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sabato 24 dicembre 2016

Natale all'italiana

E’ un’Italia dalle contraddizioni sempre più accentuate quella che si appresta a celebrare il Santo Natale 2016. La spaccatura tra il popolo e la casta che lo governa ha raggiunto dimensioni importanti, forse irreversibili. Che fanno pensare paradossalmente per la prima volta alla possibilità di un futuro diverso. Un futuro che le generazioni più giovani hanno detto a chiare lettere di volere con tutte le loro forze, senza necessariamente essere costrette ad andare a cercarselo all’estero.
Sergio Mattarella
Venti giorni fa, sono stati proprio i giovani a dire di andare a casa ad un governo che voleva stravolgere il loro migliore passato ma soprattutto il loro migliore futuro. In quel venti per cento che ha fatto la differenza tra le ambizioni di Renzi e la voglia di normalità e di ripresa del paese, i giovani sono stati determinanti in una misura che era soltanto possibile sognare, fino alla vigilia del voto.
Il popolo, giovane e meno giovane, si è espresso. La casta lo ha ignorato. Un presidente che non è stato eletto dal popolo e al popolo non risponde, ma solo alle consorterie che l’hanno messo dov’è a fare esattamente quello che fa, ha rinominato quel governo così come si cambia copertina ad un libro o custodia ad un DVD e l’ha rimandato alle Camere, e soprattutto in faccia al Paese.
Alla leggenda controversa della famiglia Mattarella si è aggiunto un nuovo brutto capitolo, ma non è questo il punto. Il parlamento italiano ormai assomiglia a quel Palazzo d’Inverno che 99 anni fa fu preso d’assalto dalla folla affamata e inferocita a San Pietroburgo in Russia. Non è più tempo – grazie a Dio – di Bolscevichi, né siamo alla fame come i sudditi dell’ultimo Zar, ma Mattarella, Gentiloni, Boldrini & C si comportano ormai come Nicola II Romanov, Rasputin, la Zarina Alessandra, e corrono incontro ad un destino personale sicuramente non altrettanto tragico ma egualmente ignominioso.
Giuliano e Manuel Poletti
Nel frattempo, ai giovani elettori quel governo fa sapere di poter fare tranquillamente a meno di loro. In Italia, finora è il governo a licenziare il popolo. Il ministro Giuliano Poletti, con delega al lavoro (sic!), dichiara che la fuga dei giovani cervelli all’estero è in realtà la fuga di zavorre di cui l’Italia può solo beneficiare a liberarsi. Rincara la dose il figlio Manuel, giornalista romagnolo a cui vogliamo pensare che il cognome paterno non sarà stato di alcuna utilità per farsi strada nella vita. Scuse goffamente offerte dal ministro, ed esposto-denuncia del figlio minacciato sui social network non servono a rimediare al danno (non solo) d’immagine fatto. Dalle parti dell’ineffabile Manuel si dice, pegio el tacon del buso. La toppa messa sulle sciocchezze dette non funziona mai, eppure i nostri governanti dovrebbero saperlo, per lauta esperienza personale.
Ma il regalo di Natale più beffardo da parte della propria classe dominante arriva agli italiani nell’immediata vigilia. A Berlino, l’ennesimo psicopatico addestrato dall’Isis (o da chi per essa) compie una strage. Si scopre che era stato recluso in Italia, dove era arrivato via Lampedusa e dove aveva fatto subito danni. Scontata la pena, era a piede libero in attesa dei documenti dalla Tunisia che avrebbero dovuto consentire la sua espulsione verso quel paese.
C’è qualcosa che non funziona nella Magistratura italiana, e nel Codice Penale che è chiamata ad applicare. Lo sosteniamo da tempo. Ma lasciare libero in circolazione un soggetto del genere, quale che sia la giustificazione formale, non ha giustificazioni sostanziali. Se dobbiamo modificare il Codice, modifichiamolo. Se dobbiamo preparare in un altro modo (sicuramente migliore, ci vuole poco) i nostri magistrati, facciamolo.
Non saremo sempre così fortunati come stavolta. Da una possibile reprimenda da parte della Germania ferita a morte (ma nel computo delle vittime, salite a 18, c’è anche una ragazza italiana, una di quelle la cui fuga all’estero era stata appunto salutata come sopra detto dal ministro Poletti), ci ritroviamo con una insperata nota di ringraziamento.
Succede che due agenti di polizia in servizio a Sesto San Giovanni intercettino nella notte Anis Amri, l’assassino di Berlino. Che invece dei documenti tira fuori la pistola e spara. Un agente viene ferito, l’altro riesce ad abbattere il terrorista, dopo essersi preso di bastardo, supponiamo in nome di Allah. L’agente ferito non è grave, e il prestigio dell’Italia balza alle stelle, come il titolo Mediaset dopo la guerra tra Berlusconi e Vivendi.
Marco Minniti
Non si fa in tempo però a gioire. Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha sostituito nella carica il predecessore Angelino Alfano e che dimostra subito di essere al suo pari in quanto a inadeguatezza, non trova di meglio che annunciare in conferenza stampa urbi et orbi i nomi dei due agenti. Che invece che da una onorificenza al merito, si ritroveranno a questo punto gratificati da una vita sempre a guardarsi le spalle, come pentiti della criminalità organizzata sotto programma di protezione. I loro nomi adesso sono appesi in bacheca in tutte le centrali terroristiche islamiche del mondo.
E’ un’Italia chiamata a sopportare tutto questo, quella che si accinge a santificare il Natale del 2016. Ad un popolo dalla pazienza infinita, auguriamo di trovare sotto l’albero da parte di Babbo Natale un regalo solo: la fine di quella pazienza.

Buon natale a tutti.

