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domenica 3 gennaio 2016

La memoria del mondo

Sono stati due anni pieni di anniversari. Il 14 e il 15 di ogni secolo dell’era moderna in genere o sono quelli che concludono un lungo periodo di guerre, o sono quelli che gli danno il via. Nel Novecento il 1914 prese di sorpresa l’Europa della Belle Epoque, del Positivismo, del più lungo periodo di pace mai vissuto dal Vecchio Continente dopo che l’Impero di Bismarck aveva travolto a Sedan quello di Napoleone III. A Sarajevo bastarono alcuni spari diretti contro l’erede al trono degli Asburgo d’Austria-Ungheria perché un mondo che si riteneva ormai civile e prospero senza possibilità di ritorno all’indietro precipitasse nel volger di pochi giorni in un nuovo abisso di barbarie.
Kaiser Wilhelm II
Gli Stati entrarono nella Grande Guerra o con riluttanza o con la convinzione che si trattasse ancora di una di quelle guerre ottocentesche che si risolvevano in qualche battaglia campale e quasi mai coinvolgendo le popolazioni civili oltre agli eserciti. Un tragico errore portò ad una inutile strage, come l’avrebbe definita qualche anno e molti milioni di morti più tardi il Papa Benedetto XV. La stessa tecnologia che aveva reso incomparabilmente più agevole la vita degli europei a partire dalla seconda metà del secolo precedente si scoprì che rendeva molto più facile e molto più atroce (in scala e metodo) anche la morte.
Alla fine del primo anno di guerra, Ypres era già diventata sinonimo di orrore. La guerra di trincea aveva dissolto ogni illusione di blitzkrieg antica o moderna. I semi di atrocità ancora peggiori stavano entrando in circolo nel sangue degli europei e degli abitanti dei loro dominions coloniali. E tuttavia ancora un briciolo di umanità quasi favolistica consentì ai “nemici” delle trincee anglo-francesi e prussiane di festeggiare il primo Natale di guerra in modo insolito. La più clamorosa tregua bellica nella storia dell’uomo, dai tempi in cui ad Olimpia si comprese che era forse più redditizio affrontarsi in uno stadio sportivo che sui campi di battaglia.
Il 1915 fu l’anno dell’Italia, sempre buona ultima ad allinearsi alle tendenze positive o negative che le arrivano da oltre confine. Un secolo prima, il Congresso di Vienna aveva ribadito che la penisola era poco più che una espressione geografica. Un secolo dopo, la giovane nazione italiana dimostrò che la sua fame di guerra andava ben al di là della necessità di riunire alla patria le zone irredente dal lungo e sanguinoso Risorgimento, da Trento all’Istria.
Con l’Italia in campo, la Grande Guerra diventò totalmente europea. E il più aveva ancora da venire. Anche il 16, il 17 e il 18 sono e saranno anni di anniversari significativi. Il mondo in quei tre anni cambiò per sempre. Lo aveva già fatto. Lo avrebbe fatto ancora. E la gente che lo abita avrebbe continuato imperterrita a guardarsi bene dall’imparare qualcosa dal passato, remoto o recente.
Ciò che fa della storia quel ciclo di corsi e ricorsi di cui parlava Giovan Battista Vico e da cui nessuno vuole mai apprendere è proprio il dilemma a cui si trova ogni generazione umana: imparare dagli errori di genitori e nonni, o commetterne di propri?
Adolf Hitler
Cento anni dall’inizio della Prima, settanta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 44 e 45 furono anni ancor più terribili. Il mondo sembrò sull’orlo d una fine orrenda, piuttosto che di un nuovo cambiamento. Gli stati totalitari nati dal crollo degli Imperi e dalle questioni lasciate irrisolte da quegli Imperi e da chi li aveva abbattuti non si accontentavano di conquiste economiche e territoriali. Volevano forgiare l’uomo nuovo, o vederne in caso contrario la fine. L’unico limite era quello posto dalla follia dei dittatori andati al potere con il consenso di masse meno civilizzate di quanto l’apparenza facesse supporre.
Nei trent’anni tra l’inizio e la fine delle due guerre mondiali, l’uomo sembrò tuttavia acquisire un anticorpo nel proprio DNA. Un vaccino che impose alla Guerra Fredda scoppiata nel 1947 di mantenersi entro limiti che sembravano retaggio del passato. Le crisi tra le due superpotenze non arrivarono mai - o quasi - allo sparo di un solo colpo. Perché, come disse efficacemente Einstein, sarebbe stato l’ultimo colpo sparato dall’uomo. Ed Einstein lo sapeva bene, perché era stato uno di coloro che aveva messo in mano all’uomo la sua arma finale,  definitivamente distruttiva: quella atomica.
La bomba atomica c’è ancora, settant’anni dopo. Eppure il 14 e il 15 del ventunesimo secolo vedono soffiare di nuovo venti di guerra impetuosi. Vedono il terreno di nuovo fertile per totalitarismi e fondamentalismi. L’equilibrio del terrore quindi non era dato dalla disponibilità di armi devastanti, ma piuttosto dalla consapevolezza – acquisita sulla propria pelle – di cosa può fare l’uomo armato contro l’altro uomo, sia quell’arma un missile o una semplice clava. Quelle generazioni avevano già dato, non volevano dare più. Le nuove, come la mia, erano nate nel benessere. In una nuova Belle Epoque ancora più illusoria della precedente.  Impregnata della fallace sensazione che certi errori e certi orrori non li avremmo visti accadere più.
Urbano II bandisce la Prima Crociata a Clermont Ferrand
L’anno che si è appena concluso era il 920° da quello in cui fu bandita la Prima Crociata. E ancora si parla di crociate, da una parte e dall’altra. E il giorno dell’Ottava si avvicina. L’anno che si è appena concluso è stato inoltre quello del 90° anniversario del primo regime rubricato come “fascista” che si affermò ufficialmente sul continente europeo. Un primato che tocca all’Italia, ognuno giudichi se vale la pena celebrarlo o meno. Il Continente era stanco di democrazia, un sistema peraltro pessimo ma senza alternative, secondo la celebre definizione di Winston Churchill.
L’anno che si è appena concluso era portatore di un altro anniversario importante. Il 15 giugno 1215 a Runnymede lungo il Tamigi nella Contea di Surrey i baroni inglesi imposero al Re Giovanni Senza Terra (il fratello di Riccardo Cuor di leone reso celebre dalle avventure di Robin Hood) la firma di un documento come tanti che se ne firmavano nel Medioevo. A volte erano poco più di statuti che concedevano grandi o piccole libertà a grandi o piccoli borghi del regno. A volte erano qualcosa di più.
Magna Charta Libertarum
Si chiamava Magna Charta il documento la cui firma fu strappata dai Lords al meschino fratello del Cuor di Leone. Ad essa si fa risalire nientemeno che la nascita della democrazia parlamentare. Il fondamento di tutte le nostre libertà. Il principio del “niente tasse senza rappresentanza” fa da sempre la differenza tra noi e i paesi che vivono sotto regimi illiberali. Solo che noi non ce lo ricordiamo più. E’ stato infatti uno degli anniversari passati sotto il silenzio più assordante possibile. In Italia poi, forse all’attuale governo e ai poteri che lo sostengono interessa più la ricorrenza della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Per la quale ci sarebbe da aspettare qualche altro anno. Meglio muoversi in anticipo, avranno pensato gli squadristi renziani.
Il nuovo Asse Roma-Berlino
Sono arrivato ad una fase della vita in cui si comincia ad apprezzare la meditazione ed il silenzio, magari favoriti e accompagnati dal vento che soffia sulle cime disabitate (o quasi) di molte nostre montagne. I discorsi e le celebrazioni non fanno più per me. Scrivere poi pensando di lasciarsi dietro qualcosa che insegni qualcos’altro a qualcuno è diventato sintomo di una presunzione sempre meno sensata. Che ogni generazione faccia i propri errori e vi rimedi, se sopravvive abbastanza per farlo. Se scrivo ancora, lo faccio soltanto per me, per i miei ricordi, per le mie emozioni.
Soffiano venti di guerra impetuosi. E allora meglio ritirarsi quassù ad ascoltare il vento che soffia su queste cime dove settant’anni fa tuonava il cannone e scorreva il sangue. Meglio fermarsi a riflettere sul significato di queste croci e queste lapidi bianche, che riportano date di nascita e di morte non più distanti di diciott’anni l’una dall’altra, nomi di ragazzi tedeschi immolati alla più infame delle cause. Soldati di un esercito maledetto fino alla fine del tempo.
Deutscher Soldatenfriedhof von Futa Pass. Soltanto qui ce ne sono sepolti oltre trentamila. E’ il più grande cimitero di guerra germanico in Italia, rimasto a testimoniare quei due anni di immane follia in cui questi ragazzi seminarono orrore e morte come già avevano fatto nel resto d’Europa. Non è un caso che qui ce ne siano sepolti così tanti. Questo era il fulcro della Linea Gotica. A sfondare questo fronte gli alleati ci misero oltre otto mesi. SS e Wehrmacht stabilirono qui la loro ultima disperata resistenza prima della rotta finale. L’ordine di Hitler era quello di morire piuttosto che arrendersi. Tutti, fino all’ultimo uomo. E così fu fatto. Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer.
Deutscher Soldatenfriedhof von Futa Pass
Il colpo d’occhio è quello di tutti i cimiteri di guerra. Eppure non riesco a provare la stessa commozione che mi danno i cimiteri americani. Quello di Falciani alle porte di Firenze, quello del Giogo – qui vicino – dove sono sepolte le vittime di questi qui, dei ragazzi nazisti. Quelli della Normandia. Quelle croci bianche dopo tanto tempo mi stringono il cuore allo stesso modo. So bene che sono nato in un mondo accogliente e confortante soltanto grazie ai ragazzi sepolti sotto a quelle croci.
Questi, mi dispiace, ma non sono la stessa cosa. Erano imbottiti di metanfetamina e dell’ideologia più aberrante dell’intera storia dell’umanità. O forse di quella che riassumeva e sintetizzava tutte le aberrazioni della storia umana. Furono capaci di qualunque cosa, i Karl, i Gustav, gli Johannes, i Fritz che adesso giacciono sotto queste croci. E grazie ai quali questo lembo di terra è diventato territorio della Repubblica Federale di Germania. Non della Repubblica Italiana. Alla fine, la Germania qualche conquista territoriale l’ha ottenuta con la Seconda Guerra Mondiale. E non è i suoi figli attuali la gestiscano con molta maggiore simpatia rispetto ai suoi antenati di settant’anni fa, almeno a giudicare da come ti accolgono quando arrivi in visita.
Questo è quello che penso. Avere simpatia per i tedeschi è concettualmente impossibile, disse una volta mio padre. Che se li ricordava con l’elmetto nazista in testa. E io bambino – come lo era stato lui a tempo in cui quei ricordi si erano stampati indelebilmente nella sua mente – ascoltavo quei racconti destinati a segnare indelebilmente anche me.
Non ho simpatia per queste croci, questi nomi, queste date. Per quella bandiera tedesca che sventola sul mausoleo qui nel centro della mia terra. Non ho simpatia né commozione per questi trentamila. Non l’avrò mai. Fosse vissuto uno solo di loro, né io né i miei cari adesso saremmo qui. Non ho simpatia per quelli che vengono qui a radere l’erba e a mantenere strutture e fioriere. Li ho visti all’opera anch’io, e non solo qui. Sono pronti a rimettersi l’elmetto in testa e a fare di questo continente di nuovo un luogo di sofferenza. Forse lo stanno già facendo.
Non ho simpatia per ragazzi che avevano si e no diciott’anni quando la loro vita fu stroncata. E’ brutto, lo so, ma è così. Però posso avere almeno rispetto. La morte alla fine lo merita sempre. La morte ed il pensiero che prima o poi altri ragazzi come questi saranno mandati a morire altrettanto stupidamente.

