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sabato 5 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Caporetto viola

Cronaca di un disastro annunciato. La spedizione romana della Fiorentina nasceva sotto pessimi auspici, non solo per il calendario assurdo che costringeva i viola a tornare in campo a soli quattro giorni dalla splendida ma dispendiosa prova contro il Napoli. La Roma, rigenerata da Spalletti e da un mercato di gennaio che in riva all’Arno possiamo solo invidiare, è invece nel suo momento migliore, e non fa mistero di puntare legittimamente più che al terzo posto della Fiorentina addirittura al secondo del Napoli.
Poi c’è tutto ciò che si muove fuori dal campo attorno alla società giallorossa e a quella viola. Alla vigilia arriva la sentenza sul ricorso di Viale Manfredo Fanti sulla squalifica a Zarate. Confermati i tre giorni, con argomentazioni che avrebbero fatto la gioia dei legulei medioevali che tentavano di stabilire il sesso degli angeli o la differenza tra l’anima della donna e quella dell’uomo. Perisic nel frattempo fa di ben peggio di Zarate in Inter – Juventus, ma evidentemente è soggetto ad altra giurisdizione e non va oltre un cartellino giallo.
In compenso, niente di nuovo all’orizzonte per quanto riguarda il caso Salah. Il tribunale europeo ha rinviato la decisione a data da destinarsi, probabilmente a quando i protagonisti saranno vecchi e decrepiti, e la questione si sarà risolta da sola. Nel frattempo, il Messi delle Piramidi può giocare dove vuole, e figuriamoci se non fa danni a una difesa come quella viola, le cui maglie della rete sembrano allargarsi sempre di più ad ogni partita come in ossequio a qualche normativa europea.
La Fiorentina scende in campo all’Olimpico con la giusta spavalderia, determinata a dimostrare che tra lei e l’avversaria capitolina non è la seconda a giocare meglio a pallone quest’anno. Ma come il Settimo Cavalleria di Custer, la sua è una impresa disperata e basta un niente a farla fallire. Come già con il Napoli, si prosegue in pratica la partita dell’andata: Fiorentina che parte a spron battuto mettendo indietro la Roma, la quale però segna con facilità irrisoria (quella di Salah) alla prima occasione e dopo si limita ad attendere i frastornati avversari e ad affettarli in contropiede senza pietà.
Roma per i viola è l’ambito prediletto di applicazione della celebre Legge di Murphy: se qualcosa può andar male, lo farà. Va male tutto ai ragazzi di Paulo Sousa, che già se la sente scivolare nel pre-partita preferendo chiamare fuori Milan Badelj e mettere dentro Tino Costa, in ossequio al principio che meglio un ciuco sano di un cavallo di razza stanco. Anche Tello per qualche motivo non lo convince, e si sistema in panchina, mentre dalla sua parte ritorna un poco convinto Bernardeschi. Dietro Roncaglia, a fianco di Gonzalo e di un Astori comprensibilmente desideroso di una rivincita che non arriverà. Davanti i due IC, Kalinic e Ilicic: palle giocabili pochissime, palle giocate zero. Anzi no, un colpo di testa di Kalinic che in realtà non esiste e non va a referto, un tiro di Ilicic che meriterebbe miglior sorte appena prima dell’inizio della grandine giallorossa.
Per venti minuti la Fiorentina illude i suoi tifosi, e mette apprensione a quelli della Roma. Che stanno vivendo tra l’altro un momento particolare, combattuti tra il desiderio di assecondare il cavallo di ritorno Spalletti nel suo programma di recupero di posizioni più consone alla recente tradizione giallorossa (ed al bilancio societario, che per le note vicende non può prescindere dalla partecipazione alla Champion’s) e la ragione del cuore, senza se e senza ma. Quella ragione che ha un nome solo, indiscutibile: Francesco Totti.
Va a finire che Francesco, da vero core de Roma, si va a sedere in panchina senza ulteriori polemiche ed aspetta sornione il suo momento. Quasi se la senta che i suoi compagni avranno ragione presto di questa Fiorentina e renderanno possibile la sua ennesima passerella, magari nella ripresa. Anche Spalletti è sornione, ha avuto ragione di Fiorentine più forti in passato, magari anche la sua Roma del passato era più forte.
Il discorso è che quando davanti hai Mohamed Salah gli schemi di gioco diventano un dettaglio. L’egiziano è incontenibile, per chi lo deve marcare come per chi gli deve far sottoscrivere un contratto. Roncaglia fa quello che può, ma quando parte regolarmente sul filo del fuorigioco – quasi una reincarnazione all’ennesima potenza di Pippo Inzaghi – fermarlo è una lotteria. Va bene una prima volta, la seconda no.
L’arbitro è toscano, il sig. Massimiliano Irrati di Pistoia e non arbitrerebbe nemmeno malaccio, almeno finché non consente a Miralem Pjanic di amputare quasi un piede a Borja Valero. La partita dello spagnolo finisce lì, quella del bosniaco continua imperterrita. Poco prima uno splendido colpo di testa di Kalinic è stato vanificato dalla parata di Szczęsny, ma soprattutto dalla bandierina del guardalinee, che lo coglie in fuorigioco infinitesimale. Altrettanto varrebbe per Salah quando parte sulla destra al 22’, ma nessuna bandierina si alza e l’egiziano può mettere in mezzo per El Shaarawy, liberissimo. Tatarusanu è fresco di miracolo su Higuain, ma sul tocco dell’italo – egiziano ex Milan non può niente.
Cala il sipario sulla speranza viola di far partita a Roma. Da quel momento la salita da scalare diventa ripida come quella del Pordoi al giro d’Italia. A conferma della Legge di Murphy, non si fa in tempo a rammaricarsi per la svista arbitrale e per essersi fatti prendere di contropiede come polli, che Salah è di nuovo al tiro. Stavolta tocca ad Astori, proprio a lui, farsi carico di rievocare la Nemesi, il destino avverso che coglie sempre la Fiorentina quando gioca a Roma. La sua deviazione rende la parabola beffarda, mandandola ad insaccarsi alle spalle di Tatarusanu. 2-0, dopo soli 2 minuti, 24 complessivi, per la Fiorentina è notte fonda.
Esce Borja Valero per quel Tello che forse avrebbe dovuto partire fin dall’inizio. Non si fa in tempo a prenderne atto che si ferma anche Vecino. Contrattura, tempi di recupero non brevi, inventare un centrocampo nelle prossime partite per Paulo Sousa sarà come risolvere il Cubo di Rubik. Ma oggi non c’è tempo di piangere. Va via El Shaarawy per non essere da meno di Salah, mette al centro e Perotti gli segna una terza rete in fotocopia della sua. Tre gol, segnati da tre giocatori che secondo certa stampa bene informata erano tre obbiettivi di mercato della Fiorentina. Tre gol che fanno la differenza – stasera abissale – tra il terzo ed il quarto posto. E non aggiungiamo altro per carità di patria, e di società.
Si salva solo Tello, che essendo giovane e spagnolo non sa nulla del male oscuro che coglie sempre la Fiorentina quando gioca con la Roma, o i Della Valle quando si affacciano alla zona Champion’s. Uno dei suoi spunti alla Joaquin vale un calcio di rigore per la falciata di Digne. Irrati stavolta non ha dubbi e accorda. Ilicic, che almeno da fermo quest’anno è ineccepibile, trasforma.
La ripresa della Fiorentina è un tiro di Roncaglia che esce di un niente, confermando che gli Dei da queste parti non amano gli audaci, ma nemmeno gli sprovveduti. Poi va via di nuovo Salah, e il 4-1 tra le gambe di Tatarusanu appare una beffa eccessiva, quanto è più di uno dei Tweet del suo procuratore.
A un quarto d’ora dalla fine, con la Fiorentina stordita come un pugile che ha incassato troppi pugni, Roma si alza in piedi. Entra Francesco Totti. Da quel momento i suoi compagni cercano solo di regalargli – e regalare alla platea estasiata – quel gol che chiuderebbe un paio di settimane difficili per Roma e i romanisti e consacrerebbe ulteriormente la leggenda dell’ottavo Re di Roma. Il Pupone ci va vicinissimo su punizione, scheggiando il palo. Cinque gol sarebbero forse troppi per una squadra, quella viola, che ha fatto miracoli ad arrivare fin qui con gli uomini contati, e che adesso fatalmente deve lasciare il passo a chi ha la panchina più lunga e le energie più fresche.
Due notazioni finali. Del Bernardeschi che caparbiamente si danna l’anima a cercare soluzioni personali per tutto il secondo tempo a volte ignorando compagni apparentemente meglio piazzati si può pensare ciò che si vuole, ma un giocatore così non resterà a lungo ad intristirsi in un ambiente dove il talento serve solo a fare plusvalenza. E quando come El Shaarawy lo vedremo in una squadra che sa valorizzare la sua classe, allora sì che sarà troppo tardi per rammaricarsi, altro che per le paturnie di Andrea Della Valle.

