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lunedì 5 dicembre 2016

Il giorno del Ciaone



«Non credevo che la gente mi odiasse così». Non è neanche la mezzanotte, i seggi sono chiusi da poco, quando arriva il primo exit poll referendario. 66% di affluenza alle urne, non succedeva più dai tempi di un altro referendum, quello storico sul divorzio, che consegnò il popolo italiano all’età moderna, iscrivendolo nel novero delle nazioni civili. Prima ancora, forse, bisognava andare al referendum Monarchia - Repubblica, ed alle votazioni – ma guarda un po’ – per la Costituente del 1946.
E’ una giornata altrettanto storica. Quando si tratta della sua Carta e dei suoi diritti fondamentali, il popolo italiano si ricorda finalmente chi era, e risponde all’altezza della situazione. Quarant’anni dopo, si ripresenta alle urne in massa e fa sentire forte e chiara la sua voce a colui che come il Fanfani del 1974 aveva personalizzato quella che doveva essere soltanto una battaglia tra opposte visioni giuridiche. Ne ha fatto invece una di civiltà. Finendo per perdere se stesso e quella battaglia.
A mezzanotte e mezzo, lo sconcertato premier Matteo Renzi è già dimissionario. Il suo ministro per le riforme Maria Elena Boschi piange in disparte, anche lei sconvolta dal risultato che la travolge in prima persona. Il D.D.L. che porta il suo nome insieme a quello di Denis Verdini va in archivio per sempre. La costituzione democratica del 1947 è salva. Chi vorrà cambiarla dovrà ripartire da zero, e fare le cose stavolta coinvolgendo un popolo e non sdegnandolo.
Con una forbice clamorosa, 60 a 40, gli elettori italiani respingono la riforma di Renzi e le pressioni dell’unica vera Casta esistente nel paese, quella di un partito andato al potere per investitura regia (grazie ad uno stravolgimento de facto proprio della Costituzione) e non per mandato popolare, e che si era fatto nel frattempo portatore degli interessi più retrivi e francamente odiosi tra quanti ne circolano in Europa e nel mondo attualmente. Quelli delle Banche, delle Agenzie di Rating, delle consorterie d’affari diurne e notturne che vedono di buon occhio lo scardinamento di una Costituzione sorta dall’antifascismo, che concedeva e concede troppi diritti al popolo ed alle classi lavoratrici. Il filo nero che va dalla Loggia di Propaganda 2 a J.P.Morgan, dal Trattato di Maastricht alla trojika Obama – Merkel – Junker è spezzato. Dopo la Brexit e la vittoria dell’outsider Trump in America, con questo NO a completamento riannodarlo non sarà semplice.
L’Europa dei ricatti assiste impotente allo spettacolo di un popolo che si riprende i suoi diritti, mandando a casa tra l’altro alla prima occasione utile un premier tra i più impopolari dell’intera storia nazionale. Matteo Renzi ha ragione, l’odio suscitato nella popolazione che credeva di rappresentare malgrado non ne avesse avuto il mandato ed in nome della quale credeva di agire come l’ennesimo Unto del Signore, era imprevedibile ed incalcolabile almeno fino a queste dimensioni.
Sono passate da poco le 24 quando inizia il discorso con cui annuncia le dimissioni, tentando di recuperare in extremis un fair play che non ha mai avuto durante i suoi mille giorni di governo. Mille è un numero fatidico, il Kennedy di Rignano se ne va abbattuto da schede elettorali più letali delle fucilate di Dallas. In quantità tale da destituire di fondamento qualunque polemica o timore di brogli che si era diffusa nell’immediata vigilia del voto.
E’ la notte che introduce il giorno di San Nicola, nel nord-est che tanta parte ha avuto, insieme al sud, nella sconfitta di Renzi e del Fronte del SI è in pratica il giorno di Babbo Natale. E il regalo che gli elettori trovano sotto l’albero è quello in cui forse non speravano più ma che si sono ampiamente meritati.
E adesso? Il fronte del NO – l’accozzaglia, come l’aveva definita improvvidamente lo stesso premier dimissionario – ha creato un fronte di opposizione così ampio che per trovare uno schieramento di forze politiche equivalente bisogna anche in questo caso risalire indietro nel tempo fino alla Resistenza ed alla Costituente. E’ un capitale da non disperdere, in un momento che è e resta difficile. Sarebbe auspicabile che da esso partisse una vera riforma del sistema politico nella sostanza, prima ancora che nella Carta fondamentale. E’ da credere intanto come assai probabile che nel partito democratico abbia luogo quella resa dei conti da troppo tempo rimandata. Chissà se all’ex premier basterà il sostegno della sua Firenze (riconfermato con il 56% dei voti) per salvare almeno la leadership del partito.
Nel frattempo, a norma della Costituzione non riformata, la palla passa al Presidente della Repubblica, con l’auspicio che vorrà farsi interprete, senza spazio alcuno a fraintendimenti, della volontà popolare espressa a chiare note da uno dei pronunciamenti e degli esiti più netti e clamorosi della storia elettorale non solo italiana ma europea.