E ci saranno altri anniversari. E altrettanta gente che li ignorerà.

giovedì 10 dicembre 2015

CONTROCORRENTE: Il bambino e il poliziotto

Stamattina le forze dell'ordine hanno sgombrato l'ex palazzo della Regione in Viale Toscana 21 dalla occupazione effettuata ieri sera dal Movimento Lotta Per la Casa. Movimento famigerato, che a Firenze ne ha combinate di cotte e di crude, tra cui la prolungata occupazione del Vecchio Meyer (lasciato in condizioni orrende dai "portatori di cultura" che vi soggiornarono per anni).
La prima sensazione è stata di normalità. Nè contento, né scontento, solo "normalizzato". Imbecille la Regione a lasciarsi sfuggire quel palazzo, imbecille chi ha permesso alla situazione sociale fiorentina ed italiana di arrivare a questo punto. Imbecilli tanti, se non tutti. Ma per una volta i poliziotti sono intervenuti subito, presto e bene, senza "mediatori culturali" e ricatti moralisti e politicanti.
Poi qualcosa ha cominciato a stridere, a fianco del fastidio dei consueti slogan post-sessantottini. Si, va bene, questi erano da sloggiare. Ma..... e quelli che stanno svernando al nuovo Meyer serviti e riveriti dalla cricca di Rossi e del PD? Questi erano italiani, a loro dire e ad occhio e croce. Cioé cittadini a cui la costituzione ancora dovrebbe garantire almeno il diritto alla sopravvivenza. Cittadini che "scappano dalla povertà", per dirla con l'affabulatore Mattarella e tutto il Circo Medrano di Boldrini & C. (ma loro si riferiscono a tutti meno che agli italiani).
Perché per questi Rossi non ha stanziato un euro? Perché non li porta nottetempo a rifocillarsi e stanziarsi in qualche Villa Basilevskiy o altro bene demaniale che dir si voglia? Perché la legge non è mai unguale per tutti in questo cazzo di paese, e se sei italiano è ancora meno uguale?
E le Forze dell'Ordine? Qui arrivano subito, magari a Roma, Genova e Venezia avessero fatto altrettanto. ma questi non sono Black Bloc, sono solo venti bischeracci che gridano coordinati da un facinoroso post-sessantotto con tanto di megafono.
Arrivano in cinque camionette insieme tra Polizia e Carabinieri (non succedeva credo dal referendum Monarchia-Repubblica), più quella dei Vigili del Fuoco. Quando la Fondiaria ed il Comune di Firenze si mettono a fare sul serio non ce n'é per nessuno, specialmente se si tratta proprio di "nessuno". Italiani, Ovviamente, ci fosse stato un solo "portatore di cultura" colored il discorso cambiava (e un'altra volta vi racconto episodio analogo finito a tarallucci e vino).
Tra parentesi, le camionette alle ore 15,00 erano ancora lì, quando degli occupanti non v'era più traccia. A pensar male, viene da pensare appunto che a quel punto la giornata di servizio è quasi finita e gli eroici difensori dell'ordine tiravano tardi per non rientrare in caserma e vedersi spedire da qualche altra parte. Uno spippolava sul cellulare, uno dormiva, uno si massaggiava la pancia dopo visita al lampredottaio all'angolo, uno era al bar della Regione (quello non lo dismette nessuno e dà rifugio a tutti).
Dice, ma sono mal pagati. Vero, ma per quello che ho visto sono anche scelti male. Non hanno mai avuto visi raccomandabili i poliziotti, non devono averli per potersi mischiare ai delinquenti. Ma questi...... Uno per tutti, l'agente in assetto antisommossa a cui chiedo come fare a superare in macchina lo sbarramento delle camionette all'uscita dell'ufficio, parcheggiate come se avessero avuto da catturare Godzilla. L'espressione chianina dell'agente mi ha fatto desistere dal rivolgergli ulteriori quesiti. I miei gatti in genere mi capiscono al volo. Con questi non c'é verso.
Mi considero un estimatore delle forze dell'ordine. Sarò a lutto finché non mi riportano i nostri Marò dall'India. Ma questi......contro chi erano in assetto antisommossa? Contro quel bambino che ho sentito dichiarare "almeno stanotte non ho dormito in macchina"?
Ma che andassero a cagare tutti quanti. Me compreso, che sto ancora qui a incazzarmi per essere condannato a vivere in questo paese di merda.
P.S. L'assessore regionale alla casa Vincenzo Ceccarelli, il mio assessore, col cazzo che si è affacciato alla sua finestra a vedere cosa succedeva. Tanto per la cronaca.