La seconda annotazione riguarda la società. Anzi, in ultima analisi preferiamo non farla neanche. Dopo il 1982, siamo stati due volte in testa alla classifica. Una volta fu comprato di rinforzo Ficini, una volta Kone e Benalouane. Con il dovuto rispetto, Befani e Baglini si rivoltano nella tomba.

martedì 1 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Uno splendido inutile pareggio



Sono passati quattro mesi, e sembra di assistere al terzo e quarto tempo della stessa partita, quasi fosse un play off di basket. Al San Paolo la Fiorentina aveva perso piangendo se stessa, essendo causa del suo mal. Ma aveva messo per buona parte del match il Napoli in difesa, per la prima e unica volta costretto a lasciare altrui il possesso palla. Si riparte di lì, come se il tempo, e qualche delusione, non fossero nel frattempo passati.
Quattro mesi dopo la Fiorentina si ripete facendo ancora la partita, una splendida partita, contro un Napoli che ha un estremo bisogno di tre punti per non cominciare a dire addio fin da adesso alle chances scudetto. E’ un derby delle “deluse d’Europa”, l’occasione per ributtarsi a capofitto nell’unico obbiettivo rimasto, il campionato. E’ un match da “dentro o fuori”, come quelli di Coppa. Chi vince va avanti nella sua corsa, chi perde rischia – metaforicamente parlando – di fare qualche corsa con i tifosi dietro.
Si riaffaccia alla tribuna Autorità Andrea Della Valle, che ha dismesso i panni del Pelide Achille offeso e ritirato nella propria tenda, ma che complice anche la bella prova dei suoi stipendiati non resiste a lanciare qualche strale sibillino, contro coloro che l’hanno impermalito: “Spero che non capiscano troppo tardi quanto amo la Fiorentina”. E’ inutile commentare che al più giovane dei patron viola sfugge evidentemente il calembour, il gioco di parole insito nelle sue affermazioni. Aumenta sempre di più ogni giorno infatti il numero di coloro a Firenze che sperano che la sua famiglia non capisca troppo tardi quante speranze la città aveva riposto in essa. Per ritrovarsi il più delle volte con un pugno di Kone e Benalouane in mano.
Le sorprese non si esauriscono con il ritorno del “fratello prodigo” al Franchi. Al momento di ufficializzare le formazioni esplode la bomba: Napoli al completo (il momento è cruciale per i ragazzi di Sarri), nella Fiorentina invece fuori Federico Bernardeschi. Al suo posto Mati Fernandez, rilanciato dalla buona prova di Bergamo. Il numero 10 invece forse è “in punizione” per gli eccessi di egoismo contro il Tottenham? Se così fosse non sarebbe la prima volta che Paulo Sousa reagisce escludendo chi non segue strettamente i suoi dettami. In panchina intristisce da mesi Khouma El Babacar, giocatore per cui a certe latitudini sono disposti, pare, a sborsare diversi milioni di euro.
Diversamente, forse il mister vede più adatto alla circostanza il cileno che giovedi è stato risparmiato dalla battaglia di Londra. Nel calcio non esiste mai la riprova, come nelle quattro operazioni matematiche. Forse un Bernardeschi nei suoi “cenci” avrebbe fatto sfracelli inserito nella Fiorentina travolgente del primo tempo. Sta di fatto che Matias oggi sembra un altro giocatore, dandola via sempre di prima e sempre al compagno più smarcato. Parte dell’ottima impressione destata dai viola nel primo tempo è anche merito suo.
Si gioca con la difesa a tre, con Roncaglia al posto di Tomovic ed Alonso e Tello a cui vengono affidate le fasce. Lo spagnolo del Barcellona è forse la sorpresa più clamorosa e gradita della serata. In progresso costante partita dopo partita, stasera si pone subito come una spina che Khoulibaly ed Albiol riescono con molta fatica ed altrettanta fortuna a togliere dal fianco del Napoli, non prima di aver tremato violentemente in almeno tre o quattro occasioni. Completano il mazzo il centrocampo titolare ed un Kalinic che da stasera dobbiamo considerare finalmente in ripresa.
Si parte subito a spron battuto, ed al quinto minuto già la torcida viola sogna. Su calcio d’angolo Marcos Alonso fa il Gonzalo Rodriguez e batte imparabilmente Reyna. Il Franchi ritrova il suo goleador di inizio stagione, e si disporrebbe ad una partita piacevole e una volta tanto in repentina discesa. Ma non si fa a tempo a rimettersi a sedere e a ricomporsi dopo la gioia che gli eroi si trasformano in reprobi ed i sogni in incubi. Su uno spiovente senza pretese in area viola lo stesso Alonso interviene titubante. Forse Tatarusanu gliela ha chiamata ma senza troppa convinzione, forse no. Forse lo spagnolo ancora festeggia dentro di sé, fatto sta che il suo rinvio improbabile di esterno sinistro abortisce sui piedi di Gonzalo Higuain, che vedendo il portiere rumeno fuori posizione la piazza nella porta vuota da giocatore di biliardo.
1-1, palla al centro. La Fiorentina decide di sfogare le sue recriminazioni aggredendo il Napoli per almeno un tempo. Tagliavento arbitra all’inglese dimenticando i cartellini in tasca, ma sostanzialmente non rovinando una partita che almeno ricorda agli spettatori che cos’è il gioco del calcio nelal sua migliore accezione. Sembra che i viola siano in serata di grazia, ma per giocare bene bisogna essere in due. Il Napoli, non certo nel suo momento migliore, cerca di fare la sua parte a viso aperto e di proporre in avanti i suoi gioielli d’attacco. Ma dalla morsa Gonzalo - Astori stasera non filtra niente di azzurro.
Chi vede nel calcio una estrinsecazione del volere del Fato avrebbe argomenti tra il 32’ ed il 38’ quando prima un Kalinic finalmente lanciato in una delle sue fughe di una volta e poi un Tello in formato Camp Nou centrano clamorosamente la traversa, che restituisce il pallone al campo con rimbalzo beffardo e resta a vibrare per diversi secondi. Sulla occasione di Kalinic, il croato colpisce appena un po’ troppo sotto e la traiettoria quasi perfetta si alza quanto basta per negargli il gol a Reyna battuto. Il dibattito circa il fatto che da quella posizione un attaccante di razza quel gol lo deve fare comunque, lascia purtroppo il tempo che trova. Il tiro di Tello ad effetto è assolutamente splendido, nulla da recriminare se non contro le nozioni di fisica apprese a scuola. I rimbalzi del pallone stasera non seguono le leggi della dinamica.
Un bel tiro al volo di Milan Badelj manda la Fiorentina al riposo con la convinzione di essere in credito con la sorte di almeno due punti ed un paio di gol. Ed i suoi tifosi con la preoccupazione di poter assistere ad un secondo tempo in cui il Napoli possa presentare il conto delle energie spese e delle occasioni sbagliate. Gonzalo Higuain s’è visto poco, contenuto alla grande dall’omonimo viola, ma tutti sanno che appunto poco gli basta per far male. Come ha dimostrato anche stasera.
Si riparte per il quarto tempo di questa sfida che Sarri giustamente definirà dopo il fischio finale uno spot per la nostra serie A. Per almeno un quarto d’ora sembra che la musica non cambi. Di sicuro non cambiano i due allenatori. Kalinic costringe più volte al fallo Albiol e Tagliavento finalmente alla prima ammonizione. Il croato spedisce alta sopra la traversa un’altra occasione. I movimenti ci sono, finalmente ritrovati. Per la mira occorrerà attendere fiduciosi la prossima volta.
Dopo un’ora di gioco la partita è un bicchiere mezzo pieno di una bevanda assai gradevole, almeno per la parte viola. E’ quel momento del match in cui non sai se adagiarti fiducioso nella consapevolezza che il gol è maturo ed anche meritato oppure lasciarti insinuare dalla sottile preoccupazione che tutto questo ben di Dio alla fine sia da pagare, e salato.
E’ il quarto d’ora di gioco quando Callejon buca per la prima volta la difesa viola e si presenta a tu per tu con Tatarusanu. Qualunque colpa abbia avuto il numero uno viola sul pareggio partenopeo, gli viene perdonata grazie alla paratona che compie sul numero sette azzurro. Ma non è tutto, sulla ribattuta sopraggiunge liberissimo Higuain e sembra che debba tirare un rigore a porta quasi vuota. Il Tata ha ancora il riflesso giusto nel buttarsi a deviare il pallone. Il risultato è clamorosamente salvo, e l’1-1 comincia a sembrare un punteggio un po’ meno bugiardo.
Adesso le due squadre giocano a viso aperto, equivalendosi. Tello viene raddoppiato dai napoletani, così Alonso dall’altra parte, la Fiorentina trova meno corridoi per farsi pericolosa. Al 70’ è il momento di Bernardeschi, che mette in mostra subito la sua voglia e la sua prontezza. Ma purtroppo la squadra non ha più le energie per seguirlo. E Mati Fernandez si merita comunque gli applausi all’uscita dal campo.
Comunque sia, i viola avrebbero le loro brave occasioni per tenere vivo il terzo posto in solitudine. In particolare Tello, ancora lui, manca un controllo volante in area di un niente. Vecino dimostra che se avesse anche il tiro sarebbe un signor centrocampista e Alonso che a volte va via talmente veloce da non dar tempo ai compagni di seguirlo per raccogliere i suoi traversoni. Ma nei minuti finali alla Fiorentina passa la voglia di qualsiasi recriminazione. Dapprima Tagliavento annulla giustamente un gol ad Higuain per un fuorigioco che era più facile vedere dal divano di casa che dal campo. Poi Tatarusanu si merita almeno quattro delle prossime mensilità dello stipendio compiendo il terzo miracolo, stavolta su Insigne liberato da Gabbiadini.
Alla fine, l’1-1 è un risultato giusto per una partita che ha onorato il calcio ed il prezzo del biglietto, in uno stadio pieno per quanto lo consentono le attuali norme di sicurezza. Peccato che questo spot per il calcio non serva assolutamente a nulla a nessuna delle due protagoniste. Del pareggio del Franchi godono a Torino e a Roma, con i giallorossi che venerdi prossimo – adeguatamente riposati – possono giocarsi a domicilio il sorpasso sui viola.
Ma tant’é. Il calcio è un gioco splendido, ma alla fine conta aver fatto un gol in più degli avversari, o averne subito uno in meno. Speriamo che la famiglia Della Valle lo capisca prima che sia troppo tardi.