domenica 20 novembre 2016

Basta un NO

Maria Etruria Boschi, come la chiama Matteo Salvini con evidente riferimento al suo casato nobiliare, si aggira per l’Europa (dopo il Sudamerica) un po’ come faceva una volta quello spettro ancestrale da cui discende il suo partito. Solo che, a differenza di quanto succedeva normalmente allo spettro almeno in Occidente, Maria Elena ha un incarico ufficiale nella compagine del governo italiano, è Ministro per le riforme costituzionali, e pertanto ci si aspetterebbe che le sue uscite fossero sempre e comunque in rappresentanza di tutto il popolo che governa, non soltanto di quella parte che lei vorrebbe veder vincere, con le buone o con le cattive.
Tra l’altro, visti i chiari di luna, corre il sospetto che questi viaggi, dalla Pampa argentina all’Imperial College di Londra, sia il contribuente a sobbarcarseli sul suo già magro bilancio. Maria Etruria, pardon, Elena, dice di no: tutto a carico, suo e dell’impegno volenteroso di giovane pasionaria democrat. Lo dice lei, e noi – come il Marcantonio di Shakespeare dobbiamo crederci, è donna d’onore.
Di questo passo dovremo credere anche che Matteo Renzi ha comprato personalmente i 4 milioni di francobolli apposti alle altrettante lettere di invito ad andare a votare indirizzate agli italiani all’estero. Di credere che esse contengano tra l’altro soltanto quell’invito, e non un messaggio neanche tanto subliminale ad apporre la fatidica croce sul fatidico SI, ci riesce ancora più difficile. Così come di credere che tutto ciò avvenga per il bene dell’Italia.
Parlano tutti in nome dell’Italia, man mano che l’ora X si avvicina. I sondaggi sono stati stoppati troppo tardi, i quindici giorni di legge non sono stati sufficienti a impedire la pubblicizzazione dell’ultimo, che ha indicato una crescita tendenziale del fronte del NO oltre il 5% di vantaggio. Un vantaggio che nemmeno la chiamata alle urne in dose massiccia degli ex italiani potrebbe rovesciare, probabilmente.
In attesa di sapere se i sondaggi sono davvero quel baraccone da circo che la Brexit e Donald Trump hanno svelato al mondo, il campo del SI comunque ha annusato l’aria che tira, che non è favorevole per niente. E cercando di far propria l’improntitudine del suo condottiero, Matteo Renzi, l’uomo che ha la faccia per tutte le stagioni e per tutte le affermazioni (tanto quelle passate chi se le ricorda?), si dispone a farci trascorrere queste ultime due settimane prima del voto come gli spettatori del teatro dei Pupi siciliani, ricorrendo cioè alla più vasta gamma di espressioni facciali (dal truce al disgustato al fulminante), nonché alle più oscure minacce ed anatemi per farci passare notti in bianco preoccupati del nostro destino qualora insistessimo nella protervia dell’errore, quello di mettere la crocetta fatale nella casella sbagliata.
Vecchi arnesi del comunismo rinnegato solo a parole, come Valter Veltroni e il miliardario rosso De Benedetti, o di quella democrazia cristiana di terza fascia - al di sotto del sottobosco - come l’altro ministro Dario Franceschini, ci offrono durante l’omelia serale presso una televisione ormai del tutto compiacente se non asservita il quadro dell’Italia futura che ha tradito il nuovo che avanza, con i cosacchi di Salvini che abbeverano i cavalli a Montecitorio e Palazzo Chigi, e con Donald Trump che ci priva delle nostre risorse, dei nostri nuovi portatori di cultura (come se non ne avessimo abbastanza della nostra), mentre la Merkel ci sbatte fuori dall’Euro e ritorniamo al baratto in natura.
Già, la Merkel. Incoronata leader dell’Occidente dal Presidente più inutile e dannoso della storia degli Stati Uniti, quel Barack Obama che si appresta se Dio vuole a chiudere il gas e riconsegnare le chiavi della Casa Bianca al legittimo proprietario, la Signora dello Spread non ha perso tempo a far sentire le sue minacce, come nemmeno fu capace Federico Barbarossa a suo tempo. Doppiata subito dai Quisling della Banca d’Italia, che hanno paventato i primi bombardamenti degli Stukas già per la mattina del 5 dicembre.
Maria Elena Boschi con Vincenzo de Luca
Vecchi e nuovi Presidenti della Repubblica italiana fanno la loro parte ricordando al popolo che dal 2011 non è più sovrano. E il popolo forse comincia a rendersene conto, se le dichiarazioni di voto rilasciate ai sondaggisti non sono anche stavolta mendaci o canzonatorie.
Di tutti gli articoli oggetto del restyling renziano, che dovrebbe far assomigliare la nostra costituzione un po’ al Palazzo di Giustizia di Firenze (per chi ha presente l’oggetto), quello chiave di questa Legge Costituzionale Truffa non è il 70, che pure riduce l’elenco delle competenze e delle regole di funzionamento del nostro Senato ad una pagina del Manzoni di quelle che abbiamo imparato a odiare a scuola, oppure ad una di Camilleri, quando descrive le modalità di concessione delle linee telefoniche nella Sicilia dell’Ottocento.
No, l’art. chiave è il 117 riformato, ove si dice che: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea e dagli obblighi internazionali”.
Segue l’abolizione sostanziale del regionalismo e del federalismo, en passant, ma non è questo il punto, e se i governatori dovessero continuare ad essere della stazza di un Vincenzo De Luca o di qualcun altro degli attuali, non sarebbe tra l’altro nemmeno una gran perdita.
Il punto è che d’ora in avanti, se passa la riforma, gli impegni presi a Bruxelles sono immediatamente vincolanti e non più sottoposti a ratifica da parte del nostro Parlamento. L’Italia cessa da quel momento di essere uno stato sovrano e diventa una regione a statuto ordinario dell’Unione Europea. Quel soggetto politico che, con buona pace di Altiero Spinelli e di tutta Ventotene, negli ultimi vent’anni ha quasi azzerato il nostro potere d’acquisto ed il nostro tenore di vita, ci ha imposto governi che nessuno ha più potuto votare, ci ha imposto una invasione di migranti per ritrovare un precedente analogo – in tutti i sensi – della quale bisogna risalire al periodo compreso tra il 410 d. C. e la cacciata dei Longobardi dalla Penisola. Ha distrutto la nostra economia e la nostra sovranità reale. Complici, ovviamente, i ducetti, i gerarchi ed i burocrati bancari che si sono alternati a far finta di governare questo paese, gestendo invece esclusivamente i propri interessi.
Le ragioni del No, dunque, sono le stesse del 1947, quando perfino i comunisti capirono che non era il caso di alienare la sovranità popolare così faticosamente e sanguinosamente riconquistata. Lo capisce perfino un vecchio arnese del comunismo postmoderno come Pierluigi Bersani. Il suo No inquieta un po’ il campo anti-renziano, come quello di D’Alema. Si tratta di gente che avrebbe fatto perdere la sua battaglia perfino a San Francesco, a Giovanna d’Arco, se fossero stati dalla loro parte. Ma non è il caso di stare a sottilizzare, servono tutti i voti per salvare la Costituzione repubblicana, anche quelli di chi a suo tempo ci ha preso in giro con la Bicamerale e la pessima riforma del Titolo V di Bassanini.

