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martedì 26 aprile 2016

25 aprile e dintorni



Ieri settantunesimo anniversario della Liberazione. Da cosa, non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di dirlo. Almeno fino ad una certa data, ad una certa generazione, lo sapevano tutti ed articoli come il mio erano superflui, se non inutili. La scuola, la famiglia, la società avevano già fatto il loro dovere prima dei giornali.
Non è più così, purtroppo. I vecchi combattenti della libertà, i partigiani (come venivano chiamati, perché avevano scelto una parte, quella della libertà) seguono la legge di natura ricongiungendosi in cielo ai loro compagni meno fortunati, morti settantuno anni fa nei giorni della Guerra Civile. Scuola, famiglia e società hanno smesso da tempo di fare il loro dovere. I nostri vecchi non ci sono più per raccontare di quei giorni. Noi, che stiamo diventando vecchi a nostra volta, non siamo capaci di interessare più a nessuno dei più giovani per tramandare quello che abbiamo sentito raccontare. Articoli come i miei restano superflui, se non inutili. Ma per motivi del tutto diversi.
Quello che ho da dire ormai interessa pochi amici della mia generazione. Ed è a loro che mi rivolgo, Dio li conservi – ci conservi – in salute il più a lungo possibile.
Sono convinto da sempre che avesse ragione Winston Churchill, quando disse che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ma è quanto di meglio il genere umano abbia saputo inventare finora in materia”. Una democrazia liberal, specifico io, anche se al giorno d’oggi sembra ormai diventato un oggetto di modernariato. Vintage, come i dischi di vinile e le radio a transistor. Vecchi, irrimediabilmente vecchi quelli come me che tentano ancora di descriverne pregi e difetti.
Churchill aveva ragione. Aveva visto i sistemi a confronto nel momento più drammatico di quel confronto. L’ora più grande – come disse - per il suo popolo rimasto da solo a resistere al Terzo Reich. L’ora più buia per il mondo che rischiò di precipitare in un nuovo Medioevo, con l’unica incertezza su chi sarebbe stato il Fuhrer di quel mondo, Hitler o Stalin.
Settantun anni dopo, mi permetto di dire ai miei amici e a chi altro vuole stare a sentire, non abbiamo ancora trovato un sistema migliore di quella che resta una pessima forma di governo. Almeno per come è attuata dalle nostre parti. E’ difficile, mi rendo conto, spiegare ad un giovane che cosa c’è di democratico in un sistema che impone da cinque anni a questa parte governi non eletti da nessuno, con la scusa che lo prevede la Costituzione. Governi che fanno scelte importanti, epocali, sulla nostra testa e al di là delle nostre possibilità di controllo.
E’ difficile spiegare a giovani e meno giovani perché tra un Renzi e un Mussolini per ora c’è ancora una qualche differenza. Così come è ingiusto - storicamente, politicamente e in senso lato civilmente – affermare che tutto ciò che fece Mussolini era a prescindere di minor valore rispetto a quanto fatto prima o dopo di lui. Di minor valore e ingiusto.
Su questo punto, a prescindere dalla stima e dal rispetto che porto ad alcuni amici che non la pensano come me sul 25 aprile e sui suoi annessi e connessi, devo comunque riconoscere loro un fondo di verità. Il Fascismo delle origini, quello che cercò in parte di dare attuazione al programma rivoluzionario di San Sepolcro, era un sistema che soppresse le libertà politiche  e civili nel proprio paese, ma che tuttavia gli dette una spinta verso la modernità decisamente poderosa. Istruzione, Sanità, Previdenza Sociale, furono conquiste sociali favorite dal Regime. Volute fortemente dallo stesso Mussolini, che non dimenticava di essere figlio di contadini morti di fame e di miseria.
