Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

mercoledì 2 marzo 2016

Come Natura crea, Alfano conserva



«Abbiamo evitato l’approvazione di una legge contro natura». Così Angelino Alfano subito dopo il voto del Senato alla legge sulle unioni civili che era entrata in aula come proposta Cirinnà e che alla fine ne esce senza che nessuno sappia più come chiamarla, a prescindere da come la pensi.
Sempre a prescindere, è una delle pagine più nere della storia civile d’Italia. La frase infelice del vicepresidente del consiglio riporta alla mente epoche oscure che si credevano ormai superate. E’ forse questo – più del voto decisivo di Verdini e dei verdiniani che apre ufficialmente la crisi del partito democratico – l’aspetto peggiore di tutta la questione, da qualunque prospettiva la si guardi.
Bisogna risalire probabilmente al pontificato di quel papa Pio XII di cui ricorre oggi l’ascesa al Sacro Soglio pontificio per trovare esempi di consapevole discriminazione di orientamento sessuale da parte di un esponente della compagine governativa italiana. Erano altri tempi, un’altra società. Il cardinale romano Eugenio Pacelli era diventato successore di Pietro il 2 marzo 1939, in un momento in cui sembrava che Nazismo e Comunismo avrebbero fatto a gara per spazzare via il mondo.
L’Ultimo dei Papa Re aveva regnato su una Chiesa Cattolica a cui la società non riconosceva più alcun potere temporale, ma ancora tutto quello spirituale, compreso di stabilire cosa era secondo natura e cosa contro. Lo Stato italiano, pur nella forma repubblicana, era ancora quello dei Patti Lateranensi e obbediva ossequiosamente. Roma era città sacra, per dirne una, e non si poteva affiggere manifesto pubblicitario o proiettare film contrari alla pubblica morale: quella stabilita da una censura che più che dal Viminale prendeva istruzioni e direttive direttamente Oltretevere.
Di tutto questo credevamo di esserci liberati – come collettività – dopo il Concilio vaticano II e la liberalizzazione della nostra società dal punto di vista non soltanto sessuale, ma più in generale laico operata dagli anni sessanta in poi da una componente riformatrice (Partito Radicale in primis, ma non soltanto) che aveva cominciato in sordina, tra gli strali e gli sberleffi della classe dominante e della suddetta morale comune ma che poi aveva finito per ingrossare fino a diventare un’onda oceanica. Uno tsunami che aveva adeguato le nostre istituzioni a quelle del resto d’Europa.
Restava indietro per l’appunto il Diritto di Famiglia, e scusate se è poco, visto che a norma della nostra laicissima Costituzione la famiglia è tutt’ora la base irrinunciabile della nostra convivenza civile. Più difficile stabilire che cos’è famiglia e come gestirla. La materia era stata fatta oggetto di significative riforme: una nel 1975 aveva finalmente recepito e sistematizzato il quadro normativo “sconvolto” dalla legge Fortuna – Baslini e dal referendum abrogativo che aveva mantenuto nel nostro ordinamento il divorzio a seguito del celebre e storico NO, l’altra nel 1987 aveva introdotto importanti innovazioni – per l’epoca – soprattutto in materia di minori e loro tutela.
Dopo quasi trent’anni, alzi la mano chi può dire che il mondo in cui viviamo, perfino nella nostra arretrata Italia, ha ancora qualche parentela con quello del 1987. Serviva una nuova legge quadro per il diritto di famiglia che fosse frutto magari della elaborazione più serena possibile da parte di componenti sociali e loro rappresentanze con l’ausilio di addetti ai lavori. Così come Gino Giugni aveva firmato lo Statuto dei Lavoratori, Franco Basaglia la riforma degli istituti psichiatrici, Franco Bassanini la riforma della pubblica amministrazione e via dicendo, serviva una personalità che – a differenza di quanto è stata oggettivamente in grado di fare la pasionaria Monica Cirinnà – raccogliesse le istanze della società civile e desse loro “sistema”.
Niente di tutto ciò. Lo scontro frontale che si è creato fin da subito tra fautori delle unioni e delle adozioni gay (come se tutto il resto della società italiana, la componente peraltro maggioritaria, non fosse interessata o addirittura afflitta da problematiche analoghe) e fautori della “legge naturale” secondo la vulgata vaticana ha privato il nostro paese dell’opportunità di mettersi al pari con l’Unione Europea in uno dei settori onestamente più delicati della legislazione e del codice civile.
Sinistra oltranzista e destra clericale l’hanno fatta spesso da prepotenti padroni nelle nostre dinamiche societarie. Ma francamente non immaginavamo di trovarci nel 2016 ad assistere allo spettacolo di una pessima legge approvata per di più a brandelli e da maggioranze innominabili, mentre da un lato i facinorosi filo-Cirinnà maledicono tutto e tutti (compresi eterosessuali e minorenni che avrebbero beneficiato solo in parte di un disegno di legge cervellotico e astruso) e promettono vendette come il truce Suyodhana capo dei Thughs nei Misteri della Jungla Nera di salgari, mentre dall’altra i vandeani di Alfano inneggiano a un diritto naturale che sembra francamente quello in nome del quale fu bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori Giordano Bruno, sempre per restare in tema di ricorrenze.
La frase di Alfano è brutta, che più brutta non si può. Ma più brutto ancora è il fatto che in questa vicenda politica nessuno si preoccupi del consumatore finale della norma prodotta: il cittadino. Che avrebbe bisogno di sapere come regolarsi allorché intenda convivere con un partner quale che sia, che avrebbe bisogno e soprattutto diritto di vivere – da minorenne - in realtà più gratificanti ed edificanti degli orfanotrofi senza dover dipendere dal buon cuore di qualche assistente sociale più illuminato, che avrebbe bisogno di vedere i soldi che paga di tasse da cittadino spesi un po’ meglio di quanto non avvenga adesso da parte della propria classe politica. Che continua a cedere tra l’altro ad uno stato estero, il Vaticano, la propria prerogativa sovrana di potestà legislativa, e se ne vanta pure.
«Padre, Padre….libera chiesa in libero stato….» Furono le ultime parole sul letto di morte di Camillo Benso Conte di Cavour, il primo presidente del consiglio della storia d’Italia. L’ultimo pensiero del padre del Risorgimento prima di chiudere gli occhi per sempre fu quello di lasciarsi dietro un paese che seguisse presto l’esempio dei grandi stati liberali d’Europa, Francia e Gran Bretagna. Il suo ultimo e più giovane successore, quel Matteo Renzi venuto su promettendo riforme a destra e a manca e purtroppo attuandole, può vantarsi di una legge che forse avrebbe scontentato perfino il cardinale Bellarmino, il boia di Giordano Bruno. Il quale si sarebbe forse servito senza scrupoli di un Denis Verdini, ma difficilmente l’avrebbe fatto sedere accanto a sé sugli scranni del Santo Uffizio.
Quanto ad Alfano, per definirlo abbiamo terminato le immagini del bestiario. La nostra fantasia non arrivava a tanto. Che la natura, la nostra disgraziata natura di italiani, faccia dunque il suo corso.