lunedì 22 febbraio 2016

DIARIO VIOLA: Dove risorgono gli eroi



Secondo la mitologia greca, Atalanta era la figlia del re dell’Arcadia, Iasio. A quel tempo, per niente facile da viverci, spesso e volentieri i genitori disdegnavano le figlie femmine e addirittura talvolta le abbandonavano, un po’ come usava in Cina fino a non molto tempo fa. La bambina subì questa sorte, ma siccome era cara a Diana Artemide dea della caccia si salvò. La dea infatti inviò un’orsa che allevò la bambina fino all’adolescenza. Atalanta crebbe diventando una prode cacciatrice e guerriera, che spesso e volentieri “dava la paga” ai maschi che si cimentavano con lei.
Narra il mito che Atalanta, per accontentare quel padre che - come succede oggi con i ragazzini che promettono bene a giocare a calcio - non solo l’aveva ripresa in casa ma ne era diventato il principale e sfegatato tifoso e che nello stesso tempo la voleva vedere “sistemata”, aveva promesso di cedere le proprie grazie solo a chi l'avesse battuta in una gara di corsa. Il vincitore l’avrebbe avuta, lo sconfitto sarebbe stato ucciso.
Bergamo è stata spesso un crocevia del destino per la Fiorentina, che qui ha colto in passato successi importanti e storici. Ne citiamo due soli. Il primo è il 7-1 con cui il 2 febbraio 1964 fece registrare il proprio record di gol in una partita in trasferta, record tutt’ora imbattuto. Quel giorno Kurt Hamrin segnò ben cinque reti e scrisse un capitolo significativo di quella che sarebbe diventata la sua leggenda. Il secondo è lo 0-2 con cui conquistò la sua quinta Coppa Italia nel 1996, reti di Amoruso e dell’erede conclamato di Hamrin, Omar Gabriel Batistuta. Ad aspettare la squadra alle tre di notte allo stadio c’erano tra le trenta e le quarantamila persone. Amarcord.
Il destino è in agguato a Bergamo anche quest’anno. Dopo tre anni di vittorie la squadra viola torna allo stadio Azzurri d’Italia consapevole di avere a disposizione un risultato solo: quello che allunga la striscia di successi iniziata dalla rete di Larrondo in versione Batigol e chiusa dalla prodezza di Kurtic (mai più ripetuta dallo sloveno che quest’anno milita dalla parte opposta, quella orobica).
Narra ancora il mito che Atalanta, finalmente sposatasi, era diventata madre di un bambino di nome Partenopeo. Gli Dei dell’Olimpo avevano dunque previsto che alla vigilia delle due settimane che decideranno il destino di questa stagione viola i nostri eroi avrebbero dovuto affrontare la madre prima del figlio. Tottenham, Napoli e Roma, tre partite da vincere per non morire. Ma prima di tutto questa, da giocare su un campo che malgrado il nome altisonante dello stadio assomiglia più ai pantani e alle risaie su cui giocavamo da ragazzini che a un terreno di gioco omologabile per la serie A. E contro giocatori che quando possono fanno volentieri gli ammazza-grandi. In tutti i sensi, anche quello fisico, a giudicare dalle pedate che abbiamo visto volare anche ieri.
In ogni mito che si rispetti ci vuole l’eroe che guida la sua nave di eroi contro mille avversità. Paulo Sousa forse non resterà nella mitologia viola come una figura pari a quella di Ulisse dell’Odissea o di Giasone degli Argonauti, ma di certo sta facendo di tutto per assicurare un futuro a questa cooperativa di Lasciati a se stessi che è diventata la Fiorentina dopo che i suoi proprietari, come Achille nell’Iliade, ritenendosi gravemente offesi si sono ritirati nella loro tenda e non ne sono più usciti.
La squadra che mette in campo è priva dello squalificato Zarate, diventato furioso come l’Orlando dell’Ariosto alla fine della partita con l’Inter e duramente (forse troppo) punito dagli Dei del calcio. Ed è anche figlia della necessità di turnover e contro-turnover imposta dal dover giocare giovedi l’Europa League, con la coperta ancora più corta che nel girone d’andata a difendere i viola dal freddo londinese.
Tornano in campo Tello, Mati Fernandez e Babacar, in panchina Borja Valero. Il resto, a parte la staffetta Tomovic-Roncaglia che francamente eccita assai meno la fantasia di quella Rivera-Mazzola a Mexico 70, rientra nella norma. Il centravanti senegalese si suppone più adatto alle sportellate a cui dovrà fare nel mezzo della ruvida difesa atalantina rispetto a quello croato. Il Borja visto giovedi ha bisogno peraltro di centellinare le energie per non finire sotto una tenda ad ossigeno. Torna Badelj in mezzo al campo, resta Bernardeschi a fare quello che sa fare: calcio totale.
Si parte alla grande. Pasqual cerca di festeggiare la sua trecentesima presenza in maglia viola (dopo Beppe Chiappella e Sergio Cervato – eroi del primo scudetto – era stato Giancarlo Antognoni l’ultimo a tagliare quel traguardo, trentadue anni fa) con una punizione delle sue, che Sportiello vola a deviare dal sette. Risponde Dramé con una testata che trova Tatarusanu in traiettoria, nella prima di una serie di occasioni in cui i padroni di casa sorvolano l’intera difesa viola con cross pericolosissimi. Dramé becca poco dopo anche un cartellino giallo per aver steso un Cristian Tello che oggi conferma i suoi vistosi progressi partita dopo partita. Se si può fare un appunto al giovane blaugrana – viola è quello di non insistere proprio sul suo marcatore, cercando il fallo che trasformerebbe il giallo in rosso. Ma questo si chiama mestiere, viene col tempo e l’esperienza e per Cristian ci sarà tempo.