giovedì 15 ottobre 2015

La fine del diritto



Il faccione di Maria Elena Boschi, con quell’espressione un po’ da Vispa Teresa, campeggia da ieri sulle prime pagine di tutti i quotidiani. La signora ministro delle riforme coistituzionali è entrata nella storia d’Italia, lasciamo fare per quale porta o finestra, ma c’è entrata. Il Senato, quell’aula sorda e grigia al cui Presidente qualcuna aveva ricordato tempestivamente quando e come era stato eletto a quella carica, ha fatto il suo dovere. La riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini-Finocchiaro è passata a Palazzo Madama. La Repubblica nata dalla Resistenza e prodotto dell’ingegno dell’Assemblea Costituente del 1946 non esiste più. Dimenticate i nomi di Terracini, Parri, De Gasperi, Togliatti, De Nicola. Da oggi i nomi da mandare a memoria da parte di quei pochi scolari che continuano a togliere il cellophane ai libri di scuola sono quelli elencati più sopra.
Addio al bicameralismo perfetto del 1948, che forse aveva fatto il suo tempo favorendo ormai soprattutto ostruzionismi parlamentari e manovre di sottogoverno. Ma addio anche al sogno di riformare quella che a giudizio pressoché universale è stata una delle migliori carte costituzionali della storia mondiale attraverso un procedimento che almeno nella forma se non nella sostanza rendesse omaggio a quella stessa carta e a chi – in quell’anno e mezzo di lavoro ispirato e di prodigiosa solidarietà tra le pur eterogenee forze politiche rinate durante la sanguinosa lotta al fascismo – l’aveva redatta facendone dono alla neonata Repubblica.
La generazione dei D’Alema aveva illuso con il sogno della Bicamerale, una Fiera delle Vanità che almeno aveva fatto discutere dentro e fuori di essa, coinvolgendo anche quel popolo in nome di cui diceva di operare. Poi era venuto l’oltraggio della Riforma Bassanini - D’Alema del Titolo Quinto, con un potere esteso ad una rappresentanza popolare – quella che si sostanzia nei Consigli regionali – tra le più modeste mai espresse da quando esiste la democrazia assembleare. In queste maggioranze è stata allevata la generazione dei Renzi e delle Boschi, che alla fine aveva in testa una cosa sola, e l’ha ottenuta: perpetuare all’infinito il proprio potere.
Il testo della Renzi - Boschi – viene da sorridere, ce ne rendiamo conto, ma da oggi sarà conosciuta così – prevede una Camera Alta sul modello malamente imitato di quella americana: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 lunghi anni. Competenze ridotte, a cominciare dalla perdita dell’espressione della fiducia al governo, per un totale di 100 senatori contro i 315 attuali. Peccato che non sarà il singolo elettore a spedire alla lontana capitale il “proprio senatore”, come succede oltre oceano. Saranno i consigli regionali a decidere chi mandare alla nostrana Capitol Hill, e il popolo non avrà altra occasione di metterci bocca se non nel referendum confermativo o meno che andrà in scena – per l’ultima volta, crediamo – nell’autunno del 2016. Sarà presumibilmente il canto del cigno della vecchia costituzione.
E’ il secondo tassello di una architettura costituzionale che il partito democratico sta consapevolmente allestendo da tempo. Il modello è la legge elettorale della Toscana, che ha permesso al governatore uscente Enrico Rossi di riconfermarsi con meno del 25% dei voti degli aventi diritto, in virtù di un premio di maggioranza spropositato, che nemmeno Acerbo e Scelba avrebbero mai sognato di conferire. Il modello è apparso peraltro esportabile sia in Italia che all’estero. L’Italicum, se e quando il presidente del consiglio concederà graziosamente al popolo di tornare a votare, farà di lui un Rossi nazionale, con le stesse percentuali di votanti e di premialità. Nel frattempo non è un caso se della vittoria di Pirro di Alexis Tsipras in Grecia i primi e più convinti a congratularsi siano statti proprio Rossi e  Renzi. Il giocattolo, almeno per loro, funziona.
Queste innovazioni che segneranno la nostra vita politica e civile (e che allestiranno a parere di chi scrive un vero e  proprio regime, senza bisogno almeno in apparenza di nessun connotato di esplicita violenza come in occasioni precedenti) vengono approvate da un parlamento che la Corte Costituzionale ha da tempo dichiarato illegittimo, perché eletto in virtù di una legge – il Porcellum – incompatibile con la Costituzione ancora in vigore per pochi mesi in questo paese. Ma pazienza, Anna Finocchiaro può irridere una volta di più il popolo che almeno formalmente rappresenta invitandolo a “prendersi le sue responsabilità”, mentre va ad abbracciare la ministra Boschi esplicitando un connubio tra i più improbabili e letali della storia d’Italia.
Poi arriva non meno importante l’imprimatur di Giorgio Napolitano, presidente emerito e senatore a vita. Uno che sa bene che direzione ha preso la storia del nostro paese, perché era presente all’imbocco di questo binario e ne ha azionato lo scambio decisivo. Non è un caso che all’annunciarsi del suo discorso escano dall’aula non solo i Cinque Stelle ma anche la pattuglia residua di Forza Italia, guidata dal loro disgustato e stanco ma ancora non domo condottiero, Silvio Berlusconi. Il botta e risposta tra l’ex presidente della repubblica e l’ex presidente del consiglio dice tutto, ed anche qualcosa di più.
“Entriamo nel campo della psicologia – attacca Napolitano -. E io non voglio fare commenti politici, figuriamoci quelli psicologici. Ho letto attribuite a Berlusconi parole ignobili, che dovrebbero indurmi a querelarlo, se non volessi evitare di affidare alla magistratura giudizi storico-politici; se non mi trattenesse dal farlo un sentimento di pietà verso una persona vittima ormai delle proprie patologiche ossessioni”.
Non si fa attendere la risposta di Berlusconi. Dopo aver invitato tutti a leggere il capitolo del libro di Friedman sul “golpe del 2011” ed aver citato l’inchiesta di Trani sulle agenzie di rating che a suo dire confermerebbero la regia dell’ex presidente e appunto lo stesso golpe, affonda: “Io sono stato condannato a tre anni per molto meno. A chi si è macchiato di golpe vogliamo dare meno di quattro anni? Si, è il minimo protestare quando prende la parola Napolitano”.
Questa è la colonna sonora ufficiale della riforma della nostra Costituzione. Mentre a Palazzo Madama Napolitano conclude il suo discorso e va a congratularsi anch’egli con la Boschi, a Montecitorio si salda intanto l’ultimo tassello della riforma istituzionale a cura del partito democratico.
Lo ius sanguinis è uno dei fondamenti del nostro ordinamento giuridico fin da quando l’evolversi di un diritto romano fece della nostra penisola la “patria del diritto”. La Repubblica e l’Impero romani conferivano la cittadinanza, con tutti gli onori ed oneri che ne derivavano, a chi nasceva da genitori romani. Sulla base del sangue. E’ vero che nel Basso Impero per finanziare la propria economia e la stabilità sociale era invalso l’uso di vendere la cittadinanza ai cosiddetti barbari, e che il Bassissimo Impero aveva trasformato quest’uso in un abuso. Ma il principio era rimasto invariato, dai tempi di Giustiniano fino a ieri mattina, quando la Camera dei Deputati ha dato l’ultimo colpo alla società civile così come l’abbiamo finora conosciuta approvando il disegno di legge che introduce in Italia lo ius soli.
Il diritto anglosassone conferisce la cittadinanza sulla base del “dove” e non sul “da chi”. Conta nascere sul territorio, non importa da quali genitori. E’ una nozione al di fuori della nostra cultura, e per di più pericolosissima in una realtà come la nostra che subisce l’aggressione quotidiana fisica e massiccia da parte di torme di migranti travestiti da profughi, di fronte alla quale le istituzioni stanno mostrando la loro impotenza o peggio la loro connivenza. Matteo Renzi canta vittoria su Twitter: “Si può essere o meno d'accordo su ciò che stiamo facendo, ma lo stiamo facendo: la lunga stagione della politica inconcludente è terminata. Le riforme si fanno, l'Italia cambia. Avanti tutta, più decisi che mai”.
Chi tra i suoi cittadini ha minori interessi personali ma sicuramente più cultura o forse anche soltanto educazione civica preferisce mettersi le mani nei capelli, e non su un social network ma nella realtà. Conoscendo il pollaio italiano, per avere la cittadinanza di questo paese (e quindi anche della Comunità Europea) basterà che le madri vengano a partorire i loro figli sul nostro suolo. Cosa ne conseguirà poi è facile immaginare. Ricongiungimenti familiari allargati obbligatori. Voti al partito democratico altrettanto obbligatori.
Le temperie introdotte allo ius soli dalla legge approvata, il possesso cioè da parte di uno dei genitori del permesso di soggiorno UE di lungo periodo ed il cosiddetto ius culturae (l’aver frequentato un ciclo scolastico di almeno cinque anni nel nostro sistema di pubblica istruzione) si riveleranno inefficaci per quanto appaiono al presente ridicoli. E’ una legge ad hoc, per regolarizzare ed avviare alle urne elettorali la gran massa di persone che da Lampedusa transiteranno sul nostro territorio per restarvi. Ironia della sorte, o della legge, nessun cittadino europeo potrà diventare cittadino italiano. I nostri partners non hanno bisogno del permesso di soggiorno in Italia, quindi per loro restano paradossalmente i canali tradizionali.
Abbiamo aperto con la ministra Maria Elena Boschi. Chiudiamo con un'altra signora il cui nome resterà sicuramente negli annali di storia italiana. E che commenta euforica l’esito della votazione avvenuta nella Camera che presiede. “Montecitorio fa cadere la barriera che per troppo tempo ha tenuto separati tanti giovani e giovanissimi nuovi italiani dai loro compagni di scuola e di gioco”. Firmato Laura Boldrini.
I bambini ci guardano, insomma. Chissà se capiscono, o capiranno mai anche da grandi, che cosa abbiamo fatto.