L’unica vera costituzione che ci rimarrebbe, se prevalessero le ragioni del SI, sarebbe il Trattato di Maastricht. Non ci resterebbe il tempo per finire di maledirlo abbastanza.

martedì 27 settembre 2016

4 dicembre, si vota



Alla fine, Matteo Renzi cessa di tenere in ostaggio un intero paese e la sua Costituzione, e stabilisce la data in cui si terrà il referendum confermativo della riforma approvata dal suo governo in aprile. Si voterà il 4 dicembre, con il Natale alle porte. Saremo tutti più buoni, come auspica il premier stesso. E forse saranno successe alcune cose, capaci di spostare ancora l’ago della bilancia.
Matteo Renzi Presidente del Consiglio dei Ministri
Radio Palazzo Chigi riporta rumors insistenti circa le valutazioni che avrebbero spinto Renzi a far slittare il più in là possibile la data della consultazione. Anzitutto, ci sarebbe più tempo per stanare gli indecisi, determinanti in quello che – a stare ai sondaggi – si delinea ormai come un testa a testa. Poi, ci sarebbe il tempo di approvare la legge di stabilità alla Camera e magari anche al Senato, almeno in Commissione Bilancio. Ultimo, ma forse più importante, ci sarebbe la possibilità teorica di sfruttare l’effetto paura che potrebbe arrivare in Italia dall’Austria, dove in quei giorni si rivota per le presidenziali e dove Norbert Hofer, leader dell’ultradestra, è uno dei favoriti. Per non parlare di un eventuale effetto Trump, altro spauracchio da agitare, almeno nell’immaginario della sinistra di governo.
Sarà il 4 dicembre dunque l’Armageddon, l’Apocalisse, la Fine del Mondo come l’abbiamo conosciuto. Dopo l’ambasciatore americano John R. Philips, si sono mosse più o meno tutte le personalità più eminenti dell’Unione Europea a spiegare agli italiani cosa succede se voteranno dalla parte sbagliata. Dio forse non vi vede in cabina elettorale, ma Schauble sì. E così, c’è il rischio adesso che gli italiani non sappiano più a che santo votarsi.
Nel frattempo, il Grande Comunicatore e Rottamatore non tralascia nulla. Mette a punto uno spot a favore del governo e della riforma addirittura sulla Gazzetta Ufficiale, cosa che al suo predecessore Berlusconi (uno che di marketing politico se ne intendeva non poco) non sarebbe neanche venuta in mente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?». Questo sarà il quesito che troveremo nella scheda, giudichi ognuno.
Escamotages a parte, venendo alla sostanza sembrava già fatta per il NO, soprattutto a quello a Renzi più che alla sua riforma. Nelle ultime settimane la partita pare invece riaprirsi. Al punto che il primo governo della Terza Repubblica pensa a torto o a ragione di giocarsela come fosse l’ultimo della Prima. Dopo sei mesi, che diventeranno otto con l’interpretazione disinvolta della stessa Costituzione che si va a riformare, la questione è più o meno a punto e a capo.
Giuseppe Piero Grillo detto Beppe, leader del Movimento Cinque Stelle
Il paese è a punto e a capo. Nei dibattiti, le ragioni del NO si confrontano con quelle del SI con toni e argomentazioni sempre più indegne di una riforma nientemeno che della carta fondamentale, delle regole del gioco. Ma proprio quelle regole sono ciò che interessa meno a tutti. La questione reale sul tavolo investe la sopravvivenza di governi, forze politiche, schieramenti che hanno fatto di questo nuovo assalto al Titolo V e precedenti l’ultima loro frontiera. E, dal loro punto di vista, a ragione.
Quando Renzi disse, o con me o contro di me, fu probabilmente sincero come mai prima e dopo in vita sua. E gli fu risposto, da ambo le parti che si stavano delineando nella casta politica e nel paese, con altrettanta sincerità. Si può discutere all’infinito sulla bontà o meno delle norme introdotte o riformate dal Decreto Boschi, sul Si e sul NO. Il punto non è quello.
Il punto è che forse per la prima volta nel dopoguerra si è rotto quel patto tra gentiluomini che portò alla stipula ed approvazione della Costituzione del 1948. Le forze politiche di allora, comunque la pensassero su tutto il resto, convennero quasi all’unanimità sulla necessità di lasciare in eredità al futuro dell’Italia una Carta che evitasse ad ogni costo il ripetersi di esperienze tragiche da cui esse stesse erano appena uscite. In altre parole, che scongiurasse per il tempo a venire il riformarsi di un esecutivo forte. Come quello magari contro il quale avevano dovuto imbracciare le armi da poco deposte.
Maria Elena Boschi Ministro per le Riforme Costituzionali
Di più. Riuscirono a lasciare in eredità alle generazioni successive prima ancora che le norme fondamentali il sentimento che le aveva ispirate. Un sentimento di attaccamento alle pur bistrattate e mal funzionanti istituzioni repubblicane. Un sentimento che aveva resistito a vari tentativi di manomissione da parte di destra e sinistra parlamentari. Un sentimento che è venuto meno nell’Italia post 2011, quando è stato chiaro che le regole si facevano altrove, e che lo stesso presidente della repubblica non era più il garante di niente, almeno di niente che fosse scritto nella Carta del 1948.
L’apprendista stregone Renzi dunque beneficia di una frattura nel continuum spazio-temporale (come direbbero i grandi autori di fantascienza) della Repubblica, e tenta la sorte già tentata in passato – ma anche nel presente – da altri soggetti, o per meglio dire figuri politici altrettanto equivocamente intenzionati.
Abbiamo già scritto in passato di come l’Italicum di Renzi, il primo passo verso il suo Nuovo Ordine, ricalchi in maniera ancora più sfrontata la Legge Acerbo che favorì la presa del potere di Benito Mussolini. Basterebbe questo a richiamare in vita lo spirito del 1948. A farne soffiare di nuovo il vento forte e possente.
Chi pronuncia NO e SI con voce normale, sommessa, in questi giorni, rischia semplicemente di non essere sentito nel marasma, nell’urlio generale degli opposti squadrismi (per ora soltanto ideologici). Ciò che si sente, ed in modo sempre più sinistramente distinto, è appunto l’urlo di chi vuole prevaricare il sistema, non riformarlo o migliorarlo.
Virginia Raggi Sindaco di Roma
La commedia referendaria va in onda in contemporanea alla tragicommedia del Comune di Roma. L’accertata incapacità del Movimento Cinque Stelle di accreditarsi come forza di governo (non riescono a fare una Giunta al Campidoglio, figuriamoci una compagine che regga Palazzo Chigi meglio dell’Armata Brancaleone del Partito Democratico) aggrava, anziché semplificare, il quadro politico e sociale complessivo. E la figura di Beppe Grillo finisce per destare non meno inquietudini di quella di Matteo Renzi.
Considerata dal punto di vista dei cittadini pressoché inermi in questa contesa, la questione è chiara. E’ il caso di mettere in mano a forze assolutamente inaffidabili come gli attuali due terzi del Parlamento in carica (illegalmente tra l’altro, ricordiamo, come dichiarato dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 1/2014, ben dopo quindi la sua elezione) uno strumento come una Carta Costituzionale riformata nel senso di rendere il Senato un organismo di nomina regia, come nemmeno nello Statuto Albertino o durante il ventennio fascista?
E’ il caso di dare a questa gente addirittura un premio di maggioranza superiore al doppio dei voti eventualmente presi? Che sia Grillo o Renzi, che sia Boschi o Raggi, è il caso?
La cultura democratica e legalitaria è sempre più ai margini della vita sociale (lasciamo perdere politica) di questo paese. Che ha tempo circa sessanta giorni per decidere di che morte deve morire. E se è più giusto avere paura dei cosiddetti mostri che vengono dall’estero, o non piuttosto di quelli che ci siamo allevati in casa.