Mati: 1-0
I viola si battono bene, ma in mezzo al campo l’armata longobarda dei nerazzurri orobici fa paura, letteralmente. Non c’è contrasto che non si concluda sul polpaccio o sulla caviglia di un viola. Diversi interventi fanno temere il peggio, soprattutto per Bernardeschi che coraggiosamente cerca di fare calcio, il suo calcio, su un terreno che sembra una concimaia e in mezzo ai colpi di mazza ferrata degli avversari.
L’arbitro Celi cerca di tenere il match su binari di correttezza, ma insomma il gioco ne risente e il primo tempo scivola via senza che nessuno da una parte o dall’altra arrivi anche vicino ad un’idea di tiro in porta. Nella ripresa si pone per Sousa l’amletico dilemma: continuare così e vanificare i doni della sorte che offrono alla Fiorentina l’occasione di tenere la Roma e l’Inter a distanza salvando incolumità fisica ed energie per giovedi e il futuro di coppa, o cambiare qualcosa e forzare la mano al Fato, che ancora oggi non ha mostrato da che parte si schiera, se da quella della madre di Partenopeo o da quella degli Argonauti viola?
Si cambia, dopo aver intravisto un Mati Fernandez voglioso di mettersi in mostra e temerario nel provare a saltare marcatori nel cuore dell’area atalantina. Il prode Matias segnò proprio qui due anni fa il suo primo gol in viola (e uno degli ultimi, prima di risprofondare in un confusionario anonimato). Hai visto mai che le Sirene oggi non cantino anche per lui?
Mentre l’allenatore di casa Edoardo Reja provoca la Fiorentina mettendo in campo il suo fresco ex Diamanti, Paulo Sousa risponde: fuori Babacar, che oltre alle sportellate oggi ha fatto poco o nulla, per Kalinic, e fuori Bernardeschi, che ha avuto più calcioni (uno in particolare è sembrato come la freccia fatale che trafisse Achille) che occasioni da rete, per Borja Valero.
Poco dopo, gli Dei riuniti a banchetto sull’Olimpo decidono. Il mito viola deve continuare, almeno per ora. Tocca all’eroe che si era perso nei lunghi anni di guerra trascorsi sotto Montella prima e Sousa poi ritrovarsi con il colpo che salva la giornata e fa vincere la battaglia. Il colpo di testa di Matias Fernandez sembra proprio pilotato dal Fato, scavalcando Sportiello e andando ad insaccarsi in rete dopo aver carambolato sul palo.
1-0, basterebbe ed avanzerebbe per finire il turno di campionato ancora terzi, a prescindere da cosa succede nei posticipi. Ma la difesa viola quest’anno consiglia di incrementare il punteggio, a scanso di equivoci e dispiaceri. Gonzalo e Astori sono due guerrieri omerici che combattono su ogni palla respingendo ogni assalto dei lanzichenecchi che si buttano a testa bassa. Ma dalle parti di Roncaglia e del vecchio capitano Pasqual si balla, e dalle fasce qualche pericolo arriva.
Tello: 2-0
Ci vuole un’altra impresa per arrivare in fondo con la vittoria. E’ stato Tello a crossare per Mati in occasione del primo gol. Adesso tocca a Mati rendere perfetta la giornata sua e della sua squadra ricambiando la cortesia. L’assist al giovane spagnolo che scatta sul filo del fuorigioco è perfetto. Cristian arriva davanti a Sportiello e prova il tocco sotto. L’emozione o il debito di ossigeno strozzano il suo tiro, ma sulla ribattuta stavolta la gamba non trema e il pallone infila la porta. Il giovane Tello è grato agli Dei. I viola possono abbracciarsi.
Finita? Neanche per sogno. Gli eroi torneranno vittoriosi, ma come Odisseo dovranno affrontare ancora peripezie. Passano tre minuti e su corner che sorvola l’intera difesa viola e poi vi carambola in mezzo il giovane barbaro Conti ha tempo di girarsi e mettere dentro da un metro. E ti pareva? Mancano sette minuti più recupero, e son lunghi. Sotto a chi tocca, si faccia avanti qualche altro eroe redivivo per il colpo di grazia alla cacciatrice.
Kalinic: 3-0
E’ da un po’ che il Borja ritrovato mostra di aver facilità ad andar via sulla sinistra. Quando partono in due, lui e Kalinic, contro due atalantini sembrano davvero guidati da una mano divina. Borja salta il suo marcatore, al centro Kalinic gli fa un gesto: mettimela qui. Lo spagnolo esegue, l’eroe croato risorge chiudendo due mesi di magra con una deviazione sotto porta di quelle che erano le sue. 3-1, stavolta è finita. Anzi no, perché c’è Pinilla che deve segnare il suo gol annuale alla Fiorentina, approfittando del solito sorvolo a bassa quota della difesa viola. Ma ormai siamo ai minuti di recupero, e tutto ciò che succede prima che Celi fischi la fine e questo poema omerico venga consegnato ai cantori è l’espulsione del giovane barbaro Conti per l’ennesimo fallaccio su Kalinic.
Pasqual a quota 300
La cacciatrice è vinta e sottomessa. La Cooperativa viola continua la sua corsa in questa stagione epica fatta di dure battaglie e quasi sempre di eroiche vittorie, sballottata tra il favore degli Dei e lo sdegno dei suoi Proprietari che come Agamennone sotto le mura di Troia intralciano più che propiziare il suo trionfo. Adesso c’è Albione, e il destino di coppa. Questa Fiorentina se la gioca, comunque vada a finire. Poi c’è Partenopeo, che vorrà vendicare la madre e insieme inseguire il suo proprio destino. Quello stesso che fino a poco tempo fa inseguiva anche la Fiorentina.
Gli Dei del calcio sono volubili. Stiamo a vedere.


