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venerdì 14 ottobre 2016

Recensione "La sconfitta del Mediterraneo" per IBS



Nei decenni successivi la scoperta dell'America, il Mediterraneo cessò di essere il centro del mondo e fu ridotto per la prima volta ad un mare interno, per quanto sempre di importanza cruciale per lo snodo dei traffici marittimi e lo scontro per la supremazia navale tra le grandi potenze. 
La lotta per il predominio economico e militare si spostò sugli oceani, mentre il ruolo del Mare Nostrum fu ridimensionato dalle rotte alternative scoperte dai navigatori portoghesi per aggirare il controllo dell'Islam sul Vicino Oriente, sul Mar Rosso e sulle vie di terra aperte da Marco Polo. 
Dopo la Battaglia di Lepanto, la Repubblica di Venezia e le potenze cristiane da un lato e l'Impero Ottomano dall'altro sembrarono rendersi conto che continuare una politica di espansione militare era inutile (poiché nessuna delle due parti possedeva risorse belliche tali da poter sopraffare l'altra) quando non dannoso, ottenendo soltanto di ridurre il Mediterraneo ad uno scacchiere geopolitico dal ruolo sempre più marginale.
Fino alla metà del XVII secolo le due sponde del Mediterraneo parvero dunque aver appreso la lezione impartita loro dal secolo precedente. Poi, con la Guerra di Candia, l'improvvisa ripresa delle ostilità che sarebbe durata fino all'Assedio di Vienna ed avrebbe avviato al declino inarrestabile tanto Venezia e l'ex Impero di Carlo V su cui non tramontava mai il sole, quanto la Sublime Porta, l'Impero Ottomano che aveva ereditato quello Bizantino e ne aveva rinverdito i fasti. 
Leonardo Sampoli, diplomatico ambasciatore d'Italia e profondo conoscitore del Mediterraneo orientale avendo annoverato Ankara ed Atene come sedi di servizio, propone una inedita lettura di quel periodo cruciale che vide il baricentro della storia spostarsi inesorabilmente dall'Europa e dal Mare Nostrum verso altri continenti ed altri mari, con il declino di imperi millenari ed il protrarsi di altrettanto millenari scontri di civiltà. Fino alla sconfitta di quelle civiltà stesse.