giovedì 21 gennaio 2016

La repubblica delle fate ignoranti



Debora Serracchiani che pontifica contro assenteisti e fannulloni nella pubblica amministrazione è uno spot per il governo Renzi. L’esecutivo forse che ha fatto registrare in assoluto la maggiore distanza tra promesse fatte, aspettative create e realtà dei fatti dell’intera storia repubblicana.
Da quando è stata eletta (con i voti decisivi di cittadini jugoslavi di lontane origini italiane e forniti di doppio passaporto), la vice-segretaria del Partito Democratico nonché, en passant, governatrice della Regione Friuli – Venezia Giulia ha alimentato nelle terre da lei teoricamente amministrate storielle e battute in egual misura ai malumori. Una di queste la vede esclamare di fronte ad una immagine suggestiva del capoluogo: “Bella città Trieste! Ci sono stata una volta!”. Chiedere a qualsiasi triestino dove finisce la battuta e dove comincia la constatazione amara, in una realtà sociale tra l’altro che proprio negli ultimi anni di governo (si fa per dire) democratico ha visto il crollo a valanga di molti dei connotati migliori che ne facevano una delle zone migliori d’Italia per qualità della vita.
Di tutti i testimonial possibili per questa campagna contro il nuovo “nemico interno”, il governo del Rottamatore ha scelto insomma uno dei più improbabili. Le labbra sottili, mai indice di buona disposizione verso il prossimo ed il mondo circostante, della signora Serracchiani sibilano nel compiacente salotto di Lilli Gruber le parole “licenziamento” e “sanzione”con una voluttà che si richiama ai più bassi istinti di un popolo spinto di nuovo dal peggioramento delle proprie condizioni socio-economiche e del proprio livello di consapevolezza politico-culturale a cercare capri espiatori a buon mercato.
Ha un bel ribattere Maurizio Landini, segretario della FIOM peraltro parte integrante del pur screditato sindacato CGIL – storicamente difensore di cause perse, indifendibili, ma redditizie per gli interessati – che gli strumenti per sanzionare assenteisti e fannulloni c’erano già. E che la pubblica amministrazione ha fermi da almeno sette anni (ma nella realtà dei fatti da diversi di più) i rinnovi dei contratti di lavoro. Quegli atti cioè che dovrebbero contenere sia gli incentivi a chi fa il proprio dovere ed anche qualcosa di più, sia le sanzioni a chi è negligente o addirittura –a vari livelli – truffatore del pubblico interesse. Applicando tra l’altro istituti che esistono almeno dal tempo dell’entrata in vigore del testo Unico degli impiegati civili dello Stato del 1957, rafforzati dalla cosiddetta Riforma Brunetta del 2001.
Nel salotto della Gruber tutti parlano di lavoro. Tutti esclusa gente che abbia esperienza di cosa vuol dire lavorare a stipendio bloccato ed eroso, divorato dal costo della vita in costante impennata (anche e soprattutto per le scelte dello stesso governo di che trattasi). E soprattutto cosa vuol dire lavorare sotto dirigenti messi lì dalla politica e da altre consorterie più o meno innominabili. Da tutto comunque meno che dal merito. Dirigenti che poi dovrebbero attivare quelle sanzioni con competenza ed equità, magari evitando di abusarne ad ogni pié sospinto per consolidare un proprio potere personale che non ha altro fondamento che l’appartenenza. Di partito, di loggia o di quant’altro.
Ma l’Italia del 2016 è distratta, e ha bisogno di trovare capri espiatori. E’ la cosiddetta riforma Madia, quella che dovrebbe stroncare furbetti del cartellino nel tempo record di 48 ore. In un paese in cui la giustizia ordinaria ha dei tempi medi paragonabili a quelli occorsi a Mosé per riportare il Popolo Eletto nella Terra Promessa, la giustizia amministrativa si vuole che abbia i tempi del giudice Jeffreys, il magistrato mandato da re Giacomo II d’Inghilterra nel 1685 a stroncare la rivolta dei settari protestanti contro la sua restaurazione cattolica strisciante. Tra l’arresto e l’impiccagione passavano appunto non più di 48 ore. Dei processi che venivano celebrati in quel lasso di tempo non è rimasta gran memoria nella Common Law britannica. Chissà perché.
Il governo Renzi ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica. Nelle stesse ore l’Europa per bocca del presidente della commissione Junker sbotta senza mezzi termini per il fatto di “non avere un interlocutore in Italia”. Non è Sarri che dà del “frocio” a Mancini, la questione è un po’ più complessa e difficilmente risolvibile con una ritrattazione.
Nelle stesse ore, al Senato si vota il Ddl Boschi-Verdini, quello che riporterà equilibrio nella Forza del partito democratico, avverando la profezia del suo segretario: “sarò l’ultimo presidente del consiglio a chiedere la fiducia a quest’aula”. Mussolini non avrebbe saputo dire di meglio. Di sicuro dopo la vittoria in questa battaglia renziana per l’unicameralismo, Palazzo Madama assomiglierà a quell’aula sorda e grigia che fu per quasi vent’anni la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Il Boschi – Verdini passa per 180 voti contro 112. Adesso tocca alla Camera, poi al popolo sovrano, quello che dal 2011 in poi si evita accuratamente di interpellare, dopo una campagna elettorale che durerà nove mesi e che verrà trasformata in un plebiscito pro o contro Renzi per volontà dello stesso premier.
Del sistema di pesi e contrappesi per la gestione dei poteri costituzionali voluto dai Padri Costituenti non interessa a nessuno. A Terracini e De Nicola succedono appunto due figure inquietanti come Maria Elena Boschi (redattrice) e Denis Verdini (portatore dei voti decisivi), due che diresti che si intendono più di banche e di faccendieri che di costituzionalismo.
Ma tant’è, il convento passa questo. Ettore Scola, di cui si piange in questi giorni la scomparsa, fa dire al protagonista Gianni Perego (interpretato da un monumentale Vittorio Gassman) del più grande dei suoi capolavori, C’eravamo tanto amati, una rivisitazione della storia popolare d’Italia dalla Resistenza ai primi anni settanta: “La nostra generazione ha fatto schifo”.
Caro Ettore, non avevi ancora visto quella successiva. Ti sia lieve la terra.

sabato 19 dicembre 2015

Il Regime

373 Si, 129 No, sfiducia respinta. La Camera dei Deputati salva il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e con lei il governo Renzi. Finito il conto dei voti, può cominciare quello dei danni. Della democrazia in Italia resta ormai un cumulo di macerie, per rimuovere le quali e ricostruire qualcosa che assomigli a rappresentanza e legalità non si sa neppure da che parte cominciare.
Il Partito Democratico e i suoi alleati applaudono l’esito della consultazione richiesta dal Movimento Cinque Stelle, Renzi parla di boomerang clamoroso, la Boschi ha appena finito di rivendicare orgogliosa tutte le proprie appartenenze, familiari, professionali e politiche. Lo fa con il consueto tono ed i consueti argomenti appresi dal proprio mentore nonché Presidente del Consiglio, che ai suoi compagni di strada piace definire determinati e gli oppositori preferiscono invece etichettare come semplicemente arroganti.
E’ il giorno decisivo per la crisi innescata dal Decreto SalvaEtruria & Altri. Il provvedimento con cui il governo del Rottamatore azzera obbligazioni e risparmi dei cittadini per salvare alcuni Istituti di Credito tra i peggio gestiti della storia d’Itala, tra i quali quello di cui il padre dell’attuale Ministra per le Riforme è stato a lungo amministratore, a vario titolo e con vari incarichi. Poiché l’ultimo di questi è stato conferito quando già la figlia sedeva sui banchi del governo, ecco la ragione della crisi rubricata come conflitto di interessi.
Fosse stato in carica il governo Berlusconi tutto sarebbe stato più semplice, avremmo avuto le barricate per le strade e la sinistra (di sinistra e di centro) schierata sopra e sotto il pulpito da cui sarebbero partite le invettive contro la morte della giustizia e della democrazia. Ma siccome è la sinistra stessa in conflitto, nella persona mica da poco di colei che ha in mano nientemeno che la riforma delle istituzioni di questo paese (assieme all’altro frequentatore di banche Denis Verdini), ecco che the world turns upside down, si rovescia completamente.
Il giorno chiave peraltro non è quello di ieri, ma quello del sabato precedente. Lo scenario è quello della Leopolda, tradizionale location ormai delle convention renziane. Giornalisti di fedeltà non comprovata e cittadini che protestano per i propri risparmi sfumati per decreto vengono tenuti accuratamente fuori, non è più tempo di bagni di folla per un premier sempre meno alla mano ma con la mano sempre più nelle tasche degli italiani. Bisogna dunque aspettare il Tg della RAI della sera per assistere all’entrata in scena trionfale della figlia del bancario Boschi. Che rifiuta di fare la moglie di Cesare.
E’ noto che colui che è passato alla storia come un tiranno affossatore della prima delle nostre democrazie, la Repubblica Romana, dette in realtà numerose e preziose lezioni di come dovesse atteggiarsi un uomo politico di vertice nella gestione appunto della Res Publica. Con la moglie accusata di adulterio, Cesare si schierò con lei nel pubblico processo che si tenne (allora usava così, la privacy era un concetto di là da venire) nel Foro Romano, sapendola innocente. Ma subito dopo averla fatta assolvere la ripudiò. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.
Questa lezione è rimasta nel DNA di tutte le democrazie moderne, europee e nordamericane. L’uomo politico di cui si chiacchiera (a torto o a ragione) non è più affidabile e deve dimettersi dalla gestione della Cosa Pubblica. Al posto della Boschi, un ministro inglese, scandinavo, americano, tedesco non sarebbe arrivato in carica alla fine del primo giorno dello scandalo. Lei no. Lei va alla Leopolda a dire, con atteggiamento tra lo spigliato e lo sprezzante, che trova divertenti le illazioni circa il proprio futuro.
Tutto lì. Parte l’applauso della platea PD. Che pur avendo nella sua lunga storia ingoiato ben di peggio (ma spesso con il collo più obtorto di adesso) si produce in una manifestazione di orgoglio partitico da fare invidia ai Donkeys americani o ai labour inglesi. Gente con ben altre tradizioni, soprattutto in termini di cultura di governo. Qui di cultura ce n’è assai poca, a giudicare dalla prosopopea con cui i delegati intervistati rivendicano il diritto della Boschi – e di chiunque altro di loro – a farsi gli affari propri e ad essere lasciata in pace. “Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli”, chiosa addirittura un noto showman televisivo, mentre un vecchio arnese della nomenklatura post-comunista senescente come Bersani va a stringere una improbabile mano alla Ministra appena salvata. Peccato che in democrazia rappresentativa non funzioni così, come Gaio Giulio Cesare spiegò tanto tempo fa e come gli sprovveduti anglosassoni continuano a ritenere e ad applicare dalle loro parti.
“Volete attraverso me colpire il governo? Lasciate perdere. Il governo è attrezzato per respingere gli attacchi”. La ragazzona piacente e un po’ goffa che Matteo Renzi ha voluto come donna immagine del proprio governo (compito facile peraltro, nel panorama delle Bindi e delle Finocchiaro) cerca di fare la dura, senza rendersi conto di rievocare – proprio in quell’aula sorda e grigia – ben altri archetipi rispetto a quelli di cui vorrebbe essere la reincarnazione. Altro che Nilde Iotti o Tina Anselmi, madri costituenti. I toni di questa donna sembrano quelli di Farinacci.
Il suo discorso che passerà alla storia comunque non è questo, rilasciato a Montecitorio prima del voto che decide il suo destino. Ma bensì quello di sabato scorso alla Leopolda, dove dopo aver definito divertenti le ipotesi di chi pensava che lei, almeno lei avesse una coscienza aveva tirato lo schiaffo a Cesare e a tutti i suoi epigoni lanciando il ci rivedremo a Filippi a proposito del voto di sfiducia chiesto dai M5S (gli stessi che hanno poi salvato il PD sul voto dei tre giudici costituzionali, ma questo passa il convento italiano, così come passa la miserrima astensione di Forza Italia sul voto di fiducia): “Si vedrà chi ha la forza in Parlamento”.
Ecco, i nostalgici del sogno di una democrazia anglosassone (ma siamo sempre meno, categoria vintage) sono serviti. E gli storici possono scrivere fin d’ora che il governo Renzi si è trasformato in regime nella data convenzionale del 12 dicembre 2015. Il Fascismo nacque in Piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919 e andò al governo il 28 ottobre 1922 con la Marcia su Roma e l’incarico a Mussolini da parte del re Vittorio Emanuele III. Ma tutti sono d’accordo che il regime mussoliniano vero e proprio prese il via con il discorso del 3 gennaio 1925, con cui il futuro Duce chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e all’Aventino e aprì la stagione delle leggi fascistissime.
“Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (…) Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Da lì in poi, dello stato liberale antecedente rimase poco o nulla.
Allo stesso modo, se si deve trovare una data a cui far risalire la degenerazione della Prima Repubblica nel regime illiberale che portò a Tangentopoli e a tutte le sue conseguenze di lungo corso, si deve far capo al discorso tenuto dal Presidente del Consiglio Aldo Moro in parlamento il 9 marzo 1977 a chiusura dello scandalo Lockheed, il primo di una certa entità a scuotere la fiducia degli italiani nella loro classe politica.
“Non ci devono essere vittime sacrificali, non si devono fare sacrifici umani... La Dc fa quadrato attorno ai suoi uomini... Non ci processerete sulle piazze, non ci lasceremo processare”. Ecco, per altri quindici anni almeno nessuno riuscì a processare la DC, né nelle piazze né tantomeno in tribunale. Per Moro il discorso fu diverso, circa un anno dopo si aprì per lui il tribunale del popolo ordito dalle Brigate Rosse, ma questa è un’altra storia. Il sistema politico noto come Prima Repubblica si ricompattò alla grande attorno ai suoi partiti ed ai suoi leader, anche grazie alla cooptazione del Partito Comunista che in quei giorni decise di rinunciare a fare l‘unica cosa che sapeva fare: l’opposizione.
Giorgio Napolitano era uno degli uomini che portarono il P.C.I. nell’area di governo e poi di Mani Pulite. La lezione deve essergli servita quando ha deciso di intervenire da Presidente della Repubblica a trasformare profondamente il quadro politico esautorando il governo eletto dal popolo. Poi a dare incarico all’Uomo della Leopolda, esautorando il voto appena espresso dal popolo. Sapeva quello che faceva.
Era giusto che il cerchio si chiudesse alla Leopolda. E che lo chiudesse proprio la donna che ha definitivamente seppellito la moglie di Cesare.

