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venerdì 2 settembre 2016

Goodbye England's Rose



Nel suo destino c’era la Corona d’Inghilterra. Poi le cose andarono diversamente. E rimase solo una Rosa. Ma per sempre.
Diana Frances Spencer era la quarta figlia di John e Frances Ruth Burke-Roche, Visconti di Althorp ed eredi designati al titolo di Conti di Spencer. La più antica e prestigiosa famiglia nobile del Regno Unito dopo quella reale, gli Windsor.
Degli Windsor, gli Spencer erano affittuari a Sandringham, la residenza più amata dalla regina Elisabetta II tra tutte quelle di proprietà della Corona. A Sandringham, Elisabetta aveva sepolto l’amato padre re Giorgio VI nel 1952, e lì trascorreva di preferenza le sue vacanze. A Park House, un annexe di Sandringham, nacque Diana il 1° luglio del 1961.
Il nome, pronunciato Da’hana all’inglese, le fu messo solo dopo una settimana dalla nascita. I suoi genitori avrebbero voluto un figlio maschio, dopo le due sorelle maggiori Sarah e Jane ed il fratellino John jr., morto a sole dieci ore dalla nascita. Si risolsero a impartire invece alla loro terza figlia femmina il nome dell’antenata duchessa di Bedford, nipote di John Churchill primo Duca di Marlborough, l’eroe delle guerre contro il Re Sole, antenato di Winston.
Park House, Sandringham, young Diana
Nel blasone di questa ragazza, che un giorno il mondo avrebbe conosciuto con il nome semplice ma potentemente evocativo di Lady D, era iscritta la storia d’Inghilterra. Da Sandringham, dove un giorno la loro figlia sarebbe tornata per accogliere la proposta di matrimonio dell’erede al trono Charles Principe di Galles, i Visconti di Althorp vennero via presto. Il loro matrimonio non resse alle tensioni create dal desiderio spasmodico di un erede maschio (per ironia della sorte soddisfatto dalla nascita del quinto figlio, Charles, quando ormai per la serenità della famiglia Spencer era troppo tardi).
Diana seguì la madre divorziata a Londra, poi fu affidata al padre. La timida e malinconica ragazza che sognava un futuro nel mondo della musica e della danza seguì la sorte di molti figli divorziati, contesa fra affetto materno e paterno che non potevano bastare a sostituire il calore di una famiglia unita e felice. Non a caso, un giorno Diana diventata madre a sua volta avrebbe assolto ai suoi compiti genitoriali con una dedizione sorprendente, malgrado tutti gli altri aspetti della sfera affettiva le stessero venendo nuovamente meno.
Alla fine degli anni Settanta, la ragazza Spencer, erede di un titolo nobiliare tra i più prestigiosi del Regno, aveva tuttavia maturato un proprio carattere (grazie al quale un giorno sarebbe divenuta una figura leggendaria nella storia non solo del proprio paese) e trovato la propria strada. Alla maggiore età si trasferì nella casa di Earl’s Court lasciatale dalla madre, che avrebbe lasciato solo per trasferirsi a Buckingham Palace. Nello stesso periodo, lei che era l’ultima persona al mondo ad aver bisogno di lavorare, aveva cominciato a farlo come bambinaia presso l’asilo nido Young England di Knightsbridge. I bambini sarebbero rimasti l’altra grande passione della sua vita.
La bambinaia che sposò il principe ereditario d'Inghilterra
Charles Principe di Galles la conobbe durante una battuta di caccia a Sandringham. Diana aveva seguito la sorella maggiore Sarah, accreditata all’epoca di una liaison con il Principe. Nella residenza dove era nata, ebbe modo di colpire l’erede al trono con la bontà dei sentimenti che trasparivano dalla sua timidezza.
Charles era in un momento di grande sofferenza. L’anno prima, un attentato dell’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese che voleva l’indipendenza dell’Ulster da Londra, gli aveva portato via la figura di riferimento familiare a cui teneva di più. Lord Louis Mountbatten di Burma, l’artefice dell’indipendenza indiana del 1948 e di molte altre cose, era saltato in aria con il suo yacht proprio quando il nipote aveva più bisogno di lui, sottoposto come si sentiva alle pressioni di una intera nazione che voleva vederlo accasato e pronto a sfornare un erede che allungasse la dinastia Windsor.