venerdì 9 ottobre 2015

I misteri della Tramvia



Tempi duri per i sindaci del PD. La sorte di Marino a Roma è segnata. A Milano Pisapia finisce addirittura sul blog del supermolleggiato Celentano. La decisione di compiere la strage di alberi secolari (oltre 500) a Lorenteggio per aprire il cantiere della nuova tratta della M4 costa all’ex Sindaco Rock l’appoggio dell’ex Stella del Rock, e probabilmente di una bella fetta di opinione pubblica.
A Roma, tanto per sparare sulla Croce Rossa, tra le tante malefatte alla Giunta Marino viene ascritta quella di stare meditando una strage analoga, anzi semmai amplificata, con la scusa dell’eliminazione degli alberi-killer. Quelli che in assenza di manutenzione rischiano di venire giù ad ogni raffica di vento, sulla testa e sulle proprietà dei malcapitati cittadini. Si parla di cifre dell’ordine di migliaia.
Firenze è tutto fuorché una metropoli. Almeno nei grandi numeri deve inchinarsi alle due più popolose città di cui sopra. Tuttavia il sindaco Nardella, muovendosi sulla falsariga dei predecessori Domenici e Renzi e soprattutto degli appalti da questi assegnati, ha voluto legare il proprio nome ad una proporzionata strage nostrana di vegetazione urbana e – non solo per quello – ad un probabile crescendo di impopolarità. Da Via dello Statuto a Viale Morgagni a Via di Novoli, la Tramvia ha chiesto il suo tributo arboreo, con buona pace di ambientalisti o semplicemente di cittadini nostalgici della Firenze che fu. In compenso, strade chiuse o ridotte ad impraticabili mulattiere, sensi di marcia stravolti e segnaletiche azzerate si sprecano ormai quotidianamente, a rendere la vita dei fiorentini simile ad un inferno urbano.
Fu Domenici a dettare ai posteri la storica frase: “fate pure i vostri referendum, noi faremo i nostri appalti”. La Tramvia ormai a Firenze è indiscutibile. E’ il progresso che avanza, il Cavallo di Ferro che attraversò già le Grandi Praterie nordamericane e le sconfinate steppe e tundre gelate dagli Urali alla Siberia allo Stretto di Bering. Da tre amministrazioni a questa parte, il Comune di Firenze quando decide qualcosa non guarda più in faccia a nessuno.
I guai cominciano quando si tratta di passare dai discorsi e dai progetti ai fatti. Allora i tempi si dilatano ed i modi si ammorbidiscono sensibilmente. E’ sotto gli occhi di tutti i cittadini quotidianamente la situazione dei cantieri delle Linee 2 e 3 della Tramvia. Dalla tarda primavera del 2014 siamo all’autunno inoltrato del 2015. Di longarine poste a terra se ne vedono poche, di cantieri occultati dentro a cui si muovono mostri meccanici a fare cosa non è dato sapere ce ne sono sempre di più. Di operai a lavorare, almeno nei tratti più a vista, a partire dalla scorsa estate sempre meno.
E’ un dato di fatto che se la Union e la Central Pacific negli anni sessanta del secolo diciannovesimo avessero lavorato ai ritmi delle ditte che gestiscono l’appalto della Tramvia a Firenze, il lavori della First Transcontinental Railroad negli Stati Uniti avrebbero richiesto assai più dei sei anni in cui vennero portati a termine, con mezzi tecnici tra l’altro infinitamente ridotti. I lavori nei cantieri di Novoli, Peretola e Careggi assomigliano più per la durata a quelli della Transiberiana, che impiegò 15 anni ai primi del ventesimo secolo per collegare San Pietroburgo a Vladivostok. Anche se per la verità si trattava di coprire ben 9288 chilometri in luogo dei due o tre attraverso Firenze.
Scherzi a parte, se perfino il sindaco Nardella, solitamente dall’aplomb assai british, ha mostrato segni di prossimo sbottamento allorché ha intimato alle ditte esecutrici di triplicare d’ora in avanti i turni di lavoro per rispettare i tempi di consegna, qualcosa che non va ci dev’essere. Le ditte replicano individuando come termine nuovo delle opere e dei relativi cantieri la primavera del 2017. E soprattutto mantenendo a quanto è dato vedere gli stessi ritmi di lavorazione.
In Via di Novoli sono state tolte molte delle transenne nel tratto tra il nuovo centro commerciale di San Donato e la Regione Toscana, ma le opere appaiono tutt’altro che finite. Come un accampamento barbarico d’altri tempi, molte delle attrezzature sono state tolte e/o spostate più avanti verso via Mariti. Ma a terra è rimasto un tracciato tutt’altro che terminato. Forse si tratta più di una decisione presa per mostrare qualcosa di concreto alla cittadinanza che di una reale conclusione di un’opera importante, che comunque ha causato e causa ai cittadini notevole disagio.
Cantieri e lavori procedono a ritmi che avrebbero spazientito il Presidente Lincoln e lo zar Nicola II molto più e molto prima del Sindaco Nardella. Ma quelli, si sa, erano altri tempi. L’ARPAT era nella mente di Dio e le Ferrovie dello Stato erano un ente tutt’altro che autonomo, quasi sovrano, come adesso. Non c’era la revisione prezzi e le varianti in corso d’opera ammesse erano molto, ma molto poche.

sabato 3 ottobre 2015

CONTROCORRENTE: La storia si ripete. E si è rotta anche i coglioni.

Avevamo la religione di stato. Adesso abbiamo la solidarietà di stato. O di regime, ognuno la chiami come vuole, la sostanza non cambia. Per ottemperare alla religione di stato bastava andare a messa la domenica e per le feste comandate. Per la solidarietà di stato non è così semplice, bisogna farsi in quattro per dare tutto quello che si ha a tutto il mondo. Se no si è razzisti, fascisti, “isti” di qualcosa di brutto.
Il mondo è pieno di “profughi”, e tutti hanno diritto a venire in Europa, in Italia almeno, e ricevere quello che noi abbiamo e che dobbiamo dare loro in ossequio ad un senso di colpa e ad una nozione del diritto entrambi fuori dalla realtà. Ma in Europa, in Italia almeno, comandano sinistre che gestiscono interessi di destra. E allora non c’è scampo, o ti fai più in là facendo posto ai “profughi”, ai “diseredati”, ai “bisognosi”, oppure è il tuo stesso stato – quello che ti impone la solidarietà – che ti si rivolta contro. E in un modo o nell’altro te la fa pagare.
Passi per il Papa, l’omino con lo zuccotto bianco che da Duemila anni diffonde un messaggio completamente schizofrenico: imporre la solidarietà con i poveri a gente – a cominciare da se stessa – che persegue ogni giorno tenori di vita da ricchi. Quelli poi che si chiamano Francesco e fanno i comunisti sono i peggio, sono i Barack Obama della religione, finiscono a fare più casino di Urbano II, che almeno aveva le idee molto ma molto chiare. Ogni parrocchia si prenda una famiglia di profughi, dice l’omino. Pazienza se sarebbe stato meglio spiegare ai profughi che era molto più cristiano rimanere al loro paese e rimboccarsi le maniche, come fecero gli stessi Ebrei giunti in Israele tanto per fare un esempio, invece di pretendere di essere sfamati dai popoli accanto. Pazienza se le parrocchie attuali con quella farsa di otto per mille manca poco non hanno più i soldi per fare un battesimo o una cresima, figurarsi per sfamare bocche in più che non siano quella dello stesso prete. Pazienza se quell’omino stesso è a capo della più grande “real estate”, agenzia immobiliare, del pianeta, e avrebbe di che sfamare – se si va in quell’ordine di idee – altro che le famiglie di profughi che arrivano in Europa in questo periodo.
Pazienza per l’omino bianco, comunque, ma quando la morale me la viene a fare il governo del mio paese nossignore. Intanto c’è una costituzione ancora in vigore, malgrado la Boschi e la Serracchiani tentino di farne strofinacci da cucina (sarà un lapsus freudiano?). La costituzione mi dice che profughi sono quelli in fuga da zone di guerra. C’est à dire: siriani, libici, afghani e pochissimi altri. Il resto, care coscienze indignate, è gente che scappa soltanto dalla fatica di fare del proprio paese un posto decente come hanno fatto con il proprio generazioni di europei, russi e americani, a prezzo di una vita da bestie (soprattutto se e dove emigravano) e del loro stesso sangue.
E non mi si venga a tirare fuori il colonialismo. E’ finito sessant’anni fa, nessuno di noi o quasi era nato. E non è un caso tra l’altro se in Etiopia ci ringraziano ancora perché le uniche strade asfaltate e le uniche centrali elettriche funzionanti a tutt’oggi sono quelle costruite dagli italiani al tempo del Duce. Stessa cosa nei territori una volta controllati dai biechi inglesi, francesi, spagnoli e portoghesi. Tre quarti della popolazione mondiale si lava la faccia perché ce l’ha costretta a ceffoni qualche malvagio occupante diversi decenni fa. Siamo tutti figli dell’uomo di Neanderthal, ma dalle nostre parti qualche ex scimmia imparò ad usare l’osso di bue per scavare una buca e crearsi un pozzo. Gli altri, quelli che ora le anime belle definiscono profughi, hanno continuato a usarlo per darselo in testa fino al giorno n cui le navi dei colonialisti sono apparse al largo delle loro coste.
Dice: ma i biechi capitalisti hanno continuato a sfruttare le risorse degli altri paesi anche dopo la fine del colonialismo. A te, proprio a te che mi dici questo, toglierei la macchina da sotto il sedere domattina, lasciandoti senza benzina, e poi voglio vedere dove va a finire il tuo terzomondismo ed il tuo comunismo.
Questa è la storia del mondo. Il resto sono stronzate da – appunto - ex comunisti. A proposito di ex comunisti, nella mia regione il capintesta dei solidaristi di regime è il governatore Enrico Rossi. Quello che si fa fotografare insieme agli zingari, suoi vicini di casa (dice lui). Quello che millanta centinaia di telefonate al numero verde della regione toscana per la solidarietà verso i profughi che qui più che altrove arrivano e continueranno ad arrivare. Quello che distoglie strutture ospedaliere dal loro uso naturale per adibirle a strutture ricettive per profughi con tanto di impegno di spesa (ingente) per dotarle di aria condizionata e confort a cui gli infermieri e i pazienti evidentemente non avevano diritto, perché per loro c’era la spending review. I profughi vengono tra l’altro dalla repubblica centrafricana, un’estate a Firenze dev’essere sembrata loro una vacanza al Sestriere, ma lasciamo stare.
In compenso quando li vedo uscire dai locali dell’ex Meyer rivestiti di tutto punto con capi firmati, occhialini di marca, ipod e iphone ultimo modello, o come quando non più tardi di stamani devo stare mezz’ora in coda alla posta perché la mia connazionale allo sportello perde quella mezz’ora a vendere una sim di postemobile ad un peruviano che non sa nemmeno che per attivare un’utenza telefonica qui nel mondo civile si firma un contratto, oppure come quando l’altro giorno sul 30 da Peretola mi ritrovo quasi unico italiano ad ascoltare la litania del Muezzin che parla – sempre all’iphone, ovviamente, l’unico che non se lo può permettere sono io stronzo italiano – con un altro Muezzin chissà dove, ma che si sente abbaiare benissimo all’apparecchio, ecco, allora mi viene da sorridere al pensiero di tutte le anime belle che si scandalizzano del consenso che altri – a detta loro, gli incolti, i rozzi, il popolo bue – tributano a Salvini e alla Meloni.
Cari signori, caro omino dallo zuccotto bianco, care pasionarie pi-democratiche, caro governatore filotzigano, Salvini e la Meloni sono la vostra ultima possibilità. Dopo di loro ci sono Hitler e Goebbels. Ma voi a scuola studiavate da PD, la storia era una perdita di tempo.