giovedì 15 ottobre 2015

La fine del diritto



Il faccione di Maria Elena Boschi, con quell’espressione un po’ da Vispa Teresa, campeggia da ieri sulle prime pagine di tutti i quotidiani. La signora ministro delle riforme coistituzionali è entrata nella storia d’Italia, lasciamo fare per quale porta o finestra, ma c’è entrata. Il Senato, quell’aula sorda e grigia al cui Presidente qualcuna aveva ricordato tempestivamente quando e come era stato eletto a quella carica, ha fatto il suo dovere. La riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini-Finocchiaro è passata a Palazzo Madama. La Repubblica nata dalla Resistenza e prodotto dell’ingegno dell’Assemblea Costituente del 1946 non esiste più. Dimenticate i nomi di Terracini, Parri, De Gasperi, Togliatti, De Nicola. Da oggi i nomi da mandare a memoria da parte di quei pochi scolari che continuano a togliere il cellophane ai libri di scuola sono quelli elencati più sopra.
Addio al bicameralismo perfetto del 1948, che forse aveva fatto il suo tempo favorendo ormai soprattutto ostruzionismi parlamentari e manovre di sottogoverno. Ma addio anche al sogno di riformare quella che a giudizio pressoché universale è stata una delle migliori carte costituzionali della storia mondiale attraverso un procedimento che almeno nella forma se non nella sostanza rendesse omaggio a quella stessa carta e a chi – in quell’anno e mezzo di lavoro ispirato e di prodigiosa solidarietà tra le pur eterogenee forze politiche rinate durante la sanguinosa lotta al fascismo – l’aveva redatta facendone dono alla neonata Repubblica.
La generazione dei D’Alema aveva illuso con il sogno della Bicamerale, una Fiera delle Vanità che almeno aveva fatto discutere dentro e fuori di essa, coinvolgendo anche quel popolo in nome di cui diceva di operare. Poi era venuto l’oltraggio della Riforma Bassanini - D’Alema del Titolo Quinto, con un potere esteso ad una rappresentanza popolare – quella che si sostanzia nei Consigli regionali – tra le più modeste mai espresse da quando esiste la democrazia assembleare. In queste maggioranze è stata allevata la generazione dei Renzi e delle Boschi, che alla fine aveva in testa una cosa sola, e l’ha ottenuta: perpetuare all’infinito il proprio potere.
Il testo della Renzi - Boschi – viene da sorridere, ce ne rendiamo conto, ma da oggi sarà conosciuta così – prevede una Camera Alta sul modello malamente imitato di quella americana: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 lunghi anni. Competenze ridotte, a cominciare dalla perdita dell’espressione della fiducia al governo, per un totale di 100 senatori contro i 315 attuali. Peccato che non sarà il singolo elettore a spedire alla lontana capitale il “proprio senatore”, come succede oltre oceano. Saranno i consigli regionali a decidere chi mandare alla nostrana Capitol Hill, e il popolo non avrà altra occasione di metterci bocca se non nel referendum confermativo o meno che andrà in scena – per l’ultima volta, crediamo – nell’autunno del 2016. Sarà presumibilmente il canto del cigno della vecchia costituzione.
E’ il secondo tassello di una architettura costituzionale che il partito democratico sta consapevolmente allestendo da tempo. Il modello è la legge elettorale della Toscana, che ha permesso al governatore uscente Enrico Rossi di riconfermarsi con meno del 25% dei voti degli aventi diritto, in virtù di un premio di maggioranza spropositato, che nemmeno Acerbo e Scelba avrebbero mai sognato di conferire. Il modello è apparso peraltro esportabile sia in Italia che all’estero. L’Italicum, se e quando il presidente del consiglio concederà graziosamente al popolo di tornare a votare, farà di lui un Rossi nazionale, con le stesse percentuali di votanti e di premialità. Nel frattempo non è un caso se della vittoria di Pirro di Alexis Tsipras in Grecia i primi e più convinti a congratularsi siano statti proprio Rossi e  Renzi. Il giocattolo, almeno per loro, funziona.
Queste innovazioni che segneranno la nostra vita politica e civile (e che allestiranno a parere di chi scrive un vero e  proprio regime, senza bisogno almeno in apparenza di nessun connotato di esplicita violenza come in occasioni precedenti) vengono approvate da un parlamento che la Corte Costituzionale ha da tempo dichiarato illegittimo, perché eletto in virtù di una legge – il Porcellum – incompatibile con la Costituzione ancora in vigore per pochi mesi in questo paese. Ma pazienza, Anna Finocchiaro può irridere una volta di più il popolo che almeno formalmente rappresenta invitandolo a “prendersi le sue responsabilità”, mentre va ad abbracciare la ministra Boschi esplicitando un connubio tra i più improbabili e letali della storia d’Italia.
Poi arriva non meno importante l’imprimatur di Giorgio Napolitano, presidente emerito e senatore a vita. Uno che sa bene che direzione ha preso la storia del nostro paese, perché era presente all’imbocco di questo binario e ne ha azionato lo scambio decisivo. Non è un caso che all’annunciarsi del suo discorso escano dall’aula non solo i Cinque Stelle ma anche la pattuglia residua di Forza Italia, guidata dal loro disgustato e stanco ma ancora non domo condottiero, Silvio Berlusconi. Il botta e risposta tra l’ex presidente della repubblica e l’ex presidente del consiglio dice tutto, ed anche qualcosa di più.
“Entriamo nel campo della psicologia – attacca Napolitano -. E io non voglio fare commenti politici, figuriamoci quelli psicologici. Ho letto attribuite a Berlusconi parole ignobili, che dovrebbero indurmi a querelarlo, se non volessi evitare di affidare alla magistratura giudizi storico-politici; se non mi trattenesse dal farlo un sentimento di pietà verso una persona vittima ormai delle proprie patologiche ossessioni”.
Non si fa attendere la risposta di Berlusconi. Dopo aver invitato tutti a leggere il capitolo del libro di Friedman sul “golpe del 2011” ed aver citato l’inchiesta di Trani sulle agenzie di rating che a suo dire confermerebbero la regia dell’ex presidente e appunto lo stesso golpe, affonda: “Io sono stato condannato a tre anni per molto meno. A chi si è macchiato di golpe vogliamo dare meno di quattro anni? Si, è il minimo protestare quando prende la parola Napolitano”.
Questa è la colonna sonora ufficiale della riforma della nostra Costituzione. Mentre a Palazzo Madama Napolitano conclude il suo discorso e va a congratularsi anch’egli con la Boschi, a Montecitorio si salda intanto l’ultimo tassello della riforma istituzionale a cura del partito democratico.
Lo ius sanguinis è uno dei fondamenti del nostro ordinamento giuridico fin da quando l’evolversi di un diritto romano fece della nostra penisola la “patria del diritto”. La Repubblica e l’Impero romani conferivano la cittadinanza, con tutti gli onori ed oneri che ne derivavano, a chi nasceva da genitori romani. Sulla base del sangue. E’ vero che nel Basso Impero per finanziare la propria economia e la stabilità sociale era invalso l’uso di vendere la cittadinanza ai cosiddetti barbari, e che il Bassissimo Impero aveva trasformato quest’uso in un abuso. Ma il principio era rimasto invariato, dai tempi di Giustiniano fino a ieri mattina, quando la Camera dei Deputati ha dato l’ultimo colpo alla società civile così come l’abbiamo finora conosciuta approvando il disegno di legge che introduce in Italia lo ius soli.
Il diritto anglosassone conferisce la cittadinanza sulla base del “dove” e non sul “da chi”. Conta nascere sul territorio, non importa da quali genitori. E’ una nozione al di fuori della nostra cultura, e per di più pericolosissima in una realtà come la nostra che subisce l’aggressione quotidiana fisica e massiccia da parte di torme di migranti travestiti da profughi, di fronte alla quale le istituzioni stanno mostrando la loro impotenza o peggio la loro connivenza. Matteo Renzi canta vittoria su Twitter: “Si può essere o meno d'accordo su ciò che stiamo facendo, ma lo stiamo facendo: la lunga stagione della politica inconcludente è terminata. Le riforme si fanno, l'Italia cambia. Avanti tutta, più decisi che mai”.
Chi tra i suoi cittadini ha minori interessi personali ma sicuramente più cultura o forse anche soltanto educazione civica preferisce mettersi le mani nei capelli, e non su un social network ma nella realtà. Conoscendo il pollaio italiano, per avere la cittadinanza di questo paese (e quindi anche della Comunità Europea) basterà che le madri vengano a partorire i loro figli sul nostro suolo. Cosa ne conseguirà poi è facile immaginare. Ricongiungimenti familiari allargati obbligatori. Voti al partito democratico altrettanto obbligatori.
Le temperie introdotte allo ius soli dalla legge approvata, il possesso cioè da parte di uno dei genitori del permesso di soggiorno UE di lungo periodo ed il cosiddetto ius culturae (l’aver frequentato un ciclo scolastico di almeno cinque anni nel nostro sistema di pubblica istruzione) si riveleranno inefficaci per quanto appaiono al presente ridicoli. E’ una legge ad hoc, per regolarizzare ed avviare alle urne elettorali la gran massa di persone che da Lampedusa transiteranno sul nostro territorio per restarvi. Ironia della sorte, o della legge, nessun cittadino europeo potrà diventare cittadino italiano. I nostri partners non hanno bisogno del permesso di soggiorno in Italia, quindi per loro restano paradossalmente i canali tradizionali.
Abbiamo aperto con la ministra Maria Elena Boschi. Chiudiamo con un'altra signora il cui nome resterà sicuramente negli annali di storia italiana. E che commenta euforica l’esito della votazione avvenuta nella Camera che presiede. “Montecitorio fa cadere la barriera che per troppo tempo ha tenuto separati tanti giovani e giovanissimi nuovi italiani dai loro compagni di scuola e di gioco”. Firmato Laura Boldrini.
I bambini ci guardano, insomma. Chissà se capiscono, o capiranno mai anche da grandi, che cosa abbiamo fatto.