Come nella favola di Cenerentola, tutte le ragazze nobili del Regno si facevano avanti da tempo, sperando che la scelta del principe, e di Buckingham Palace, cadesse su di loro. Charles, invece, rimase toccato dal conforto che Diana seppe dargli con i suoi modi semplici e la sua timidezza, e quando nel febbraio del 1981 la chiese in moglie, lei accettò subito. Cenerentola aveva ritrovato la sua scarpa di vetro.
Il 29 luglio 1981 il Corteo Reale attraversò Londra diretto a Saint Paul, la cattedrale che Christopher Wren aveva costruito come gemella di San Pietro a Roma nella capitale inglese. Dai tempi del suo fondatore, Edoardo il Confessore, poco prima della Conquista Normanna, la storia inglese veniva benedetta da Dio nell’Abbazia di Westminster. Lì venivano battezzati, sposati e tumulati sovrani, uomini di governo e personalità che – come si dice – avevano illustrato la patria britannica.
Saint Paul, 29 luglio 1981
L’importanza mediatica delle nozze reali aveva però assunto una tale rilevanza che fu preferita Saint Paul perché aveva più posti a sedere. Furono in molti a restare fuori dalla chiesa, quel giorno. Praticamente 600.000 persone nella sola Londra, ed altri 750 milioni che seguirono l’evento in mondovisione. L’ultima favola dei tempi andati, o la prima dei tempi moderni, andò in scena in un modo che sembrava presagire il classico finale da vissero felici e contenti – appunto - delle favole.
La favola del Principe e della Bambinaia invece non sopravvisse al viaggio di nozze. Quando Lady D, che fin dalle sue prime uscite pubbliche aveva subito conquistato in maniera irresistibile non solo la nazione ma anche l’opinione pubblica internazionale, cadde dallo scalone della sua residenza di Kensington House a Londra nel gennaio 1982, al terzo mese di gravidanza del principino William, tutti trattennero il fiato pensando ad un malaugurato incidente. Nel libro che il giornalista Andrew Morton avrebbe scritto per raccogliere le memorie della principessa triste, lei raccontò esplicitamente che si trattò in realtà del suo primo tentativo di richiamare l’attenzione di un marito che dedicava più tempo alla caccia, al Polo ed agli altri passatempi tipici dell’aristocrazia inglese piuttosto che alla moglie. E che aveva ripreso la ben nota e lunga relazione clandestina con Camilla Parker Bowles.
Quando nacque il secondo figlio Harry, nel 1984, Diana era già alle prese con un matrimonio finito, e l’Inghilterra con un bel problema, come non ne viveva dai tempi di Edoardo VIII e Wallys Simpson. Malgrado il protocollo di Corte cercasse di accreditare in giro per il mondo la favola della coppia felice, Diana e Charles non lo erano più. Lei moltiplicava le manifestazioni di disagio in numero quasi pari alle sue uscite pubbliche per beneficienza. E alla fine, non poté non ricordare la profezia della sua forse unica amica e madrina.
Durante un ricevimento a Londra ai tempi del fidanzamento, una Lady D che aveva dato prova di anticonformismo indossando un abito giudicato troppo audace fu quasi messa all’indice della serata dall’ancora bigotto establishment britannico. Sull’orlo delle lacrime, la futura Lady D fu salvata dal provvidenziale intervento di una delle invitate eccellenti della serata. Una che c’era passata prima di lei. Che l’aveva presa a cuore, vedendola smarrita com’era stata lei quasi trent’anni prima. Grace di Monaco se la portò alla toilette e la tranquillizzò, spiegandole come avrebbe potuto farcela a sopravvivere. “Perché, mia cara”, le disse, “abituati, sarà sempre peggio”.
