 aprile 2014

Roma ha quattro Papi, beati Roncalli e Woytila

La Chiesa ha due nuovi Santi, Roma ha quattro Papi. Nell’antica Basilica intitolata al primo dei successori di Cristo, il Pontefice che ha preso il nome del santo più vicino a Dio nella storia intera della Chiesa ha beatificato insieme al suo predecessore, l’unico che ha avuto il coraggio del “gran rifiuto” dopo Celestino V, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, le cui spoglie mortali riposano nella cripta sotto l’altare su cui le loro anime sono state beatificate.
Nella sua lunga storia bimillenaria, alla Chiesa cattolica è accaduto di avere due papi in contemporanea. Oggi ne ha avuti addirittura quattro. Angelo Roncalli, Karol Woytila, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio hanno riportato l’attenzione del mondo su quella Basilica, su quella città e su quella Chiesa da cui dai tempi di Cristo sono stati indirizzati le coscienze e lo spirito umano, pur con alterne fortune.
A giudicare dalla presenza di folla a San Pietro e nella piazza antistante i tempi della profezia di Nostradamus secondo cui quello attuale dovrebbe essere l’ultimo pontificato della storia sembrano assai lontani. Roma è tornata per un giorno caput mundi, capitale del mondo, nel nome di un potere che non ha più nulla forse di temporale ma che sembra mantenere intatto e più forte che mai tutto ciò che di spirituale gli hanno attribuito duemila anni di religione cristiana.
Per l’uomo che da un anno a questa parte ha scelto di chiamarsi Francesco e che a detta di molti sta facendo rivivere al mondo la predicazione del poverello d’Assisi primo a fregiarsi di quel nome, si tratta di un successo innegabile, l’ennesimo di una serie già lunga dopo solo un anno di pontificato. Bergoglio vescovo di Roma sta spazzando via quanto di medioevale e di fariseo aveva inquinato il messaggio cristiano attraverso i secoli e gli ultimi decenni in particolare. Può farlo perché parla il linguaggio di San Francesco con convinzione, ma anche perché segue ultimo in ordine di tempo la vicenda terrena di predecessori che al pari di lui forse hanno saputo rivitalizzare l’immaginario collettivo di chi guarda ancora al Vaticano come guida spirituale.
Giovanni XXIII è un ricordo di chi comincia ad avere una certa età. Quei bambini ai cui genitori raccomandò di portare loro a casa “la carezza del Papa” la sera dell’11 ottobre 1962, quella in cui si aprì lo storico Concilio Vaticano II che avrebbe cambiato la Chiesa per sempre, ormai sono cinquantenni o sessantenni. Che si ricordano perfettamente del Papa Buono e di come seppe mettere fine a Guerre Fredde e divisioni ataviche e odi religiosi millenari in soli cinque anni. Costringendo chiunque fosse venuto dopo di lui a proseguire sulla strada di un Vangelo ricondotto praticamente alle origini.
Giovanni Paolo II era il papa venuto “da un paese lontano”, che parlava male l’italiano e che pregò la folla di “correggerlo, se sbagliava”, la sera della sua elezione il 16 ottobre 1978. Quell’anno, un Papa era già morto disperato per non aver potuto salvare la vittima più illustre del terrorismo che insanguinava l’Italia, Paolo VI che se ne andò pochi mesi dopo Aldo Moro. Un altro invece era poi morto misteriosamente, dopo solo un mese di pontificato in cui aveva promesso di cambiare tutto, ma proprio tutto. Come i suoi predecessori di cui aveva preso il nome, Giovanni che aveva aperto il Concilio e Paolo che lo aveva chiuso. Woytila scelse di essere il secondo Giovanni Paolo, rendendo omaggio a tutti e tre i suoi maestri. Le sue prime parole furono “Non abbiate paura”, e un mondo che di paura ne aveva tanta in quel momento sentì di credergli.
Benedetto XVI, il papa teologo, era stato per Woytila quello che Paolo VI era stato per Giovanni XXIII, colui che dava sostanza ed organizzazione alle riforme. Ma sentendosi più vecchio di quanto le difficoltà della Chiesa moderna richiedessero di essere, aveva fatto ciò che i teologi più tradizionalisti avevano sempre escluso, poiché secondo dottrina “non ci si può sottrarre alla croce”. Ratzinger tuttavia conosceva le profezie non solo di Nostradamus, e non faticava a scorgervi un fondo di realismo, se la Chiesa avesse continuato sulla china degli ultimi tempi presto non ci sarebbe stata più una Chiesa, urbi et orbi.
Ecco allora il gran rifiuto, per consentire di dare al Vaticano una nuova guida più energica, prima del tempo che la Divina Provvidenza per chi crede o il semplice decorrere della vita terrena di ogni essere vivente gli avevano assegnato. Sempre per chi crede, è opinione comune che lo Spirito Santo orienti la scelta del Conclave chiamato ad eleggere il nuovo Vicario di Cristo, Successore di Pietro. Ecco quindi l’ora di Bergoglio, successore di Francesco, il frate che parlava anche con i lupi e viveva in povertà fra la gente comune come fosse la cosa più normale del mondo.

Abbiamo visto Roma senza Papa, o con due Papi in contemporanea. Non avevamo mai visto Roma con quattro Papi. Se ciò servirà a creare un mondo migliore, ai posteri – ed ai fedeli – l’ardua sentenza. Certo che se non ci riesce il messaggio di Papa Francesco e dei suoi beati predecessori, allora all’umanità restano ben poche speranze.