lunedì 15 febbraio 2016

DIARIO VIOLA: Batte ancora forte il cuore viola



Bisognerà ribattezzarla Zona Fiorentina. Renato Cesarini, mezzala juventina degli anni trenta diventato celebre per aver risolto diverse partite nei minuti finali o di recupero – tanto da dare il proprio nome alla celebre Zona -, può andare in soffitta. La squadra viola rischia di diventare l’eponima del ventunesimo secolo. Dopo Zarate, tocca a Babacar dare alla propria squadra la vittoria all’ultimo tuffo, ormai insperata malgrado i propri meriti e nonostante alcuni demeriti. Ecco, Babacar è un altro che potrebbe dare il proprio nome alla Zona di cui sopra. Il senegalese non è nuovo a simili imprese, tanto che Sousa ormai lo impiega solo nei minuti finali delle gare, quelli in cui evidentemente riesce a rendere di più.
Chi non riesce proprio a legare il proprio nome alle imprese di questa Fiorentina è la famiglia Della valle. Ieri – si può dire ? – colpevolmente assente dalla tribuna del Franchi a prescindere da reali o accampati impegni di lavoro e dall’essere questa sfida con l’Inter evidentemente indigesta per i suoi membri, vuoi per affezioni passate o per conflittualità recenti. Fatto sta che in quella Tribuna campeggia con il suo entourage esclusivamente Erick Thohir, l’imprenditore indonesiano dal 2013 azionista di maggioranza della F.C. Internazionale Milano alla sua prima trasferta al seguito della squadra. Degli omologhi di Viale Manfredo Fanti nessuna traccia. Manco fossimo a San Siro.
E invece siamo allo Stadio Franchi, il giorno di San Valentino. Firenze ci tiene a testimoniare l’amore per la propria squadra riempiendo l’impianto come ormai succede poche volte. Soprattutto, oltre alla vicinanza alla propria squadra che il patto d’onore stretto tra essa ed il suo allenatore ha semmai rinsaldato, ci tiene a ribadire la differenza tra “tifosi” e “clienti”. I primi vanno allo stadio e tanto basta, i secondi vanno a comprare un prodotto e  a volte non trovano nemmeno il venditore, che ha pensato bene di aprire bottega altrove.
Ciò detto, la Fiorentina lasciata a se stessa dalla propria società dimostra di essere sulla strada di ritrovare proprio se stessa aggredendo l’Inter come fece nella partita di andata. Paulo Sousa la mette in campo centellinando il meglio di ciò che ha a disposizione. I 3 in difesa sono Gonzalo, Astori e quel Roncaglia a cui non è stato trovato sostituto in tutta una serie di sessioni di mercato. I 4 a centrocampo sono Alonso, Vecino, Borja Valero e Tello. I 2 trequartisti sono Ilicic e finalmente Bernardeschi, che riportato nella sua posizione più congeniale finalmente esplode a livelli che non esitiamo a definire europei. L’1 in attacco è Kalinic, che non attraversa il momento migliore della stagione ma che ha bisogno di fiducia e minutaggio per tornarci.
Incassato graziosamente il regalo di Mancini che lascia in panchina gente del calibro di Jovetic, Llajic e Perisic, per venti minuti i viola mettono sotto i nerazzurri senza remissione, dimostrando che delle due squadre ritenute in calo rispetto al girone di andata sono i milanesi a passarsela peggio rispetto ai fiorentini. L’ira di Dio Bernardeschi sfonda tre volte, per due volte tira costringendo Handanovic ad interventi all’altezza della sua fama, la terza imbecca Ilicic che la piazza di giustezza invece che di potenza, dando tempo a Telles di posizionarsi e rinviare.
Nel frattempo il difensore interista si è reso protagonista di una singolare doppia ammonizione insieme al compagno Medel da parte dell’arbitro. Il sig. Paolo Silvio Mazzoleni della sezione di Bergamo è un fischietto che già in passato ha dimostrato di non saper tenere in pugno partite complicate se non complicandole ulteriormente. Questo Fiorentina – Inter è un match teso, in campo spesso e volentieri si usa la sciabola più che il fioretto, soprattutto da parte interista. Telles finisce sul taccuino per un fallaccio su Tello, che dalla sua parte cerca di essere all’altezza di Bernardeschi. Medel invece per proteste, avendo a suo dire il direttore di gara omesso di sanzionare analogo intervento da parte di Gonzalo Rodriguez. Con buona pace dell’Inter, sono le poche decisioni che Mazzoleni azzeccherà in questa serata forse decisiva per la lotta al terzo posto.
C’è tempo per un episodio assai dubbio in area interista. Miranda frana a terra cercando di arginare Bernardeschi imbeccato da Kalinic, e finendo per travolgere anche il numero 10 viola. Lo stadio insorge, ma Mazzoleni è imperturbabile. Dopodiché accade ciò che a detta di tanti se non tutti rende il calcio bello e imprevedibile, ma anche a volte profondamente ingiusto. Nell’unica azione di contropiede degna di questo nome Kondogbia imbecca Rodrigo Palacio che con i suoi 34 anni dimostra di essere ancora il migliore dei suoi nonché una bestia nera per i viola, andando sul fondo a crossare al centro per un accorrente e liberissimo Brozovic. Il croato non perdona e l’Inter si ritrova avanti in una partita dove a quel punto avrebbe potuto subire già un nuovo tracollo.
E’ il kharma viola di questi anni, tanta fatica per segnare e avversari che vanno in gol alla prima occasione. Partita in salita improvvisa dopo aver offerto una promettente discesa. La Fiorentina accusa il colpo, restando in campo frastornata come un pugile raggiunto da un uppercut improvviso. L’Inter per mezz’ora tra la fine del primo tempo e l’inizio della ripresa si ritrova padrona del match, pur senza riuscire ad imbastire una azione degna di tal nome per provare a chiuderlo e issarsi stabilmente al terzo posto superando la diretta concorrente. Anzi, è ancora Handanovic a fare miracoli al 45’ su testata di Vecino che sembra diretta al sette.
La Fiorentina rientra in campo in debito con la sorte e ancora piegata in due dal colpo ricevuto, ma pian piano ricomincia a crederci. Per un quarto d’ora tuttavia l’Inter ha buon gioco ad aspettarla (a volte anche pressando in alto) e a cercare di innescare un evanescente Icardi e un mai domo Palacio. Sousa capisce che c’è bisogno di imprevedibilità per spostare l’inerzia di questa partita che si sta mettendo male e chiama fuori Tello per Zarate.
La leggenda parlerà nei secoli dei secoli della magia dei cambi del mister portoghese. In realtà, l’argentino dimostra subito di avere i numeri per mettere in crisi anche da solo quella strana difesa dell’Inter, seconda in campionato per imperforabilità e tuttavia capace di prenderne tre in una botta sola in quel di Verona. Nel rimescolamento di carte che si crea con il suo ingresso, gli alfieri viola ritrovano spazi e convinzione.
E’ il 15’ quando Ilicic crossa da destra, sono in tre i gigliati in mezzo all’area a cercare di raccogliere l’assist, ed è il più improbabile dei tre a riuscirci. Borja Valero segna di testa uno dei suoi gol più belli e più importanti. Proteste interiste, ma il replay mostra Murillo che sfiora la palla rimettendo in gioco tutti i viola in sospetto fuorigioco. Non Borja , in ogni caso.
Si riparte con il vento che è girato un’altra volta. Adesso è l’Inter ad accusare il colpo. La Fiorentina capisce che può fare il colpaccio e riprende a ruminare gioco come aveva fatto prima del vantaggio di Brozovic. Dopo tre minuti potrebbe passare di nuovo, grazie ad un fallo di mano in area di Telles su lancio di Zarate che pare decisamente intenzionale, oltre che plateale. Mazzoleni è una statua di sale. Nel frattempo Mancini mette dentro Perisic, che riequilibra l’ingresso di Zarate. La partita adesso non è bella, ma è avvincente, quasi da campionato inglese. Il risultato appare in bilico, e può essere sbloccato da un qualsiasi episodio.
Il tempo trascorre, e la “Zona Fiorentina” si avvicina. Bernardeschi riesce finalmente a scardinare i raddoppi sistematici con cui la difesa nerazzurra l’aveva in qualche modo arginato. Al 37’ una sua penetrazione costringe Telles al secondo fallaccio ed al secondo giallo. Con l’Inter in dieci, Mancini toglie Palacio per D’Ambrosio. Sousa risponde chiamando fuori Vecino e Ilicic e buttando dentro Tino Costa e Babacar.
E’ una mossa dettata da lucida disperazione. Un tentativo di vincere una partita meritata malgrado tutto ciò che stasera ha remato contro. E’ una occasione per l’ex promessa senegalese di legare il proprio nome ad una impresa, a meritarsi in futuro qualche minuto in più degli spiccioli che ultimamente il mister gli riserva.
La Fiorentina dice all’Inter che ci crede, non ha paura e vuole vincerla. Pur con qualche patema in difesa, i viola si buttano avanti decisi a sfruttare anche i tre minuti di recupero concessi da Mazzoleni. Ne basta uno, il primo. Tocca a Zarate provare a piegare le mani dell’omnipresente Handanovic, che compie l’ennesimo miracolo. L’ultimo, perché sulla ribattuta la palla carambola sul petto di Babacar e finisce in rete, facendo esplodere lo Stadio Franchi. Gol fortunoso? Forse, ma bisogna esserci perché la palla ti batta addosso. Stasera a Kalinic mancava ancora qualcosa, nonostante la buona volontà. Quel qualcosa che il destino ha voluto ci mettesse Khouma El Babacar in quei brevi istanti a lui concessi.
Finisce al 50’, con Mazzoleni che fa recuperare sul recupero non prima di aver buttato fuori anche Zarate. Nel parapiglia delle battute finali il viola si trova in mezzo a cinque interisti, ma evidentemente dice qualcosa di troppo e soprattutto indugia a lasciare il terreno di gioco reiterando le proteste forse non del tutto ingiustificate. Prevedibile squalifica pesante?
E’ una serata comunque che dal possibile dramma (sportivo, si intende) vira all’apoteosi. Del resto è San Valentino, e Firenze si scopre più che mai innamorata di questa Fiorentina. Desiderosa di seguirla fino alla fine e di conoscere cosa riserva la sorte a questo gruppo che ha stretto un patto d’onore: tutti per uno, uno per tutti.
Pazienza per chi non c’era. Firenze città d’arte, accoglie chi resta, ignora chi parte.