Lo fu. Grace non visse abbastanza per vedere la sua protetta tirare fuori le unghie e combattere contro un jet set che voleva beatificarla o stritolarla, era  indifferente. Lo star system ha bisogno di icone, non di sentimenti, e il mondo fatato delle teste coronate non faceva e non fa eccezione. Poco più di un anno dopo era sottoterra, uscita di strada sui tornanti che portano a quella Monaco di cui era principessa. C’è chi dice che anche lei fu stroncata dalle troppe pressioni, che fu un ictus a portarla fuori strada, giù per la scogliera. Sull’asfalto non c’erano tracce di frenata. A rappresentare gli Windsor ai suoi funerali fu mandata lei, la giovane Lady Diana, che aveva appena partorito l’erede reale e che probabilmente viveva una sua crisi post partum tutta particolare.
Con gli anni, la principessa triste finì per sdoppiarsi. Simbolo di un carisma giovanile e femminile che cambiava il mondo insieme a lei (erano gli stessi anni in cui John McEnroe cambiava per sempre il tempio ingessato di Wimbledon), amata dal popolo di tutto il mondo, adorata da stilisti, artisti e figure carismatiche di quella parte di mondo dei sofferenti che lei aveva preso a cuore, sinceramente), finì per essere sempre più ai margini di quell’altro mondo, quello dorato, da cui proveniva.
Quando finalmente arrivò al divorzio, nel 1992, la stampa di tutto il mondo decretò quello come l’annus horribilis della monarchia britannica. I tempi del carisma della giovane regina Elisabetta II erano lontani, per non parlare di quelli di suo padre, re Giorgio che con il suo celebre e faticosissimo discorso aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale. Adesso, di fronte a una nuora che non aveva paura di raccontare tutto e dire le cose come stavano, a proposito dei tradimenti propri e del marito resi inevitabili dal matrimonio più glamour ed insieme più sbagliato del ventesimo secolo, la sovrana sembrava una povera donna invecchiata, incapace di comprendere che la sua famiglia stava perdendo la sua componente migliore, quella che manteneva l’unico legame efficace della monarchia con il suo popolo.
Diana trascorse gli ultimi anni della sua vita incontrando figure che come lei trascinavano l’opinione pubblica verso la speranza di un mondo migliore. E nuovi fidanzati, che le potessero offrire quella felicità e quei sentimenti appaganti che la ragazza divenuta principessa cercava da quando era una ragazzina sballottata tra genitori divorziati, tra Earl’s Court e Park House.
Dodi Al Fayed, il figlio di Mohamed il proprietario egiziano del celeberrimo store di Harrod’s, fu l’ultimo di una serie in cui forse non fu nemmeno il più promettente. Con lui, la notte del 31 agosto 1997, salì a bordo della Mercedes S280 che sarebbe diventata la sua tomba. E a quel punto la storia diventò leggenda, oltre che tragedia. Poco dopo mezzanotte, la vettura finì la sua corsa contro il pilastro numero tredici del tunnel del Pont de l’Alma, sul Lungosenna di Parigi. Dodi Al Fayed e l’autista Henri Paul morirono sul colpo, il bodyguard Trevor Reese-Jones restò gravemente ferito. Lei morì due ore dopo all’ospedale Pitié-Salpetriere.
Si parlò di complotti, di servizi segreti, di una donna fuori controllo e pericolosa per la monarchia più potente del mondo, di un legame inaccettabile per una delle maggiori potenze occidentali, di un autista stranamente e incredibilmente ubriaco. Si parlò e se ne parla ancora, e quello che è certo è che non sapremo mai la verità.
La bella favola, ammesso che lo fosse stata, era finita. La leggenda, indiscutibile, era appena cominciata. Al funerale, la Rosa d’Inghilterra ripercorse per l’ultima volta il tragitto che la sua carrozza aveva fatto sedici anni prima, diretta al luogo della benedizione della sua presunta felicità terrena. A Buckingham Palace, per una volta in mezzo alla gente, la regina attendeva il feretro. Incapace di provare affetto per questa nuora anticonformista in vita, chinò il capo in segno di rispetto quando le sue spoglie mortali le passarono davanti per l’ultima volta. Dai tempi di Elisabetta I, i sovrani e le sovrane inglesi non avevano più chinato il capo di fronte a nessuno. Elisabetta la seconda del suo nome lo fece, in omaggio a Diana, e soprattutto ai migliori sogni dell’Inghilterra e del mondo intero che la seguivano nella tomba.