Allo stesso modo, è opinione comune degli storici più obbiettivi che il periodo di governo di Mussolini fu quello che coincise con il miglior tentativo – se non l’unico – di affrancare l’Italia dalla sua storica e congenita dipendenza dalle Grandi Potenze del tempo. Durante il Ventennio, il nostro paese – per circostanze storiche particolari ma anche per l’azione del Duce del Fascismo – godette di una effettiva sovranità e indipendenza (unita a libertà d’azione internazionale) come non aveva avuto mai prima e men che meno avrebbe avuto più in seguito.
Il Regime fece cose egregie almeno fino al 1936, guadagnandosi stima e rispetto interni ed internazionali. I nodi vennero al pettine negli anni successivi, con l’alleanza con Hitler, le Leggi Razziali e la china rovinosa che portò l’Italia all’intervento nella Seconda Guerra mondiale (e per di più dalla parte sbagliata), alla sconfitta disastrosa, alla perdita di status internazionali. Alla sottoscrizione di un trattato di pace che sanciva il suo ruolo di “periferia di un nuovo impero”: Il Patto Atlantico diretto dagli U.S.A.
Questo destino era forse scritto nell’ordine delle cose. Stati Uniti ed Unione Sovietica erano destinati comunque a diventare le Grandi Potenze che si sarebbero spartite la guida del mondo per i decenni successivi. L’improvvida decisione del governo italiano di affiancare quello nazista nella Guerra Mondiale accelerò e rese inevitabile quel destino. Se Mussolini avesse ragionato come Francisco Franco, il Caudillo che era emerso vittorioso dalla guerra civile spagnola, sarebbe forse morto nel suo letto, e l’Italia avrebbe salvato qualcosa in più del suo ruolo e delle sue prerogative internazionali d’anteguerra.
E qui ritorna in gioco l’aforisma di Churchill. Per la natura del suo sistema di governo, nessuno poté sindacare la scelta di Mussolini almeno fino al 1943, nessuno poté imporgli una decisione diversa da quella che portò all’Asse Roma-Berlino. Deporre il Duce fu un atto di guerra civile, non di normale dialettica politica. Il Fascismo, come ogni dittatura, aveva in sé i germi che ne minavano salute ed esistenza futura. Così come quella del paese che governava.
Per questo si celebra il 25 aprile. Non solo per la fine dell’ultima e più sanguinosa delle guerre civili italiane (almeno fino agli Anni di Piombo), ma per la presa di coscienza che un sistema di poteri in equilibrio – per quanto screditato come il nostro – è sempre meglio, o meno peggio, di uno in cui tutto il potere è nelle mani di uno solo. Perché poi, a prescindere da ogni altra considerazione, quell’uno invecchia, ammattisce, diventa megalomane o mal consigliato. E la società che sta sotto di lui non ha più anticorpi o comunque risorse per contrastarlo, prima della rovina generale.
Per questo, cari amici, resto un liberal (magari d’altri tempi) anche se ogni giorno ho voglia di infamare questi democratici che hanno ridotto e stanno riducendo il nostro paese a una via di mezzo tra una discarica a cielo aperto ed un suk esotico di meticciato cialtrone. Per questo, penso che per quanto come spessore umano e capacità personali Renzi non leghi le scarpe ad un Mussolini, il suo governo è ancora meglio di quello del Duce. Perché alla fine di questo articolo nessun figuro dal cappello floscio verrà a prendermi con la macchina nera per portarmi chissà dove. Magari a far la fine di quelli di Radio Cora.
Dice: ma anche Ilaria Alpi, Giulio Regeni e chissà quanti altri hanno fatto la fine di Radio Cora, dopo quel 25 aprile. Vero. Ma lo possiamo ancora dire ad alta voce, oltre che pensare. Con Mussolini no. Rese possibili tante cose, ai contadini italiani morti di fame. Ma quella no. E alla fine tutti la sentirono come la più importante.
Un abbraccio a tutti i miei amici, comunque la pensino. Un abbraccio a tutti i ragazzi, perché il mondo in cui vivranno sia migliore del nostro, che a sua volta è stato migliore di quello dei nostri babbi e nonni.