lunedì 12 dicembre 2016

Quel buco nella Repubblica



La bomba scoppiò alle 16,37, nel bel mezzo dell’emiciclo della sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. Quarantasette anni dopo, la giustizia italiana non è stata ancora capace di stabilire chi ce la mise. Di tutti gli insuccessi collezionati dall’apparato giudiziario della Repubblica, Prima e seguenti, Piazza Fontana era e rimane quello più importante, più clamoroso. Il buco nero più grosso.
Quarantasette anni. Dopo tre processi ed una serie rocambolesca di condanne, assoluzioni, annullamenti e rifacimenti altrettanto improduttivi, e per finire le sempre provvidenziali prescrizioni, lo Stato Italiano ha mandato assolti tutti. Eppure, il giudice Guido Salvini che riaprì le indagini alla fine degli anni Novanta sembrava avere le idee assai chiare, e le prove per sostenerle: Strage di Stato, responsabile come esecutore il gruppo neofascista Ordine Nuovo, quanto ai mandanti, quelli individuati già a mezza voce fin dall’indomani dell’attentato: i servizi deviati.
Fu un neologismo entrato nell’uso corrente proprio dopo Piazza Fontana. La strage fu l’inizio ufficiale della cosiddetta Strategia della Tensione. Coincidente con quel lungo periodo pluridecennale che è andato sotto il nome di Anni di Piombo, durante il quale i cosiddetti opposti estremismi si contesero a suon di bombe e agguati terroristici la vita politica e civile del nostro paese, orchestrati – sulla base di quanto è stato ricostruito da processi che per quanto mai giunti a sentenze efficaci ed effettive hanno chiarito molte cose a chi voleva leggere tra le righe di quelle sentenze - addirittura da spezzoni dello Stato, delle sue istituzioni che avrebbero dovuto garantirne invece la sicurezza e l’ordine pubblico.
Erano gli anni della recrudescenza della Guerra Fredda tra Est e Ovest, dopo la breve stagione illusoria di Kennedy e Kruscev. Alla fine degli anni Sessanta, il vento della contestazione sessantottina aveva dato nuovo impulso a tutto ciò che di antisistema si opponeva allo status quo uscito fuori dagli Accordi di Yalta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Mediterraneo era una zona di confine. Di un confine dove la guerra da fredda spesso e volentieri si trasformava in calda, tra Blocco Sovietico e N.A.T.O., tra Cristianità ed Islam, tra Nord e Sud, Est ed Ovest.
Di quel confine, l’Italia era il punto cruciale, l’anello forse in quel momento apparentemente più debole. Delle tre penisole che si allungavano nel Mediterraneo, la Spagna era sotto il controllo del dittatore Francisco Franco, la Grecia era sotto il regime dei Colonnelli. Restava l’Italia, con la sua fragile democrazia riconquistata faticosamente nel 1945 grazie alla V^ Armata alleata ed ai Partigiani, con il suo Partito Comunista che era il più grande ed il più forte dell’intero mondo occidentale, con la sua conformazione fisica di portaerei e di punto di approdo naturale che non facilitava le cose ad una classe politica che si barcamenava fra osservanza atlantica, tentazioni filoarabe e vecchi balletti d’altri tempi tra cancellerie europee.
Nel 1964 un tentativo di colpo di stato militare - non si è mai saputo quanto serio, ma lo si è sospettato –, il Piano Solo del generale comandante dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, aveva cercato di precorrere i tempi, tentando a Roma quello che sarebbe riuscito ad Atene tre anni dopo. La storia, che in questo caso ha confini tutt’ora incerti con la leggenda, riporta dell’intervento deciso di Giuseppe Saragat e Aldo Moro, i due leader più autorevoli del governo di allora, a stroncare non solo quelle trame (il tintinnio di sciabole) ma anche e soprattutto la presidenza della Repubblica di Antonio Segni, che era sembrata più che simpatizzare per l’ipotetica svolta a destra del paese.
Cinque anni dopo, la bomba di Piazza Fontana spazzò via l’illusione che la Penisola fosse in realtà un isola, e per di più felice, in un mondo in cui si stava radicalizzando la lotta tra destre e sinistre di ogni ordine, grado e genere. Ordine Nuovo era giustappunto una delle tante sigle terroristiche rosse o nere che stavano nascendo nell’Italia post-sessantottina. Tutte – per quanto schierate su fronti opposti – con un minimo comune denominatore: l’essere infiltrate ed in qualche modo controllate da quella parte delle istituzioni e degli apparati governativi che vedevano di buon occhio il cosiddetto giro di vite. Alla greca, alla spagnola, o come sarebbe successo più tardi, alla cilena.
Trait d’union, i Servizi. Ai quali veniva aggiunto l’aggettivo deviati ogni volta che la loro azione si spingeva in un territorio in cui i veri committenti di quelle azioni, in ambito governativo o sottogovernativo, non erano in grado di seguirli più, sconfessandoli.
La storia che cominciò a Piazza Fontana, e che si concluse apparentemente alla fine degli anni Ottanta con gli ultimi attentati ad personam delle sedicenti Brigate Rosse, fu una storia di sangue e di lacerazioni interne come nessun altro paese ha conosciuto, almeno tra quelli considerati nel cosiddetto novero delle nazioni civili. A ripensarci oggi, pare un miracolo che l’Italia salvasse la forma ed in parte anche la sostanza della democrazia a cui erano ispirate le sue istituzioni politiche e civili in virtù della Costituzione del 1947, che non ha mai conosciuto sospensioni, de jure o de facto.
Sia stato da ascrivere alla saldezza di nervi di coloro che ressero la cosa pubblica in quegli anni, degli stessi cittadini che non arrivarono mai a chiedere – per quanto sconvolti e feriti profondamente fossero da bombe e attentati – sospensioni di diritti e misure normative draconiane, oppure come vorrebbe una certa vox populi al sostanziale benessere raggiunto dalle nostre Forze Armate al pari del resto della società italiana che tolse ad esse ogni velleità di partecipazione a sostanziali disegni eversivi da dentro o fuori lo Stato facendole schierare invece in sua difesa, qualunque cosa sia stata portò l’Italia fuori dagli Anni di Piombo profondamente cambiata, ma in meglio e sostanzialmente illesa. Con istituzioni repubblicane e civili rafforzate e leggi addirittura migliorate, malgrado per le strade non si riparasse a lavare via il sangue copiosamente versato.
Il Commissario Luigi Calabresi, additato dalle sinistre come "assassino" di Giuseppe Pinelli
Resta, a distanza di quarantasette anni, quella scia di sangue per la quale non è quasi mai stata fatta sufficiente giustizia. Quella teoria di nomi che affollò i nostri giornali e telegiornali per un lungo periodo, a cominciare da quello dell’anarchico Giuseppe Pinelli che volò dalla finestra della Questura di Milano dove veniva interrogato a due giorni soltanto di distanza dall’attentato, lasciandosi dietro i veleni di mille supposizioni mai comprovate ed un altro nome da additare a vendette pubbliche e private, quello del Commissario Luigi Calabresi, vittima successiva anch’egli di quegli Anni di Piombo.
Quando le indagini sembrarono imboccare la pista che a tutt’oggi sembra rimanere quella giusta, quella dei neofascisti ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura, molte cose ormai erano deviate, non soltanto quei Servizi che ormai apparivano chiaramente aver influenzato, se non addirittura orchestrato, tutto quanto. Quando i processi arrivarono in fondo, era già tempo di Cassazione (ammazzasentenze), se non di prescrizione.
Quel buco apertosi quarantasette anni fa nelle nostre coscienze, oltre che nell’emiciclo della sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, aspetta ancora di essere chiuso. Assieme a tutti gli altri che si è portato dietro.

venerdì 15 luglio 2016

Nice, quatorze juillet



La modalità dell’attacco terroristico di Nizza è una novità soltanto per gli sprovveduti. E’ una forma di stragismo comunemente usata nei paesi del Terzo Mondo, in Africa e Asia. In guerra non si inventa nulla, si riciclano sempre e comunque vecchie tattiche e si perfezionano armi già esistenti, in questo caso dai tempi dei carri falciati degli Ittiti.
Che siamo in guerra, penso non ci siano più dubbi, nemmeno per le anime belle del dialogo con le altre culture più o meno in buonafede. Per questo non intitolo questo pezzo CONTROCORRENTE. Spero che ormai la corrente sia una sola, o si avvii ad esserlo.
Non è più tempo di parole, ormai servono i fatti, e servono alla svelta. Queste poche le scrivo per sottolineare soltanto un paio di concetti basilari.
La guerra non piace a nessuno. Ma quando si ha di fronte un mostro come l’integralismo islamico (lasciamo perdere il termine Isis, che al pari dei termini Al Qaeda e Bin Laden non si sa e non si saprà mai che cosa hanno esattamente indicato, o semmai nascosto), prima o poi tocca farla. Dipende solo se si vuole farla quando siamo ancora in vantaggio noi, o aspettare che il vantaggio passi a loro.
Al momento sto scrivendo la storia delle Olimpiadi. Sono arrivato giusto al capitolo del 1936, i Giochi di Berlino, di Hitler, del Nazismo. In quei giorni, un mondo che voleva la pace ad ogni costo concesse a quel mostro di tutto e di più, facendosi alla fine rimontare ampiamente il vantaggio conseguito al termine della Prima Guerra Mondiale. Quando la Germania attaccò la Polonia e l’appeasement finì, la Wehrmacht era in condizioni di supremazia tali da poter fare dell’Europa un sol boccone in pochi mesi.
Stavolta è la stessa cosa. Abbiamo lasciato crescere un esercito di belve sanguinarie al nostro interno, nelle nostre città, andandoli addirittura a prendere a casa loro e consegnando loro le chiavi di queste nostre città. Wake up, Occidente, scriveva Oriana Fallaci all’inizio di questo processo. Svegliati. E non mi contrapporre a sproposito gli scritti di Tiziano Terzani (che parlava di altre – sacrosante – cose), ma datti una mossa a reagire. Si vis pacem para bellum, diceva Giulio Cesare. Finché sei in tempo, può aggiungere ognuno di noi purché in buonafede.
Dice, ma l’Islam non è tutto così. Neanche i tedeschi erano tutti nazisti. Ma la parte buona dell’Islam, come quella della Germania degli anni 30, non ci aiuta e quindi non ci serve. E non possiamo farci ammazzare perdendo tempo a distinguere tra islamico buono e islamico cattivo. Come a Minneapolis, il poliziotto che ti ferma deve essere certo se tu tiri fuori dalla giacca i documenti o una pistola. Le regole di ingaggio devono essere chiarissime.
Chi viene qui ad accettare la nostra cultura, il nostro stile di vita, i nostri valori in cambio di lavoro e vita dignitosa e sicura (per quanto possibile) è ben accetto. Gli altri no. Ed è ora di ributtarli in mare, o dove loro stessi preferiscono.
A Nizza in terra ci sono rimasti in più di 80. Parecchi erano bambini. Foto inguardabili, come quella famosa del piccolo Aylan, pace all’anima di queste creature. Questi infami ammazzano i nostri bambini e mandano i loro nei campi di addestramento alla guerriglia. Questi infami vanno fermati, con ogni mezzo.
Basta foto di bambini morti. Stamattina a Dio dobbiamo fargli parecchio schifo, dopo quest’ultimo carico appena mandatogli. Attenzione, che non ci darà molte altre occasioni. Il Diluvio è prossimo.