Diana è sepolta ad Althorp Castle, su un isolotto in mezzo ad un laghetto  chiamato Round Oval. Tra le sue mani, nel sepolcro, giace per l’eternità un rosario che le era stato donato da Madre Teresa di Calcutta, andata a ricongiungersi con lei pochi giorni dopo la sua morte.
Al suo funerale, questa volta celebrato a Westminster Abbey come si conveniva ad una vera regina inglese, il suo amico Elton John cantò una versione riveduta e corretta di quella struggente canzone – poesia che aveva composto anni prima in onore dell’unica altra donna che nel corso del secolo era riuscita al pari di Diana a diventare l’incarnazione del femminino nella sua accezione migliore: Marylin Monroe.
Dal 2010, l’anello di Garrard in oro bianco con 14 diamanti elegantemente disposti attorno ad uno zaffiro di 12 carati che Charles le aveva regalato per il fidanzamento è al dito di Catherine Middleton, detta Kate, fidanzata del figlio di Diana, un giorno erede di quel trono d’Inghilterra a cui lei non era e non volle essere destinata.
Quando William e Kate si sposarono a Westminster il 29 aprile 2011, sembrò che il tempo fosse tornato indietro di trent’anni. Sempre ad un giorno 29, di un luglio ormai lontano e forse dimenticato. Come allora, c’era tanta gente per le strade e alla televisione, e forse anche di più.
A ben vedere, c’era anche lei, Diana. A guardare in volto suo figlio William, che un giorno sarà re, sembra di rivedere lei, la principessa triste, la Rosa d’Inghilterra. Come due gocce d’acqua. E il cuore non manca mai di stringersi, ogni volta.


martedì 21 giugno 2016

Cahiers de Paris: l'età delle rivoluzioni, Galles, Brexit, Five Stars, God save the Queen


Gareth Bale

The world turned upside down, cantavano i patrioti di George Washington alle Giubbe Rosse di Cornwallis a Yorktown mentre sfilavano per reimbarcarsi dopo la sconfitta decisiva nella Rivoluzione Americana. Il mondo è sottosopra. Da ieri sera il Principe di Galles non è più Charles Windsor, primogenito dell’attuale sovrana del Regno Unito Elisabetta II. Gareth Bale si prende quel titolo guidando il Galles ad una clamorosa vittoria sulla Russia per 3-0, che vale anche – per il più piccolo e negletto degli stati membri del Kingdom soggetto alla corona di Elisabetta – la qualificazione agli ottavi come prima del girone, davanti agli assai più blasonati e quotati cugini inglesi, fermati sullo 0-0 dalla Slovacchia.
Per il Galles, è una consacrazione attesa più di sessant’anni. L’unico precedente del paese tra le cui montagne impervie i Celti si rifugiarono per sopravvivere all’invasione dei Sassoni dopo la caduta dell’Impero Romano, data infatti al 1958, mondiali di Svezia. Quarti di finale, eliminati dal Brasile del giovanissimo Pelé che avrebbe vinto il titolo.
Stavolta la stella, la perla bianca, sembrano avercela proprio loro, i gallesi. Bale è il cannoniere dell’Europeo con ben tre reti in tre partite. Una media da Miro Klose. Adesso il fuoriclasse del Real aspetta insieme ai suoi compagni la seconda classificata del girone F. Male che vada, il Portogallo del suo compagno di club Cristiano Ronaldo che sembra avere tanta voglia di abdicare al suo Pallone d’Oro. Per i cugini anglosassoni, invece, si profila un durissimo scontro con la prima del girone D, Germania o Polonia. L’ennesima verifica del teorema di Gary Lineker (il calcio è un gioco che si pratica in undici contro undici, ed alla fine vince la Germania) oppure una rivincita della cocente eliminazione dai mondiali del 1974, con la super Polonia di Tomaszewski, Deyna, Lato capace di violare Wembley.