venerdì 8 aprile 2016

Teppa Rossa

“E’ un gran guazzabuglio medioevale”, avrebbe detto ancora Mago Merlino se invece di entrare nella cucina del castello di Semola fosse entrato uno di questi giorni nel nostro Parlamento. Piatti sporchi, e soprattutto panni sporchi da lavare in quantità. E un groviglio di situazioni ed interessi da mettere a dura prova il più potente dei maghi. Più che interessi in conflitto, interessi in clamorosa composizione. Più che una classe politica, un comitato d’affari.
Dunque, circa un mese fa una mattina ci svegliamo e qualcuno ci ricorda che tra un mese e mezzo circa c’è da andare a votare per un referendum abrogativo, l’ennesimo della nostra storia repubblicana, il primo chiesto non da un comitato o da un movimento di cittadini ma bensì da nove Consigli Regionali contro il Governo nazionale, ovverosia contro una norma inserita da questo nella legge di stabilità 2014.
E’ la norma che dichiara strategica l’attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi sul territorio nazionale. L’approvvigionamento energetico, dice il Governo, è questione di interesse nazionale e pertanto la avoca a sé, escludendo dalle scelte relative e connesse gli Enti Locali, Regioni comprese.
L’iniziativa referendaria, assunta proprio dalle Regioni in virtù del potere loro attribuito dalla Costituzione e che esclude la necessità della raccolta di firme, originariamente nasce presso alcune associazioni ambientaliste. Il referendum del 17 aprile 2016 viene quasi subito denominato pertanto NO TRIV. Si tratta di stabilire se le trivelle del petrolio operanti nel mare territoriale al largo delle nostre coste possono essere prorogate in concessione “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale” (in una parola, anzi due, per sempre) – come stabilisce la norma sopra citata – oppure limitatamente alla scadenza quarantennale posta dalla normativa precedente, emendata appunto nel 2014.
Come sempre quando si tratta di questioni di principio in materia ambientale, si scatena il pandemonio. La questione in Italia è delicata, più che altrove. Dai tempi del referendum sul nucleare. Ci lamentiamo delle bollette energetiche sempre più salate, ma di impianti di approvvigionamento sul nostro territorio non ne vogliamo. Siamo circondati da centrali nucleari, da trivelle petrolifere di altri paesi, ma di nostre non ne vogliamo. Vogliamo andare al mare ed in montagna in ambiente “pulito”, come se aria ed acqua avessero dei confini invalicabili. Siamo pronti alla sollevazione popolare per un black out elettrico (come quello del 2004, favorito dal fatto che dipendiamo dalla Svizzera per almeno ¼ del nostro fabbisogno) o per uno sciopero dei benzinai, ma guai ad aprire nuovi impianti. Siamo anche contrari alle pale eoliche perché “deturpano il paesaggio” (e i tralicci dell’ENEL allora? I nostri nonni vivevano al buio, e il paesaggio non lo vedevano nemmeno).
“Grande è la confusione sotto il cielo”, diceva il Grande Timoniere Mao Tze Tung, aggiungendo: “la situazione è dunque eccellente”. Dal suo punto di vista di sovvertitore del nostro capitalismo. Dal nostro invece, che in questo capitalismo ci dobbiamo bene o male tirare a campare, la confusione genera soltanto confusione. Dai tempi di Enrico Mattei cerchiamo una via autonoma all’approvvigionamento energetico, e sbattiamo contro la dura realtà delle Sette Sorelle. Dai tempi di Chicco Testa cerchiamo una via alternativa al buon senso, quando si tratta di ambiente ed energia.
Insomma, l’italiano medio si stava preparando a fare quello che ha sempre fatto in questi casi, tranne in una sola circostanza: seguire il consiglio di chi lo invitava ad andare a fare scampagnate anziché andare a votare. Cominciò Bettino Craxi, e gli andò bene fino al 91, quando già le prime avvisaglie di quella che sarebbe diventata Mani Pulite spinsero gli elettori a non disertare il referendum sulla preferenza unica di Mario Segni.
25 anni dopo Matteo Renzi tenta la stessa strategia, con una variante. Non c’è il mare ad attendere gli italiani renitenti al voto, perché la consultazione è stata volutamente anticipata. A giugno ci sono le amministrative in mezza Italia, accorpare il referendum avrebbe voluto dire fargli raggiungere probabilmente il “quorum”, e questo Renzi proprio non lo vuole.
Arroganza del potere? Non proprio. Non solo, almeno. C’è in ballo qualcosa di più. Mentre fautori della politica energetica e quelli dell’ambiente si scornano a colpi di post sempre più confusionari (facendo il gioco di un governo che tutti indistintamente dicono di voler avversare), una bella sera arriva un flash di agenzia più esplosivo delle bombe dell’ISIS.
Federica Guidi e Gianluca Gemelli