Eppure si ripete. E’ quasi l’ora.

lunedì 28 settembre 2015

Omaggio alla Catalogna



“Chi non salta spagnolo è!”. Così si canta sulle Ramblas di Barcellona dopo la fine dello scrutinio dei risultati elettorali, un canto che risuonerà prepotente non solo in tutta la Spagna ma probabilmente in tutta Europa.
A poche ore dalla chiusura dei seggi, il parlamento regionale catalano risulta governato da una maggioranza costituita dal movimento separatista Junts Pel Sì e da quello di estrema sinistra del Cup (Candidatura d’Unitat Popular), che hanno ottenuto rispettivamente il 39,57% e l'8,21% dei voti. Per la legge elettorale catalana, è un 48% dei voti scarso che vale comunque 72 seggi alle Cortes locali, abbondantemente la maggioranza assoluta.
Non avendo potuto ottenere di poter tenere il referendum consultivo sulla separazione dalla Spagna sulla falsariga di quanto fecero un anno fa gli scozzesi in Gran Bretagna, i catalani si sono riversati in massa alle urne per dare a questa consultazione politico-amministrativa un significato analogo a quello del referendum stesso. E adesso gli avversari dell’unione con lo stato centrale iberico gridano in direzione di Madrid le loro intenzioni. 
«Dedicato allo Stato spagnolo. Senza rancore, adios!», twitta Antonio Banos leader dei secessionisti del Cup. Di tenore più o meno equivalente i commenti di Artur Mas, presidente uscente della Catalogna e leader del Junts Pel Sì. In realtà la costituzione spagnola non prevede la messa in atto di qualsiasi meccanismo che porti alla secessione di una delle sue componenti territoriali ed etniche. Tuttavia è indubbio che il voto di Barcellona e dintorni risuoni come uno schiaffo in faccia al paese di cui Felipe di Borbone ha assunto la corona lo scorso anno succedendo al padre Juan Carlos. Ed al suo premier Rajoy che aveva fatto della campagna per il NO all’indipendenza catalana una battaglia di bandiera.
La Catalogna ha una lunga storia di aspirazioni indipendentistiche e di antagonismo con la capitale Madrid, che raggiunse il suo culmine durante la Guerra Civile, allorché Barcellona divenne il simbolo della resistenza al Franchismo trionfante e l’ultimo baluardo della repubblica spagnola a cadere. Lo stato spagnolo sorto dall’unificazione della penisola iberica operata da Castiglia ed Aragona al tempo della reconquista della stessa dai Mori ha per forza di cose storicamente osteggiato queste aspirazioni, che sono rimaste a covare fatalmente come brace sotto la cenere. Finché il referendum scozzese non ha ravvivato queste braci facendole nuovamente divampare.
Artur Mas presidente della Catalogna
Barcellona è inoltre il motore culturale ed industriale del paese. Una ipotesi secessionista è vista in prospettiva come drammatica dagli altri spagnoli, che preferiscono puntare in queste ore l’accento sul dato puramente statistico: il restante 52% dei votanti (circa il 76% degli aventi diritto, un dato invidiabile da parte del resto d’Europa che la dice lunga su quanto fosse sentita questa consultazione elettorale), astenuti compresi, non si è di fatto espresso a favore della secessione.
In attesa di vedere quali saranno gli sviluppi interni alla Spagna (considerata anche la presenza di un’altra etnia che scalpita per aver riconosciuta da sempre una autonomia la più grande possibile, i Baschi), è interessante adesso considerare che dopo aver visto gli scozzesi ripiegare i loro vessilli a Bannockburn, i movimenti autonomisti e federalisti di tutta Europa, a cominciare dalla Lega Nord italiana, hanno l’occasione di rialzare di nuovo la testa, con lo sguardo puntato a quello che succede tra Barcellona e Bilbao. In un momento in cui, da Wolfsburg a Bruxelles ad Atene, l’Europa – questa Europa - appare sempre di più una insopportabile matrigna.

sabato 11 aprile 2015

Colpi d'arma da fuoco nella notte italiana

Gli spari che risuonano secchi nel Tribunale di Milano riecheggiano in tutta Italia, e sono un punto di non ritorno. Abbiamo scritto tante volte di giustizia, ma adesso – con quattro persone rimaste a terra – non ci sentiamo di andare ad analizzare le ragioni vere o presunte di chi ha compiuto quello che viene definito da tutti il “gesto di un disperato”.
Per capire le motivazioni che hanno spinto Giardiello ad armarsi la mano, come già Preiti due anni fa (l’attentatore di Montecitorio caduto ormai ampiamente nell’opportuno dimenticatoio che conserva tutte le cose italiane), ci sarà tempo. Quello che magari avrebbero potuto prendersi le massime cariche dello Stato, dal presidente della Repubblica Mattarella al Presidente del Consiglio Matteo Renzi al Ministro dell’Interno Angelino Alfano, prima di rilasciare le consuete dichiarazioni che riempiono inutilmente i telegiornali togliendo spazio alle notizie vere e – nel caso di Renzi – aggiungono un nuovo capitolo in quella saga dell’improntitudine, in quella fenomenologia (per dirla con Umberto Eco) dell’enfant prodige di Rignano sull’Arno che dovrebbe far riflettere un po’ dipiù chi si accinge a votarlo, se e quando ciò sarà possibile.
No, non è questa la sede per tirare in ballo responsabilità vere o presunte della magistratura ferita a morte. Per rispetto alle vittime, ma anche alla funzione, che merita prima o poi di essere ridefinita, con calma e senza la spinta della ennesima tragedia d’attualità. Quello che preme adesso è una considerazione diversa, riguardante l’ordine pubblico, la base stessa della nostra convivenza civile.
Mentre siamo tutti distratti dalla scoperta dell’acqua calda (alla scuola Diaz a Genova ci fu un black out pressoché totale della legalità per il quale – con buona pace del solito ineffabile presidente Renzi – i responsabili non hanno pagato e non pagheranno, tanto è vero che il principale responsabile, l’ex capo della polizia dell’epoca De Gennaro sta scontando una pesantissima condanna alla presidenza di Finmeccanica) o da questioni fondamentali come il riassorbimento nell’ambito della società civile di circa 40.000 persone, i cosiddetti ROM, con annesso dibattito di altissimo livello tra boldriniani e salviniani, pochi si soffermano sul punto centrale della questione aperta dagli spari di Milano. Pochissimi, se andiamo a considerare i mezzi di informazione.
Claudio Giardiello entra nel tribunale di Milano con un falso tesserino da avvocato. Nessuno lo sottopone ad un minimo controllo, tantomeno ad uno scanner di metalli. Nessuno lo ferma. Se entrate nel Tribunale di Firenze quasi vi spogliano, non importa se andate a registrare una società o a ritirare una sentenza di separazione o a farvi condannare per omicidio plurimo. Nel Tribunale di Milano, non un luogo della giustizia qualsiasi, ma l’icona storica della Giustizia italiana da Mani Pulite in poi, si entra invece così.
Non c’è polizia, ma una ditta di vigilantes che ha vinto un appalto, come in tanti altri edifici pubblici. Solo che in questo si decide della vita delle persone come da nessun’altra parte. Facile che ci possa essere qualcuno che prima o poi vi entra non animato da sentimenti positivi e con in tasca qualcos’altro che non siano chiavi o cellulare. La polizia peraltro non arriva nemmeno dopo. Il giudice Ciampi e gli altri feriti a morte rimangono in terra per oltre quaranta minuti, a detta dei superstiti alcuni dei quali costretti a barricarsi nelle stanze del Tribunale per non rischiare di incontrare l’omicida, prima che qualcuno li soccorra.
Claudio Giardiello si allontana indisturbato dal tribunale, e viene arrestato solo più tardi, vicino casa. A quanto pare era intenzionato ad uccidere ancora. Per fortuna il conto delle vittime si arresta a quattro. Il conto per lo Stato italiano invece è salatissimo. Nemmeno questa volta qualcuno si dimetterà, i discorsi scorreranno a fiumi, le strumentalizzazioni anche. Nessuno pronuncerà le fatidiche parole: lo Stato italiano non esiste più.
Dopo anni di tagli alle spese, di caserme dei Carabinieri di periferia ridotte ad orari da ufficio postale, di commissariati dove i poliziotti devono quasi autotassarsi per avere a disposizione la benzina necessaria alle loro gazzelle, siamo arrivati al dunque. Nemmeno il Palazzo con scritto IUSTITIA sul frontone è più presidiato. Una pistola ed un tesserino falso si trovano su internet. Il resto sta alla volontà del singolo ed alla crisi del sistema.
All’incirca nel 400 d.C. l’Impero Romano cominciò a ritirare le sue legioni dalle province più remote, dapprima la Britannia dove il Vallo di Adriano e le coste sassoni rimasero sguarnite, poi via via tutte le altre. Dopo la disastrosa sconfitta di Adrianopoli l’Impero aveva scoperto di non poter reggere più le spese militari (che si aggiungevano a quelle derivanti dalla corruzione dilagante a causa della decadenza dei costumi) per fronteggiare la pressione delle orde barbariche che premevano ai confini. Fu il momento di non ritorno, e per i barbari il segnale che le porte di Roma erano aperte. Con le tecnologie a disposizione all’epoca, occorsero alcuni decenni finché uno dei tanti capobranco catturasse le insegne imperiali e le spedisse a Costantinopoli, significando a tutti i contemporanei che la legalità come era stata fino a quel momento conosciuta era finita, ed era nato un nuovo mondo che avrebbe impiegato un bel po’ di secoli cosiddetti bui a ritornare a condizioni di vita percepite come civili.
Lo Stato italiano ha cominciato da anni a ritirare le sue legioni, dapprima dalle periferie e adesso anche dai suoi centri nevralgici. Gli spari di Milano sono forse il segnale che paventavamo da tempo, i secoli bui sono in arrivo molto più rapidamente (grazie alle tecnologie a disposizione al giorno d’oggi a tutti, barbari interni ed esterni). Il rapporto tra Stato e cittadini è di nuovo ad un punto critico della storia di questo paese. Ci sarà tempo per parlare di Giardiello e del suo insano gesto. Speriamo ce ne sia ancora per parlare, prima ancora che di Giustizia, di legalità e di vivere civile.

