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lunedì 29 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Bene bene o male male



Va in scena al Franchi il derby delle coperte corte. Eliminati dall’Europa, Fiorentina e Napoli si ritrovano in Italia per dare un senso ad una stagione tutt’altro che conclusa. Viene in mente la celebre battuta di Marty Feldman in Frankenstein Jr: “Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere”.
Il Napoli si gioca a Firenze buona parte delle sue ciance scudetto. Questo lo rende un cliente difficilissimo per la Banda Sousa. La Juventus è a + 4, lasciarcela vorrebbe dire per gli azzurri di Sarri salutarla di nuovo, e arrivederci all’anno prossimo con lo scudetto cucito sulle solite maglie. Dopo un girone d’andata volato via sulle ali dei 25 gol di Gonzalo Higuain, un secondo posto già sancito a marzo sarebbe un qualcosa che i tifosi campani accetterebbero con qualche difficoltà.
Del resto, la coperta napoletana non ha coperto tutto. Ma almeno da centrocampo in su ha fatto cose egregie. Non vincere per questo Napoli sarebbe un mezzo dramma. E i drammi a Napoli, già capitale della Magna Grecia, diventano spesso e volentieri tragedie. Greche, appunto.
Problemi della società di de Laurentiis. Al limite, di qualche malcapitato che dovesse parcheggiare la macchina nei pressi di Viale dei Mille o Viale Manfredo Fanti, se le cose non si mettessero bene per i simpatici amici partenopei, tra i quali non sempre si annoverano persone compatibili con la nozione di fair play tanto cara da queste parti. Anche se ultimamente con i cori nazisti rivolti ad un radiocronista di origine ebraica anche da queste parti in quanto a inciviltà non abbiamo scherzato.
Restando in ambito squisitamente calcistico, la Fiorentina non batte il Napoli in casa propria dal 2009. Qualcosa vorrà pur dire, per esempio che a parità di discorsi ed essendo partiti entrambi più o meno dalla stessa posizione (in serie C), tra De Laurentiis e Della Valle c’è chi ha fatto qual cosina in più e chi ha fatto qual cosina in meno. C’è chi ha comprato Cavani e chi ha comprato Bonazzoli. C’è chi ha comprato Higuain con la vendita di Cavani e chi non ha saputo nemmeno spiegare che fine hanno fatto i soldi di Jovetic, Llajic, Cuadrado e Salah (risparmiati). C’è chi, carognate a parte, un paio di Coppe Italia almeno a casa le ha portate e chi è a zero titoli, se si esclude la categoria Primavera.
La coperta fiorentina è più corta nelle ultime stagioni. Nella attuale più che mai. I ragazzi di sousa tornano in campo stasera, e sarà la prima occasione per valutare il contraccolpo psicologico delle tre sberle di White Hart Lane. L’obbiettivo del terzo posto è più apparente che reale. La squadra ci crede, la società – ci permettiamo di ipotizzare – un po’ meno. L’attuale Champion’s, per di più disputata dai preliminari, è una bestiaccia divoratrice di soldi. Se non ti attrezzi rischi figuracce già ad agosto, oltre a tracolli finanziarii. Un’altra Europa League, classificandoci dal quatro posto in giù, non sarebbe disprezzabile, se non fosse che questa squadra dalla coperta ancora più corta è stata per due mesi in testa alla classifica. Bastava poco, è la sensazione, per restarci. Bastava fare le cose come il Napoli, non la Juventus.
Sarà la prima occasione per valutare anche il contraccolpo psicologico sulla tifoseria. La Curva Fiesole ha promesso riduzioni significative dell’orario dello stato di agitazione, in considerazione del momento particolare della squadra. Non è una concessione da poco, e non è una concessione fatta allo staff societario, ma solo a tecnico e giocatori. I Della Valle restano latitanti, mentre politica e stampa cittadina si trastullano e si nascondono con l’ennesimo revival della questione dello stadio. Non ci crede più nessuno, ma si riempiono le pagine di giornale ed i verbali dei consigli comunali. Facciano loro, questa è una annata che difficilmente si chiuderà con il “laissez faire” delle scorse stagioni. La memoria del tifoso stavolta promette di essere più lunga.
Peggior momento per questo Fiorentina – Napoli non poteva capitare.