lunedì 7 dicembre 2015

CONTROCORRENTE: Regionales 2015


Il Front National di Marine Le Pen trionfa come primo partito con il 43% dei voti. "Metteremo al primo posto lo stato di diritto", dichiara. Per essere un partito sprezzantemente liquidato come fascista, razzista e xenofobo (soprattutto da noi italiani), non c'é male. 
Nelle stesse ore il Presidente della assai più civile Repubblica italiana tiene il suo consueto sermone sull'accoglienza e l'integrazione. L'Angelus laico, da qualche tempo a questa parte ancor più fastidioso di quello religioso.
Da quando i ferventi credenti islamici (quelli che secondo la sconvolta Angela Terzani vanno soprattutto "capiti") hanno fatto strage di ragazzi europei a Parigi, si è messa in moto la Kultura italiana con la K maiuscola, quella che impropriamente viene definita con un termine mutuato dall'Antichità che ci ha dato i natali: "intellighenzia".
Talmente intelligente da appiattirsi senza ritegno o esitazione sulle posizioni degli intellettuali con l'occhialino o con il botulino, alla Corrado Formigli o alla Lilli Gruber. Gente che come il Presidente Mattarella fa l'accoglienza e la propaganda all'integrazione con la vita degli altri. Gente come Vittorio Zucconi, da sempre finto giornalista e gran viaggiatore stipendiato e spesato lautamente, o come Rossana Rossanda e Angela Terzani, vedove prima di tutto di se stesse prima ancora che dei rispettivi (per fortuna loro non altrettanto longevi) partners.
Oriana non avrà avuto ragione su nulla, come strepitano in coro le due carampane di regime, ma guarda caso la patria dell'egalité, fratenité et liberté si è rotta i coglioni. Aux regionales citoyens, et voilà madame Le Pen au pouvoir. Loro lo stato di diritto l'hanno inventato, e state tranquilli che non lo molleranno tanto facilmente. Noi non l'abbiamo mai avuto, e state tranquilli che continueremo a sognarcelo.
Tutti dietro a Bergoglio, Mattarella e agli/alle intellettuali con l'occhialino ed il botulino. Tutti solidali con il culo degli altri. tanto Zucconi se ne sta in quell'America che vitupera tanto, Bergoglio fa finta di vivere in convento dalle suore e Mattarella vive al Quirinale da prima di diventare presidente.
I prossimi colpi, quando verranno sparati, di sicuro non toccano a loro, ma ancora ai nostri figlioli. E noi non voteremo più, rimpiangendo i tempi in cui almeno la DC si poteva votare.

venerdì 27 novembre 2015

Venti di guerra



E’ tutto scritto nelle Centuries et prophéties di Michel de Nostredame. In arte Nostradamus. Il celebre astrologo, scrittore, farmacista e speziale francese – un tuttologo insomma, come quelli che vanno di moda oggi – ha previsto la storia del Mondo fino ai giorni nostri nelle sue quartine scritte nello stile ambiguo e criptico della Sibilla Cumana (IBIS – REDIBIS – NON – MORIERIS – IN – BELLO, metti la virgola dove ti pare, dopo la seconda o la terza parola, e non puoi non indovinare, soprattutto retroattivamente).
Il chiaroveggente provenzale ha fatto la fortuna di tutti coloro che da secoli sfruttano la predisposizione umana a credere nel soprannaturale, chiamiamolo così. Le Centurie, scritte più o meno ai tempi della pace di Cateau-Chambrésis, avrebbero previsto eventi lontanissimi nel tempo come la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, l’11 settembre e lo scontro di civiltà fra Cristianesimo e Islam. Con annessa probabile fine del mondo stesso così come lo conosciamo.
Certo è che un po’ come succede per quei thriller ed horror televisivi che rappresentano fantasie poi abbondantemente superate dalla realtà che hanno ispirato, i fatti di cronaca sembrano confermare le predizioni dello speziale chiaroveggente con una puntualità che dà da pensare. Stai a vedere che i potenti della Terra hanno letto tutti le sue Centurie, e fanno a gara a chi si attiene più fedelmente alle loro predizioni. Nostradamus, e se non lui San Malachia o i Sacerdoti Maya, hanno messo in testa a quelli delle varie stanze dei bottoni anche le idee più balzane che altrimenti mai avrebbero avuto da soli.
Com’è noto, il veggente di Saint Remy de Provence dalla stanzetta in cui si era ritirato dopo che la peste gli aveva decimato la famiglia (evento a quanto pare da lui non previsto, ma come si sa nemo propheta in patria) aveva preconizzato che la Guerra Mondiale Finale sarebbe scoppiata in Francia per colpa della Falce di Luna e avrebbe finito per travolgere tutto il mondo moderno. Alla fine di essa, si sarebbe stabilito un lungo periodo di pace di cui però solo pochi avrebbero goduto. L’Olocausto Nucleare che abbiamo temuto per decenni come conclusione della Guerra Fredda tra le Superpotenze uscite dalla Seconda Guerra Mondiale sarebbe alla fine stato scatenato dalla Terza, scoppiata tra le due religioni che si contendono il Vecchio ed il Nuovo Mondo fin dai tempi dell’Egira.
La chiaroveggenza retroattiva fa un gran comodo per spiegare una catena di eventi ai quali in questi giorni si stenta altrimenti a trovare una logica. Sembra che ognuno degli Stati coinvolti da questo scontro di civiltà su cui si innesta un ancora più forte scontro di interessi economici abbia deciso di giocare la sua partita a carte con il Diavolo, incurante delle possibili conseguenze. Tra le quali un possibile Armageddon, che guarda caso è patrimonio culturale comune a tutte o quasi le religioni. E ci sarà un perché.
La carenza di leadership verificatasi con l’avvento di una presidenza americana tra le più deboli e inconsistenti della storia di quel paese ha lasciato campo libero alle ambizioni di capi e capetti. I mostri creati da servizi segreti per i quali si stenta ad applicare come etichetta la corrispondente parola anglosassone, Intelligence, si sono puntualmente rivoltati contro il creatore come la creatura di Frankenstein. Al Qaeda e l’Isis, se sono fenomeni genuini (del che ci siamo permessi in passato di dubitare più volte), sono fenomeni che avrebbero potuto essere evitati da una classe dirigente appena un po’ più avveduta di quella che ha in mano le sorti dell’Occidente da vent’anni almeno a questa parte.
Errori marchiani come le due Guerre del Golfo combattute con una carenza progettuale senza precedenti si sono parimenti dimostrati esiziali prima di tutto per chi li ha commessi. Anche se nessuno quanto e come la cosiddetta Primavera Araba, la Madre di tutte le Stupidaggini, messa in atto non da quella diplomazia americana a cui abbiamo sempre imputato – a volte con ragione – inesperienza e rozzezza di giudizio ma bensì dalla navigata omologa europea. Da francesi, inglesi, italiani, gente che affaccia sul bacino del Mediterraneo da millenni, che ha gestito imperi, che combatte i Mori o ci convive fin dalle origini dell’Islam.
La Siria però non è più la vittima del tentativo di esportazione di una improbabile democrazia come quelli che ci hanno portato a rimestare nel precario equilibrio tra un potere politico a volte brutale ma comunque laico e non ostile a noi come le dittature di Egitto, Libia, Tunisia, Iraq ed il loro corrispettivo religioso rappresentato da teocrati più o meno fermi a Maometto. Ad Aleppo e nelle altre zone del Medio Oriente dove si combatte, lo si fa finalmente in nome di interessi economici espliciti, non più mascherati dall’ipocrisia o dalla confusione mentale. Da una parte un mondo islamico che vive l’ennesima recrudescenza del conflitto endemico tra Sciiti e Sunniti e che cerca di indebolire drasticamente l’Occidente scaraventandogli quantità giornaliere ingestibili ed insostenibili di migranti. Dall’altra un fronte – chiamiamolo così – cristiano che si presenta all’appuntamento con le predizioni di Nostradamus ancor più variegato e frazionato di quanto era prevedibile anche da parte del più chiaroveggente dei veggenti.
La Francia di Hollande, da cui correttamente parte tutto nella fase decisiva che porta alla resa dei conti globale in Medio Oriente ed in Europa, scopre che quell’asse franco-tedesco su cui aveva riposto tante speranze le serve a poco ora che deve dare risposte ad un popolo che canta coraggiosamente la Marsigliese sotto i colpi dei kalashnikov degli attentatori ma che, svegliatosi da un lungo e colpevole torpore, si scopre costituito per almeno il 10% proprio da quei musulmani che improvvisamente sono diventati il nemico.
La Germania di Frau Merkel è ancora in ginocchio – cosa impensabile fino a questa estate – sotto i colpi inferti a Volkswagen e Deutsche Bank, i pilastri con cui pensava di reggere l’urto dei profughi trasformandolo in un nuovo boom economico tedesco. La Merkel va a bombardare a fianco di Hollande non più come il partner forte della coppia, il vero maschio, ma come il più debole dei fratelli De Rege. La signora di ferro lascia inoltre spiazzato il fedele alleato italico Matteo Renzi, che si deve inventare qualcosa per conto suo visto che da Berlino non arrivano più ordini. Bombardare senza entrare in guerra è uno sketch già usurato dal tempo. Servirà qualcos’altro, e a breve.
A proposito dell’Italia, in una recente intervista il leader russo Putin ha dichiarato che trattasi ormai di un paese che non conta più nulla, governato da persone irresponsabili che per di più nessuno ha eletto. Per fare una simile valutazione, non importava essere Nostradamus. Sicuramente al buon Vladimir deve essere più difficile capire in questi giorni cosa fare con Erdogan e la Turchia. Sono i due paesi più potenti militarmente parlando a ridosso dell’area mediorientale. Sono quelli che maggiormente agognano a riempire il vuoto di potere lasciato dagli americani, tagliandosi una fetta di Siria ed Irak in ogni caso a spese dei Curdi (che nello scacchiere internazionale recitano sempre la parte di quel membro dei Brutos che prendeva lo schiaffone e veniva lasciato a piangere). Dai tempi dello Zar e del Sultano, Russia e Turchia si prenderebbero a schiaffi tanto ma tanto volentieri. Damasco val bene una pila di cadaveri sui Dardanelli, come ai vecchi tempi?
Sassi contro l'ambasciata turca di Mosca
Difficile stabilire da che parte stare. Forse per questo tanti aspettano il trascorrere dell’ultimo anno dell’inutile presidenza di Barack Obama. Un bel presidente di destra con i capelli tagliati a spazzola renderebbe tutto più semplice. Alla peggio, la Clinton come primo presidente donna non potrebbe mai fare peggio del primo presidente di colore. Nel frattempo la C.I.A. appoggia Erdogan, cercando di trasformarlo nel nuovo Saddam Hussein, mentre Assad se la ride al vedere un Occidente di così poche idee ma in compenso confuse. L’Arabia Saudita finanzia intanto Al Qaeda e Isis sperando che indeboliscano l’Occidente, per fare la qual cosa basterà forse la prima bolletta del gas rilasciata da Putin quest’inverno.
Con tutto questo sullo sfondo, risuona per noi la inesorabile colonna sonora dei discorsi del Presidente Mattarella e dell’onorevole Boldrini. Bisogna che finiscano le violenze sulle donne. Bisogna anche che i musulmani si integrino nella nostra società. Bel problema. Avete mezz’ora di tempo per risolverlo a partire da adesso. Tra mezz’ora consegnate.