domenica 17 luglio 2016

Misteri d'Oriente

Si chiama ucronia, ed è un arte proibita, proibitissima dalla storiografia ufficiale, a pena di scomunica. E’ l’arte di fare la storia con i se e con i ma. Quella cosa che – ci dicevano da piccoli – non si fa mai, mai, mai, perché è una gravissima infrazione del galateo storiografico. Un po’ come mettersi le dita nel naso o stare scomposti a tavola.
Eppure, a tirare in ballo quei benedetti se e ma spesso si compie un’operazione altrettanto utile, se non meritoria, di quella suggerita a suo tempo dalla buonanima del senatore Giulio Andreotti, con il suo pensar male.
Sarà tra l’altro che si parla di Oriente, o quantomeno della Porta dell’Oriente. E allora dai tempi delle Mille e una Notte sappiamo che tutto laggiù si sfuma nei contorni, avvolto da una nebbiolina magica che fa assumere a tutto la prospettiva e le sembianze di un miraggio.
Recep Tayyip Erdogan sopravvive ad un colpo di stato della durata di circa sei ore. Da operetta, verrebbe da definirlo, se non lasciasse comunque sul terreno il suo bravo cospicuo numero di morti. E se non si portasse dietro inevitabili conseguenze la cui portata è al momento difficile da stabilire, ma che sembra di poter prefigurare di non poco momento.
In attesa di informazioni e analisi più accurate, alcuni dati sono certi. Per quattr’ore il dittatore democratico della Turchia sparisce di circolazione, ripresentandosi all’aeroporto di Istanbul quando già le cose iniziano a volgere in suo favore, dopo alcune ore in cui il putsch militare sembra aver successo. Ora, in occasione dei colpi di stato, i leader da deporre non sono mai pronti e messi sull’avviso. O si fanno beccare e ci rimettono le penne subito, o se sono fortunati si asserragliano da qualche parte e reagiscono, insieme al popolo. Erdogan pare sia volato da qualche parte in attesa di tornare al momento opportuno. Che sembra tanto accuratamente preparato. Inverosimile.
Erdogan ha una lista pronta di personalità da epurare. Lasciando perdere i vertici dell’esercito a lui ostili, ovvi bersagli della rappresaglia, ci vanno di mezzo oltre 2.700 magistrati, con tanto di nome e cognome. Non sembra automatica e conseguenziale come reazione, a meno che lui non l’abbia premeditata, o addirittura fosse il suo obbiettivo primario. I magistrati applicano la legge, e fino a ieri la legge della Turchia era abbastanza laica. Più o meno quanto la nostra. Adesso, chi prenderà il posto dei 2.700 sicuramente non sarà inviso al capo del governo. E probabilmente applicherà una legge meno laica e più islamica di quella vigente finora. Se è vero che quel capo del governo ha già annunciato una riforma costituzionale, da attuarsi sotto il regime della legge marziale e della pena capitale appena instaurato. Verosimile.
Chi conosce la Turchia un minimo, sa che si tratta di un paese profondamente spaccato in due. Istanbul, Ankara e i centri abitati più grandi della costa egea da una parte, con il bisogno sempre crescente di occidentalizzazione e modernità avviato quasi cento anni fa da Mustafà Kemal Ataturk alla dissoluzione dell’Impero Ottomano. Dall’altra, il grande hinterland dell’Asia Minore, abitato da una popolazione ancora in gran parte contadina e osservante dell’Islam ortodosso, sempre più radicalizzato dalle vicende del Medio Oriente a due passi da lì.
Finora, la bilancia pendeva dalla parte delle città europeizzanti. La Turchia Europea è un fazzoletto disteso sul Bosforo, rispetto al grande entroterra asiatico che va dall’altra sponda dei Dardanelli all’Anatolia, alla Cappadocia, al confine con il lebensraum dello Stato Islamico. Eppure Istanbul con i 16 milioni di abitanti che ormai assomigliano alla popolazione di Zurigo e di Londra piuttosto che a qualsiasi altra dell’Oriente di cui sono la porta, ha tenuto in scacco non solo il fondamentalismo light di Erdogan ma anche e soprattutto quello hard del mare magno arabico musulmano che una volta costituiva il suo impero.
L'esercito blocca il ponte sul Bosforo a Istanbul
Questo sta cambiando proprio per effetto della continua e progressiva urbanizzazione di quelle masse contadine che vengono nelle città a cercare condizioni di vita migliore (una specie di miracolo all’italiana su scala assai più grande e dai tempi più lunghi di quello nostro degli anni sessanta), ma che si portano dietro però il Corano nella sua versione più intransigente, con le donne velate (finora non si distingueva una turca di Istanbul da una svizzera o da una tedesca, altrettanto belle e disinibite), con gli uomini che assomigliano sempre più a quel modello arabo che pur disprezzano, con la shari’a strisciante.