domenica 22 febbraio 2015

Vestivamo alla Nazarena

Mentre a Roma si continua l’inventario dei danni alla Barcaccia, e qualcuno si ricorda che Rotterdam, sede del famigerato Feyenoord, era anche la patria di quell’Erasmo che scrisse l’Elogio della follia (qualche suo connazionale magari ne ha un po’ travisato il senso), alla fine si deve constatare che il centro del ring è sempre suo, è sempre lui che rimane sotto i riflettori con la battuta più significativa, o – a seconda dei gusti – la sparata più grossa.
Matteo Renzi a fare il duro proprio non ci riesce, non è la sua cifra stilistica. Nell’iconografia di Happy Days a cui si ispira volentieri, vorrebbe essere il temibile Fonzie. Più spesso riesce ad assomigliare al goffo Potsie. Le sue frasi a caldo dopo gli incidenti di Roma che ci sono costati uno dei capolavori di Bernini padre, oltre a quello scarso residuo di immagine internazionale che ancora ci restava da spendere, assomigliano soprattutto a se stesso.
“Ci aspettiamo dal Feyenoord una parola sola, di cinque lettere: scusa”. Ecco, ci mancava un capo di governo che chiede le scuse al presidente di una società sportiva, ora il mazzo è completo, dicono dalle parti dove il Renzi è nato. Ma del resto, come sa bene chi come noi ha seguito il fenomeno di questo personaggio fin dai suoi albori politici, non è nuovo a queste uscite. Cinque anni fa, la peggior nevicata a memoria d’uomo a Firenze, da lui opportunamente sottovalutata e affrontata con una faciloneria destinata a diventare consueta, costò alla città la peggior figuraccia fatta a memoria di sindaco. Il sindaco – manco a dirlo - era lui, non ancora assurto ai fasti della politica nazionale ed al segretariato dell’ectoplasma PD. Matteo Renzi, dopo ben quattro giorni in cui per le strade di Firenze si aggirarono i lupi facendola da padrone (dell’ATAF per esempio nemmeno l’ombra), intese cavarsela intimando alla neve di chiedere scusa.
Chissà come se la ridono in Olanda, e un po’ dovunque a giro per un continente che ha da tempo risolto i problemi di ordine pubblico legati al calcio. Dovunque meno che in Italia, ovviamente, basti pensare a cosa successe l’anno scorso sempre a Roma per la finale di Coppa Italia. Nessuno per fortuna escogitò di cavarsela chiedendo a Aurelio de Laurentiis di porgere le scuse da parte del Calcio Napoli per quello che avevano combinato i suoi tifosi. La responsabilità oggettiva del resto è la figlia di fico con cui uno stato che ormai ha abdicato alle sue funzioni precipue ed esclusive ha scaricato sui cittadini (e le persone giuridiche denominate società sportive sono cittadini anch’esse) la colpa delle proprie omissioni. La squadra del presidente del consiglio nel frattempo ha giocato a Londra, davanti a centomila persone italiani e inglesi nessuno dei quali si è sognato di alzarsi per un attimo dal suo posto a sedere o di buttare a terra una cartaccia prima o dopo la partita. Merito della Fiorentina, o merito di un ordinamento giuridico per sempre intitolato alla memoria di Mrs. Margaret Thatcher buonanima?
Così, mentre sindaco, prefetto e questore di Roma fanno a gara a chi provoca più e meglio il malcontento montante del popolo (la perla in questo caso è del Dott. D’Angelo, che declama stentoreo “Io non faccio morti!”, bravo Dottore, aspettiamo sempre che li facciano gli altri, e i suoi colleghi di Londra, Parigi, Amsterdam, Istanbul e via dicendo sono tutti degli incompetenti assassini), il presidente del consiglio è già passato oltre, via verso nuove avventure. Il suo paese ormai fa acqua da tutte le parti, e c‘è quasi da chiedersi se potrebbe stare peggio qualora la minaccia dell’ISIS si rivelasse più seria rispetto alla probabile pagliacciata che è.
Matteo Renzi è già a festeggiare altri successi, l’abolizione di un precariato che da tempo già non esisteva più (sostituito da forme di precariato più efficaci e più durature, e comunque per gli insoddisfatti c’è sempre la disoccupazione, chiara e netta), il salvataggio della Grecia con Tsipras che addirittura telefona a lui per primo, almeno così dicono i media. Chi salverà l’Italia, da Renzi, dalla Trojika, da una classe politica che è come un’idrovora senza nessuno ai comandi, nessuno lo sa. Qualcuno in ogni caso telefonerà a qualcun altro, e sarà già tanto se non si tratterà di una telefonata in stile Lotito. Nostalgia di Franco Evangelisti, prezioso braccio destro di Giulio Andreotti: quanto era più semplice, ed infinitamente meno costoso il suo celebre “a’ Fra’…che te serve?”
Il Renzi post-Nazareno è comunque un territorio inesplorato. Fa’ a meno delle leggi, quando è complicato cambiarle (già sarebbe necessario per questo saper leggere e scrivere, e a giudicare dai Twit di tanti membri dell’Esecutivo o dell’area di maggioranza non è così scontato). I consigli regionali sono ampiamente in scadenza, ma di bandire i comizi elettorali non se ne parla. Materia delicata? Forse. In fondo chi si presenta all’elettorato a cuor leggero in questo momento? Al suo paesello natio, la Toscana, Renzi non ha fatto nemmeno le primarie del suo partito, per paura di quello che avrebbe potuto venirne fuori.
Era tutto più semplice ai tempi del Nazareno. Come il mondo ai tempi della Cortina di Ferro, diviso in due Blocchi che dicevano di essere in guerra, ma che erano guidati da due leader collegati da un telefono di colore rosso attraverso il quale si parlavano a meraviglia, evitando di dire e fare tante sciocchezze, soprattutto nucleari. Per un anno e mezzo Silvio e Matteo, qualcuno dice Silvio il Vecchio e Silvio il Giovane, avevano reso tutto più semplice. Profondamente invisi a buona parte dell’establishment dei rispettivi partiti, ma dotati di un consenso popolare personale che obbligava quell’establishment a piegare il collo, si erano messi d’accordo per esautorare l’unico voto popolare consentito da sua Maestà Re Giorgio e soprattutto la classe politica che ne era scaturita.
Il Parlamento si diverte, si potrebbe dire parafrasando un vecchio film di Eric Charell, a proposito dell’assemblea condotta (si fa per dire) negli ultimi due anni da Boldrini e Grasso fino all’apoteosi dell’elezione si Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica. Il capolavoro di Renzi, è stato definito. Eleggere un democristiano per non perdere la componente post-comunista del partito. Il Giovane che fa le scarpe al Vecchio. Il Giovane che fa le scarpe a tutti. Il Vecchio che è finalmente finito. Il nuovo che avanza.
Siamo sicuri? Il Nazareno è una condizione dell’essere, non un patto politico che si può stracciare, come tutti i patti. A Berlusconi serviva di arrivare alla fine della sospensione dei diritti politici con il minor danno possibile per sé e per le proprie aziende, e magari far credere a qualche acerrimo nemico di essere fuori gioco. A Renzi serviva sopravvivere a tutte le anime del suo partito, da quelle veterocomuniste a quelle che forse si chiedono se per non morire comuniste era il caso di morire DC e confindustriali.
Sergio Mattarella era il successore designato dallo stesso Napolitano, che l’aveva cooptato da tempo, consegnandogli alla fine un paese a sovranità non più limitata ma addirittura inesistente. Il problema era eleggerlo salvando le rispettive facce. Rompere il Patto del Nazareno, o fingere di farlo, significa presentarsi ai “suoi” a destra e a sinistra e poter dire “ho fatto il mio dovere”, e non avere tra l’altro più nell’immediato l’obbligo di fare – o far finta di fare – riforme serie e per questo scomodissime. Poi si voterà, o si farà finta di farlo (“Se servisse a qualcosa non ve lo lascerebbero fare”, Mark Twain, cit.), poi si vedrà. Non si chiamerà più Nazareno, si chiamerà in qualche altro modo. Tsipras forse salverà la Grecia (semplicemente avendo mostrato un po’ di carattere alla BCE), Renzi non salverà l’Italia (con Berlusconi contento perché le sue aziende sono vive e vegete e gli insulti non se li prende più lui), ma i giornali italiani diranno che è il primo a telefonare al secondo per ringraziarlo.
Siamo nel paese dove per consegnarvi a casa la patente rinnovata secondo le norme UE (un vostro diritto, se possedete i requisiti) lo Stato vi chiede 6,97 euro e poi ve la fa recapitare da un postino che comunque a casa vostra ci sarebbe venuto comunque, per il resto della corrispondenza. Ma poi lo stesso Stato vi affitta casa sul Viale dei Fori Imperiali a Roma per la modica somma di 50 euro. Basta non uscire di casa quando c’è qualche partita di calcio.

Una sola parola, di cinque lettere: Renzi.