mercoledì 18 novembre 2015

CONTROCORRENTE: #ioinveceliodioeccome

Io invece li odio, eccome. Ho odiato i nazisti che volevano farmi parlare tedesco, farmi fare il passo dell'oca, il saluto romano e ripetere Heil Fuhrer ad ogni pié sospinto. Ho odiato i comunisti che volevano farmi parlare russo, e ripetere a pappagallo sciocchezze scritte nell'ottocento in un libro in non so quanti tomi che non ne ha indovinata una. E adesso odio l'Islam, che vuole farmi parlare arabo, ripetere a pappagallo sciocchezze scritte da un cammelliere nel 600 dopo Cristo (e che si sentiva superiore a Cristo) e farmi mettere a quattro zampe cinque volte al giorno a fare versi che qui non si fanno dal tempo della costruzione delle palafitte e della scoperta del fuoco.
Ho odiato e odierò sempre questi assassini maledetti che pretendono di venire qui a casa mia a dirmi come devo pensare, chi devo pregare e come devo vivere. E non mi si venga a dire che non sono tutti così. Se non sono tutti così, che lo dimostrino, e ci vadano loro a farsi tagliare la gola dai loro fanatici, come noi ci siamo fatti tagliare la gola per secoli dai nostri per arrivare ad un modo di vivere da persone civili. Cosa che loro fanno finta di essere solo se costretti.
Questo è il mio paese, questa è la mia civiltà. Chi viene qui per integrarsi con essa (lui, non io) è ben accetto. Gli altri, FUORI DAI COGLIONI. E SUBITO.