Elisabetta II
E insomma, per vedere bel calcio e grandi figure di calciatori bisogna comunque traversare la Manica, nelle terre soggette alla corona di una Regina che ha appena festeggiato i novant’anni, sessantaquattro dei quali trascorsi a Buckingham Palace come occupante titolare. La figlia del re Giorgio VI, che fece uno dei discorsi più celebri e drammatici della storia non solo del suo paese, è ancora lì. Suo figlio rischia di non vedere mai il trono, o di vederlo per poco, come quello della regina Vittoria, Edoardo VII che ai principi del Novecento sopravvisse di pochissimo alla longeva madre. Il Galles, intanto, appartiene a Bale, e i suoi scudieri sono Taylor e Ramsey, che confezionano il 3-0 ad una Russia che forse ha licenziato Capello troppo presto. E che torna mestamente a casa.
A proposito di Ramsey, e di mondi che si capovolgono, l’impresa del Galles e la qualificazione inglese riportano un po’ di sereno nel Regno Unito il cui cielo è stato oscurato dall’omicidio Cox, in attesa delle tempeste promesse dall’Unione Europea se giovedi prossimo la Brexit verrà votata a maggioranza dai sudditi di Elisabetta. Ed avviene in concomitanza di un altro tsunami, quello realizzato in Italia dal Movimento 5 Stelle. La banda di ragazzacci orchestrata dallo scomparso Gianroberto Casaleggio e da Beppe Grillo sta lasciando il posto ad un partito di giovani aspiranti a governare. Da Virginia Raggi sindaco di Roma a Luigi Di Maio presidente del consiglio, il percorso è tracciato, e sembrava impossibile fino a soltanto due giorni fa.
Giorgio V (a destra) con lo Zar Nicola II
E’ un momento critico già verificatosi nella storia d’Europa. Dicevamo di Ramsey. Questo era il nome di battesimo di quel McDonald che nel gennaio del 1924 ricevette dal nonno di Elisabetta, Giorgio V (il primo a chiamarsi Windsor della casata) l’incarico a formare il primo governo laburista della storia. Era un momento storico se si vuole ancora più delicato del presente. L’Inghilterra era una delle potenze che avevano vinto la Prima Guerra Mondiale, ma il leader della vittoria, il gallese David Lloyd George, l’ultimo liberal britannico, era stato rovesciato dall’avvento del Labour Party e dalla reazione conservatrice, che aveva posto fine alla coalizione di guerra.
Non c’erano in ballo questioni da poco. La Rivoluzione Russa aveva visto affermarsi il socialismo nella versione bolscevica, comunista, e dal 1919 la Terza Internazionale con sede a Mosca propagandava e sosteneva rivoluzioni analoghe in tutto il mondo. Il Labour e le Trade Unions, inizialmente di ispirazione marxista (Marx era morto a Londra in esilio ed è sepolto tutt’ora nel cimitero di Highgate), avevano fatto espressa rinuncia ai principi rivoluzionari, ma l’establishment britannico si fidava ben poco delle sue proposizioni. I conservatori, che vedevano di buon occhio l’affermarsi nel resto d’Europa di regimi totalitari o quantomeno di destra estrema come baluardo al comunismo, avrebbero favorito anche nel loro paese un certo giro di vite per tenere lontane le sinistre dal potere.
Nel 1924 il Labour vinse per la prima volta le elezioni con il 30%, e grazie al sistema maggioritario ebbe la maggioranza per governare. L’ala destra del Parlamento di Westminster, i conservatori sconfitti, esercitarono pressioni sul filo-destrorso Re Giorgio V affinché sciogliesse di nuovo la Camera dei Comuni e rimandasse il paese a votare per la terza volta in un anno. Il re decise di entrare nella grande storia del suo paese riaffermando il principio intangibile della costituzione non scritta della Gran Bretagna con una risposta diventata celebre: hanno avuto la maggioranza popolare, tocca a loro governare, che ne abbiano l’opportunità.
Non abbiamo più la monarchia dal 1946, e non abbiamo più avuto un monarca illuminato come Giorgio Windsor il quinto del suo nome dai tempi forse di Vittorio Emanuele II il re dell’Unità d’Italia. Da dopo il 2011 non possiamo dire di avere più neanche un Presidente della Repubblica garante della Costituzione del 1946, calpestata e negletta quanto nemmeno gli analisti di J.P.Morgan avrebbero osato auspicare.