venerdì 24 aprile 2015

25 aprile 1945

Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire!”.
Settant’anni fa, all’ora in cui più o meno oggi facciamo colazione, Sandro Pertini per voce del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava alla radio l’insurrezione generale delle forze partigiane in tutti i territori che ancora restavano sotto il controllo dei nazifascisti. Alle 8 circa, la Brigata Garibaldi, il Corpo Volontari per la Libertà e le altre formazioni resistenziali che si erano costituite a Milano, Bologna, Venezia e negli altri centri principali dopo l’8 settembre 1943 cominciarono l’occupazione delle fabbriche, delle prefetture e della viabilità per contrastare la resistenza prima e la fuga poi dei gerarchi fascisti e degli ultimi occupanti della Wehrmacht e delle SS.
I partigiani avevano cominciato a scendere dalle montagne già nei giorni precedenti, affluendo verso i luoghi delle ultime battaglie. Genova era stata liberata il 23, Bologna addirittura il 21. La lunga notte calata sul territorio nazionale dopo l’armistizio di Badoglio e la violenta reazione dei nazisti volgeva al termine. Gli ultimi mesi erano stati lunghi ed ancora più tragici. Dopo la liberazione di Firenze l’11 agosto 1944, il fronte si era fermato sulla Linea Gotica, lo schieramento difensivo tedesco piazzato dal Feldmaresciallo Kesselring da Massa-Carrara a Pesaro, dal Tirreno all’Adriatico. E lì era rimasto bloccato fino alla primavera successiva.
Alla metà di aprile, solo Hitler ed i suoi più ristretti collaboratori come Goebbels erano rimasti convinti della possibilità di vittoria finale per il Reich. La loro tragica follia fu rincuorata per un istante dalla morte del presidente americano Franklin Delano Roosevelt avvenuta il 12 aprile. Subito dopo gli angloamericani (che fin dai primi di marzo avevano varcato il Reno a Remagen entrando in Germania) ed i sovietici (che avevano fatto lo stesso attaccando la Prussia Orientale dalla Polonia dove avevano scoperto i campi di concentramento come Auschwitz) dettero l’ultima spallata che li avrebbe portati ad incontrarsi sull’Elba proprio quel 25 aprile 1945, lo stesso giorno in cui l’Italia si liberava delle ultime vestigia della più odiosa e sanguinosa occupazione tra quante ne aveva subite nella sua lunga storia. Lo stesso giorno in cui metteva fine a 23 anni di dittatura fascista.
Sulle scale dell’Arcivescovado di Milano, Sandro Pertini incontrò Mussolini in fuga, e fu l’ultima volta in cui colui che era stato il Duce fu visto vivo da esponenti ufficiali della Resistenza. Dopo, nei giorni seguenti, la sua fuga travestito da soldato germanico verso il fantomatico ridotto della Valtellina e la sua fine a Giulino di Mezzegra per mano del plotone d’esecuzione comandato dal partigiano Valerio sono tutt’ora oggetto di studio da parte degli storici, ammantate più di leggenda che di verità accertata. Il Duce del Fascismo riapparve il 29 a Piazzale Loreto, ormai cadavere esposto al linciaggio della folla inferocita da cinque anni di guerra senza quartiere e senza pietà.
I gerarchi fascisti erano stati tutti condannati a morte dal C.L.N.A.I. “Arrendersi o perire!” fu appunto la parola d’ordine con cui la resa venne intimata dai partigiani a tuti coloro che in vario grado e a vario titolo si erano schierati dalla parte di Salò. Seguì il periodo difficile della resa dei conti tra partigiani ed ex-fascisti, che proseguì grosso modo fino all’amnistia promulgata un anno dopo circa dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Nello stesso periodo si decise di consacrare quel 25 aprile come festa nazionale. Fu il Luogotenente Umberto di Savoia a decretarlo, poco prima che il popolo italiano trasformasse lo Stato da monarchia in repubblica.
Di tutte le feste, più ancora forse del 2 giugno anniversario del referendum per la repubblica o del 4 novembre anniversario della grande vittoria nella prima guerra mondiale, l’ultima guerra di indipendenza, il 25 aprile è rimasto nel cuore degli italiani perlomeno delle generazioni che hanno vissuto quel giorno o ne hanno sentito parlare come si fa con una memoria ancora vivida. Vi è rimasto perché in fondo simboleggia il momento più nobile della storia d’Italia, il giorno in cui la nazione si liberò da una dittatura e da una occupazione straniera che potevano essere fatali, ed in cui ritrovò la dignità perduta l’8 settembre.

Sono sempre meno purtroppo i partigiani dell’A.N.P.I. che sfilano in questa giornata a ricordo di quello che ebbero il coraggio di fare settant’anni fa. La legge di natura non fa sconti nemmeno agli eroi, ai superstiti di quella guerra di liberazione che finì per essere – per la prima volta – una guerra di popolo come nemmeno il Risorgimento aveva saputo diventare. Ma di tutte le feste che il calendario italiano propone, questa del 25 aprile più di ogni altra resta in eredità al cuore di tutti e al di fuori di ogni discussione. Fu quel giorno che l’Italia si meritò il posto che da allora ha occupato tra le nazioni del mondo civile.