sabato 28 marzo 2015

La giustizia di Pinocchio, assolti Knox e Sollecito

Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono di nuovo due liberi cittadini sul territorio della Repubblica Italiana. Dopo 12 ore di camera di consiglio, la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione stabilisce che il verdetto della Corte d’Assise di Firenze del 2014 è sbagliato, da riformare. Assolti dunque i due imputati con formula piena, “per non aver commesso il fatto”. Cancellati i 28 anni di reclusione della Knox (la cui estradizione dagli U.S.A., dove è tornata dopo la prima assoluzione a Perugia, era comunque tutta da dimostrare) ed i 25 di Sollecito. Resta in carcere solo Rudy Hermann Guede, che aveva chiesto il rito abbreviato ed era stato accontentato, ottenendo 16 anni di galera definitivi per “concorso in omicidio”.
I due accusati principali dell’omicidio di Meredith Kerscher avvenuto a Perugia la notte del 1° novembre 2007 vengono quindi prosciolti, anch’essi definitivamente. Allo stato attuale non si sa pertanto in concorso con chi abbia agito l’ivoriano che ad oggi resta l’unico responsabile condannato per quei tragici fatti. Resta soltanto l’ennesima brutta immagine guadagnata dalla giustizia italiana, al termine (per ora) dell’ennesima brutta vicenda giudiziaria della nostra Repubblica.
Due processi a Perugia, l’annullamento della Cassazione, il nuovo processo di Firenze ed il riscorso finale in Cassazione conclusosi ieri sono le tappe di questa incredibile vicenda, l’ultimo caso di cronaca nera italiana che va in archivio senza colpevoli accertati, e a questo punto accertabili. La crisi pluridecennale della giustizia italiana prosegue, amplificata nelle sue tinte fosche dalla concomitanza con gli sviluppi di altri casi.
E’ di pochi giorni fa infatti l’incredibile verdetto sul caso della sparizione di Roberta Ragusa, la donna che manca da casa dal 2012 senza dare notizie di sé e per la cui sorte presunta era stato indiziato il marito Antonio Logli. L’uomo è stato prosciolto dopo due anni e passa di indagini perché “il fatto non sussiste”. Cioè a dire, non sappiamo se Roberta Ragusa è viva e vegeta oppure se le è successo qualcosa, non si può quindi processare un indiziato di un reato che non si può sapere allo stato attuale se è stato commesso in assoluto. E per stabilire questo lapalissiano principio, sono trascorsi appunto due anni giudiziari.
A Bergamo resta intanto in carcere Giuseppe Bossetti, l’uomo indiziato dell’omicidio di Yara Gambirasio in quel di Brembate. Il delitto è del 2010, il fermo del Bossetti è del giugno 2014, tra poco siamo ad un anno. In mano agli inquirenti soltanto il DNA dell’uomo, rintracciato com’è noto in modo assai rocambolesco e – pare – ultimamente anche messo in discussione. Riscontri oggettivi zero, gossip di paese tanto. Colpevolisti e innocentisti che si affrontano sullo schermo televisivo e nelle piazzette italiane come sempre dai tempi di Girolimoni e di Wilma Montesi. Possibilità di arrivare ad una giustizia giusta che si affievoliscono a vista d’occhio ogni giorno che passa.
Volendo, c’è anche Berlusconi assolto con formula piena e definitivamente al cosiddetto “processo Ruby”. Altri cinque anni di dispiego delle migliori energie investigative – o presunte tali – della Repubblica che alla fine producono una bolla di sapone clamorosa, e oggettivamente prevedibile. Il ricordo del decennale e completamente inutile processo allo scomparso onorevole Giulio Andreotti sbiadisce al confronto.
Cresce intanto il conto spese di questa giustizia che ormai nessuno può più difendere. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati, rinviata da forze politiche e lobbies professionali per 28 anni dopo il referendum voluto da Pannella e Tortora, passa alla fine per iniziativa del governo Renzi quasi come un provvedimento qualsiasi. L’unico forse incontestato ed incontestabile dell’attuale esecutivo, che mette tutti d’accordo proprio per il bisogno che la società civile avverte ormai di una simile misura. La reazione di Ilda Boccassini è peraltro sintomatica: “temo adesso soprattutto la cattiveria dei colleghi”. Siamo in queste mani.
La sentenza Knox – Sollecito, sia chiaro, deve essere salutata – almeno in considerazione del suo valore “residuale” – come una vittoria del diritto in senso lato. Meglio un colpevole fuori che un innocente in galera, è un principio irrinunciabile di qualsiasi ordinamento. Lo Stato non è stato capace di stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio chi ha ucciso Meredith Kerscher. E’ giusto che questo Stato sia sconfitto in giudizio. E’ giusto che la nostra collettività, che non ha saputo produrre a se stessa altro che questo Stato, paghi il conto delle spese e subisca gli effetti di una giustizia che ormai può dirsi tale soltanto a termini di rubrica.

Welcome back, Amanda and Raffaele.