Ci piace pensare che quando verrà il momento, se verrà, il Giorgio che siederà allora sul trono del Quirinale si comporterà con Luigi Di Maio o chi per lui come quello di Buckingham Palace si comportò con Ramsey McDonald.
Ha avuto la maggioranza popolare, tocca a lui governare, che ne abbia l’opportunità. Senza se e senza ma. E senza Europa che ci chiede chissà cos’altro.

domenica 13 settembre 2015

Il Royal Baby e la favola della monarchia inglese

23 luglio 2013

It’s Prince William. Con questo titolo il Times di Londra salutava 31 anni fa la nascita del Royal Baby di allora, il figlio dei Principi di Galles Charles Windsor e Diana Spencer. Immagini sfocate di un’altra epoca, una vita fa. Quella di Lady Diana senz’altro. Oggi sarebbe diventata nonna, ma gli dei amano certi personaggi più di altri e li reclamano a sé avanti tempo.
La Principessa di Galles più amata dagli inglesi, la Lady britannica più amata e ammirata dal resto del mondo, la Candela nel Vento di Elton John non è qui oggi a congratularsi con la nuora Kate Middleton divenuta duchessa di Cambridge per effetto delle nozze con quel bambino che lei mise al mondo il 21 giugno 1982, quel principino William di cui i genitori conoscevano in anticipo il sesso e avevano già deciso il nome. Un bel nome british, appartenuto al Conquistatore di Hastings e al Principe di Orange chiamato dall’Olanda all’epoca della Gloriosa Rivoluzione per scacciare i "papisti" Stuart. Un nome nella tradizione Windsor, la famiglia reale inglese. Quando toccherà a lui regnare, sarà il quinto di quel nome, il quarto fu il padre della Regina Vittoria, la sovrana che regnò nell’800 per 64 anni, un record che la nonna di William, Her Majesty Queen Elizabeth II sta inseguendo con prospettive di batterlo.
Per loro figlio, Kate e William hanno voluto mantenere la suspence fino all’ultimo, rifiutando di conoscere il sesso del nascituro e di conseguenza assegnandogli un nome già all’istante della nascita. Il sesso del Royal Baby è stato comunicato alla Nazione, al Commonwealth ed al mondo intero allorché dopo le 16,24 (ora della nascita del bimbo asl St. Mary’s Hospital di Londra, lo stesso dove nacque il padre) al portone di Buckingham Palace è stato affisso un fiocco azzurro, mentre l’Araldo Reale in costume settecentesco dava lettura del relativo proclama a quanti avevano atteso, stavolta come 31 anni fa e come sempre da quando la Monarchia regna in Albione, nella grande piazza di fronte al Palazzo, sotto il Monumento alla Regina Vittoria.
Il piccolo principe è il terzo nella linea di successione a Elisabetta, dopo il nonno superstite Charles (che chissà quante altre cose farà tempo a diventare, prima che Re) ed il padre William, mentre il fratello di costui, Harry, il secondo figlio di Lady Di, passa in quarta posizione. La successione al trono degli Windsor è assicurata, e grazie anche alle nozze mediatiche dei duchi di Cambridge William e Kate ed alla loro attesa dell’erede vissuta altrettanto mediaticamente la riconciliazione dell’Inghilterra con la propria Monarchia può dirsi un fatto compiuto. L’istituzione più vecchia del paese più vecchio del mondo è destinata a durare ancora per almeno un altro paio di generazioni. William e Kate, e da adesso in poi anche il loro erede, promettono di compiere l’impresa che non riuscì a Charles e Diana, anche se la giovane principessa morta a Parigi nel Tunnel dell’Alma per cause che non sapremo mai fece moltissimo per accreditare una immagine del mondo dorato dei Reali inglesi compatibile con il 20° e 21° secolo.
Immagini di teste coronate, di rituali che si ripetono nel tempo, come se si fosse fermato per sempre. La Union Jack che torna a sventolare come ai tempi dell’Impero, le salve di cannone sparate 103 volte da Green Park e dalla Torre di Londra. Si ha un bel dire, ma questo film visto e rivisto con protagonisti in costume come in un romanzo di Sir Walter Scott potrà ripetersi all’infinito senza mancare mai di affascinare una quantità di persone incredibile in tutto il mondo. Su tutti i mezzi di informazione, la nascita del Royal Baby ha surclassato perfino il primo storico viaggio di Papa Francesco, per di più nel suo continente d’origine, l’America Latina.