venerdì 25 aprile 2014

Il 25 aprile spiegato ai più giovani

Coloro che non sanno ricordare il passato sono destinati a ripeterlo. E’ la frase celebre di Jorge Agustin Nicolàs Ruiz de Santayana y Borras (filosofo spagnolo considerato il padre putativo di molti celebri pensatori moderni tra cui lo stesso Bertrand Russell) che viene premessa spesso a quei documentari sulla Resistenza e la lotta partigiana che tornano di attualità (o dovrebbero farlo) tutti gli anni alla scadenza del 25 aprile.
In particolare, è molto bello e significativo quello dell’incontro tra un vecchio partigiano e alcuni ragazzi sui Lungarni a Firenze, durante il quale con poche semplici parole in “vernacolo” fiorentino l’anziano ex-combattente riesce a dare ai suoi giovani ascoltatori il senso di questa giornata, di quello che significò per chi aveva allora la loro età, di quello che dovrebbe significare in eterno. «Se vincevano loro (i nazifascisti, ndr), voi adesso non c‘eravate». E’ il succo e la sintesi di tutto. Altro in fondo non ci sarebbe da dire.
E invece ogni anno bisogna ritornarci sopra, con le stesse immagini e gli stessi discorsi, certi che l’anno prossimo saremo comunque punto e a capo. Non c’è un giorno in cui la nostra difficoltà intrinseca a diventare popolo si espliciti più del 25 aprile. Ogni paese ha la sua giornata simbolo: il 14 luglio la Presa della Bastiglia per i Francesi, il 4 luglio la Dichiarazione di Indipendenza per gli Americani, per dirne soltanto due. Il nostro, almeno nelle intenzioni di chi ci credeva consacrandolo di individuare il giorno in cui andammo più vicini a diventare una nazione finalmente libera, indipendente ed unita, è appunto il 25 aprile.
Sandro Pertini in comizio a Milano il 25 aprile
Nel ricordo di quella mattina del 1945 in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, nelle persone di Luigi Longo, Sandro Pertini e Leo Valiani, dette l’ordine ai partigiani dell’insurrezione finale a Milano, l’ultima città dove le SS tedesche ed i fascisti repubblichini resistevano ancora. In quelle stesse ore il comandante nazista Wolff trattava la resa con il Cardinale Schuster e gli angloamericani, e Mussolini cercava di fuggire verso il ridotto della Valtellina, dove avrebbe voluto organizzare l’ultima sua difesa, o trattare la sua fuga in Svizzera.
Ci vollero tre giorni, gli ultimi sanguinosi tre giorni di una lunga serie durata quasi due anni, affinché la situazione si risolvesse, la Germania di Hitler e la Repubblica di Salò di Mussolini deponessero definitivamente le armi, e il dittatore italiano finisse appeso al distributore di benzina di Piazzale Loreto assieme a Claretta Petacci ed agli ultimi gerarchi fedelissimi. Ma la data convenzionale è quella dell’insurrezione. Quindi sarà per sempre 25 aprile.
Ma come? La giornata che dovrebbe unirci è da sempre quella che più ci divide. Anche non considerando i tentativi di revisionismo storico operati dai nostalgici dei regimi totalitari che vennero sconfitti in quella lontana primavera, quando viene il momento per l’ANPI di rispolverare i gagliardetti delle Brigate Partigiane e portare di nuovo i reduci a riempire piazze e strade a testimoniare il loro coraggio e la loro vittoria ai più giovani, ecco che la classe politica e la società civile si dividono più che mai, da sempre. Due schieramenti contrapposti, chi ritiene di avere da sempre il monopolio della vittoria e quindi della sua celebrazione, chi ritiene invece di non dover festeggiare perché quella vittoria fu una questione esclusivamente comunista, e pertanto troppo politicizzata. Come se si trattasse, da ambo le parti, di andare o non andare alla festa dell’Unità.
Se le cose stanno così per i più vecchi, come si può spiegare ai giovani perché bisogna ogni anno tornare per strada a sfilare dietro ai loro nonni, quelli che ancora sono vivi almeno? Adesso che la maggior parte dei testimoni attori di quella lontana tragedia di Liberazione se ne sono andati, e che dei pochi che restano solo alcuni, come il vecchio partigiano dei Lungarni, sanno trovare le parole semplici per spiegare il senso di qualcosa così lontano nel tempo eppure così presente ancora nel nostro destino? Perché c’è poco da dire, «non eravamo tutti uguali, noi si combatteva per la libertà che non avevamo mai avuto, gli altri stavano con Hitler, quello se avesse vinto faceva pulito!». Come si fa a spiegare ai ragazzi che oggi hanno l’età che il vecchio partigiano aveva nel 1945 che di Hitler ce ne sono tanti in agguato, specialmente adesso che la crisi economica sta preparando loro il terreno, come negli anni 30 del secolo scorso?