venerdì 19 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Lo scudetto del bilancio

Mentre Federico Bernardeschi involontariamente respinge il tiro ad effetto di Iosip Ilicic che potrebbe valere l’1-0 della Fiorentina contro il Tottenham, arriva il comunicato ufficiale di chiusura del Consiglio di Amministrazione della Acf Fiorentina. Ecco dov’erano tutti, o quasi, i maggiorenti della società viola. Se qualcuno aveva voglia di smadonnare per il mancato vantaggio dei nostri ragazzi in campo, ecco la consolazione. Ci sarebbe stato un disavanzo di esercizio di circa 14 milioni di euro, così per ridere, ma siccome gli azionisti di maggioranza ne hanno messi a bilancio 19 ecco che siamo tornati in attivo. I titoli sono sempre zero, gli obbiettivi di stagione si complicano, ma il bilancio è salvo.
Diego della Valle non si è fatto vivo, né al CdA né tantomeno al Franchi. La raccolta pubblicitaria non è evidentemente più così redditizia come qualche mese fa, oppure lui è “uno che lavora”. Del resto, lo stadio è mezzo vuoto, ce ne sono tanti evidentemente che lavorano, o che non possono permettersi il salasso di 27 euro in Curva Fiesole (per non vedere quasi nulla) o 65 in Maratona (per prendere acqua e vento se il tempo si mette al peggio). E in ogni caso per non veder vincere probabilmente niente neanche quest’anno. Sì, perché a Firenze il tifoso è cliente, ma a differenza che altrove non ha sempre ragione. Anzi, non ce l’ha quasi mai.
Non si vede nemmeno Andrea. In settimana l’ex amministratore delegato viola Sandro Mencucci, che da quest’anno si occupa di calcio femminile peraltro con risultati finora ottimi, ha puntualizzato che il più giovane dei patron sta soffrendo la situazione di para-contestazione che si vive in città. Un proprietario appassionato come Andrea – ha detto – ci rimane male quando avverte attorno a sé tanta sfiducia.
Andrea Rogg
Può darsi, e Mencucci esprime correttamente il punto di vista della società. Ma è quello dei tifosi che rischia di contare – per una volta – più di ogni altra cosa, alla fine dei giochi. Mentre i ragazzi in viola si dannano l’anima per tenere testa ai più quotati avversari d’Oltremanica, e alla fine ci riescono pure e brillantemente, non è confortante, per chi ha sfidato i prezzi del Franchi o per chi comunque si è messo davanti al video credendoci, apprendere che questi ragazzi che non hanno alternative credibili in panchina sono costati più dell’Inter di Thohir. Più dell’expo di Milano. Come te lo spieghi altrimenti un passivo di 14 milioni, che vanno ad aggiungersi ai 230 circa sopportati stoicamente dalla Famiglia Della Valle in questi 14 anni passati da quando presero a prezzo simbolico un titolo sportivo dal Comune di Firenze?
A fine partita, mentre un Sousa giustamente orgoglioso rilascia commenti improntati all’ottimismo di chi sa di potersela giocare a Londra ed altrettanto fanno i suoi ragazzi, ecco Eugenio Giani stigmatizzare pubblicamente di nuovo i rosiconi, i rematori contro. Gli ingrati che dimenticano quello che ha fatto questa famiglia per la Fiorentina e Firenze, e che hanno addolorato i fratelli marchigiani al punto di spingerli verso chissà quale drastica decisione. Il presidente del Consiglio regionale (Giani non è uomo da sedere mai su una poltrona sola) raccoglie il labaro della corrente filomarchigiana e lo sventola minacciosamente, anche se omette – lui come chiunque altro - di spiegare con dovizia di dati come sia possibile un passivo del genere dopo una “campagna vendite” durata più di un anno – da Cuadrado a Rossi passando per Salah – che ad occhio e croce avrebbe dovuto fruttare qualcosa come 80 milioni.
Daniele Pradé
Non lo sapremo mai. Nel frattempo la Cooperativa viola “Lasciati a se stessi” va avanti lungo la sua strada facendo a meno dei suoi azionisti di riferimento in tribuna. Sembra di essere tornati ai tempi del Corinthians di Socrates, quando i giocatori presero in mano una società allo sbando consorziandosi tra sé in cooperativa appunto e arrivando, se non ricordiamo male, a vincere addirittura un titolo carioca.