venerdì 20 febbraio 2015

Lo nero periglio che vien da lo mare

Occhi che ci osservano ostili dall’altra sponda del Mediterraneo. Non c’eravamo più abituati. Da quanto tempo non succedeva?
Mai nella vita della maggior parte degli italiani viventi. Sono sempre meno purtroppo quelli che per età possono ricordare quella lunga e calda estate del 1943 in cui le coste della Sicilia, l’ultimo avamposto del territorio nazionale, si attendevano da un momento all’altro un’invasione nemica proveniente dalle coste del Nord Africa.
Le ultime truppe dell’Afrika Korps si erano arrese nel maggio, Erwin Rommel, la volpe del deserto che era arrivata ad un passo dalla conquista dell’Egitto ad El Alamein l’autunno precedente, era stato richiamato in patria da Hitler, che riteneva ormai persa la causa africana e voleva affidargli la difesa del vallo Atlantico, nel nord della Francia occupata. Un attimo dopo la resa del suo successore, il generale italiano Giovanni Messe, fu chiaro che sarebbe toccato all’Italia diventare teatro degli scontri a fuoco successivi.
L’operazione Husky, lo sbarco in Sicilia, prese il via nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943, dapprima nei dintorni di Licata e poi a Gela. Anche se il primo lembo di territorio italiano a cadere nelle mani degli Alleati era stata l’isola di Pantelleria circa un mese prima, l’11 giugno. Per il nostro paese, quei giorni furono la svolta nella partecipazione alla seconda guerra mondiale. Nel giro di pochi giorni cadde un regime dittatoriale che durava da oltre vent’anni. Nel giro di due mesi fu firmato un armistizio che trasformava gli Alleati da nemici controvoglia a – appunto – alleati anche nostri, ed i tedeschi da amici fraterni per quanto improbabili in quello che erano sempre stati da prima del Risorgimento: maledetti invasori. Nel giro di una notte, quella necessaria al re d’Italia ed alla sua corte per fuggire lasciando il paese nelle mani d quegli invasori (che sospettavano e si erano preparati), la nostra guerra divenne quella che era per il resto d’Europa: una lotta di resistenza al nazifascismo in attesa della liberazione alleata.
George S. Patton
L’ultima volta, quindi, fu più una liberazione che un’invasione, e non erano quindi così ostili gli occhi che ci guardavano tra la metà di quel maggio e quella di quel luglio da Tunisi, Tripoli e gli altri luoghi dove Husky veniva allestita. Tanto è vero che - ormai un fatto assodato - ai preparativi presero parte non secondaria alcuni picciotti siciliani che avevano fatto fortuna in America: Lucky Luciano, Vito Genovese, Albert Anastasia e via dicendo. Che furono accolti a braccia aperte, insieme ai G.I. di Patton e agli Highlanders e ai Granateri di Montgomery, dai fratelli rimasti nella patria d’origine.
No, per ritrovare quella sensazione di male assoluto in agguato oltre l’orizzonte, di terrore puro pronto a scatenarsi incontrollabile alla vista di una singola imbarcazione, magari sormontata da una vela nera, bisogna andare molto più indietro. Era dalla battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571, che le nostre coste avevano perso l’abitudine a scrutare l’orizzonte, in cerca dello nero periglio che vien da lo mare. Gli invasori musulmani erano stati sconfitti definitivamente nel golfo di Corinto dalle marinerie di Venezia e Genova insieme a quella flotta spagnola che ancora si meritava la fama di Invencible Armada, non avendo ancora incontrato sulla sua strada Francis Drake.
Hayr-Ed-Dihn detto il Barbarossa
Da quel momento, della quasi millenaria pressione islamica sulle nostre coste era rimasta solo una più sporadica attività di pirateria, per quanto brillante quando era condotta da corsari dell’abilità di quel Barbarossa le cui spoglie mortali vengono tuttora onorate a Besiktas, il quartiere di Istanbul dove si ritirò in pensione con il rango di Ammiraglio della Marina del Sultano. Ma a parte queste scorrerie sempre più rare, quell’angoscia così bene espressa dal celebre grido d’allarme “Mamma li Turchi!” si era diradata fino a dissolversi, rimanendone memoria solo nel nostro subconscio collettivo. Dopo il XVII° secolo Islam e Cristianità sembravano avere imparato a convivere, facilitati dal fatto di essere sostanzialmente organizzati in due imperi – quello Ottomano e quello Asburgico – nessuno dei quali era in grado di soverchiare l’altro, ma tutti e due erano in grado di tenere tranquilli nei propri ranghi i rispettivi sudditi.
La Caduta dei Giganti, come l’ha definita Ken Follett con felice immagine, lasciò dopo la prima guerra mondiale e l’epopea di Lawrence d’Arabia una situazione geopolitica tra le più complesse ed instabili, in Europa, Africa ed Asia. Ma nel nostro immaginario (e nella realtà) i pericoli ormai venivano da altre parti, come si incaricò di dimostrare la seconda guerra mondiale e la successiva guerra fredda. L’Africa era tornata quasi ad essere quel bel suol d’amore di cui cantavano le marcette fasciste, o per lo meno una sponda del mediterraneo tranquilla quasi quanto la nostra. Era il Medio Oriente la sponda perennemente agitata, ma era lontana, e man mano che il pericolo sovietico e dell’olocausto nucleare si allontanavano egoisticamente ognuno di noi poteva lavarsi mani e coscienze dicendo che quello che succedeva laggiù, in quelli che una volta anche per noi erano i “Luoghi Santi” meritevoli di ogni massacro e carneficina, non era affar nostro.
Il Califfo Al Baghdadi
Fino ad adesso. Adesso nel Golfo della Sirte si affaccia l’Isis, questo soggetto sinistro capace di rinnovare nel giro di pochi mesi gesta, leggende e terrori di altri tempi e di altre cavalcate sull’onda del fanatismo islamico. Poco più di un anno fa nessuno aveva sentito parlare del Califfo Al Baghdadi e dei suoi seguaci, se non gli addetti ai lavori. In fondo le sigle che si richiamano in un modo o nell’altro alla Jihad nel mondo islamico si succedono con una rapidità una creatività ed una continuità notevoli. Fuochi di paglia o realtà che non riescono ad andare mai oltre la dimensione locale.
Questa no. Incredibilmente in poco più di un anno crea uno stato indipendente nel cuore dell’Iraq e di lì parte per una nuova cavalcata, scimitarra in pugno, alla conquista dell’Occidente. Un anno dopo impegna eserciti su un fronte che va da Mosul vicino al confine turco a Derna in Libia, sta marciando su Misurata e Tripoli, minaccia un prossimo attacco alle coste italiane, proclama orgogliosa: “Siamo sotto Roma”.
A parte la scontata e sempre rincuorante risposta del cittadino romano medio, “siete sotto Roma? Sulla Pontina? Mo’ so’ ca….. vostri, e quanno ve passa?”, lo scenario che si è delineato ha talmente dell’incredibile da meritare una riflessione approfondita, con il conforto della geopolitica, della scienza militare, ma anche di un po’ di storia.
Al Califfo Al Baghdadi, o ai suoi successori se è vero quanto sostiene l’MI6 britannico (cioè di averlo spedito a miglior vita, anche se il precedente di Osama Bin Laden, della sua vita e della sua presunta morte misteriose, autorizzano qualche perplessità) sarebbe insomma riuscito di battere il già fenomenale record del suo antico predecessore, il Califfo Omar secondo successore del Profeta Maometto.
Il dominio dell'Islam dopo le conquiste di Omar e dei suoi successori
Nel 634 Omar raccolse la successione del Profeta venuto a mancare due anni prima. Il predecessore Abu Bakr aveva dovuto impiegare i suoi due anni di regno nella sedazione della guerra civile tra le tribu scoppiata all’indomani della morte di Maometto. Omar si trovò in mano l’ordine islamico ristabilito ed un esercito formidabile che lanciò in una cavalcata leggendaria attraverso il Nord Africa. Poco più di vent’anni dopo i suoi cavalieri avevano piantato le insegne del Califfato fino in Maghreb, spazzando via tutti gli avversari egiziani, bizantini, visigoti, vandali e mauretani.