E’ un paese in bilico sulla lama di una scimitarra. Erdogan lo sa, e vuole forzare la bilancia a pendere dalla sua parte. Sa anche che se ha qualche nemico lo ha tra i ranghi dell’esercito non proprio ai massimi vertici (i nuovi Giovani Turchi) e nelle magistrature cittadine. In Turchia, l’esercito storicamente negli ultimi cento anni è laico, e interviene puntualmente quando si comincia a vedere troppo fondamentalismo, troppo Islam a giro per le strade di Ankara e Istanbul. Nessuno ha dimenticato qui il vecchio adagio di Ataturk: Se potessi, abolirei le religioni. Tutte.
Erdogan ha dimostrato di essere un politico abile, quanto spietato. Da undici anni, le elezioni in Turchia le vince lui. E questo vuole pur dire qualcosa. Incassa sconfitte come quella di due anni fa a Piazza Taksim, e puntualmente poco dopo si ripresenta al banco di gioco rilanciando. Mostrando di aver imparato da quelle sconfitte, né più né meno come quei vecchi sultani Ottomani che ebbero ragione della vecchia Costantinopoli prima, dopo un assedio plurisecolare, e poi di mezza Europa dopo, quando sembravano inarrestabili. Del resto, non si tiene testa a Putin e all’Unione Europea insieme se si è una mezza calzetta.
Fethullah Gulen
E allora, giochiamo a Ucronia. Un vecchio oppositore in esilio negli Stati Uniti, l’imam Fethullah Gulen, organizza o ispira un golpe contro l’attuale sultano. Verosimile. Il quale viene a saperlo, e non fa niente per fermarlo, anzi capisce al volo che è la sua tanto attesa occasione per quel giro di vite che sogna di dare, in Turchia e nel mondo islamico circostante. Verosimile. Lascia che le cose vadano avanti fino al punto da precipitare. Si eclissa per qualche ora Allah solo sa dove e intanto prepara le sue liste di proscrizione. Verosimile e probabile.
Al momento giusto, quando l’America si schiera de facto dalla sua parte, scatena la folla che risponde con una prontezza incredibile, manco fossimo a Boko Haram o nel cuore dello Stato Islamico. In un paio d’ore, still in charge come annuncia all’alba la B.B.C. (lasciamo perdere la R.A.I., sono a fare gli stessi discorsi da ciclostile, si tratti di Ankara, Nizza, Andria, Fermo o delle previsioni del tempo).
Esiste una corrente di pensiero complottista, secondo cui – da Pearl Harbor alle Torri Gemelle – è verosimile che un governo prepari un attentato contro se stesso. Questa non è ucronia. E’ sciocchezza, che neanche merita di essere rubricata come follia, perché sarebbe come darle un riconoscimento di livello superiore. Nessuno spara contro se stesso, sperando che la cartuccia sia a salve come gli hanno detto i suoi collaboratori. Verosimiglianza vorrebbe che i governi interessati vengano semmai a sapere di qualcosa che si prepara, e anziché stopparla la assecondano preparandosi a sfruttarla a proprio vantaggio. Se tutto va bene.
Così funzionano i Governi e i Servizi Segreti. Da Pearl Harbor alla Guerra Fredda alle Torri Gemelle a tutto quanto succede in Medio Oriente. Dove l’atmosfera da Mille e una Notte, tra l’altro, rende da sempre tutto più sfumato nei contorni, come un miraggio nel deserto.
Questo colpo di stato, se Erdogan non l’avesse subito, avrebbe sognato di subirlo e sconfiggerlo. Adesso la Turchia è alla sua mercé. Con la legge marziale può fare quello che vuole, e chi si oppone è un traditore della patria. Bingo.
Non solo. Obama commette l’ultima sciocchezza della sua sciagurata presidenza appoggiandolo. Pare di vederli gli analisti della C.I.A. a Langley. Appoggiamo Erdy, non possiamo permetterci una destabilizzazione del Medio e Vicino Oriente proprio adesso, nel fianco sud-est della NATO. Appoggiamolo, non è il primo boia che teniamo in sella, e poi è stato eletto dal popolo, basta invocare il rispetto della democrazia e Thomas Jefferson è soddisfatto anche stavolta.
Soldati lealisti a Piazza Taksim, Istanbul
Erdy ripaga Obama mettendolo in un angolo, chiedendogli una estradizione di Gulen che Obama non può concedere, perché lo manderebbe a morte atroce. Chiedendogli addirittura di ridiscutere la politica americana in Turchia, et eziandio anche la situazione delle basi NATO in Asia Minore. Dove, detto per inciso, pare che qualche ceffone tra militari lealisti turchi e militari USA sia già volato. E adesso, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia sono a rischio (Reuters). Thanks, mister Obama, let’s hope never to see you again, by the will of God.
Sullo sfondo, Putin tace, ridendo sotto i suoi baffetti da tigre siberiana nel vedere i suoi competitors che si sbranano tra sé. Tace anche l’Europa, e se la sua voce è quella della Mogherini fa bene.