lunedì 16 novembre 2015

Chi tocca Parigi tocca tutti noi



Le immagini di questa Parigi livida, spettrale, deserta della mattina del 14 novembre in realtà le ho già viste. Sono nel mio immaginario personale, e nell’immaginario collettivo della mia generazione a cui le ha trasmesse quella precedente. Non ero nato quando furono scattate, ma si sono stampate a fuoco nella mia memoria, ben prima che mi appassionassi agli studi storici.
Sono le immagini di Parigi una mattina di giugno del 1940. la Linea Maginot aveva ceduto rovinosamente, i panzer di Heinz Guderian scorrazzavano trionfanti per le campagne francesi “nach Paris”. Nella capitale della Francia e del Mondo Libero si aspettava da un momento all’altro l’arrivo dei Nazisti. Chi poteva scappava, gli altri aspettavano in casa di veder spuntare le croci uncinate sui boulevards. Come puntualmente avvenne.
Sono passati settantacinque anni. Per metà dei quali abbiamo creduto che avremmo rivisto Parigi invasa e soggiogata prima o poi dai cosiddetti “cosacchi” dell’Armata Rossa. In realtà, già allora si profilava all’orizzonte un nemico ben più reale e consistente (se possibile): una nuova cavalcata dell’Islam verso il cuore della Cristianità, da fare impallidire quella che seguì alla morte di Maometto e che rischiò di fare del mediterraneo un lago arabo.
Sono passati tutti questi anni. Abbiamo lasciato correre tutti i segnali che – dagli anni sessanta ad oggi – avrebbero dovuto invece rimettere sul chi vive chi era già stato travolto dalla follia del dominio sul mondo intero. Chi era abituato da secoli tra l’altro a scrutare il mare in cerca delle terribili vele nere dei pirati moreschi. Abbiamo liquidato con disprezzo chi era stato nei luoghi dell’Islam e ne aveva riportato racconti che avrebbero dovuto preoccuparci. Ben prima che Settembre Nero compisse la prima clamorosa strage sul suolo europeo, a Monaco nel 1972 durante le Olimpiadi. Ma in fondo, pensò la nostra coscienza collettiva di cattolici mal laicizzati, si trattava solo di ebrei. Fatti loro, anzi (per qualcuno) bene così.
E così, una Oriana Fallaci che era stata il mito dell’antiamericanismo di matrice più o meno comunista al tempo della guerra in Vietnam (un mito anche allora per degli ignoranti che non avevano letto per bene mezza riga di quello che scriveva, lei che adorava gli Stati Uniti d’America – da ex partigiana che aveva sfiorato la morte per mano dei nazifascisti – e che tuttavia agli Stati Uniti d’America non aveva mai fatto mancare critiche anche feroci per tutti i loro errori), era diventata l’oggetto del disprezzo da parte della galassia degli orfani della Falce e Martello. Perché quando finalmente l’Islam aveva gettato l’ultima patetica maschera l’11 settembre 2001 tirando giù le Twin Towers a New York, lei aveva osato dire le cose come stavano. Come diceva da anni, del resto, ad un mondo troppo distratto o troppo interessato dalla benzina che tutti i giorni metteva nel serbatoio delle proprie macchine o dei furgoni che trasportavano i propri beni.
Pochi giorni prima che i kamikaze si facessero saltare in aria (ma può chiamarsi religione questa che glorifica chi si fa ammazzare ed ammazza in nome del vero Dio e della vera fede?) a Saint Denis, a Les Halles, al Bataclan, a Place de la Republique (in quei luoghi cioè che non sono soltanto il simbolo di tutto ciò che è – grazie a Dio, quello vero – la nostra cultura di uomini e donne occidentali, ma dove inoltre mandiamo quotidianamente i nostri figli con gioia perché maturino nel miglior modo possibile, diventando come noi e meglio di noi), avevo finito di leggere “Le radici dell’odio”.
E’ l’ultimo libro postumo di Oriana, pubblicato proprio ora a ben nove anni di distanza dalla sua morte (ma niente succede per caso) e con una improbabile prefazione della veterocomunista Lucia Annunziata. La quale è comunque costretta pur nella sua prosa fumosa, involuta e inconcludente a convenire che la grande giornalista – di cui il libro riassume e ripercorre gli scritti fondamentali di cinquant’anni di reportages dai luoghi dell’Islam – era stata del tutto profetica. Le parole di Oriana mi sono risuonate nelle orecchie ancora più forti e violente delle esplosioni nella Ville Lumiere. E stavolta, i fastidiosi squittii della galassia post-comunista non li sento nemmeno, tanto sono ridicoli e patetici. Stavolta la verità è sotto gli occhi di tutti, tragicamente rappresentata da 129 (per ora) corpi straziati e dalle strade di Parigi di nuovo deserte come quando attendevano l’arrivo di Hitler.
Il Nazismo oggi si chiama Islam. E come settantacinque anni fa una parte di questa Europa che ne subisce l’assalto preferisce nascondere a se stessa la verità con mille autosuggestioni fuorvianti. Negli anni 30 il continente veniva da un’altra guerra mondiale a breve distanza, quella del 1915-18, che era stata spaventosa. I peace ballots del 1935, il referendum che chiese al popolo della Gran Bretagna se sarebbe stato disposto a tornare a combattere per prevenire il nascente riarmo tedesco sotto il Nazismo, dette come risultato una schiacciante maggioranza per il NO. Il risultato fu che quattro anni dopo gli inglesi dovettero rimettersi comunque in divisa in fretta e furia, avendo perso nel frattempo tutto il loro vantaggio militare strategico e tattico. Il risultato fu che in quei giorni del 1940 in cui il loro esercito insieme ai resti di quello francese ripiegavano rovinosamente verso la salvezza a Dunkerque, Sua Maestà Re Giorgio VI dovette anche lui in fretta e furia conferire l’incarico di Primo Ministro a colui che era stato sbeffeggiato per un decennio a causa delle sue “manie guerrafondaie”. E che in quel momento rimaneva sulla scena come l’unico inglese dotato di forza e carattere per portare la sua patria e tutto il Mondo Libero alla sopravvivenza.
Winston Churchill fu la Oriana Fallaci degli Anni 30. Oggi l’Europa viene invece dal più lungo periodo di pace della sua storia. E’ forse un deterrente ancora maggiore per chi deve cominciare a pensare di rinunciare a qualcuno dei propri conforts e a disporsi alla resistenza contro questo nuovo Nazismo predicato dal Corano. Si, cari signori. Dal Corano. Leggetelo bene, e non nella versione edulcorata (si fa per dire) dell’Imam di Segrate o simili. Gli infedeli come noi non hanno diritti, come non ce li hanno gli ebrei. Siamo soltanto entità da tollerare (previo compenso economico, bella religione, complimenti ancora), senza diritti civili né tantomeno politici. E alla fine da sgozzare e trucidare, se proprio insistiamo a non volerci “convertire” alla vera e unica fede. Nel Corano c’è scritto questo, e chi dice il contrario, chi distingue fra Islam buono e Islam cattivo, mente sapendo di mentire. Oppure, meglio ancora, non sapendo proprio niente.
Ne ha da fare di strada l’Islam prima di poter essere considerata una religione, una cultura con cui dialogare. Loro il dialogo lo intendono soltanto per avvicinarsi a noi a distanza di coltello. Finché non si avvererà la profezia di Boumedienne nel 1974. Grazie alle loro capacità riproduttive, un giorno su questo continente loro saranno più di noi. Quel giorno, l’Islam smetterà di cercare il dialogo e di limitarsi a chiedere la costruzione di moschee come luogo di spiritualità. Quel giorno, usciranno fuori i coltelli e come nel settimo secolo dopo Cristo si prenderanno con la forza quello che era nostro.
Non è più tempo di piangere, di accendere ceri o di spegnere le luci, di mettere foto di bandiere listate a lutto. E’ tempo di aprire gli occhi, di prepararsi a resistere, a reagire. Wake up, Occidente! E se non vi piacciono le parole di Oriana Fallaci ditelo come diavolo vi pare, ma soprattutto fatelo! E soprattutto, per l’amor del cielo, basta con questo opportunismo da italianuzzi, che si sentono al sicuro perché la nostra penisola è un luogo di approdo e di basi logistiche per la Jihad, ed “a noi non faranno mai nulla”.
Cari vigliacchi, la Francia siamo anche noi. Noi siamo la Francia. Siamo nati – per quello di buono che siamo – nel 1789, alla Bastiglia. La Marsigliese è il nostro inno, e risuona tutti i giorni a ricordarci quanto è costato a noi cristiani emergere dalle tenebre di una religione un tempo altrettanto oscurantista. E quanto costerebbe ripiombare in quelle tenebre, ora che conosciamo pregi e difetti di tutti i sistemi e di tutte le culture.
L’altra sera dallo Stade de France a Saint Denis gli scampati al massacro uscivano cantando tutti in coro La Marsigliese. Possono starci a volte antipatici, i nostri cugini, et pour cause. Ma hanno insegnato al mondo che cosa è un popolo vero, unito e libero. Non è un caso che le bombe scoppino a Parigi, capitale della nostra cultura, della nostra civiltà, del nostro mondo. Del Mondo Libero. E sono bombe tirate anche a noi. Chi si mette contro Parigi si mette contro tutti noi.
Wake up, Occidente! Oppure altrimenti vai a quell’inferno che il Profeta ti ha destinato.