domenica 7 febbraio 2016

DIARIO VIOLA: Non si uccidono così anche i sogni?

Mentre nelle stanze dei bottoni della società si prepara un’altra Notte dei Lunghi Coltelli, la squadra della Fiorentina valica l’Appennino per giocare il classico derby che ha fatto la storia del calcio, e che potrebbe contribuire a scrivere quella di questo campionato.
Calano le prime ombre della sera quando Paulo Sousa, squalificato per la cervellotica decisione di Cervellera, si accomoda nella tribuna coperta dello Stadio Dall’Ara. A Casette d’Ete c’è qualcuno che aspetta le sue scuse, insieme a quelle di tutta la città. A Firenze c’è chi lavora per far fare a Daniele Prade’ la stessa fine che fu di Pantaleo Corvino. Il DS di Vernole fu immolato per superare la Notte della Vergogna, lo 0-5 incassato dalla Juventus a suggello di un paio di campionati inguardabili, che rischiavano di disilludere il popolo viola circa la reale volontà della proprietà marchigiana di mantenere promesse e programmi. Il DS romano probabilmente pagherà allo stesso modo la Campagna Acquisti della Vergogna, quella alla quale è stato mandato a lallerare senza lilleri.
Paulo Sousa ha fatto capire che non ci sta. Altro che chiedere scusa. Ha stretto un patto d’onore con i suoi giocatori, e con quella parte di Firenze che non crede più alle favole. Che vuole salvare la stagione, i propri sogni, e quel labaro viola che risale al 1926 e che al massimo può concedere di aver subito un restyling nel 2002, nulla di più.
Ha avuto il suo momento di crisi, Paulo Sousa, quando metteva Alonso a destra o Kuba a sinistra. Ma adesso che i nodi vengono al pettine, ci tiene a chiarire alla gente di Firenze che quei nodi non li ha stretti lui. Da ora in avanti la banda viola continua a combattere come Rambo nella giungla vietnamita, sola contro tutto e tutti. Questa serie televisiva avvincente di cui si ritrova ad essere lo sceneggiatore si arricchisce a Bologna di un nuovo capitolo, a cui trovare un titolo non è facile. Se si guarda a chi è rimasto a Firenze, suggeriamo “Non si uccidono così anche i sogni?”. Se si guarda a chi si è spinto fino al Dall’Ara, forse è più adatto “I sette uomini d’oro”.