Sousa e i suoi ragazzi fanno quadrato, cercando di risolvere al proprio interno veri o presunti problemi che inevitabilmente si creano in ambienti societari dove il “manico” viene meno. Luigi Sepe fa sapere al mondo dei social network che la Fiorentina con lui ha chiuso, per mancanza di rispetto (a seguito della semplice decisione del tecnico di preferirgli Tatarusanu anche per la Coppa)? Daniele Pradé fa tenerezza quando da solo si avventura nella tribuna del Franchi, ne fa ancor di più quando promette sanzioni draconiane contro il malcapitato portierino partenopeo. Luigi Sepe, che ieri sera veniva dato per fuori rosa, oggi era ad allenarsi con la squadra. Autogestione cooperativa. Capace che Della Valle nemmeno l’ha saputo.
Mario Cognigni
Il procuratore di Milan Badelj tuona anch’egli contro la società in pubblico perché a suo dire il suo protetto (tra l’altro fuori per infortunio) non sarebbe economicamente tutelato da essa (il che vuol dire che il margine per la sua provvigione è più risicato di ciò che sperava)? Il caso si sgonfia in mezz’ora. Nessuno lo prende in considerazione, men che meno perde tempo a rispondergli. E Badelj torna in campo preciso ed efficiente come il soldato Ryan, a fare la sua parte per salvare l’Europa League viola a fianco dei compagni.
Quando un gruppo funziona, i problemi si sgonfiano subito. Quando una società non funziona, tutti si sentono autorizzati a creare problemi. La Fiorentina purtroppo dovrà abituarsi a vivere questa dicotomia, questa schizofrenia fino al termine di questa stagione. Con una probabile escalation, attenuata o enfatizzata dai risultati che arriveranno dal campo e da quelli che invece giungeranno da tutte le trattative che ruotano attorno al labaro viola.
Mentre la famiglia Della Valle infatti batte il Vicino, il Medio e l’Estremo Oriente per trovare partners (con questi disavanzi di bilancio si può anche capire), a Firenze qualcuno lavora per arrivare a farci capire qualcosa nella vicenda dello stadio nuovo. E’ una quadratura del cerchio complessiva niente male, si tratta di realizzare un’opera (nella città più complicata del mondo da questo punto di vista) facendola pagare a qualcun altro, pubblico o privato, e capitalizzandone i futuri guadagni. E spacciando inoltre l’utile storiella che finché non ci sarà la Cittadella a merenda solo pane e niente mortadella.
Poi c’è la questione dei diritti televisivi. Qui si rasenta la paranoia. E’ la storiella dei cosiddetti “ladri di Pisa”. Di giorno si litiga con la Roma, di notte ci si fanno affari insieme, o si spera di farli. La Fiorentina ha disseminato carta bollata nei tribunali di mezza Europa per ricorrere contro le vere o presunte malversazioni della società giallorossa, poi si aspetta che quest’ultima faccia fronte comune con lei nella battaglia per la redistribuzione dei diritti TV in Lega. Come se non fosse arcinoto che la A.S. Roma quando deve fare i suoi interessi i partners se li va a cercare più a nord, dai tempi della buonanima di Franco Sensi. Ma intanto al proprio allenatore che lamenta la pesante squalifica di Mauro Zarate (tre giornate, fino guarda caso alla partita con la Roma compresa) si dà un’altra bacchettata sulle dita. Hai visto mai gli fosse tornata una mezza idea di rimanere a fine anno? Così ci si tolgono tutti i dubbi.

Eugenio Giani
Alla fine di questa laboriosa giornata, la Fiorentina spera ancora di salvare l’Europa League, e il bilancio 2015 è certificato. Giani parla al popolo e Cognigni agli azionisti in vista dell’assemblea di marzo. Ci viene una curiosità. Quando Bernardeschi ha segnato lo splendido gol del pareggio nella porta del Tottenham, che posta sarà stata messa a bilancio per l’esercizio 2016?

martedì 16 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Quando il patron non c'é, i Rosiconi ballano



Quindici anni di proprietà, zero titoli. Questo è il bilancio che si appresta a festeggiare la famiglia Della Valle il prossimo 3 agosto 2016, a meno che nei pochi mesi che mancano non avvengano fatti clamorosi ed imprevedibili o che la famiglia stessa non decida di passare la mano. Eventualità in egual misura classificabili come assai remote.
Da quando presero dal Comune di Firenze (a modico prezzo) il titolo sportivo denominato Fiorentina 1926 Florentia Viola, poi ribattezzato A.C.F. Fiorentina a seguito di riacquisto di simbolo e trofei (anch’esso a prezzo abbastanza modico) ma non della storica sede di Piazzale Donatello, i Della Valle possono dire, mettendosi una mano sul cuore (quella libera, che ultimamente corre sempre più di rado alla tasca dove tengono il portafoglio) di non averci certamente rimesso, comparando costi e benefici in senso assoluto.