Nello stesso tempo sull’altro fronte a cui era esposta la penisola arabica, i suoi generali avevano conquistato nientemeno che l’Impero Persiano (il più antico e potente degli imperi dell’area) e tutta la cosiddetta Asia Minore (l’odierna Turchia) riducendo all’osso i possedimenti dell’Impero Romano d’Oriente. Ancora, sulle orme di Alessandro Magno ma con una velocità ed un’efficacia che ne surclassavano la gloria e avrebbero avuto conseguenze di ben altra durata, si erano spinti fino a ridosso della valle dell’Indo conquistando l’attuale Pakistan. Nel mezzo di tutto ciò, Iraq e Palestina erano diventate parti del Califfato, e Gerusalemme era stata consacrata come terza città santa dell’Islam, secondo il sogno e la predicazione di Maometto.
La vittoria di Carlo Martello a Poitiers,
prima sconfitta di un esercito islamico dopo Maometto
Questa era stata la Jihad storica, termine che secondo l’accezione del Corano, il libro lasciato da Maometto a futuro insegnamento per i fedeli, significa massimo sforzo nella direzione desiderata da Dio. Il termine guerra santa è subentrato in seguito, quando le posizioni si erano cristallizzate e due mondi ormai inconciliabili avevano iniziato la loro guerra millenaria. La cavalcata iniziata da Omar si era arrestata soltanto un secolo dopo a Poitiers sui Pirenei per mano del Re franco Carlo Martello, il nonno di Carlo Magno, il primo a salvare l’Europa dalla Mezzaluna. Del continente europeo, sarebbero rimaste in mani arabe la Sicilia, fino alla conquista normanna dopo l’anno Mille, e la Spagna, fino alla reconquista di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona conclusasi il 3 gennaio 1492.
Un record difficile da battere, quanto lo era stato da stabilire. E’ indubbio che la cavalcata di Omar e dei suoi successori, con la creazione dell’Impero prima Arabo e poi Turco, trovò le condizioni più favorevoli possibili nel vuoto di potere soprattutto militare che si era venuto a creare nel VII secolo dopo Cristo. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente aveva lasciato l’Europa in mano ai cosiddetti regni Romano-Barbarici, che soltanto a partire da Carlo Magno riuscirono a riorganizzare una entità politica e militare capace di resistere prima alle invasioni e poi di condurne a sua volta, con le Crociate. Quando Nel 710 Tariq dette il suo nome a Gibilterra conquistandola e aprendo le porte all’invasione moresca della Spagna, Visigoti e Vandali ormai erano un boccone fin troppo facile da inghiottire.
Maometto riceve gli insegnamenti dall'Arcangelo Gabriele
L’Impero Romano d’Oriente si era dissanguato nell’eterna guerra con quello Persiano, e per poco non sparirono tutti e due sotto la Mezzaluna. Costantinopoli e la Grecia si guadagnarono altri ottocento anni di difficile sopravvivenza, sostenuti dalle Repubbliche Marinare anche quando la rinnovata vigoria dei Turchi si stava mangiando la Penisola Balcanica. In Medio Oriente, Palestina e dintorni accolsero gli Arabi come liberatori che mettevano fine all’odiatissima dominazione romana, e si può capire. L’Africa, fino alle regioni subsahariane, una volta presa Cartagine e i vecchi avamposti romani era una porta aperta.
In sintesi, Omar fu un grande conquistatore che, al pari di Alessandro Magno, approfittò di un momento in cui grandi avversari in circolazione non ce n’erano.  L’Islam fu poi due volte fortunato perché quando il bonus di questa prima conquista araba si stava esaurendo, arrivarono i Turchi, fanatici come tutti i neoconvertiti e prodi guerrieri, a ridarle vigore e a riportare il terrore in Europa per secoli.
Ora arriva questo sedicente Califfo (o chi per lui) e in un’epoca in cui l’Occidente ha un vantaggio tecnologico sul mondo arabo-islamico spaventoso riesce nel giro di un annetto a fare qualcosa che perfino il leggendario Omar avrebbe potuto soltanto sognare. No, signore e signori, c’è qualcosa che non va. C’è un limite alla verosimiglianza di tutte le storie che ci possono raccontare. Questa l’ha già passato.
Muhammar El Gheddafi, dittatore di Libia dal 1969 al 2011
Il mondo occidentale si sta dibattendo alle prese con problemi che in gran parte si è creato da solo, ma che se lasciati ancora a marcire potrebbero teoricamente travolgere le élites che in questo momento ne determinano i destini. L’Europa dapprima ha patrocinato l’improbabile Primavera Araba spodestando (per gli interessi dell’ancor più improbabile dei presidenti francesi e di pochi altri) quelli che tecnicamente erano dittatori ma che in pratica avevano assicurato alle loro popolazioni per decenni condizioni di vita neanche paragonabili a quelle di adesso, senza fanatismi, sgozzamenti e barbe di Imam. E a noi avevano assicurato una convivenza tutto sommato pacifica e prosperosa. Passato il periodo del Gheddafi jihadista, avevamo negli ultimi decenni beneficiato di un partner economico come pochi altri. Per non parlare di Egitto e Tunisia. Abbiamo così tante volte accusato gli Stati Uniti di sprovvedutezza in politica estera che adesso non è difficile immaginare che faccia stiano facendo gli amici americani godendosi i guai in cui ci siamo andati a cacciare noi, dall’alto dei nostri millenni d’esperienza e di savoir faire.
Merkel, Poroshenko e Putin
Non basta. Ci siamo giocati l’unico possibile alleato forte e sicuramente interessato a combattere lo stesso nemico, il fondamentalismo islamico. Vladimir Putin è probabilmente a questo punto talmente disgustato dalle intromissioni europee in una vicenda troppo presto rubricata – secondo i nostri standards – come un’aggressione russa all’Ucraina, da ritenerci fortunati se ci rimanda indietro vive e vegete le varie Merkel e Mogherini che gli mandiamo a parlamentare.
E per soprammercato, stiamo studiando anche come far finire ingloriosamente l’Eurozona mandando a chi – come il neoeletto governo ellenico di Alexis Tsipras – chiede di non morire più di fame degli ultimatum che avrebbero fatto la felicità di Adolf Hitler, Hermann Goering e Joseph Goebbels ai tempi del Patto di Monaco.
Come si esce da questo incartamento colossale? Vogliamo sbagliarci, ma risvegliare un antico terrore ancestrale così ben sedimentato nella nostra storia collettiva come quello della Mezzaluna ci sembra una soluzione fin troppo facile. Basta vedere cosa viene conservato sul retro dell’altare della Cattedrale di Otranto, quella teca enorme dove riposano i teschi degli ottocento abitanti decapitati dal corsaro Gedik Ahmet Pascià nel 1480, per capire a cosa ci riferiamo. E guarda caso, qual è il marchio, il brand di questo Isis, che ogni sera viene proposto alle famiglie italiane e europee all’ora di cena al telegiornale? La decapitazione in stile Otranto dell’infedele. Cioè di uno di noi, uno de “nostri”.
I teschi di Otranto
Con l’Isis non si tratta, non fa prigionieri, accumula teschi e basta (anche se poi dietro lauto compenso le nostre Greta e Vanessa ce le rende, siamo o non siamo il bancomat della Jihad?). E’ un nemico talmente perfetto da sembrare studiato a tavolino, per spazzar via dall’attenzione dell’opinione pubblica qualsiasi altra questione. Per chiamare alle armi contro il nemico alle porte. Una volta di più, lo nero periglio che vien da lo mare. Come ai tempi di Brancaleone. O di quel Papa Urbano II che a Clermont Ferrand nel 1095 bandì la Prima Crociata, spaventato dalla preponderanza dei Turchi che avevano chiuso i Luoghi Santi ai Cristiani, dopo secoli di tolleranza araba (dietro compenso, anche quello era un bancomat).
Nemmeno Urbano II avrebbe potuto chiedere qualcosa di meglio di questo Isis. Se non ci fosse stato, qualcuno avrebbe dovuto inventarlo. Che l’abbiano fatto davvero?