Eugène Delacroix, La Liberté guidant le peuple, 1830

giovedì 19 marzo 2015

Crociera di sangue



La calda estate del 2001, che avrebbe cambiato per sempre la storia del mondo, cominciò in Afghanistan a Bamiyan, quando i Talebani che controllavano allora il paese decisero e attuarono la distruzione dei Buddha che da quasi 2.000 anni sorvegliavano la vallata dai costoni di pietra prospicienti. All’inizio oppure al culmine di una guerra di religione c’è sempre un atto di iconoclastia. Si vuole distruggere, attraverso i simboli, oltre all’avversario l’idea stessa di avversario. C’è un solo Dio, Allahu akbar.
La guerra di religione che va avanti dal VII secolo dopo Cristo tra Islam e Cristianesimo è una guerra a tappe. Non è mai finita, si interrompe soltanto momentaneamente, per stanchezza delle parti oppure per occasionale prevalenza degli elementi più laici nei rispettivi campi avversi. Lo sapevamo anche prima che Papa Francesco lo ribadisse in uno dei suoi ultimi discorsi.
L’Isis è sicuramente l’ultimo mostro in ordine di tempo creato da una certa realpolitik per scopi più o meno inconfessabili e poi scappato di mano al suo creatore, come il Golem della leggenda nera ebraica. Ma è anche – fin dove è genuino - l’ennesimo Baal Moloch in cui si è incarnato il fanatismo islamico in questo scorcio di ventunesimo secolo, quando si pensava ormai illusoriamente che le Primavere Arabe portassero ad una laicizzazione di quelle società che invece purtroppo è ben lungi da venire.
L’Isis colpisce in tutti i modi che eccitano in negativo la nostra fantasia occidentale, da troppo tempo abituata ai confort ed ai gadget dell’età moderna. Taglia la gola come facevano i pirati berberi all’epoca della Battaglia di Lepanto o del Sacco di Otranto, e rinnova così la paura ancestrale nascosta in profondità nelle nostre coscienze cristiane, quel “mamma li Turchi!” che risuonava spesso lungo le nostre coste in epoche meno comode per viverci dell’attuale. E distrugge le vestigia artistiche ed architettoniche di epoche e civiltà gloriose, ciò che condisce cioè con spezie assolutamente insostituibili le pietanze delle nostre irrinunciabili vacanze di occidentali. Ieri l’altro Mosul, ieri Ninive, oggi Tunisi, domani chissà. Dovunque la morte faccia da propaganda al fanatismo.
A Tunisi la posta si è alzata, sono state fatte entrambe le cose, l’assalto al Museo e le gole tagliate. Sotto gli occhi dell’occidente, in pieno giorno e a telecamere accese, nell’unico paese in cui una parvenza di Primavera Araba aveva dato qualche frutto non indigesto. Diciassette turisti morti (oltre a due tunisini) e una quarantina di feriti è il bilancio dell’aggressione di ieri al Museo del Bardo da parte della locale cellula jihadista. Di queste vittime, almeno due accertate sono italiane, crocieristi in gita secondo le più felici usanze di questi tempi.
La notte scorsa la nave “Costa Fascinosa” della Costa Crociere è ripartita senza tredici dei passeggeri con cui aveva attraccato nel porto della capitale tunisina. La Costa, che non sta vivendo certo il periodo più fortunato della propria esistenza, sta collaborando attivamente con la Farnesina per stabilire esattamente la sorte di tutti i connazionali nonché degli altri passeggeri che le avevano affidato l’organizzazione delle proprie vacanze invernali. Il primo ministro tunisino, al termine di una giornata in cui del commando di cinque terroristi (tutti latitanti da mesi) ne sono stati abbattuti due e ne sono al momento sfuggiti tre, parla di una “lunga guerra da combattere”.
E’ la contraddizione del mondo in cui stiamo vivendo, questo Mare Mediterraneo che non si sa più bene cosa sia, in cui si incrociano le navi da crociera con i barconi della disperazione sotto gli occhi di motovedette impotenti, con regole di ingaggio malcerte. Non è più Mare Nostrum e non è ancora tornato il mare di Lepanto, ma sta andando in quella direzione. Quella che molti di noi si ostinano a considerare la location ideale delle nostre vacanze da status symbol, per l’altra sponda è ormai un teatro di guerra.
Una guerra per ora da “Armiamoci e partite”, tutti fremono dal desiderio di dichiararla, tutti sperano che il primo a scattare dai blocchi sia il vicino. Non si sente mai parlare così tanto di Europa come in queste ore. Non è mai stata così divisa e inesistente come adesso, l’Europa.

domenica 22 febbraio 2015

Numero Zero, i misteri d'Italia secondo Umberto Eco

Settima prova d’autore per Umberto Eco. Avevamo lasciato il professore di Alessandria all’ultima pagina del diario, bruscamente interrotto, di Simone Simonini, l’avventuriero che aveva attraversato tutto l’Ottocento ed il Risorgimento italiano per andare a concludere la propria esistenza in un improbabile attentato alla metropolitana di Parigi (allora in costruzione, siamo nel 1898).
Lo ritroviamo (siamo in Italia, nel 1992, nei giorni in cui esplode l’inchiesta Mani Pulite) nelle prime, allucinate pagine del diario di tale Colonna, giornalista fallito, o perlomeno che non ha mai sfondato. Il nuovo personaggio di Umberto Eco è anche lui un paradigma vivente, e del resto non a caso il suo creatore è il massimo esponente italiano (e forse internazionale) di semiotica, la scienza che studia i segni ed il loro significato, la base di quell’altra scienza diventata fondamentale ai nostri giorni, la comunicazione.
Se Simonini, falsario e spia, aveva rappresentato il lato oscuro di tutta la nostra epopea risorgimentale, entrando direttamente o indirettamente in tutte le trame ordite dai servizi che fiancheggiarono – e spesso precedettero – gli eserciti in campo pro o contro l’Unità d’Italia, questo ancor meno accattivante dottor Colonna, di cui non sappiamo e non sapremo nemmeno il nome di battesimo, rappresenta il lato oscuro della nostra vita politica e civile contemporanea, la “notte della Repubblica” incarnata dalla degenerazione del suo Quarto Potere, quello che avrebbe dovuto esserne il guardiano più fedele.
Simonini attraversa un secolo in cui tutto si vena – nel bene e nel male – di Romanticismo. Perfino le leggende nere che vengono ad arte coltivate dal mondo delle spie per discreditare avversari pericolosi, fino a quella destinata a diventare la madre di tutte, la favola tragica del Protocollo dei Savi di Sion, la presunta cospirazione ebraica per il dominio del mondo di cui si sarebbe nutrito in buona parte l’antisemitismo nel secolo successivo. Con le conseguenze che sappiamo.
Colonna non lo si può definire un suo epigono, ma semmai qualcosa di meno e di diverso, un ingrediente grezzo. I suoi tempi sono assai meno romantici, ed anche meno eroici, anche se di bombe ne scoppiano e di guerre ne vengono combattute con pari spargimento di sangue, anzi. E’ un personaggio di quel sottobosco del mondo dell’informazione che in tempi di tarda Prima Repubblica può portare un individuo ad essere un nuovo Mino Pecorelli (il re del dossieraggio ricattatorio scomparso misteriosamente nel 1979) così come il probabile capo-redazione di un misterioso settimanale destinato a rivoluzionare il panorama dell’editoria giornalistica italiana.