Abbiamo sempre considerato in epoca moderna il Bosforo come la Porta dell’Oriente. Esiste la possibilità, e non è un gioco di ucronia, che sia appena diventata la Porta dell’Occidente. Per un Islam radicale che forse sta di nuovo per spostare i suoi confini (e le sue macchine d’assedio) sotto le mura di Vienna.

venerdì 10 ottobre 2014

APPUNTI DI VIAGGIO: Istanbul Nostalji

Il piccolo "guardiano" del
Gran Bazaar
Diceva Gandhi, la grandezza di una nazione ed il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali. A Istanbul, la prima cosa che colpisce è proprio questa, il modo in cui i Turchi trattano gli animali è tale da far arrossire di vergogna la maggior parte dei turisti provenienti da ogni parte del mondo. Soprattutto gli italiani, che non trattano bene più niente, figuriamoci i propri animali, e che assistono non si sa quanto consapevoli alla distanza che ormai intercorre tra la vecchia capitale di svariati imperi e una qualunque delle nostre città, anche quelle consegnate alla fama immortale da un passato glorioso mai più eguagliato.
Per le strade dell’immensa metropoli distesa sulle rive del Bosforo, prima ancora che le vestigia di millenni di grande storia o le conquiste di una modernizzazione che forse nemmeno lo stesso Kemal Ataturk poteva immaginare o sognare, la prima cosa che si ammira è l’affetto, la cura che quasi ogni abitante di questa città ormai fuori da ogni tempo porta per cani e gatti. Non c’è area verde o strada abitata dall’uomo che non abbia le sue brave casette adibite a cucce, dove i migliori amici di quello stesso uomo possono ripararsi dalle intemperie, allevare i propri cuccioli e attendere che qualche cittadino di buon cuore (che forse soltanto qui guadagna alla razza umana il titolo corrispondente di miglior amico degli animali) scenda giù dalla sua casa a portar loro del cibo, o a prendersi cura di loro portandoli dal più vicino veterinario, se ne hanno bisogno.
Un negozio di lusso ed un
commesso "inusuale"
Perfino al gabbiano che accompagna il traghetto che il turco di Istanbul adopera quotidianamente per spostarsi da una riva all’altra della sua città non manca mai il nutrimento offerto da qualche passeggero che accetta di dividere con lui la sua colazione. Gli animali sono parte di loro, delle loro anime. Per le strade che si snodano su quelle rive, mai un gesto di cattiveria, crudeltà o anche soltanto insofferenza da parte degli esseri umani locali verso i loro coinquilini animali. Chissà se il Mahatma si sarebbe sorpreso di scoprire che nella speciale classifica delle nazioni aspiranti al progresso morale e civile secondo i suoi parametri la Turchia occupa uno dei posti più alti, se non il più alto.
I Turchi sono un popolo senza simili. Chi conosce la loro storia può raccontarvi di come la gente nomade che arrivò dalle pianure dell’Asia in un’epoca in cui Gengis Khan e Marco Polo erano ben al di là da venire, e che era destinata a diventare come nazione una delle grandi potenze mondiali dell’età moderna, ha sempre avuto nel suo patrimonio ancestrale uno speciale rapporto con la natura e le sue creature. Del crogiuolo di tribù provenienti dagli altopiani altaici dell’Asia Centrale, oltre all’anima guerriera i Turchi conservano l’istinto atavico a trattar bene le bestie e le bestiole che li affiancano nella vita di tutti i giorni, perché ricordano – a differenza di tanti altri popoli con pretesa di civiltà – che da esse e dal loro benessere dipende essenzialmente la stessa qualità di questa loro vita.
Chi conosce la storia del popolo che arrivò a sottrarre la guida dell’Islam agli stessi Arabi tra cui quella religione si era sviluppata può spiegarvi come in realtà lo stesso Islam è stata una sovrastruttura culturale e religiosa innestatasi per vicende storiche sopra lo spirito originario e più genuino di questo popolo, lo Sciamanesimo, che li accomunava agli Indiani d’America nel rispetto di tutti gli esseri e di tutte le cose, nell’ossequio profondo allo Spirito che governa e pervade il Mondo. L’occhio beneaugurante che vi vendono ad ogni angolo di strada non è quello di Fatima, come vorrebbe la tradizione islamica che lo fa risalire alla figlia del Profeta Maometto, ma è un portafortuna, un simbolo di prosperità e benessere che risale ai vecchi saman, gli sciamani, del popolo che cavalcava nelle steppe asiatiche, prima di incontrare il suo destino imperiale.
L’Islam non basta a spiegare i Turchi e la Turchia. Secondo la tradizione, il gatto era l’animale prediletto del Profeta, al contrario del cane che era ritenuto impuro, infimo. A Istanbul cani e gatti sono oggetto della stessa venerazione, di pari affetto e benevolenza. Alzare una mano contro di essi è come alzare una mano contro un proprio simile, è una violazione del diritto naturale preesistente al Corano, alla conversione delle tribù turche alla religione nata in Arabia, alla loro riconversione da orda nomade a nazione stanziale sulle fatidiche rive del Bosforo.
Si arriva a Istanbul dall’Europa o dall’Asia, in entrambi i casi senza sapere bene cosa ci attende. Con il Medio Oriente qui non corre buon sangue, da sempre. La comunanza religiosa non ha mai significato fratellanza. I Turchi passarono da milizia mercenaria degli Arabi a loro padroni senza che in nessun momento della loro lunga storia comune si stabilisse un minimo di feeling. Nel mondo islamico, i Turchi sono rispetto ai correligionari di altre etnie quello che i Tedeschi sono più o meno nel mondo cristiano (e non a caso i due paesi, le due nazioni hanno avuto in epoca sia imperiale che moderna relazioni privilegiate). Come i popoli di lingua germanica in Europa, quelli di lingua altaica rispetto all’Asia sono fatti di tutt’altra pasta, peraltro difficilmente comprensibile proprio a chi professa la stessa confessione religiosa prima ancora che agli altri. E oggetto dello stesso misto di sentimenti, oscillanti tra l’invidia per l’efficienza e l’incomprensione per quella che viene vissuta come il contrario dell’elasticità mentale tanto cara ai popoli mediterranei.