domenica 25 gennaio 2015

ITALIA ANNO ZERO: Berlusconi e il PDL di nuovo in piazza: Giustizia sempre più da riformare

14 maggio 2013

«La nostra giustizia non garantisce l'imparzialità dei giudici, calpesta troppo spesso il diritto alla libertà dei cittadini, interviene nella vita politica e vuole eliminarmi perché mi considera l'unico ostacolo che si frappone tra la sinistra e la presa del potere. Tutto ciò fa dell'Italia, un tempo la culla del diritto, un paese e una democrazia malate».
Con queste parole Silvio Berlusconi ha sintetizzato il senso della manifestazione indetta dal PDL a Brescia sabato scorso 11 maggio, inizialmente prevista a sostegno del locale candidato Sindaco Adriano Paroli e inevitabilmente trasformata ancor prima di cominciare in una pubblica dimostrazione contro il sistema giudiziario italiano da parte del leader del Popolo delle Libertà e di chi si riconosce nelle sue posizioni politiche e civili in quella che qualcuno ormai definisce la Guerra dei Vent’Anni.
A far precipitare gli eventi la sentenza di Corte d’Appello che la settimana scorsa ha condannato Silvio Berlusconi a 4 anni e 5 mesi nel processo intentatogli per frode fiscale sui diritti TV Mediaset. Prima ancora della requisitoria del P.M. Boccassini al Processo Ruby (chiesti altri 6 anni di galera per Berlusconi e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici), il Processo Mediaset con i suoi esiti e le sue implicazioni (e i suoi strascichi, perché ancora pende davanti alla Consulta il suo annullamento per conflitto tra i poteri dello Stato) è stato sufficiente a spaccare il paese in due.
E la frattura appare non solo di quelle difficilmente sanabili, ma anche equamente e fedelmente rappresentata nella compagine governativa, che forse non aveva, date le circostanze, la riforma della giustizia nella sua agenda ma che sicuramente adesso dovrà confrontarsi con un clima politico che proprio a causa della giustizia ha finito di avvelenarsi e che grazie alle pulsioni latenti di guerra civile mostrate dalle varie articolazioni della piazza potrebbe arrivare al punto di rottura tra le sue due anime difficilmente conviventi.
Mentre i Ministri del Governo Letta si ritirano a meditare in convento in perfetto stile Doroteo (non volevamo morire DC, ma ci stiamo finalmente riuscendo), compreso il viepremier Alfano che sabato era a Brescia a manifestare contro i giudici, la tempesta politica si abbatte su un Paese sconvolto da tante cose, e per nulla rassicurato dalle immagini che sono giunte proprio da Brescia. Una piazza che inneggia a Berlusconi e le strade circostanti che invece lo contestano, il tutto – va detto – rappresentato da una informazione giornalistica tra le peggiori di sempre, servono a tante cose: a stendere un velo, anzi, una velina su altre ben più importanti questioni sulle quali il Governo forse non ha la più pallida idea di come intervenire, ma che decideranno, anche a breve, della nostra stessa esistenza in vita; nonché a travolgere lo stesso dibattito sulla giustizia e sulla sua necessità di essere riformata, perché tra le urla non si distingue più niente, né le ragioni di chi come Berlusconi si professa innocente e fa appello ad altri «tantissimi italiani che entrano ogni giorno nel tritacarne infernale della giustizia», né quelle di chi invece lo vede da anni e ancor di più adesso come il Colpevole dei Colpevoli, il nemico da abbattere, il Grande Corruttore che ha avvelenato e per qualcuno distrutto la vita democratica di questo paese.
In sostanza, quella parte della riforma del nostro ordinamento giuridico che più di altre meriterebbe riflessione e toni pacati, perché da essa dipende l’equilibrio dei poteri dello Stato, la nostra libertà sostanziale, la nostra stessa vita, si avvicina ad essere affrontata (perché non può più essere rinviata, su questo sono d’accordo tutti, pur dandosele di santa ragione) in una temperie al calor bianco. Dal palco, Berlusconi ha dapprima richiamato alla memoria le parole rivolte da Enzo Tortora a coloro che lo giudicarono («Io sono innocente, e spero nel profondo del mio cuore che lo siate anche voi»), e poi, tra le urla contrastanti, ha declamato la sintesi della proposta di riforma del sistema giudiziario che intende finalmente presentare dopo diverse legislature sprecate, «separazione della carriere tra i magistrati che fanno le inchieste e quelli che giudicano [...] una vera parità tra accusa e difesa. I pm devono avere per i giudici lo stesso rapporto che hanno gli avvocati della difesa: devono prendere appuntamento, bussare col cappello in mano, dare del lei e non del tu [...] ci batteremo per una responsabilità civile dei magistrati».
Mentre nella concitazione generale si perdono non soltanto le sue affermazioni ma anche quelle di chi ha inteso stigmatizzare la sua presa di posizione (a cominciare dal Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura che ha parlato di «giudici baluardo della legalità, chi parla di pacificazione non appicchi incendi» per finire al Presidente della Repubblica che ha dichiarato di sottoscrivere le sue parole una per una), è indubbio che in attesa di una riforma che tutto il popolo italiano, non soltanto quello di centrodestra, avverte ormai come indispensabile si continuerà nel frattempo a «fare giustizia» in un clima di bande contrapposte e di sfiducia popolare pressoché totale. Non c’è che dire, la strada del Ministro Cancellieri è in salita che più di così non si può.

L’ultimo affondo di Berlusconi alle cosiddette Toghe Rosse a Brescia è stato un guanto di sfida: «potete farmi di tutto, ma non potete impedire a milioni di italiani di volermi alla testa del PDL». E questo appare indiscutibile. Cosa ne sarà della giustizia e del popolo in nome del quale viene amministrata, questa è ben altra questione.