A cinquant’anni, quando sembra ormai che l’avvenire sia per lui tutto dietro le spalle, il Colonna viene contattato dal misterioso faccendiere di un ancor più misterioso imprenditore (il Commendatore) desideroso di una entrata nel salotto buono dell’informazione in vista di una discesa in campo successiva. Alzi la mano chi non ha riconosciuto il riferimento storico, peraltro tutt’ora di attualità.
Antonio Di Pietro all'epoca del Pool Mani Pulite
Al Colonna, giornalista oscuro ma a suo modo provetto, viene affidato il compito di istruire una redazione fatta di personaggi ancora più borderline di lui su come si costruisce una notizia. Si badi bene, in quei giorni – primavera 1992 – di notizie ce ne sarebbero a sfare, basterebbe uscire per strada e recarsi presso uno dei tribunali della Repubblica, a cominciare da quello di Milano dove il Dott. Antonio di Pietro ha cominciato la sua breve stagione di magistrato di Mani Pulite.
Al Commendatore, gli viene ben presto fatto capire, non interessano le notizie di per sé, ma solo quelle che possono dare, se opportunamente enfatizzate e/o arricchite, giovamento a lui e fastidio ai suoi avversari. Si lavora ad un “Numero Zero” (di qui il titolo del romanzo) di un periodico, Domani, che dovrà rivoluzionare il mondo del giornalismo italiano. In che misura, il faccendiere del Commendatore lo lascia soltanto intuire, ma efficacemente.
E così, da una riunione all’altra di una redazione di sgangherati reporters che navigano a vista tra il miraggio finalmente di una carriera vera e l’inquietudine di una coscienza che non vorrebbe piegarsi del tutto a sacrificare la libertà di stampa al tornaconto dell’editore, si consuma una parabola del giornalismo italiano che di per sé sola farebbe del racconto di Eco un altro capitolo interessante della sua produzione sia narrativa che saggistica. Pagina dopo pagina, riunione dopo riunione, l’esperto di comunicazione illustra – e ci illustra - i suoi trucchi (o che almeno potevano considerarsi tali nel 1992, quando eravamo tutti più speranzosi o più ingenui) e ci svela come le voci COMUNICAZIONE ed INFORMAZIONE in realtà possano arrivare a contenere tutto ed il contrario di tutto.
E’ la stampa, bellezza! dice Humphrey Bogart al boss della malavita Rodzich che vorrebbe chiudere la bocca al suo giornale, nel film L’Ultima minaccia. Il cinema e la letteratura americani ci hanno tramandato un’immagine epica della stampa locale, da Quarto Potere di Orson Welles a Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula. E’ un’immagine peraltro accreditata dai brillanti risultati ottenuti nella realtà. La testardaggine di Bernstein e Woodward fu fondamentale per arrivare alle dimissioni di Nixon dopo il Watergate.
In Italia, le rare pellicole di ambientazione giornalistica come il Muro di Gomma di Marco Risi sulla tragedia di Ustica dipingono la carta stampata a tinte migliori di quelle visibili nella realtà. Il 1992 fu un anno fatidico, quello in cui finalmente la società civile avrebbe potuto prendere il controllo del proprio destino in questo paese, guidata da una stampa che avesse colto l’occasione di affrancarsi da padronato e politica cavalcando la tigre della stessa libertà dei cittadini. Una breve ed illusoria stagione.
12 dicembre 1969, Milano, banca Nazionale dell'Agricoltura,
Piazza Fontana
La parabola di Domani, il settimanale immaginato da Umberto Eco, è quella di tutto il giornalismo nostrano. Il breve esperimento del fantomatico, si fa per dire, Commendatore e della sua improbabile redazione va ad infrangersi al pari dell’opera del falsario Simonini sulle conseguenze di una leggenda nera. Una delle tante di cui è piena la storia d’Italia, ma anche la più attuale. Il presupposto è clamoroso, e non diciamo quale per non rovinare il piacere della lettura e la suspence. Il senso è che la storia d’Italia del Ventesimo Secolo è attraversata tra trame nere (e questo lo sapevamo) collegate da un unico filo anch’esso nero (e questa è un’ipotesi suggestiva, che gli storici un giorno potranno confermare o smentire e che nel frattempo ci aiuta a mettere in fila tanti fatti oscuri della notte della Repubblica, fin da prima della sua nascita).
Il protagonista inconsapevole di Numero Zero non a caso si chiama di cognome Braggadocio, parola che l’italiano ha mutuato dall’inglese e che significa spaccone, millantatore, imbroglione. E’ la parte di coscienza che tira la giacchetta a Colonna invitandolo ad aprire gli occhi sui dossier, sui documenti veri o fabbricati che circolano nel sottobosco dell’informazione e dei servizi italiani. Un ambiente comune, magmatico e fetido nel quale non si distingue più nulla.
San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974, treno Italicus
Come il Simonini istruito dai maestri dello spionaggio ottocentesco, Braggadocio e Colonna oscillano tra verità e fantapolitica in modo che non è più possibile stabilire ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il giornalista in Italia è un apprendista stregone che impara a dosare gli ingredienti nelle misure “giuste”, vero o falso è tutta questione di momento o di enfasi, per un popolo abituato a ricevere la verità dal Potere, senza mai metterla in discussione, senza ribellarsi.
Finisce male, come l’opera precedente. Come la realtà. Mentre il Belpaese vive la breve, illusoria stagione di Tangentopoli, il ficcanaso che voleva svelare le Trame Nere fa una brutta fine, il suo collega che credeva di poter fare uno scoop giornalistico, di avere quantomeno davanti un avvenire giornalistico, si trova di fronte al dilemma di tutti i perseguitati da parte dei servizi segreti: far perdere le proprie tracce? E dove?
Il finale è amaro, come le conclusioni dell’autore, e di chiunque sa già com’è andata la storia, quella vera. Per far perdere le proprie tracce, anche nei confronti di se stessi, non importa scappare. Basta rimanere qui, nel paese dove dopo un po’ la gente si stanca, aspira alla normalità del “proprio particulare”, come lo definiva Guicciardini, mal digerisce rivoluzioni e capipopolo, politicanti (vecchi e nuovi) e magistrati. Aspira a voltare pagina, di quel giornale che non sopporta troppo carico di cattive notizie. Anestetizzata agli effetti ed al peso della verità.
Basta continuare come se nulla fosse successo. Nessuno si ricorderà più di te, di cosa hai fatto, di cosa cercavi. Il giornale che oggi sembra dinamite, domani al limite viene messo da parte per qualche ricerca di scuola. Domani l’altro ci si incarta il pesce o ci si copre un pavimento per rimbiancare.