La Procura di Potenza ha da tempo avviato una indagine a proposito di un grande giacimento di combustibili fossili che si trova in Basilicata. Si chiama Tempa Rossa, è attivo dal 1989 nella Valle del Sauro e pare essere al centro di un altro guazzabuglio. Una parte delle indagini riguarda il regime autorizzatorio dei lavori dell’impianto (non è mai troppo tardi, ma sono i tempi della giustizia italiana), l’altra una presunta gestione illecita dei rifiuti, vale a dire lo sversamento dei residui della lavorazione del petrolio nelle falde acquifere locali.
Nell’ambito di queste indagini, la Procura ha disposto intercettazioni telefoniche erga omnes. Uno dei soggetti intercettati è Gianluca Gemelli, imprenditore coinvolto in entrambi i filoni dell’inchiesta e – guarda un po’ – compagno di vita di Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico. In una delle conversazioni, la ministra riferisce al compagno imprenditore dell’approvazione proprio di quell’emendamento alla legge di stabilità 2014. L’emendamento che porta gli italiani a votare tra due domeniche. Quello che se non abrogato consentirà la proroga sine die delle concessioni petrolifere sul territorio nazionale.
Tra cui Tempa Rossa. Il problema non sono le trivelle in mare aperto, che concorrono al 3% del fabbisogno energetico nazionale (da non disprezzare, comunque, per un paese rimasto fermo in questo campo alle scoperte di Mattei), ma il grande giacimento petrolifero gestito in Lucania per metà dalla francese Total e per metà dall’anglo-olandese Shell. Questo è il nodo nascosto sotto il polverone alzato da un mese a questa parte da chi sostiene il governo e da chi dice di volerlo combattere.
La ministra Guidi si dimette la sera stessa. La sua collega Maria Elena Boschi, malgrado sia indicata dalle stesse intercettazioni come assolutamente “d’accordo” sull’operazione, no. Tantomeno il presidente del consiglio Renzi, che anzi rivendica orgoglioso: “l’emendamento Tempa Rossa l’ho voluto io”.
Insomma, se si va al mare il 17 prossimo venturo (confidando nell’estate anticipata) a chi si fa un piacere? A uno dei governi più chiacchierati dell’intera storia repubblicana, un governo dove gli interessi non sembrano essere più in conflitto come in passato, ma addirittura in commistione come gli ingredienti di un piatto prelibato nelle mani di uno chef di grido? O alla Settima Sorella francese, la stessa che ha ispirato la Primavera Araba ai danni della nostra ENI? La stessa che ha disseminato il nostro territorio di pompe di benzina gestite con criteri di assoluta anti-economicità ma tutt’ora vive e vegete (in apparenza)? La stessa che ha perso la concessione nel Golfo del Messico dopo il disastro ambientale del 2010 e che ha bisogno di contare su nuove importanti concessioni possibilmente di durata storica?
I rapporti tra la politica italiana e il mondo del petrolio sono sempre stati complessi e imperscrutabili. Siamo ancora a cercare di capire che cosa non funzionò sull’aereo di Enrico Mattei, o cosa successe a Pier Paolo Pasolini mentre stava appunto cercando di capirci qualcosa, poco prima di quella notte ad Ostia. Siamo ancora sconcertati da quanto emerse qualche anno fa dagli archivi dei servizi segreti americani, circa la maxi tangente che fu versata al Re d’Italia Vittorio Emanuele III ed al Duce del Fascismo Cavalier Benito Mussolini affinché non sfruttassero il petrolio della Libia (italiana dal 1912) causando di conseguenza un crollo del prezzo del greggio (erano queste, pare, le famose rivelazioni promesse da Giacomo Matteotti quando fu prelevato dagli squadristi di Dumini sul Lungotevere Arnaldo da Brescia il 10 giugno 1924).
Dire di no alle Sette Sorelle è sempre stato complicato per i nostri leader politici. Ma a quanto pare dal 2011 in poi nessuno ha più azzardato neanche un mezzo NI. E dal 2014 in poi pezzi interi di territorio italiano sono andati in svendita come nemmeno le aziende pubbliche privatizzate da Prodi & C.
Ecco perché, ci permettiamo di dire, tra il figlio di Totò Riina e la figlia di Pier Luigi Boschi, ultimi due ospiti della chiacchierata trasmissione di Bruno Vespa Porta a Porta, ci inquieta tutto sommato più la seconda. Questo non è più un mondo di conflitti di interesse. Un gran guazzabuglio medioevale, avrebbe detto Mago Merlino. Lasciamo perdere cosa avrebbe detto Montesquieu.
L’unica cosa certa è che chi va al mare, il nostro consueto mare “fuori porta” rifugio di tante consultazioni referendarie ed elettorali poco sentite, rischia di ritrovarsi nelle acque territoriali di qualche altro paese.
E la bolletta dell’ENEL. La nostra fortuna italica – ormai agli sgoccioli – è cieca. Ma l’Enel, ed Equitalia, ci vedono benissimo.