E’ difficile trovare le parole per far capire ai più giovani il senso della storia. I giovani parlano un linguaggio più avanti anni luce del nostro. Chi scrive è nato 15 anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma si ricorda bene i racconti di nonni e nonne, padri e madri, zii e zie. Di come sapevano rendere in modo efficace l’immagine di quei giorni difficili, perché era stampata a fuoco nella loro memoria. Mio padre si arrabbiava molto quando vedeva noi ragazzi degli anni 70 che ci tiravamo la farina fuori di scuola a Carnevale, e mi spiegava che lui aveva dovuto attraversare le linee tedesche per andare a procurarsela insieme a mio nonno al mercato nero nelle campagne. Perché in città non c’era più nulla e si faceva la fame, e mia zia sua sorella aveva due anni e doveva mangiare.
Mio nonno mi raccontava dei mesi passati sul tetto, d’inverno, perché i repubblichini passavano tutti i giorni a rastrellare gli uomini adatti al lavoro per i Lager tedeschi oppure per il ricostituito Esercito del Duce. Mia madre, le mie zie raccontavano l’orrore (per chi era donna ancor più che per chi era uomo) dei giorni del passaggio del Fronte, le violenze subite dalle truppe coloniali, le rappresaglie tedesche e le distruzioni, il sollievo all’apparizione dei primi G.I. americani, che insieme alle sigarette ed alla cioccolata portavano finalmente la certezza che la vita non era solo arrivare alla mattina dopo, ma qualcosa che valeva la pena di essere vissuta e sarebbe stata vissuta anche negli anni a venire.
Oggi leggere non è più di moda. E allora è forse inutile consigliare ai ragazzi la letteratura sulla Resistenza, dalla Guerra Partigiana di Giorgio Bocca all’Anno sull’altipiano di Emilio Lussu, ai resoconti dal Braccio della Morte di Sandro Pertini da Regina Coeli o di Indro Montanelli da San Vittore. O film come la Ciociara di Sophia Loren o Tutti a Casa di Alberto Sordi, perché non è un cinema fatto di effetti speciali. La scuola poi, oltre a essere vittima di programmi sempre più distratti e inadeguati, non ha più soldi né per le gite né per le semplici uscite di una mattina, e allora l’eventualità che i nostri ragazzi possano essere portati in luoghi come Auschwitz, la Risiera di San Sabba o Sant’Anna di Stazzema è ridotta al lumicino.
In un mondo in cui siamo sempre più numerosi, e sempre più portati a percepire non solo l’altro ma anche il vicino di casa come un fastidio, un ostacolo, un pericolo, mentre riprendono piede e rialzano la testa ideologie e comportamenti ispirati a chi 70 anni fa stava dall’altra parte, sono sempre meno quindi le risorse a disposizione di chi vuole far sì che la Storia per una volta sia davvero maestra di vita, e che non si ripetano errori ed orrori del passato.
La speranza è tenue. Ogni anno per la Giornata della Memoria si deve constatare quanti e quali sono stati e sono i popoli a cui è toccato e tocca in sorte l’Olocausto, dopo quello ebraico. Ogni anno per il 25 aprile si deve registrare come la Giornata dell’Unità Nazionale se ne scivola via tra l’indifferenza, l’ostilità perfino, non solo di chi sta seduto in un comodo scranno parlamentare e parla perché tanto sa che l’immunità gli permette di dire qualsiasi sciocchezza, ma anche di chi sta attraversando un momento difficile, economicamente e moralmente, e non riesce a capire in che modo eventi accaduti quasi 70 anni fa dovrebbero interessarlo più della crisi spaventosa che stiamo attraversando. E il punto è proprio qui. Tout se tient, tutto è legato. Ma pochi ormai hanno voglia e sono in grado di spiegare perché. Meglio adagiarsi nell’ignoranza e cavalcare le tigri che stanno affilando gli artigli.
Queste righe sono le stesse che si potevano scrivere un anno fa, e, se la situazione non peggiora ulteriormente, le stesse che si potranno scrivere tra un anno. Il rischio che lascino il tempo che trovano del resto è insito nel mestiere di giornalista. Tacere comunque sarebbe già una sconfitta. Tanto più che nuovi venti di censura e nuove aspirazioni autoritarie ricominciano a soffiare.
E allora, si ritorna sempre a Santayana. Si può ignorare o dimenticare il passato, ma allora è bene prepararsi a riviverlo. La memoria storica è un esercizio difficile, ma necessario. Non tutti quelli che ci spiegano perché le forze politiche e le autorità istituzionali attuali hanno reso prive di significato le celebrazioni del 25 aprile vogliono farci necessariamente del male. Come non tutti quelli che saltano loro addosso indignati dicendo che la Festa della Liberazione non si tocca ci vogliono bene, o ci dicono la verità.

All’anno prossimo.