“Se un milione di persone crede ad una cosa idiota, la cosa non cessa di essere idiota” 
(Anatole France)

domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: Settembre Nero (1972)



Eravamo un paese di marinai, tra le altre cose, ma non certo di sciatori. Almeno a livello di eccellenza. Questo malgrado la nostra penisola abbia come confine nord le Alpi, che si estendono da ovest ad est per circa 1.200 chilometri, e sia attraversata per tutta la sua lunghezza dagli Appennini, altri 1.200 chilometri da Quarto fin quasi a Marsala.
Gustav Thoeni
Ai Giochi Olimpici invernali, avevamo  gioito soltanto con Zeno Colò nello Sci Alpino e con Eugenio Monti nel Bob. Due fuoriclasse usciti dal nulla, malgrado avessero alle spalle un movimento sportivo non proprio da poco. Due fulmini a ciel sereno. Mancava fino a tutti gli anni Sessanta una scuola, che tenesse in pianta stabile l’Italia ai vertici del medagliere olimpico invernale, così come lo eravamo stati per buona parte del dopoguerra in quello dei Giochi Estivi.
Per uno di quei fenomeni difficilmente spiegabili di cui vive lo sport, nel momento in cui gli Azzurri andavano giù in Atletica e nelle altre discipline estive, in quelle invernali arrivò finalmente la scuola vincente, la generazione dei fenomeni. Di più, arrivò una Valanga. Azzurra.
Dopo aver organizzato brillantemente l’edizione olimpica del 1964 a Tokyo, al Giappone toccò anche quella invernale nel 1972. Sapporo, capoluogo dell’Isola di Hokkaido, è una località sciistica molto nota anche fuori delle isole nipponiche, e fu la prima ad ospitare i Giochi d’Inverno al di fuori del binomio Europa – Nordamerica.
Fu lì che si consacrò Gustav Thoeni, a dispetto del nome, italiano di Trafoi, frazione dello Stelvio. L’uomo che avrebbe dato il suo nome ad un’epoca dello sci, quella compresa tra la carriera di Jean Claude Killy e quella di Ingemar Stenmark. Nei primi anni Settanta c’era solo lui, Gustavo, che quando parlava sembrava sempre sofferente di adenoidi ma quando sciava non ce n’era per nessuno. Fu lui a dare il via alla scuola italiana, e alla Valanga Azzurra che si portò dietro. Grazie a lui ed agli altri campioni azzurri lo sci divenne nella nostra penisola uno sport di massa.
Dopo aver vinto due Coppe del Mondo assolute e di specialità nel 1971 e 1972, a Sapporo Thoeni si mise al collo due medaglie d’oro, nel Gigante e nella Combinata, e una d’argento, nello Speciale vinto dal sorprendente spagnolo Francisco Fernandez Ochoa e dove finì davanti al cugino Roland. Gli sfuggì solo il podio nella Discesa Libera, all’epoca ancora territorio di caccia di svizzeri ed austriaci.
Olympiapark Monaco di Baviera
Si trattava per l’Italia di un successo più che appagante, che avrebbe mitigato la parziale delusione costituita dalla confermata tendenza al ribasso degli Azzurri alle Olimpiadi estive. Le quali nel 1972 erano state affidate ad un’altra nazione che, al pari del Giappone, aveva un conto in sospeso con la storia recente.
The Happy Games. Così la Germania Ovest aveva intitolato i Giochi che le erano stati assegnati per il periodo compreso tra il 26 agosto e l’11 settembre di quel 1972. Era la seconda volta che la bandiera olimpica tornava a sventolare sul suolo tedesco. La volta precedente, a Berlino era andata in scena la volontà di potenza del Terzo Reich, e Leni Reifenstahl aveva documentato la superiorità della razza ariana propagandata da Hitler e Goebbels. La svastica aveva finito per fare ombra a qualsiasi simulacro della vecchia Olimpia.
Stavolta no, la parte di Germania che era ricaduta nella zona di influenza alleata alla fine della guerra mondiale aveva proprio l’interesse a far dimenticare tutto ciò. Ad accreditarsi una volta per tutte come un paese moderno, democratico, felice appunto. Come quattro anni prima in Messico, ai Giochi Olimpici avrebbero fatto seguito i Mondiali di Calcio. Con la speranza per lo sport tedesco di fare un en plein senza più nessuna implicazione razziale, ma comunque con molte implicazioni politiche anche se di segno diverso.
Olympiastadion Monaco di Baviera 1972
Le due Germanie erano avamposti di due sistemi diversi, diametralmente opposti. Quella Ovest proiettava Oltrecortina tutte le luci sfavillanti del capitalismo al massimo del suo splendore. Quella Est rispondeva con l’impressionante dimostrazione di forza del dilettantismo di stato. Una volontà di potenza in versione comunista che volente o nolente aveva ereditato l’approccio propagandistico allo sport che era stato del Nazismo. Entrambe le Germanie ripetevano in scala neanche tanto minore il dualismo tra le superpotenze, USA e URSS.
Nel 1972, Berlino non era più capitale di niente. Era una città divisa in due da un Muro costruito per chiudere l’ultima porta di accesso e/o di fuga tra Est e Ovest. Un simbolo come pochi altri della Cortina di Ferro calata giù a dividere a metà un continente europeo senza più alcuna sovranità. La capitale sostanziale della Germania Ovest era in quel momento Monaco di Baviera. Fu a lei che il C.I.O. concesse di accendere il braciere olimpico il 26 agosto 1972. Fu lì che la Nuova Germania invitò il mondo a giocare e a misurarsi pacificamente. Senza immaginare che proprio lì la tregua olimpica stavolta sarebbe fallita nel modo più drammatico.
Furono Olimpiadi di livello tecnico eccellente, quelle tedesche. Alla fine l’URSS tornò a prevalere sugli USA nel medagliere, e il simbolo di questo avvicendamento fu costituito proprio da quel torneo di basket che dalle precedenti olimpiadi germaniche in poi era sempre stato appannaggio della nazionale a stelle e strisce.
Alexander Belov segna il canestro decisivo per l'URSS
In una partita di finale drammatica, i sovietici superarono gli americani 51 a 50 a tre secondi dalla sirena finale, con Ivan Edesko che pescò Aleksander Belov sotto canestro direttamente dalla rimessa laterale. Il leggendario giocatore russo non sbagliò, depositando a canestro i due punti della vittoria proprio sulla sirena. Gli USA protestarono a lungo per una ripetizione a loro dire discutibile di quella rimessa fatale e infine non andarono a ritirare la medaglia d’argento, ne lo avrebbero fatto mai in seguito. Kenny Davis, cestista statunitense membro di quella squadra (all’epoca alle Olimpiadi per gli USA potevano giocare solo i dilettanti universitari, non i professionisti dell’NBA) lasciò scritto agli eredi che la sua medaglia non avrebbe mai dovuto essere ritirata da nessuno.
Storie sportive drammatiche, testimonianze di una Guerra Fredda che riprendeva quota, sfociando in uno dei suoi momenti più virulenti. Ma non c’era solo lo scontro tra le superpotenze a tenere banco. Se le Olimpiadi del Messico di quattro anni prima erano passate alla storia extrasportiva per il massacro di Tratelolco, quelle di Monaco sarebbero state ricordate per Settembre Nero e la strage della squadra israeliana.
Dopo tre guerre arabo-israeliane, la questione dell’esistenza o meno dello Stato di Israele era stata affidata ad un nuovo attore internazionale, il terrorismo di matrice palestinese. Il gruppo più famoso era quello di Al Fatah, diretto da Yasser Arafat. Ma era molto attivo all’epoca anche il gruppo di fedayn che portava il nome, estremamente indicativo, di Settembre Nero. Un nome un programma, purtroppo.
La celebre foto del terrorista di Settembre Nero affacciato al balcone
Il programma fu attuato il 5 settembre, quando un commando fece irruzione nel villaggio olimpico e sequestrò quasi tutti i componenti della squadra israeliana, chiedendo in cambio del suo rilascio quello di oltre duecento propri guerriglieri detenuti a Tel Aviv. Israele non era disposta a trattare, la salvezza degli atleti della Stella di Davide era tutta nelle mani della polizia tedesca. I Giochi passarono fatalmente in secondo piano, per tutti da quel momento l’immagine a cui rimasero associati non fu quella di nessuno degli atleti in gara, ma piuttosto quella del fedayn con il passamontagna affacciato al balcone di una delle stanze dell’alloggio degli israeliani.
Era destino che, malgrado i tempi mutati, per gli ebrei in terra di Germania non ci fosse salvezza. Mentre si preparavano a salire insieme ai loro sequestratori su un aereo diretto in Medio Oriente per gli sviluppi successivi della trattativa, la polizei tedesca aprì il fuoco in pieno aeroporto di Monaco, falciando sia terroristi che ostaggi. Finì così il Settembre Nero delle Olimpiadi che avrebbero dovuto essere le più felici della storia. Con un nuovo olocausto, mille polemiche e la consapevolezza che in questo mondo diventato così complicato e insanguinato nessuna tregua, olimpica o meno, avrebbe più funzionato.
I Giochi, come ogni spettacolo che si rispetti, andarono avanti, anche se tutti ormai avevano negli occhi soltanto il fotogramma del terrorista con il passamontagna affacciato a quella finestra. A fare giustizia per i 18 morti della squadra olimpica di Israele, ci pensò poi a modo suo Israele stesso, e le relative vicende sono narrate esaurientemente nel film Munich di Steven Spielberg.
Mark Spitz e le sue sette medaglie d'oro
A Monaco intanto venivano battuti record e consacrate nuove leggende. A cominciare da quella di Mark Spitz nel nuoto, sette medaglie d’oro in otto giorni. Sempre nel nuoto, Novella Calligaris vinse la prima storica medaglia della squadra italiana, un argento nei 400 stile libero. Klaus Dibiasi confermò l’oro di Città del Messico dalla piattaforma. Il russo Valery Borzov si prese l’oro nei 100 e 200 metri piani, rimandando l’esplosione definitiva del nostro talento emergente, Pietro Mennea. Il finlandese Lasse Viren si prese invece 5.000 e 10.000 rinfrescando la leggenda di Paavo Nurmi. Nei 400 metri piani, gli americani Vince Matthews e Wayne Collett fecero primo e secondo, ma soprattutto fecero il bis del saluto delle Pantere Nere di Smith e Carlos a Mexico City. Solo che il clima era cambiato dopo l’avvento di Nixon, e stavolta ricevettero molti fischi e l’esclusione dalla squadra olimpica statunitense.
Il salto "d'oro" di Ulrike Meyfart
Furono le Olimpiadi del fenomeno ugandese Akii-Bua, fenomenale recordman nei 400 ostacoli, della altrettanto fenomenale ginnasta sovietica Olga Korbut, che finì in lacrime per un errore il concorso alle Parallele Asimmetriche ma si rifece subito vincendo due ori negli attrezzi singoli. La più che fenomenale tedesca Ulrike Meyfart a soli 16 anni sbaragliò le avversarie nel salto in alto, la più giovane medaglia d’oro di sempre. Antonella Ragno chiuse una brillante carriera con l’oro nel Fioretto, una delle cinque medaglie d’oro che valsero agli Azzurri il decimo posto nel medagliere.
Tanti campioni e campionesse, tante grandi storie sportive, tanti record battuti. Ma alla fine, una sola immagine impressa negli occhi di tutti. Un uomo armato, con il volto nascosto da un passamontagna, affacciato ad un balcone nella zona del villaggio olimpico riservata alla squadra di Israele. Quella che non sarebbe tornata a casa.
L’illusione del mondo di poter giocare e basta, almeno per quindici giorni, morì per sempre il 5 settembre 1972.