E la gente comune, malgrado numerose esternazioni sui social network improntate ad un fastidio di maniera, mostra di subire il fascino di tutto quanto è legato alla Monarchia per antonomasia, quella britannica, in un modo imprevedibile per gli anni 2000. A meno di non considerare che, a dispetto del tempo passato, siamo rimasti gli stessi, e le belle storie di principi e principesse, a lieto fine o meno, ci prendono come poco altro. Anche gli stessi americani, che contro questa Monarchia trovarono il loro fondamento come nazione rendendosene indipendenti dopo cinque anni di guerra civile sanguinosa, hanno seguito l’evento come e più che se si fosse trattato di qualcosa legato alla famiglia del loro Presidente. Potenza delle favole, in un mondo attanagliato dalla crisi. O più semplicemente, potenza della natura dell’animo umano.
Sia come sia, Sua Maestà la Regina Elisabetta può rilassarsi, e partire per le sospirate vacanze al castello reale di Balmoral. L’erede è nato, Dio salvi la Regina. There’ll always be an England.

mercoledì 9 settembre 2015

Dio salvi la Regina dei record



« Io dichiaro davanti a voi tutti che la mia intera vita, sia essa lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo. »
Il 2 giugno 1953 Elizabeth Alexandra Mary, da quel momento in poi semplicemente Elizabeth, la seconda del suo nome dopo la Grande Regina che aveva salvato il suo paese dall’Invencible Armada, così si rivolgeva ai suoi innumerevoli sudditi sparsi per tutto il globo mentre l’Arcivescovo di Canterbury le posava sul capo regale la corona imperiale che apparteneva alla sua famiglia da generazioni, nell’antica, tradizionale e quanto mai suggestiva cornice dell’Abbazia di Westminster, sede istituzionale di qualsiasi atto pubblico riguardante i sovrani inglesi dai tempi di Edoardo il Confessore, il penultimo re sassone prima della Conquista Normanna, che l’aveva edificata poco dopo l’anno Mille.
Elizabeth era appena ventisettenne quando pronunciò quelle semplici ma paradigmatiche parole, ed era di fatto la sovrana del Regno Unito da quasi un anno e mezzo, dal giorno in cui suo padre aveva chiuso gli occhi per l'ultima volta nella tenuta reale di Sandrigham, il 6 febbraio 1952. Era la giovane e già stimata figlia di Giorgio VI, il re che aveva guidato la sua nazione nella guerra contro la Germania Nazista a partire da quel celebre discorso in cui aveva avuto ragione – con britannica determinazione – della celebre balbuzie che l’aveva afflitto da sempre, e nipote di quel Giorgio V che aveva guidato la stessa nazione nella Grande Guerra mutando il nome di famiglia dal tedesco originario (e poco popolare) Hannover nell’assai più inglese Windsor (dal nome della principale delle proprietà della Corona, l’omonimo castello),
Alle sue spalle aveva già un’adolescenza trascorsa in un paese in guerra (per lungo tempo da solo contro l’Asse) nel quale la Royal Family aveva saputo dare esempio di sobrietà, determinazione e coraggio alla guida di un popolo che vedeva vacillare il suo destino imperiale e la sua stessa sopravvivenza. Elizabeth Windsor era nata in un quartiere di Londra, a Mayfair, n. 17 di Bruton Street, come una inglese qualsiasi, o quasi. A quell’epoca a Buckingham Palace sul trono sedeva il nonno Giorgio V, mentre primo in linea di successione, il cosiddetto Principe di Galles, era quell’Edoardo VIII che avrebbe fatto il famoso gran rifiuto per poter sposare la sua amata Wallis Simpson, l’ereditiera americana divorziata mal vista dalla Chiesa Anglicana e dall’establishment.