giovedì 21 gennaio 2016

La repubblica delle fate ignoranti



Debora Serracchiani che pontifica contro assenteisti e fannulloni nella pubblica amministrazione è uno spot per il governo Renzi. L’esecutivo forse che ha fatto registrare in assoluto la maggiore distanza tra promesse fatte, aspettative create e realtà dei fatti dell’intera storia repubblicana.
Da quando è stata eletta (con i voti decisivi di cittadini jugoslavi di lontane origini italiane e forniti di doppio passaporto), la vice-segretaria del Partito Democratico nonché, en passant, governatrice della Regione Friuli – Venezia Giulia ha alimentato nelle terre da lei teoricamente amministrate storielle e battute in egual misura ai malumori. Una di queste la vede esclamare di fronte ad una immagine suggestiva del capoluogo: “Bella città Trieste! Ci sono stata una volta!”. Chiedere a qualsiasi triestino dove finisce la battuta e dove comincia la constatazione amara, in una realtà sociale tra l’altro che proprio negli ultimi anni di governo (si fa per dire) democratico ha visto il crollo a valanga di molti dei connotati migliori che ne facevano una delle zone migliori d’Italia per qualità della vita.
Di tutti i testimonial possibili per questa campagna contro il nuovo “nemico interno”, il governo del Rottamatore ha scelto insomma uno dei più improbabili. Le labbra sottili, mai indice di buona disposizione verso il prossimo ed il mondo circostante, della signora Serracchiani sibilano nel compiacente salotto di Lilli Gruber le parole “licenziamento” e “sanzione”con una voluttà che si richiama ai più bassi istinti di un popolo spinto di nuovo dal peggioramento delle proprie condizioni socio-economiche e del proprio livello di consapevolezza politico-culturale a cercare capri espiatori a buon mercato.
Ha un bel ribattere Maurizio Landini, segretario della FIOM peraltro parte integrante del pur screditato sindacato CGIL – storicamente difensore di cause perse, indifendibili, ma redditizie per gli interessati – che gli strumenti per sanzionare assenteisti e fannulloni c’erano già. E che la pubblica amministrazione ha fermi da almeno sette anni (ma nella realtà dei fatti da diversi di più) i rinnovi dei contratti di lavoro. Quegli atti cioè che dovrebbero contenere sia gli incentivi a chi fa il proprio dovere ed anche qualcosa di più, sia le sanzioni a chi è negligente o addirittura –a vari livelli – truffatore del pubblico interesse. Applicando tra l’altro istituti che esistono almeno dal tempo dell’entrata in vigore del testo Unico degli impiegati civili dello Stato del 1957, rafforzati dalla cosiddetta Riforma Brunetta del 2001.
Nel salotto della Gruber tutti parlano di lavoro. Tutti esclusa gente che abbia esperienza di cosa vuol dire lavorare a stipendio bloccato ed eroso, divorato dal costo della vita in costante impennata (anche e soprattutto per le scelte dello stesso governo di che trattasi). E soprattutto cosa vuol dire lavorare sotto dirigenti messi lì dalla politica e da altre consorterie più o meno innominabili. Da tutto comunque meno che dal merito. Dirigenti che poi dovrebbero attivare quelle sanzioni con competenza ed equità, magari evitando di abusarne ad ogni pié sospinto per consolidare un proprio potere personale che non ha altro fondamento che l’appartenenza. Di partito, di loggia o di quant’altro.
Ma l’Italia del 2016 è distratta, e ha bisogno di trovare capri espiatori. E’ la cosiddetta riforma Madia, quella che dovrebbe stroncare furbetti del cartellino nel tempo record di 48 ore. In un paese in cui la giustizia ordinaria ha dei tempi medi paragonabili a quelli occorsi a Mosé per riportare il Popolo Eletto nella Terra Promessa, la giustizia amministrativa si vuole che abbia i tempi del giudice Jeffreys, il magistrato mandato da re Giacomo II d’Inghilterra nel 1685 a stroncare la rivolta dei settari protestanti contro la sua restaurazione cattolica strisciante. Tra l’arresto e l’impiccagione passavano appunto non più di 48 ore. Dei processi che venivano celebrati in quel lasso di tempo non è rimasta gran memoria nella Common Law britannica. Chissà perché.
Il governo Renzi ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica. Nelle stesse ore l’Europa per bocca del presidente della commissione Junker sbotta senza mezzi termini per il fatto di “non avere un interlocutore in Italia”. Non è Sarri che dà del “frocio” a Mancini, la questione è un po’ più complessa e difficilmente risolvibile con una ritrattazione.
Nelle stesse ore, al Senato si vota il Ddl Boschi-Verdini, quello che riporterà equilibrio nella Forza del partito democratico, avverando la profezia del suo segretario: “sarò l’ultimo presidente del consiglio a chiedere la fiducia a quest’aula”. Mussolini non avrebbe saputo dire di meglio. Di sicuro dopo la vittoria in questa battaglia renziana per l’unicameralismo, Palazzo Madama assomiglierà a quell’aula sorda e grigia che fu per quasi vent’anni la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Il Boschi – Verdini passa per 180 voti contro 112. Adesso tocca alla Camera, poi al popolo sovrano, quello che dal 2011 in poi si evita accuratamente di interpellare, dopo una campagna elettorale che durerà nove mesi e che verrà trasformata in un plebiscito pro o contro Renzi per volontà dello stesso premier.
Del sistema di pesi e contrappesi per la gestione dei poteri costituzionali voluto dai Padri Costituenti non interessa a nessuno. A Terracini e De Nicola succedono appunto due figure inquietanti come Maria Elena Boschi (redattrice) e Denis Verdini (portatore dei voti decisivi), due che diresti che si intendono più di banche e di faccendieri che di costituzionalismo.
Ma tant’è, il convento passa questo. Ettore Scola, di cui si piange in questi giorni la scomparsa, fa dire al protagonista Gianni Perego (interpretato da un monumentale Vittorio Gassman) del più grande dei suoi capolavori, C’eravamo tanto amati, una rivisitazione della storia popolare d’Italia dalla Resistenza ai primi anni settanta: “La nostra generazione ha fatto schifo”.
Caro Ettore, non avevi ancora visto quella successiva. Ti sia lieve la terra.