Piazza Taksim
Per chi viene dall’Europa, l’impatto è diverso. Ci separano dai Turchi secoli di “scontri di civiltà”, cominciati proprio quel 29 maggio 1453 in cui Costantinopoli cadde nelle mani di Fatìh Sultan Mehemet, Maometto II il Conquistatore, e divenne Istanbul. Ci separa, ancestralmente parlando, quel “mamma li Turchi” che non abbiamo sentito risuonare lungo le nostre coste come invece succedeva ai tempi di quel Barbarossa che a Besiktas, il quartiere storico della ex capitale ottomana dove l’ex pirata divenuto ammiraglio si ritirò a vivere i suoi ultimi anni, è celebrato adeguatamente dai suoi connazionali come un eroe nazionale al pari di un Francis Drake o di un Horatio Nelson. Non abbiamo sentito quel grido, ma pervade tutte le storie che ci raccontavano nell’infanzia, provenienti da un mondo lontano in cui Cristianesimo e Islam non riuscivano a parlarsi, ma solo a confrontarsi con tutta la ferocia e la crudeltà di cui la razza umana era capace nei secoli passati, e di cui probabilmente è capace ancora se opportunamente sollecitata.
Sottopassaggio Ponte di Galata
Si arriva dall’Europa avendo studiato a scuola (quando ancora a scuola un po’ di storia bene o male si studiava) che il 7 ottobre 1571 a Lepanto la Cristianità ottenne la sua più grande vittoria sugli Infedeli, salvando il nostro stile di vita attuale e l’ombra della Croce sul continente europeo insidiata dalla Mezzaluna. Il 7 ottobre è stato anche il giorno in cui ho ripreso l’aereo per tornare in Italia, e riuscivo a provare solo nostalgia per questa straordinaria metropoli di sedici milioni di abitanti (stimati) dove tutto sommato ci sono molto meno confusione e cialtroneria rispetto alla città da cui provengo, quella Firenze in cui il suo milione scarso di cittadini ha perso da tempo ogni orgoglio e ogni consapevolezza di dove – e di come – vive.
Riuscivo solo a provare sentimenti positivi per questa gente che in cinque giorni non ha mai avuto il minimo accenno di intenzione di rifilarmi una fregatura o comunque un atteggiamento che non fosse amichevole o rispettoso. E che mi ha fatto inevitabilmente riflettere sul fatto che vivo invece in un paese dove il livello di convivenza civile si misura su una scala graduata su cui ad ogni tacca corrisponde una delle nostre città, posizionata in ordine di degrado, se mi si perdona il bisticcio di parole
Pescatori sul Ponte di Galata
Abbiamo vinto a Lepanto, in un’epoca in cui non era possibile comprendersi tanto diversi eravamo, ma poi abbiamo disperso tutto il frutto di questa vittoria. E oggi la Turchia ci guarda, a noi discendenti delle gloriose Repubbliche Marinare di Genova e Venezia che ormai affogano sotto le alluvioni e gli scandali, dall’alto delle colline di questa metropoli immortale dove risplendono i simboli di una modernità che il genio di Ataturk ha potuto forse solo intravedere e che si fondono (forse ancora per poco) con le vestigia di un passato che definire straordinario è riduttivo.
A Istanbul passato e presente si incontrano del resto da sempre in modo suggestivo. Qui arrivava l’Orient Express, il treno favoloso che nell’Ottocento trasportava ricchi e nobili a giro per l’Europa dalle capitali della modernità Londra e Parigi fino alla Porta dell’Oriente, dal Tamigi alla Senna al Bosforo, correndo lungo il Danubio su cui ancora era posto il confine tra due religioni, due mondi che cominciavano allora a incontrarsi e a comprendersi un po’ meglio.
Sirkeci Station
La vecchia stazione ferroviaria di Sirkeci, una delle più antiche del mondo, testimonia ancora di quella Belle Epoque che ha ispirato al meglio scrittori e cineasti. Entrarvi dentro significa ancora ritrovarsi tra le pagine di un capolavoro di Agatha Christie, avvolti da un’atmosfera mantenuta alla perfezione dalla musica anni venti e dall’architettura ottomana ottocentesca conservata alla perfezione, quasi che l’edificio fosse stato costruito pochi anni fa.
Il monumento ad Ataturk separa simbolicamente ed efficacemente la parte vecchia della stazione da quella nuova, da cui partono ancora treni per l’Europa. Fuori, una vecchia locomotiva di fabbricazione tedesca sta lì a testimoniare un altro pezzo di storia del paese, nonché di quel continente che termina sulle rive del Corno d’Oro. Racconta di quell’epoca in cui due imperi sognarono di unirsi per dominare il mondo, finendo invece per catapultarlo in una guerra sanguinosa a cui loro stessi per primi non sarebbero sopravvissuti.
Locomotiva a carbone di fabbricazione tedesca
Da Istanbul avrebbe dovuto passare quella ferrovia Berlino – Baghdad che avrebbe dovuto unire occidente ed oriente in modo da sancire la grandezza definitiva del Kaiser e del Sultano. La ferrovia mosse tali interessi economici da precipitare il mondo nella Prima Guerra Mondiale con la velocità di un lampo, nel 1914. La Serbia era l’ostacolo da abbattere per tedeschi, austriaci e turchi in quei Balcani in cui il nuovo Cavallo di ferro avrebbe dovuto galoppare a briglia sciolta. A Sarajevo non solo l’Arciduca Francesco Ferdinando andò incontro al suo destino, ma anche e soprattutto imperi che erano sopravvissuti al Mondo Antico, con le loro teste coronate ed i rispettivi sogni di grandezza.