Se non sono sette, non sono comunque più di nove gli uomini di sicuro affidamento che vestono la maglia viola stasera e cercano di mantenere la Fiorentina aggrappata al terzo posto. E Sousa li mette in campo alla grande, consapevole che non si può sbagliare più. Peccato che non può contare su una squadra intera. Peccato che sul prato verde dello stadio bolognese giungano a maturazione equivoci di lunga data, e che alla fine i Sette Uomini d’Oro tornino a casa come i Sette Senza Gloria.
In campo, considerati i cambi, è andata complessivamente Quella Sporca Dozzina, i soliti 13. Ma tutto finisce per ruotare attorno alle solite lacune. Alla presenza in campo, o per meglio dire sostanzialmente all’assenza, di giocatori che ormai dimostrano la loro incompatibilità con questa maglia viola, e con un campionato di serie A di livello.
La difesa è a 4, con un Pasqual ritornato quello dei tempi d’oro, con un Gonzalo che ormai si avvicina sempre di più all’archetipo, a quel suo connazionale che resta fino ad oggi come il più grande centrale di difesa della storia viola, Daniel Alberto Passarella. Con Astori che accanto ad un simile campione sta diventando anche lui campione, sbagliando poco o nulla e improvvisandosi anche ispiratore di gioco, visto che il centrocampo della sua squadra ormai è più teorico che reale. E purtroppo infine con un Roncaglia a cui sono state concesse fin troppe opportunità. Ormai è un giocatore di sicura inaffidabilità.
In mezzo, finalmente Bernardeschi si riprende quella tre quarti che era sua per diritto di nascita. Sarà un caso ma il ragazzo con il numero 10 sulle spalle ritrova a Bologna condizione e lucidità come per incanto. Sulla fascia destra stasera ci finisce Matias Fernandez. Al cileno è stato rinnovato da poco il contratto. Lo voleva Montella a Genova. A fine partita il popolo viola maledice chi non ha accontentato il nostro ex allenatore. Un altro equivoco di lunga data che purtroppo si chiarisce, anche se a spese della sua squadra.
Completano lo schieramento Vecino, che fa il suo come difensore aggiunto nelle sfuriate iniziali dei padroni di casa e che si propone anche in avanti finché la sua squadra riesce a passare la metà campo, e Borja Valero che purtroppo conferma di non attraversare un momento di grande condizione di forma e che davanti alla difesa ha il potere di gelare il sangue più volte ai suoi supporters con le consuete giravolte alla Pizarro e di vanificare la maggior parte delle ripartenze con i consueti traccheggiamenti alla Mati Fernandez. Piacevole sorpresa invece Cristian Tello, messo sulla sinistra a rinfocolare la nostalgia per Joaquin. Il ragazzo ex Barcellona ci riesce, saltando l’uomo spesso e rischiando nel primo tempo di segnare un gol alla Batistuta.
In avanti, Sousa lascia a riposo Kalinic – che una volta entrato farà di tutto per dargli ragione sbagliando lo sbagliabile sia come centravanti che come rifinitore aggiunto – che Zarate, il quale ancora non ha probabilmente i 90 minuti nelle gambe. Maglia di titolare a Babacar, che si salva soltanto per una deviazione peraltro splendida sotto porta su invito di Tello. Sarebbe stato un gran gol, ne avrebbe avuto bisogno sia lui che una squadra avvilita dalla solita sterilità del proprio possesso palla ad oltranza stabilito dopo dieci minuti iniziali di aggressione bolognese.
Nella ripresa, Sousa capisce che anche un Kalinic fuori forma come l’attuale è meglio di un Babacar fuori sintonia con la squadra come quello che ha deluso nel primo tempo. Purtroppo il croato ha vita difficile nelle maglie di una difesa felsinea che Donandoni ha blindato spostando il baricentro della squadra indietro. Dare spazio a questa Fiorentina non è consigliabile per un Bologna che la matematica non ha dichiarato ancora salvo. Tutti indietro ad aspettare i giocolieri viola e via in contropiede.
Al decimo della ripresa è chiaro che i viola stanno lavorando ai fianchi i rossoblu, e che a gioco lungo la supremazia tecnico-tattica degli ospiti potrebbe ricevere un adeguato premio. E’ proprio allora che Mati Fernandez, già ammonito per una entrata omicida, decide di suicidare se stesso e la squadra trattenendo platealmente un avversario in ripartenza. L’arbitro Banti di Livorno non può far altro che tirar fuori il secondo giallo e mettere la Fiorentina in dieci.
La quale Fiorentina per la verità sembra quasi beneficiarne nell’immediato. Il cileno è un rallentatore di gioco come pochi altri al mondo. Bernardeschi e Tello invece leggono bene la partita e affondano quando e come possono. Poco dopo l’espulsione Kalinic tiene palla bene ed apre per lo spagnolo che va sul fondo e mette in mezzo. L’italiano segna il suo primo gol stagionale in campionato con una carambola da giocatore di biliardo. Fiorentina in vantaggio.
Manca troppo tempo al fischio finale, appare subito chiaro alla ripresa del gioco. I dieci viola superstiti cominciano a palesare segni di stanchezza. Roncaglia va in stato ancora più confusionale, Borja Valero in debito d’ossigeno. E’ lui a lasciare libero Giaccherini che segna il pareggio bolognese da posizione quasi analoga a quella di Bernardeschi, con un tiro quasi altrettanto spettacolare.
L’ultima mezz’ora il Bologna la gioca consapevole che questa Fiorentina si aggrappa ai sei-sette che hanno ancora risorse fisiche e mentali da spendere e che può capitolare da un momento all’altro. Tatarusanu timbra il cartellino levando dal sette un gran tiro di Taider. Per questo quando Kalinic assassina malamente un contropiede promettente con almeno due compagni liberi da mandare in porta non si può recriminare più di tanto. Nemmeno Zarate, entrato al posto del bravo Tello, stasera può fare miracoli.
Va a finire che il miracolo è non aver perso una partita che era da vincere. La fortuna aiuta gli audaci, i sette audaci o poco più su cui si regge la Fiorentina in questo momento. I sette che tornano purtroppo senza gloria e con un terzo posto salvo soltanto perché le difficoltà dell’Inter sono superiori se possibile a quelle dei viola. Prossima puntata proprio Fiorentina – Inter. Chi perde apre la crisi.
Questa puntata invece di un campionato che prometteva di essere il più bello tra quanti giocati dalla Fiorentina da lungo tempo a questa parte si chiude così, con un risultato comunque deludente e inutile, alcuni equivoci chiariti e con un finale in sospeso. Quello che vede alcuni personaggi in attesa di scuse che dovrebbero essere loro a rivolgere, a tutta la città. Quello che vede un gruppo di atleti stretti da un patto che finora li sta portando comunque al di là dei loro stessi limiti, guidati da un allenatore che sa di giocarsi ben più di un campionato di testa, nei prossimi mesi.

Paulo Sousa ha già superato Prandelli e Montella raggiungendo posizioni in campionato che i predecessori hanno solo potuto sognare. Chissà se riuscirà a fare meglio di loro sopravvivendo anche alle arti oscure di chi gli sta scavando prematuramente la fossa dietro le quinte. Tutti gli uomini del presidente sono già al lavoro. Magari avessero lavorato così in campagna acquisti.