sabato 19 dicembre 2015

Il Regime

373 Si, 129 No, sfiducia respinta. La Camera dei Deputati salva il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e con lei il governo Renzi. Finito il conto dei voti, può cominciare quello dei danni. Della democrazia in Italia resta ormai un cumulo di macerie, per rimuovere le quali e ricostruire qualcosa che assomigli a rappresentanza e legalità non si sa neppure da che parte cominciare.
Il Partito Democratico e i suoi alleati applaudono l’esito della consultazione richiesta dal Movimento Cinque Stelle, Renzi parla di boomerang clamoroso, la Boschi ha appena finito di rivendicare orgogliosa tutte le proprie appartenenze, familiari, professionali e politiche. Lo fa con il consueto tono ed i consueti argomenti appresi dal proprio mentore nonché Presidente del Consiglio, che ai suoi compagni di strada piace definire determinati e gli oppositori preferiscono invece etichettare come semplicemente arroganti.
E’ il giorno decisivo per la crisi innescata dal Decreto SalvaEtruria & Altri. Il provvedimento con cui il governo del Rottamatore azzera obbligazioni e risparmi dei cittadini per salvare alcuni Istituti di Credito tra i peggio gestiti della storia d’Itala, tra i quali quello di cui il padre dell’attuale Ministra per le Riforme è stato a lungo amministratore, a vario titolo e con vari incarichi. Poiché l’ultimo di questi è stato conferito quando già la figlia sedeva sui banchi del governo, ecco la ragione della crisi rubricata come conflitto di interessi.
Fosse stato in carica il governo Berlusconi tutto sarebbe stato più semplice, avremmo avuto le barricate per le strade e la sinistra (di sinistra e di centro) schierata sopra e sotto il pulpito da cui sarebbero partite le invettive contro la morte della giustizia e della democrazia. Ma siccome è la sinistra stessa in conflitto, nella persona mica da poco di colei che ha in mano nientemeno che la riforma delle istituzioni di questo paese (assieme all’altro frequentatore di banche Denis Verdini), ecco che the world turns upside down, si rovescia completamente.
Il giorno chiave peraltro non è quello di ieri, ma quello del sabato precedente. Lo scenario è quello della Leopolda, tradizionale location ormai delle convention renziane. Giornalisti di fedeltà non comprovata e cittadini che protestano per i propri risparmi sfumati per decreto vengono tenuti accuratamente fuori, non è più tempo di bagni di folla per un premier sempre meno alla mano ma con la mano sempre più nelle tasche degli italiani. Bisogna dunque aspettare il Tg della RAI della sera per assistere all’entrata in scena trionfale della figlia del bancario Boschi. Che rifiuta di fare la moglie di Cesare.
E’ noto che colui che è passato alla storia come un tiranno affossatore della prima delle nostre democrazie, la Repubblica Romana, dette in realtà numerose e preziose lezioni di come dovesse atteggiarsi un uomo politico di vertice nella gestione appunto della Res Publica. Con la moglie accusata di adulterio, Cesare si schierò con lei nel pubblico processo che si tenne (allora usava così, la privacy era un concetto di là da venire) nel Foro Romano, sapendola innocente. Ma subito dopo averla fatta assolvere la ripudiò. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.
Questa lezione è rimasta nel DNA di tutte le democrazie moderne, europee e nordamericane. L’uomo politico di cui si chiacchiera (a torto o a ragione) non è più affidabile e deve dimettersi dalla gestione della Cosa Pubblica. Al posto della Boschi, un ministro inglese, scandinavo, americano, tedesco non sarebbe arrivato in carica alla fine del primo giorno dello scandalo. Lei no. Lei va alla Leopolda a dire, con atteggiamento tra lo spigliato e lo sprezzante, che trova divertenti le illazioni circa il proprio futuro.
Tutto lì. Parte l’applauso della platea PD. Che pur avendo nella sua lunga storia ingoiato ben di peggio (ma spesso con il collo più obtorto di adesso) si produce in una manifestazione di orgoglio partitico da fare invidia ai Donkeys americani o ai labour inglesi. Gente con ben altre tradizioni, soprattutto in termini di cultura di governo. Qui di cultura ce n’è assai poca, a giudicare dalla prosopopea con cui i delegati intervistati rivendicano il diritto della Boschi – e di chiunque altro di loro – a farsi gli affari propri e ad essere lasciata in pace. “Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli”, chiosa addirittura un noto showman televisivo, mentre un vecchio arnese della nomenklatura post-comunista senescente come Bersani va a stringere una improbabile mano alla Ministra appena salvata. Peccato che in democrazia rappresentativa non funzioni così, come Gaio Giulio Cesare spiegò tanto tempo fa e come gli sprovveduti anglosassoni continuano a ritenere e ad applicare dalle loro parti.