Elizabeth ereditò il nome dalla madre, la Duchessa di York, ed una sobria e tranquilla determinazione ad assolvere alla sua funzione di rappresentanza del popolo che da sempre fa dell’imperturbabilità e dell’understatement i suoi caratteri distintivi. Quando salì al trono, la corona britannica aveva perso già il suo gioiello più prezioso, l’India liberata dalla rivoluzione non violenta di Gandhi, e stava favorendo la trasformazione delle sue Colonie in membri del Commonwealth, la Casa Comune di cui la Regina è tutt’ora a capo, e che comprende nazioni diventate ormai soggetti assolutamente paritari alla Madrepatria Gran Bretagna come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda. Gli altri stati “sudditi” di cui porta ancora il titolo puramente rappresentativo di Regina sono Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Grenada, Giamaica, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone, Santa Lucia e Tuvalu.
Era molto più pesante la corona che il 28 giugno 1838 era stata poggiata sul capo della sua antenata Alexandrina Victoria di Hannover, la Regina Vittoria la Grande, a soli diciotto anni. Non soltanto per l’India di cui Vittoria era designata come Imperatrice, ma perché il suo paese era all’epoca la più grande superpotenza mondiale, a capo di un impero che si estendeva su tutti e cinque i continenti e su cui veramente non tramontava mai il sole.
Di quell’impero, dopo il ridimensionamento operato dalle Guerre Mondiali e dalla fine del Colonialismo, ad Elisabetta II rimaneva molto poco allorché si accingeva a ripercorrere le orme della grande antenata. Ma dal 9 settembre 2015 la Seconda Elisabetta ha finalmente eclissato il nome della Grande Vittoria, battendone il record di longevità e diventando la sovrana che ha regnato più a lungo sull’Inghilterra, sulla Gran Bretagna e sul Commonwealth da quando la Monarchia anglosassone è stata istituita. 63 anni, 7 mesi e 2 giorni (pari a 23.226 giorni) era la durata del regno di Vittoria, che morì nel 1901 lasciando il trono ad un figlio ormai sessantenne, Edoardo VII, destinato a sopravviverle soltanto per nove anni.
Stesso destino pare accomunare l’erede designato di Elisabetta, quando la lunga vita concessale da Dio e cantata nell’Inno Nazionale dai suoi sudditi avrà termine. Charles il Principe di Galles si avvia a festeggiare i settant'anni. Del resto la madre è più anziana della trisavola, 92 anni contro gli 82 entro i quali la Regina Imperatrice dell’India concluse la sua esistenza terrena.
God save the Queen, canteranno più che mai adesso i sudditi rivolti a questa graziosa sovrana che ha fatto del motto non dire e non fare nulla il suo stile di vita a rappresentare una nazione imperturbabile ma orgogliosa, che una volta conferiva onorificenze agli eroi di una Marina, di una Aviazione e di un Esercito che ne avevano fatto un’isola imprendibile al centro del mondo. Poi ai fuoriclasse di uno sport nato – o rinato – nei suoi college, il football, o a quelli della nuova musica che dal rock della beat generation in poi ha fatto dell’Inghilterra l’unico paese capace di competere in questo campo con gli U.S.A. E che adesso affida quasi interamente alla City di Londra le sue velleità di essere ancora il centro del mondo, almeno economicamente. Hong Kong non c’è più, tornata alla Cina per scadenza dell’affitto, i Beatles neanche, ma lo Stock Exchange resiste, nei secoli dei secoli.
God save the Queen, cantano i sudditi ad una sovrana che non volle festeggiamenti per questo suo record non solo nazionale ma addirittura mondiale (l’Imperatore del Giappone Hirohito si era fermato a 63 anni e pochi giorni). Sudditi che si chiedono se il vecchio Charles (che paradossalmente appare più ingrigito della sua novantenne Regale Madre) sia il candidato ideale a succederle, e puntano ormai gli occhi su William, il figlio suo e della mai abbastanza compianta Lady Diana.
Ma in casa Windsor, come in ogni altra casa regnante, si regna uno per volta. Honi soit qui mal y pense, recita il motto del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera, il più antico ordine cavalleresco europeo di cui il sovrano d’Inghilterra è per tradizione anche il capo. Sia vituperato chi ne pensa male.
Come la Prima del suo nome, Elisabetta d’Inghilterra ha conquistato la storia, e adesso va per la leggenda.