ITALIA ANNO ZERO: Fantozzi, Monti, la Corrazzata Potemkin e la riduzione delle Province

Le sciocchezze in Italia sono come le valanghe. Una volta che hanno preso il via, diventano inarrestabili. Quando poi se ne impadronisce la politica e ne fa altrettante parole d’ordine, diventano addirittura devastanti. Non sono passati molti anni da quando a Sabino Cassese prima e a Franco Bassanini poi fu consentito di rovinare irreparabilmente in questo paese una pubblica amministrazione che, pur non avendo mai raggiunto livelli di eccellenza pari a quelli del Civil Service britannico o americano o dell’Ecole Nationale d’administration francese, aveva funzionato discretamente dai tempi di Napoleone fino ai giorni nostri.
Una sinistra come sempre sprovvista di cultura di governo, in due momenti in cui il governo del paese cadde – è il caso di dire – nelle sue mani, acconsentì di buon grado a trasformare mode e tormentoni del momento in principi riformatori che, nelle mani dei professori dell’epoca, gente che non aveva lavorato nell’amministrazione per cinque minuti della sua vita ma che pretendeva di conoscerla bene, divennero qualcosa paragonabile all’Angelo Sterminatore del Vecchio Testamento.
L’amministrativista (termine già di per sé orrendo) Cassese codificò il nefasto principio dell’introduzione del diritto privato nella pubblica amministrazione. Da allora dirigenti e funzionari delle varie P.A. italiane sono nominati dai politici con contratti (onerosi per l'erario) di diritto privato, e pertanto sono legati mani e piedi alla volontà di questi contraenti. Bassanini completò l’opera pochi anni più tardi, introducendo la separazione (fittizia) tra politica ed amministrazione e la deregulation. Con la prima, si fece finta di tracciare dei confini tra le varie responsabilità: il politico fa le scelte strategiche, il funzionario adotta gli atti necessari ad attuarle, nel rispetto delle leggi. Niente di più falso, se chi deve attuare può essere licenziato dalla sera alla mattina, costui osserverà la volontà del padrone e non la lettera della legge. Con la seconda, una serie di previsioni normative furono declassate da previsioni di legge a previsioni di atti amministrativi, e come tali sanzionabili in caso di infrazione in maniera molto più leggera. Che poi, con buona pace di Bassanini e di chi ne cantò le gesta, era l’unica cosa che interessava ad una classe politica preoccupata di non veder ripetersi mai più Tangentopoli (nella persecuzione, ovviamente, non nella prassi).
Da queste improvvide riforme, a cui venne poi ad aggiungersi un Titolo V riformato in fretta e furia la sera prima della fine della legislatura per non lasciare in mano niente alla destra che avrebbe governato quella successiva e un federalismo ciarlatano e cialtrone che la destra stessa provò ad attuare in ossequio alle promesse fatte a una parte della sua base, quella leghista, la pubblica amministrazione italiana ne è uscita distrutta.
Franco Bassanini
Arrivando ai giorni nostri, in un momento in cui la crisi economica da un lato e di fiducia nelle istituzioni dall’altro morde le caviglie ai cittadini come mai prima forse nella nostra bicentenaria storia di popolo, un governo che questo popolo non ha eletto ma che è stato incaricato dal capo dello stato allo stesso modo di come accadde esattamente novanta anni fa negli stessi giorni (con la differenza che allora la costituzione vigente – lo Statuto Albertino – lo consentiva, mentre adesso no) non ha trovato di meglio che lanciare una nuova parola d’ordine, e come sempre succede nei periodi di crisi individuare un nuovo nemico. Questa volta non etnico o religioso, ma sociale. Lo si può leggere perfino su testate che una volta giustamente avevano la pretesa di essere prestigiose. Il Corriere della Sera, Repubblica, non passano giorno senza lanciare il messaggio al popolo affamato che il suo nemico sono i dipendenti pubblici. Che la pubblica amministrazione è una “erogatrice di stipendi, non di servizi”, come si può sentir dire facendo zapping da un talk show all’altro, a qualsiasi ora.
In altre parole, i tagli alla spesa pubblica da fare non sono quelli che una neghittosa classe politica, come l’orchestra del Titanic, si sta pervicacemente rifiutando e si rifiuterà di operare (in danno di se stessa, evidentemente), nella speranza malcelata che perfino i Fiorito presto o tardi torneranno a piede libero a godersi i proventi dei loro (legali, si badi bene, in quanto consentiti o tollerati da norme in vigore) approvvigionamenti finanziari. I tagli da fare sono gli stipendi dei dipendenti. Quelli che fanno tanto rabbia perché hanno il posto fisso. Quelli che stanno a sportello a prendersi quotidianamente la rabbia e gli insulti della gente, dell’utenza, giustamente inferocita da una burocrazia che definire borbonica è un oltraggio ai Borboni, ma che non riflette mai fino al punto di capire che ciò che la fa inferocire ha sede più su, a piani più alti. Quelli che magari a volte ti prendono in simpatia o compassione e aggirano regolamenti bizantini per venirti incontro e “non farti ritornare”, ma a loro rischio e pericolo, perché con la giustizia italiana se rubi milioni di euro te la cavi, ma se sbagli una marca da bollo la tua vita è finita.
Ma qualcuno bisogna pur trovare, gli ebrei non vanno più di moda, gli extracomunitari non è politicamente corretto, e allora, dagli al pubblico dipendente! E dove lo vado a trovare, avrà pensato il buon Monti, e con lui questo aulico consesso di menti accademiche applicate alla vita reale? Chi addito al popolo come affamatore? Come approfittatore? I Comuni non si toccano, esistono dal Medioevo e si sminestrano da sempre tutte le rogne di cosiddetta amministrazione diretta, di utilità (si spera) per i cittadini. Le Regioni sono, e rischiano di restare, gli unici feudi in cui certa sinistra può sperare di comandare, e di fare il bello e cattivo tempo. Restano le Province, anche se chi ha un minimo di istruzione sa che a toccarle si va contro la storia, oltre che contro il buon senso.
Le Province le aveva inventate Napoleone, che a differenza di tante altre figure pseudo-storiche succedutegli aveva dimostrato di non essere proprio un cretino o un incapace. Dopo di lui generazioni di governanti più o meno illuminati vi si erano appoggiati per mandare avanti questa baracca non semplice di stato che ci ritroviamo. I Prefetti, rappresentanti del Governo in sede locale, hanno avuto finora incontestatamente base provinciale, et pour cause.
Non molti anni fa, un’altra delle parole d’ordine uscite dall’immaginario di chi si è trovato ad amministrare senza avere idea di cosa amministrava fu quella degli ambiti territoriali ottimali. In sostanza, in un territorio in cui a parte le grandi città tutto era amministrato da Comuni dal numero di abitanti irrisorio, si pensava (e forse per una volta non completamente a torto) che tante materie potessero essere gestite a livello più o meno provinciale con efficacia, dai rifiuti, all’acqua, alla protezione civile, alle bonifiche, alle coste. Non appena il principio fu codificato dalle prime leggi, una valanga di competenze fu rovesciata (spesso senza le adeguate risorse economiche e di personale) dalle Regioni sulle Province. Che da allora cercano, in sofferenza, di assolverle (si parla di uffici e di lavoratori addetti, non di politici, sia chiaro).
Per stare alla Toscana, la realtà che conosciamo meglio e che più ci interessa, che senso hanno le Province è chiaro a chiunque conosca anche sommariamente un po’ della nostra storia sia antica che moderna. Cosa vale peraltro la nostra classe politica lo si vede dai commenti, oltre che dall’atteggiamento complessivo. Non c’è stato uno dei politici locali che si sia alzato a criticare il decreto ammazza-Province, se non al limite per aver sfavorito Tizio piuttosto che Caio. La Toscana esce con le ossa rotte dal riassetto istituzionale operato da un governo che nessuno ha eletto e che dio solo sa (ma ci si può immaginare) a chi risponde (a proposito, ma le Province non erano organi a rilevanza costituzionale? E si possono sopprimere così, per decreto?).
E facile immaginare cosa succederà a Prato, che ritornerà a dipendere amministrativamente da Firenze. E’ altrettanto facile immaginare cosa succederà a un abitante di Massa che dovrà andare a fare un foglio in Provincia arrivando fino a Pisa, o a uno di Capalbio che dovrà risalire fino a Siena, o viceversa. Per non parlare di quell’ultimo prodotto del genio umano (di cui una volta la Toscana era fucina) che è l’Area Metropolitana. Non Londra, signori, non Parigi. Qui l’Area Metropolitana comprende Marradi, San Godenzo, l’Abetone. Fanno tutti parte della Greater Florence. Chiaro il concetto?
Qualcuno ha la pretesa di continuare a dire che la Toscana va avanti tutta. Qualcun altro in sede nazionale applaude alla vittoria del Movimento Cinque Stelle, senza riflettere su cosa e soprattutto su chi sta vincendo. Nessuno che si sia alzato come Fantozzi, che nel capolavoro di Paolo Villaggio, costretto ad assistere per motivi aziendali alla proiezione della Corrazzata Potemkim, alla fine sbotta e in un soprassalto di dignità grida: “Per me…..è una c……… pazzesca!”

Le sciocchezze in Italia sono spesso devastanti e inarrestabili. Ma anche la furia della gente presa in giro può esserlo. In questo paese non abbiamo mai fatto una rivoluzione, e questo è il nostro limite storico come popolo. Ma a tutto c’è una prima volta e non è il caso di fare troppi esperimenti.