Di tutto questo rimane una stazione e una locomotiva costruita nelle acciaierie Krupp. E rimane anche l’incontro da due popoli che hanno molto in comune, a dispetto di cultura e religione. Ci sono interi quartieri di Istanbul che al giorno d’oggi assomigliano a città svizzere o tedesche. L’efficienza dei servizi e il buono stato di edifici e aree pubbliche, lo stesso comportamento di tantissimi cittadini fanno pensare più al Nord Europa che al Vicino Oriente. E’ in Germania peraltro che si è diretta storicamente l’ondata migratoria turca, e c’è da pensare che ciò non sia dipeso solo dalle migliori prospettive economiche rispetto ad altri paesi europei, ma anche da una certa affinità caratteriale.
Quando Costantino volse lo sguardo in giro per lo sterminato Impero Romano per trovare una location per la Nuova Roma in cui trasportare la capitale dalla vecchia, ormai avvelenata dalla politica da Basso Impero e penalizzata dalla lontananza dalle aree “calde”, conflittuali, il Medio Oriente tanto per cambiare, era inevitabile che il suo sguardo si fermasse sulle rive del Bosforo, dove la Magna Grecia aveva già da tanto tempo eretto una delle sue capitali commerciali, Byzàntion.
Galata Sarayi
La città fu ribattezzata Costantinopolis, e per i successivi millecento anni sarebbe stata la capitale dell’Impero Romano, anche se soltanto di quella parte orientale che si era salvata dalle invasioni barbariche. Tagliata fuori da Roma e dal mondo latino, la sua lingua era diventata presto il greco e i suoi sudditi si chiamavano Bizantini, non Romani. La sua più imponente Basilica, costruita nel 532 d.C. dal più grande degli Imperatori d’Oriente, il basileus Giustiniano, si chiamava Hagia Sophia, che in greco vuol dire Santa Sofia e in Turco sarebbe diventata Aya Sofya, dopo la conquista ottomana.
La splendida cattedrale che una volta era stata il centro della Cristianità ortodossa divenne nel 1453, allorché Costantinopolis fu ribattezzata Istanbul, uno dei centri dell’Islam e insieme il paradigma della conquista turca di territori una volta cristiani. Il 29 maggio di quell’anno, una volta sfondate le mura bizantine dalle parti della Torre di Galata, i Turchi Ottomani dilagarono nelle strade della capitale di un impero che non esisteva più massacrandone completamente gli abitanti. A quell’epoca funzionava così, i Cristiani avevano fatto la stessa cosa il 15 luglio 1099 a Gerusalemme, in ottemperanza al Dio lo vuole! di papa Urbano II non era rimasto un musulmano vivo in tutta la cosiddetta Città Santa.
Ma se non ci fu pietà per i cristiani superstiti, ci fu rispetto per le loro vestigia. Come qualsiasi monumento di Costantinopolis, a Aya Sofya venne solo sostituita la Croce sulla cupola con la Mezzaluna e gli arredi cristiani con quelli islamici, e divenne – mantenuta splendida come era stata fino ad allora nei secoli dei secoli – la più importante Moschea della Istanbul ripopolata di famiglie turche ed eletta capitale del neonato Impero Ottomano, almeno fino alla edificazione della Moschea Blu.
Sultan Ahmet Camii (Moschea Blu)
vista dalle finestre di Aya Sofya
Nello skyline di Istanbul, Aya Sofya, la Torre di Galata, la Sultan Ahmet Camii (o Moschea Blu) rivaleggiano ormai con quei nuovi minareti che sono i grattacieli, inventati dalla razza umana per rivaleggiare con la Torre di Babele e destinati ad affascinare tutti i credenti – o miscredenti – di tutte le religioni. Eppure riescono ancora a dare il senso dello scorrere maestoso della storia in questo epicentro della civiltà umana, che non è più la capitale di niente da quando Kemal Ataturk spostò il centro della politica della nuova nazione turca nella più funzionale Ankara, ma che è e resterà ormai per sempre il Luogo. Dove si incontrano Oriente ed Occidente, Cristianesimo e Islam, Nord e Sud, Est e Ovest, Europa ed Asia, Passato e Presente, Imperi e Orde barbariche, Terra e Mare, Cielo e Terra.