giovedì 4 febbraio 2016

DIARIO VIOLA: Viola sull'orlo di una crisi di nervi



Chi sta scrivendo il copione di questo campionato è uno sceneggiatore che sa il fatto suo. Gli ingredienti del thriller che scala le vette della classifica dei best sellers ci sono tutti.
Dalla sorte che ti rimette di fronte proprio la squadra che ti ha buttato fuori malamente dalla Coppa Italia e proprio nel momento in cui servirebbe una partita – diciamo così – più abbordabile di quella che può fare una squadra a corto di energie fisiche e mentali contro un’altra di pedatori che fino a ieri sera si potevano anche definire onesti, ma non più dopo averli visti all’opera sulle caviglie di Ilicic, Borja Valero e tutto ciò che di viola si muove in campo.
Alla natura che ci mette del suo, scatenando una mezza tromba d’aria su Stadio Franchi e dintorni esattamente della durata dei 90 minuti regolamentari più recupero. La cosiddetta “giubbata” d’acqua inflitta agli spettatori dal meteo ha pochi precedenti anche nella storia di una tifoseria la cui passione è seconda forse soltanto alle capacità di sopportazione. Di tante cose, compreso uno degli ultimi stadi scoperti d’Europa, che nessuno tra Comune e A.C.F. Fiorentina ha voglia di ammodernare o addirittura rifare.
All’arbitro, il sig. Angelo Cervellera della sezione di Taranto: con quel nome lì il cervello devi saperlo usare, soprattutto in certe partite. Invece il fischietto pugliese il suo lo lascia a casa. Risultato, gli emiliani picchiano come fabbri che non prendono la paga da mesi e la fanno sistematicamente franca, i viola invece si vedono stampare in faccia il cartellino giallo al primo accenno di comprensibile protesta, Paulo Sousa addirittura si becca il rosso per la seconda volta consecutiva e stavolta per lui sarà squalifica.
Alla società pusillanime che non ritiene il caso di mandare nemmeno uno dei suoi uomini nella Tribuna del Franchi per assistere a un match per il quale ha messo a disposizione del tecnico una rosa di giocatori al minimo regolamentare. Il rischio di beccarsi una contestazione epocale del resto è troppo forte, e la possibilità di cavarsela come in conferenza stampa, censurando alla cinese addetti ai lavori e tifosi, stavolta è pressoché nulla.
Ai giocatori ed al tecnico che visibilmente scendono in campo dopo aver stretto un patto  di quelli possibili solo negli spogliatoi più temprati. In curva campeggia uno striscione inequivocabile: “tifosi, mister, giocatori, facciamogli un bel dispetto, lottiamo per un sogno nonostante il loro progetto”. Ogni riferimento alla campagna acquisti da 8 settembre dei DV Men è decisamente voluto. Ed è proprio quello che dev’essere successo. Paulo Sousa alla vigilia non ha potuto dire molto (se non far capire che difficilmente il suo contratto verrà prolungato oltre la fine di questo campionato), ma almeno ha potuto suonare le campane che furono già di Pier Capponi per ricompattare la città viola intorno ai suoi guerrieri. Stanchi e pieni di cicatrici ma determinati a portare avanti il più possibile questo sogno a cui chi li stipendia non ha mai creduto, al di là dei discorsi di convenienza.
Ai tifosi stessi, che malgrado lo “sciopero” dichiarato per le note vicende giudiziarie conseguenti alla trasferta in quel di Napoli (senza entrare nel merito, ci limitiamo a sottolineare che quando vai da quelle parti il danno non è mai solo, ma seguito puntualmente dalla beffa: vedi Napoli e poi regolarmente muori) e malgrado il torrente di acqua che sembra una maledizione degli Dei del Calcio su Firenze, quando rientrano in curva si stringono senza se e senza ma al mister sull’orlo di una crisi di nervi ed ai loro eroi che sembrano ormai come il primo Rocky, contenti di arrivare all’ultimo gong ancora in piedi e con il minor numero di danni possibile.
All’eroe di giornata. Al salvatore della patria, e sicuramente dell’ordine pubblico, perché senza di lui c’è da credere che stasera il deflusso post partita non sarebbe stato il rientro da una scampagnata. Mauro Zarate è uno di quei giocatori il cui acquisto in altri momenti sarebbe stato salutato come il proverbiale “ciliegione”. L’argentino ai tempi della Lazio era un’ira di Dio e aveva eccitato la fantasia non soltanto dei suoi connazionali, qualcuno dei quali l’aveva paragonato nientepopochedimeno a Diego Armando Maradona. Più modestamente, ma neanche tanto, diciamo che ai palati fini dei fiorentini Maurito (già ribattezzato dopo il suo gol pesantissimo Zarate Kid) ha delle movenze ed un tasso tecnico che ricordano tanto quelli di Adrian Mutu. C’è chi dice che lo ricorda tanto anche nella testa. Staremo a vedere, per adesso ci prendiamo il genio, per la sregolatezza c’è sempre tempo.
Insomma, è un thriller avvincente con tutti i crismi questo Fiorentina – Carpi che giunge nel momento critico del campionato, quello in cui una città e una squadra sentono inesorabilmente sfuggire la loro presa spasmodica e disperata su posizioni di classifica conquistate e certezze acquisite nel bel girone d’andata. E pazienza se la partita che scorre – si fa per dire – tra il primo gol viola di Borja Valero al primo minuto e l’ultimo di Mauro Zarate all’ultimo minuto è per certi versi e per lunghissimi tratti una partita che rasenta l’orrendo.
Chi vede nello sport una metafora della vita e cerca di cogliervi un significato più profondo non può fermarsi al mero dato tecnico. Ieri sera la Fiorentina ha rischiato di trovare indigesta la Lasagna che già aveva strozzato San Siro. E ha rischiato di avviare una crisi interna che forse è soltanto rimandata (Paulo Sousa aveva convocato in tutto 17 giocatori, e nessun difensore di ruolo ovviamente, e ad un certo punto del match ha improvvisato un Kuba a sinistra per far posto a Bernardeschi a destra che si aggiunge alle perle già infilate nella speciale collana del girone di ritorno giocato a coperta striminzita). Ma alla fine ha scoperto che gli Dei pallonari non le hanno ancora voltato la faccia.
Il Carpi è uno spot per il ritorno della Serie A a 16 squadre. Adesso che il fiato speso nel girone d’andata si fa corto e gioca con meno Letizia, il gioco di Castori & C. si riduce a “tutti indietro e palla o gamba, meglio se gamba”. Poi ci pensa Lasagna a rimanere di traverso nel gozzo altrui. Le vecchie “provinciali” di una volta, Ascoli, Avellino, Cesena erano squadre che portavano in giro il bel gioco come Globe Trotters a confronto a questo Carpi che è il fenotipo delle formazioni che rendono ormai la nostra serie maggiore una fabbrica di spettacolo spesso inguardabile. Quando un carpi trova un Cervellera, è già tanto se agli avversari è dato di portare la pelle sana e salva a casa, e non in senso figurato. Il resto, sempre in tema di cervelli, lo fa una Federazione che continua a far giocare questi turni di campionato alle 20,30 di una terrificante serata invernale qualsiasi.
La Fiorentina è la squadra superstite di un girone d’andata giocato a 100 all’ora e senza pezzi di ricambio, di infortuni inevitabili e squalifiche forse evitabili ma prevedibili, di campagne acquisti da Lega Pro che riabilitano di fronte alla storia i nomi di Zagano, Bruzzone e Ficini e che ci dichiarano tra l’altro off limits per un bel po’ di tempo interi continenti come il Sudamerica.
La Fiorentina è una squadra aggrappata alla robustezza dell’ultima trincea eretta disperatamente da Gonzalo (al quale bisognerà fare prima o poi un monumento dentro lo stadio) e da un Astori che cerca di stargli al passo magari non sempre riuscendoci (se Mancosu e Mbakogu non fossero maltrattatori di pallone per i viola la notte fonda scenderebbe già nel primo tempo). Quanto a Tomovic, che regala l’assist del pareggio a Lasagna, ci rifiutiamo di criticarlo ulteriormente. La colpa non è sua, ma di chi dal 2005 almeno si rifiuta di comprare sistematicamente un terzino di ruolo. Forse perché non configura un brand spendibile a Tokyo, a Shanghai o New York.
Davanti, siamo aggrappati alla tenuta di Borja Valero, di Ilicic e di un Bernardeschi che prima o poi si romperà le scatole di giocare fuori ruolo. Anche il Berna si prende spesso critiche che non sarebbe lui a meritare, mentre gli altri due si prendono soprattutto pedatoni. D’altra parte, l’alternativa è il gioco “da porticine” di Mati Fernandez. Senza gli estri individuali, la Fiorentina stasera non esiste.
Sia arriva al 94’ inchiodati su un pareggio che è peggio di una sconfitta, peggio di quella che è costata l’uscita da una Coppa Italia tutta in discesa. L’Inter è avanti, Roma e Milan più vicine, ma soprattutto la Fiorentina è lontana, almeno da come l’avevano immaginata i coraggiosi sugli spalti del Franchi e tutti gli altri a casa aggrappati alla parabola. Il gioco che una volta ubriacava gli avversari adesso lo fa con noi stessi, che non riusciamo più a passare quasi la metà campo e se succede non sappiamo più che fare del pallone. Ci vuole una prodezza individuale, altrimenti buonanotte Fiorentina.
Ci vuole Mauro Zarate, l’unico che ha i numeri per fare quella prodezza e la cocciutaggine per provarci insistentemente, ignorando compagni apparentemente smarcati ma che in realtà ormai sono irraggiungibili da qualsiasi giocata. Ci prova a due minuti dalla fine, invogliato da una quasi papera del portiere Belec su Borja Valero. Questo ha problemi sui tiri da lontano, sembra pensare Zarate Kid. Ci prova e il tiro gli va fuori, tra le contumelie dei tifosi che in quel momento del mercato di gennaio non salvano più neanche lui. Ci riprova un minuto dopo, quando già Cervellera consulta il cronometro. Ed è un eurogol. Che fa esplodere di gioia uno stadio e una città, e che soprattutto salva la serata e l’immediato futuro a chi non c’é. A chi ha disertato la tribuna del Franchi preferendo restarsene a casa al caldo e al riparo dalla contestazione.
La Fiorentina per adesso è salva. I suoi proprietari no. Si può anche fare soldi e avere successo nel mondo della moda. Ma lo stile, cari signori Della Valle, è un’altra cosa. Non si compra e non si acquisisce col tempo. O c’è o non c’é. Il Re da stasera è più nudo che mai.