“Volete attraverso me colpire il governo? Lasciate perdere. Il governo è attrezzato per respingere gli attacchi”. La ragazzona piacente e un po’ goffa che Matteo Renzi ha voluto come donna immagine del proprio governo (compito facile peraltro, nel panorama delle Bindi e delle Finocchiaro) cerca di fare la dura, senza rendersi conto di rievocare – proprio in quell’aula sorda e grigia – ben altri archetipi rispetto a quelli di cui vorrebbe essere la reincarnazione. Altro che Nilde Iotti o Tina Anselmi, madri costituenti. I toni di questa donna sembrano quelli di Farinacci.
Il suo discorso che passerà alla storia comunque non è questo, rilasciato a Montecitorio prima del voto che decide il suo destino. Ma bensì quello di sabato scorso alla Leopolda, dove dopo aver definito divertenti le ipotesi di chi pensava che lei, almeno lei avesse una coscienza aveva tirato lo schiaffo a Cesare e a tutti i suoi epigoni lanciando il ci rivedremo a Filippi a proposito del voto di sfiducia chiesto dai M5S (gli stessi che hanno poi salvato il PD sul voto dei tre giudici costituzionali, ma questo passa il convento italiano, così come passa la miserrima astensione di Forza Italia sul voto di fiducia): “Si vedrà chi ha la forza in Parlamento”.
Ecco, i nostalgici del sogno di una democrazia anglosassone (ma siamo sempre meno, categoria vintage) sono serviti. E gli storici possono scrivere fin d’ora che il governo Renzi si è trasformato in regime nella data convenzionale del 12 dicembre 2015. Il Fascismo nacque in Piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919 e andò al governo il 28 ottobre 1922 con la Marcia su Roma e l’incarico a Mussolini da parte del re Vittorio Emanuele III. Ma tutti sono d’accordo che il regime mussoliniano vero e proprio prese il via con il discorso del 3 gennaio 1925, con cui il futuro Duce chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e all’Aventino e aprì la stagione delle leggi fascistissime.
“Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (…) Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Da lì in poi, dello stato liberale antecedente rimase poco o nulla.
Allo stesso modo, se si deve trovare una data a cui far risalire la degenerazione della Prima Repubblica nel regime illiberale che portò a Tangentopoli e a tutte le sue conseguenze di lungo corso, si deve far capo al discorso tenuto dal Presidente del Consiglio Aldo Moro in parlamento il 9 marzo 1977 a chiusura dello scandalo Lockheed, il primo di una certa entità a scuotere la fiducia degli italiani nella loro classe politica.
“Non ci devono essere vittime sacrificali, non si devono fare sacrifici umani... La Dc fa quadrato attorno ai suoi uomini... Non ci processerete sulle piazze, non ci lasceremo processare”. Ecco, per altri quindici anni almeno nessuno riuscì a processare la DC, né nelle piazze né tantomeno in tribunale. Per Moro il discorso fu diverso, circa un anno dopo si aprì per lui il tribunale del popolo ordito dalle Brigate Rosse, ma questa è un’altra storia. Il sistema politico noto come Prima Repubblica si ricompattò alla grande attorno ai suoi partiti ed ai suoi leader, anche grazie alla cooptazione del Partito Comunista che in quei giorni decise di rinunciare a fare l‘unica cosa che sapeva fare: l’opposizione.
Giorgio Napolitano era uno degli uomini che portarono il P.C.I. nell’area di governo e poi di Mani Pulite. La lezione deve essergli servita quando ha deciso di intervenire da Presidente della Repubblica a trasformare profondamente il quadro politico esautorando il governo eletto dal popolo. Poi a dare incarico all’Uomo della Leopolda, esautorando il voto appena espresso dal popolo. Sapeva quello che faceva.
Era giusto che il cerchio si chiudesse alla Leopolda. E che lo chiudesse proprio la donna che ha definitivamente seppellito la moglie di Cesare.