Mylion
La milestone di Costantinopoli, il Milyon voluto da Costantino a imitazione di quello di Roma, simboleggia una realtà che è propria dello spirito, prima ancora che della geografia. Tutte le strade portano a Istanbul, da qualunque parte del mondo si provenga. Qui, lungo lo stretto che collega il Mar Nero al Mar di Marmara, dove il Bosforo fa scorrere impetuose le sue acque verso i Dardanelli ed il Mediterraneo, si può trovare – e si trova, se si guarda con occhi aperti – una risposta a molte cose, se non a tutto.
La più profonda giace sottoterra. A Yerebatan, Giustiniano volle dotare la sua capitale imperiale di un acquedotto che non avesse nulla da invidiare a quello di Roma, che aveva consegnato alla posterità l’arte (mai più eguagliata) dell’idraulica. Quello che non immaginava era di aver edificato uno dei luoghi più suggestivi dell’intero pianeta, mantenuto poi intatto da oltre cinque secoli di amministrazione turca.
Nella Cisterna Basilica si avverte la sensazione di essere arrivati alla fine di qualcosa, una emozione ineguagliata dalla vista di qualsiasi altro monumento. Lì il tempo si ferma, i battiti del cuore anche, la propria anima viene fuori sospinta da spiriti per comprendere i quali forse non c’è altro da fare che abbandonare se stessi a quello sciamanesimo ancestrale che ognuno di noi ha abbandonato da troppo tempo per convertirsi alla lettura di uno del Libri Sacri, che di natura non potevano parlare perché niente ne sapevano.
Non è un caso che Dan Brown fa terminare il suo apocalittico Inferno proprio qui a Yerebatan Sarayi. Qui la testa di Medusa, il mostro mitologico capace di pietrificare chi osava guardarla, vi attende per suggestionarvi e liberare i vostri sentimenti più riposti. La Cisterna sembra un luogo sepolto, con la sua luce soffusa e la sua profondità claustrofobica. In realtà è un luogo dove tutto finisce e tutto ricomincia, rinasce. Dove si discende soltanto per riemergere, forse con un po’ di consapevolezza in più.
Se Istanbul è uno dei centri del mondo, la Cisterna di Yerebatan è uno dei suoi centri. Può essere un viaggio breve o lungo a portarvi qui, ma questo posto da solo vale il prezzo di qualunque biglietto. E prima o poi vi si torna, senza bisogno di gettare soldi nella fontana.

Besiktas, mercato del pesce

"Coloro che sono inclini al compromesso non potranno mai fare rivoluzioni"
(Mustafa Kemal Ataturk)