giovedì 19 marzo 2015

La Festa degli ultimi Papà



FIRENZE - Forse sono feste che ormai appartengono ad un piccolo mondo antico in via di sparizione, arrivati ad un’epoca ormai in cui ci si riferisce ai propri familiari come “genitore 1” e “genitore2” e si ammette a tale riguardo la più ampia varietà di genere. Forse ormai gli unici che festeggiano realmente sono i venditori di dolciumi associati per tradizione a queste festività, e con i quali si tenta di sopperire per almeno un giorno alla carenza di sentimenti o quantomeno alle difficoltà di esprimerli tipica un po’ di tutti quelli che una volta si chiamavano affetti, in primis  quelli più naturali, che legano o dovrebbero legare genitori e figli.
Sono sempre feste nel calendario, tuttavia, anche se una legge del 1977 ne ha soppresso gli effetti civili, al pari di tante altre festività religiose o comunque popolari non più celebrate. Il 19 marzo resta come Festa del Papà in un mondo in cui ormai alla figura paterna in ambito non solo familiare ma più generalmente civile non si sa più che valore attribuire. E non tanto da parte dei malcapitati figli di questo nostro tempo, o degli altrettanto malcapitati padri sopravvissuti alle conseguenze non sempre positive della battaglia per il divorzio e dell’onda lunga delle sue conseguenze di dettaglio. Ma anche e soprattutto da parte della nostra società civile e del suo ordinamento giuridico.
E dire che rispetto a quella della Mamma, arrivata incredibilmente tardi (anni Cinquanta) nel paese più “mammone” che esista sulla faccia della Terra, l’Italia, quella del papà aveva saputo legarsi astutamente (o forse soltanto inevitabilmente, dato il connotato iniziale profondamente religioso) alla figura del Padre per eccellenza, quello putativo di Gesù, San Giuseppe.
Per quanto Figlio di Dio, Gesù nella sua vita terrena aveva accettato senza discussioni di sottomettersi alla figura paterna dell’uomo che era il legittimo consorte della propria madre, la Vergine Maria. Ciò aveva tolto ogni possibile ombra o dubbio circa la natura, l’essenza della Sacra Famiglia. E di tutte le altre famiglie che a partire dall’apparizione della Stella Cometa avevano preso ad ispirarsi a quella, come supremo precetto religioso.
San Giuseppe con Gesù Bambino, Chiesa di San Lorenzo in Fonte, Roma
San Giuseppe per i Cristiani è dunque l’archetipo paterno senza discussioni. Il 19 marzo è il giorno del calendario in cui nel mondo cattolico si festeggia la sua figura, e dunque è anche la Festa del Papà. Da quando esiste la Chiesa Cattolica il santo sposo della Madre di Dio viene celebrato quel giorno. In realtà una Festa del Papà, o Babbo che dir si voglia, dalle implicazioni anche e soprattutto laiche è nata – come molte altre del calendario moderno – oltreoceano.
Ai primi del Novecento gli attivisti pacifisti americani erano in cerca di simboli da contrapporre ai venti di guerra che avevano preso a spirare sempre più intensi. Fu Anna Jarvis a patrocinare per prima nel 1908 il Mother’s Day in onore della propria madre, un’attivista in favore della pace. Il successo fu immediato, e nella società americana così pronta a sposare le battaglie per l’uguaglianza universale dei diritti, ebbe subito come contraltare un Father’s Day patrocinato da Sonora Smart Dodd, una metodista legatissima alla memoria del proprio padre veterano della Guerra di Secessione e abolizionista.
Nel Secolo Americano, l’Europa era ben disposta ad acquisire nuove tradizioni o rinfrescare le proprie secondo le mode del Mondo Nuovo. Salvo scoprire un bel giorno che le feste del calendario erano diventate troppe, e c’era bisogno di sfoltirle in quanto l’Italia era ormai seconda solo al Messico per la presenza di giorni non lavorativi. La legge 54 del 5 marzo 1977, patrocinata dal terzo Governo Andreotti, aveva queste finalità, ed in una prima applicazione si spinse addirittura ad abolire l’Epifania.
Se le mamme erano già state appoggiate alla seconda domenica di maggio per le celebrazioni, i padri dovettero rassegnarsi ad andare a lavorare anche nella propria festa, accompagnati (quando andava bene e sempre più di rado e meno sentitamente) dagli auguri dei figli. Confortati quasi soltanto dalle tradizionali frittelle di san Giuseppe, o crespelle, o zeppole a seconda della latitudine regionale, il dolce che si dice lo stesso padre terreno di Gesù vendesse per strada per mantenere la famiglia nei tempi duri della fuga dagli armigeri di Erode.
Ma era nulla in confronto a quello che il diritto di famiglia, a partire dai primi sviluppi della legge Fortuna – Baslini sul divorzio, avrebbe riservato loro nei decenni successivi. Dapprima per mero effetto della sciagurata legislazione e della sua altrettanto sciagurata applicazione italiana. Dei due coniugi in procinto di separazione, la colpa sotto forma di peccato originale è stata riservata a prescindere al padre, in una sorta di rigurgito sotterraneo – ma neanche poi tanto – di fondamentalismo religioso. I termini delle separazioni legali devono essere punitivi al punto da rendere impossibile materialmente la sopravvivenza ai padri, a meno che non abbiano risorse di famiglia accumulate.
Non bastava. Solo l’Europa, questa Europa, poteva peggiorare la situazione dei padri italiani, come del resto per gli altri cittadini. I Padri separati dai figli, vittime di sottrazione internazionale di minore sono l’ultima perla aggiunta – o consentita – dal diritto comunitario alla genitorialità martoriata e negletta.
In questo 19 marzo 2015, la manifestazione celebrativa più clamorosa – se non l’unica -  è quella organizzata a Roma dal flash mob “Festa del papà senza papà”. “Domani (oggi, n.d.r.) in occasione della Festa del papà, per molti padri non ci sarà nulla da festeggiare. Per questo abbiamo voluto lanciare l’ennesimo appello alle Istituzioni per garantire, a tutti i livelli, il diritto alla genitorialità”, ha dichiarato Roberta Angelilli, già Mediatore del Parlamento europeo per i casi di sottrazione internazionale di minori e Direzione Nazionale NCD – diritti dei minori.
“In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, sono circa 345 i casi di sottrazione internazionale di minore da parte di un genitore, un fenomeno in crescita nel nostro Paese e in Europa. Si stima infatti – ha proseguito – che in Europa ci siano 16 milioni di coppie binazionali. In particolare ogni anno si celebrano circa 310mila matrimoni, che nel 50% dei casi si concludono con una separazione o un divorzio: in questi casi a subire le conseguenze sono soprattutto i minori contesi tra i due genitori, ma anche tra due diversi Stati e due sistemi giuridici differenti. Inoltre nel 70% dei casi sono i papà a subire discriminazioni dal punto di vista burocratico e processuale”. E qui si rientra nell’alveo dell’ingiustizia generale nazionale.
Siamo il ventre molle dell’Europa da ben prima che Winston Churchill ci definisse tale. Abbiamo coltivato questa nostra caratteristica gelosamente nel corso dei decenni seguenti alla seconda guerra mondiale. L’abbiamo arricchita di nuovi aspetti praticamente ad ogni presunto progresso fatto dagli ordinamenti giuridici  nazionali e comunitari. Siamo ormai padri – e madri – di una razza in via di estinzione.
Buon San Giuseppe a tutti.


Crociera di sangue



La calda estate del 2001, che avrebbe cambiato per sempre la storia del mondo, cominciò in Afghanistan a Bamiyan, quando i Talebani che controllavano allora il paese decisero e attuarono la distruzione dei Buddha che da quasi 2.000 anni sorvegliavano la vallata dai costoni di pietra prospicienti. All’inizio oppure al culmine di una guerra di religione c’è sempre un atto di iconoclastia. Si vuole distruggere, attraverso i simboli, oltre all’avversario l’idea stessa di avversario. C’è un solo Dio, Allahu akbar.
La guerra di religione che va avanti dal VII secolo dopo Cristo tra Islam e Cristianesimo è una guerra a tappe. Non è mai finita, si interrompe soltanto momentaneamente, per stanchezza delle parti oppure per occasionale prevalenza degli elementi più laici nei rispettivi campi avversi. Lo sapevamo anche prima che Papa Francesco lo ribadisse in uno dei suoi ultimi discorsi.
L’Isis è sicuramente l’ultimo mostro in ordine di tempo creato da una certa realpolitik per scopi più o meno inconfessabili e poi scappato di mano al suo creatore, come il Golem della leggenda nera ebraica. Ma è anche – fin dove è genuino - l’ennesimo Baal Moloch in cui si è incarnato il fanatismo islamico in questo scorcio di ventunesimo secolo, quando si pensava ormai illusoriamente che le Primavere Arabe portassero ad una laicizzazione di quelle società che invece purtroppo è ben lungi da venire.
L’Isis colpisce in tutti i modi che eccitano in negativo la nostra fantasia occidentale, da troppo tempo abituata ai confort ed ai gadget dell’età moderna. Taglia la gola come facevano i pirati berberi all’epoca della Battaglia di Lepanto o del Sacco di Otranto, e rinnova così la paura ancestrale nascosta in profondità nelle nostre coscienze cristiane, quel “mamma li Turchi!” che risuonava spesso lungo le nostre coste in epoche meno comode per viverci dell’attuale. E distrugge le vestigia artistiche ed architettoniche di epoche e civiltà gloriose, ciò che condisce cioè con spezie assolutamente insostituibili le pietanze delle nostre irrinunciabili vacanze di occidentali. Ieri l’altro Mosul, ieri Ninive, oggi Tunisi, domani chissà. Dovunque la morte faccia da propaganda al fanatismo.
A Tunisi la posta si è alzata, sono state fatte entrambe le cose, l’assalto al Museo e le gole tagliate. Sotto gli occhi dell’occidente, in pieno giorno e a telecamere accese, nell’unico paese in cui una parvenza di Primavera Araba aveva dato qualche frutto non indigesto. Diciassette turisti morti (oltre a due tunisini) e una quarantina di feriti è il bilancio dell’aggressione di ieri al Museo del Bardo da parte della locale cellula jihadista. Di queste vittime, almeno due accertate sono italiane, crocieristi in gita secondo le più felici usanze di questi tempi.
La notte scorsa la nave “Costa Fascinosa” della Costa Crociere è ripartita senza tredici dei passeggeri con cui aveva attraccato nel porto della capitale tunisina. La Costa, che non sta vivendo certo il periodo più fortunato della propria esistenza, sta collaborando attivamente con la Farnesina per stabilire esattamente la sorte di tutti i connazionali nonché degli altri passeggeri che le avevano affidato l’organizzazione delle proprie vacanze invernali. Il primo ministro tunisino, al termine di una giornata in cui del commando di cinque terroristi (tutti latitanti da mesi) ne sono stati abbattuti due e ne sono al momento sfuggiti tre, parla di una “lunga guerra da combattere”.
E’ la contraddizione del mondo in cui stiamo vivendo, questo Mare Mediterraneo che non si sa più bene cosa sia, in cui si incrociano le navi da crociera con i barconi della disperazione sotto gli occhi di motovedette impotenti, con regole di ingaggio malcerte. Non è più Mare Nostrum e non è ancora tornato il mare di Lepanto, ma sta andando in quella direzione. Quella che molti di noi si ostinano a considerare la location ideale delle nostre vacanze da status symbol, per l’altra sponda è ormai un teatro di guerra.
Una guerra per ora da “Armiamoci e partite”, tutti fremono dal desiderio di dichiararla, tutti sperano che il primo a scattare dai blocchi sia il vicino. Non si sente mai parlare così tanto di Europa come in queste ore. Non è mai stata così divisa e inesistente come adesso, l’Europa.

domenica 8 marzo 2015

La festa di quale donna?

8 marzo 2015, è passato un altro anno. Il calendario è impietoso, ci ripropone le stesse ricorrenze, inesorabile nelle scadenze, che ci piaccia o no. Tocca alla Festa della Donna. Un po’ come la Festa del Lavoro, se dici cosa pensi rischi di passare da retrogrado o peggio. Se dici come stanno le cose, rischi di trovarti d’accordo con tante e tanti, anche se non lo ammetteranno mai esplicitamente.
Un anno fa, Paola Stillo scriveva della condizione delle donne in quella che è diventata una delle frontiere della civiltà, l’Afghanistan conteso da una modernità appena intravista negli anni 60 e 70 e dal talebanesimo arrivato in seguito, per i ben noti motivi storico-politici. Quell’articolo può essere riletto un anno dopo con la stessa partecipazione e condivisione, anzi con la consapevolezza che le cose, se era possibile, sono addirittura in via di peggioramento. E non solo per le donne.
L’Afghanistan è un paradigma di tutta quella parte immensa di mondo dove si discute ancora se alle donne appartenga un’anima. Non solo Islam, anche se l’Islam fa la parte del leone. Se si esclude quella parte della società turca, concentrata nella zona di Istanbul, che si sta opponendo – uomini e donne insieme – ai tentativi di Erdogan di riportare il paese di Ataturk ai secoli bui, il resto offre un panorama desolante.
Eppure, è proprio dal mondo islamico che arrivano le icone di questo 8 marzo 2015. Sono le donne curde di Kobane, in tuta mimetica ed armate di kalashnikov, che meritano la foto di copertina. Se perdono la loro battaglia disperata, per loro non c’è il prete o l’imam o il bramino a imporre loro di chinare la testa, ma piuttosto un destino ancora più atroce. Vincere o morire. “Vittoria, contro ogni terrore, per lunga e dura che possa essere la strada, perché senza vittoria non sopravviveremo”, disse Winston Churchill parlando di libertà nella sua ora più buia e più grande.
Se cade Kobane, quelle donne sono attese da un destino inimmaginabile. O forse sì, visto che l’Isis ci inonda di filmati di ciò che riserva a chi non ossequia il Profeta. Altro che Afghanistan, o Charlie Hebdo. Se cade quella parte del Medio Oriente che ancora si rifiuta di velare sempre e comunque il volto delle donne, si torna indietro ai tempi delle Crociate, del Feroce Saladino, che poi non era così feroce come questi suoi epigoni spuntati a sorpresa dalle contraddizioni di questo ventunesimo secolo ancora più assurdo del ventesimo.
L’altra icona di questa festa è Rania di Giordania. La regina coraggiosa che ha avuto il coraggio di maledire l’Isis in mondovisione. E’ già difficile per una donna esprimere i propri sentimenti quando è regina. E’ già difficile farlo in un mondo che si suppone evoluto come quello occidentale, Lady Diana Spencer l’ha insegnato a tutti con il suo tragico destino. Figuriamoci una regina araba, per quanto sovrana di uno dei pochi paesi dell’area islamica che possano aspirare alla qualifica di regime laico, dopo la sciagurata Primavera Araba.
Ecco, queste sono le foto simbolo di questa festa che viene da lontano, da un mondo in cui le donne scontavano una condizione ancora più arretrata di quella degli uomini, che pure erano servi della gleba. L’8 marzo 1917 le donne di San Pietroburgo andarono incontro ai cosacchi dello Zar aspettandosi di essere massacrate, un destino comunque non molto peggiore alla morte per fame imminente, nella Russia messa in ginocchio dalla Grande Guerra.
Andò bene, i cosacchi non caricarono, il regime zarista era agli sgoccioli anche per loro. Cominciò la rivoluzione russa, ma quella data fu consacrata anni dopo come la Giornata Internazionale della Donna. Ed ognuno prese a dare a questa festa il significato che meglio – o peggio –credeva.
Ci sono feste che sopravvivono a se stesse, come i Santi del calendario. L’8 marzo ormai è ridotto all’occasione per i venditori di mimosa di fare affari. E’ una giornata che – al pari della Festa del Lavoro – non aiuta per niente chi deve ancora raggiungere l’emancipazione e non significa più niente per chi crede di averla già raggiunta.
Universi femminili......
L’Ex pasionaria femminista Anselma Dell’Olio si scaglia adesso contro la festa che una volta era sacra, intoccabile, per lei e per tutte le sue compagne di genere. “Detesto l’8 marzo, i maschi hanno vinto”.
No, cara Anselma, non sono i maschi che hanno vinto. Sono le femmine che hanno perso, almeno qui in Occidente. Sono le donne che hanno venduto parte della loro anima così faticosamente conquistata (da queste parti solo all’epoca del Concilio di Trento, metà del sedicesimo secolo) al diavolo del successo.
Se altrove sembra una conquista inarrivabile togliersi il velo dal viso o guidare la macchina, qui le donne hanno raggiunto da tempo tutti i feticci esteriori della parità dei diritti. Hanno sostituito l’uomo in tante situazioni e posizioni di potere al prezzo di ridursi a fare come l’uomo e peggio dell’uomo quanto ne hanno avuto la possibilità. La lunga marcia intrapresa nel 1946 con la concessione dei diritti politici e civili assoluti può dirsi oggi formalmente conclusa. Nella pubblica amministrazione, le donne ormai occupano gli stessi posti degli uomini in quantità e qualità. Alla Regione Toscana, per fare un esempio, sono il 60% e le donne in posizione dirigenziale sono in numero sostanzialmente eguale agli uomini. Ma a che prezzo?
E’ migliorato il mondo con la progressiva acquisizione di potere e di influenza delle donne? Si diceva, un giorno le donne comanderanno e non ci saranno più guerre, una madre non manderà mai i propri figli a morire consapevolmente. Era uno dei tanti luoghi comuni su maschilismo e femminismo. Triste risveglio scoprire che è stata una donna a condannare le prossime generazioni di pensionati a una morte per fame non si sa quanto orribile, Elsa Fornero, con la sua riforma lacrimevole del regime pensionistico.
E’ una donna il volto più odioso di un governo poco simpatico, quello di Matteo Renzi. Quella Debora Serracchiani che viene sempre mandata avanti quando c’è da rispondere a denti stretti alle critiche di chi lamenta la perdita progressiva di diritti in cambio della perdita progressiva di potere d’acquisto. In compenso, in regione Friuli Venezia Giulia – di cui fino a prova contraria è presidentessa – lamentano di vederla ancor meno di quanto vedevano Renzi a Firenze quando era sindaco.
E’ una donna colei che ormai impiega il Parlamento della Repubblica per dare sfogo ai suoi giochi salottieri da generone romano radical chic. Laura Boldrini trova utile dedicare intere giornate della Camera dei Deputati a discutere se sia il caso di dire assessore o assessora, presidente o presidentessa. E guai a chi critica, perché se lo fa è sessista, ed è un reato gravissimo. Non c’è ancora una Lubjianka dove perseguire i sessisti, ma diamole tempo. Nel frattempo, non sappiamo nemmeno se abbiamo riconosciuto la Palestina, ma il gettone di presenza è corso. L’onorevole, o onorevola, il suo dovere l’ha fatto.
Poi c’è la sig.ra ministra Boschi. Un cursus honorum incredibile, se non consideri che è figlia di un pezzo grosso della Banca Etruria (se nel frattempo non è fallita), vicino politicamente al dinosauro PD Michele Ventura. O Marianna Madia, altra enfant prodige (in francese maschile e femminile sono uguali, non hanno la Boldrini) a suo tempo accreditata di una liaison con il figlio nientemeno che di Giorgio Napolitano. La parità di genere invocata da Renzi all’atto della presentazione del suo governo forse era meglio se veniva taciuta, o almeno sfumata. Forse non erano queste le conquiste sociali che si aspettavano le donne quando cominciarono a festeggiare quest’8 marzo.

Forse è bene continuare a spostare lo sguardo in quelle zone del mondo dove ancora lottare per togliersi il velo o per non subire uno stupro che andrà regolarmente impunito può fare la differenza tra la vita e la morte. In India, o a Kobane ha ancora un senso l’8 marzo. Qui è diventato un giorno di un calendario che non scorre mai troppo in fretta. Proponendo santi – e soprattutto sante – ormai sempre meno memorabili.