Soltanto il fatto di poter scrivere la semplice ma carismatica parola “Florence” sotto il marchio Tod’s è stato tanta roba. Immaginatevi andare a giro per il mondo con un brand targato Casette d’Ete, Sant’Elpidio a Mare o Cura Mostrapiedi Marche, che con tutto il rispetto eccitano la fantasia come il gioco della Fiorentina l’anno di Mihajlovic e Delio Rossi. Altra cosa andarci targati Firenze, anche in Mongolia Inferiore sanno di che si parla. Che cos’erano le Tod’s e le Hogan prima del 2002 ne erano a conoscenza pochi fortunati, che cos’è il capoluogo della Toscana lo sanno tutti almeno dal tempo di Carlo Magno. Chi è che ha guadagnato di più dal matrimonio civile celebrato dal sindaco Domenici e dall’Assessore Giani nell’estate del 2002 si può dunque facilmente intuire. La Fiorentina ha zero titoli in bacheca, Diego Della Valle è il quattordicesimo uomo più ricco d’Italia, a stare schisci schisci.
Il dibattito che infuria periodicamente a scuotere dal letargo una tifoseria viola che sogna un giorno di tornare a Wembley partendo da Gubbio verte appunto sulla fortuna di “avere il babbo ricco”. La stampa cittadina, che in simili casi la fa – o dovrebbe farla – da opinion leader, si trova in difficoltà. Essendo l’oggetto del dibattere anche il datore di lavoro (diretto o indiretto) di molti, o comunque colui che decide gli accessi allo stadio, con annessa possibilità di assistere gratuitamente alle partite della squadra viola ed esercitare di contorno il mestiere più ambito del mondo.
Fuor di polemica, crediamo non si possa negare la fondatezza di alcuni dati. Nelle mani marchigiane, difficilmente si ripeterà che la nostra squadra del cuore abbia a rivivere vicissitudini come quelle che negli anni a cavallo tra il ventesimo ed il ventunesimo secolo portarono alla sua dissoluzione come società, ad un fallimento aiutato se non pilotato da molti secondo il loro interesse, alla sua faticosa rinascita tra campi innevati e trasferte da Bar Sport di Stefano Benni.
Ma tutto si risolve a quello. Il tifoso, disse una volta qualcuno, è tifoso perché non vuole pensare a niente, vuole soltanto sognare. E il guaio è che a Firenze non si sogna più. E quando lo si fa si tratta di uno di quei sogni in dormiveglia e con lo stomaco appesantito da cene mal digerite, con la consapevolezza di doversi risvegliare, e magari anche bruscamente, che bussa all’inconscio. Insomma, alla fine come si dice a Firenze è stato “più il patire che il godere”. E si finisce a dare ragione a chi scuoteva la testa fin dall’inizio.
Dice, ma ormai al di fuori del circuito dei grandi diritti televisivi in Italia non si vince più niente. Come se il Napoli che sta lottando con la Juventus per scucirle lo scudetto dalla maglia lo facesse grazie al bacino di utenza e non ai gol di Gonzalo Higuain e compagni. Come se Lotito che ha portato a casa due Coppe Italia fosse un magnate da classifica di Forbes, un Bill Gates de noantri. Come se la Roma che dai, picchia e mena riuscirà prima o poi a riportare lo scudetto a sud della Linea Gotica ricevesse contributi a fondo perduto dall’Unione Europea.
Ah, già. Calciopoli, Jenny ‘a carogna, il Palazzo, Galliani, Agnelli, Marchionne, i Rosiconi, Montolivo, il Comune, la Regione. E’ sempre colpa di qualcun altro se piani e programmi degli uomini di Viale Manfredo Fanti non vanno a buon fine. Nel 2006 sarebbe bastato mandare qualcuno ogni tanto alle riunioni di Lega per capire che aria tirava, e che i 31 gol di Luca Toni sarebbero stati mandati a male da una congiura di Palazzi. Pardon, di palazzo. Per non parlare dell’anno prima, perso dietro a “cattivi pensieri” nei ritagli del tempo occorso a litigare con tutto il calcio italiano e a farsi prendere sulle scatole anche dalle Suore Orsoline.
Nel 2009 sarebbe bastato rimanere in carica come presidente, caro Andrea Della valle, e continuare a parlare con il Comune dei progetti di stadio nuovo e con il proprio staff dei progetti di scudetto, di vittoria sbandierati fino all’estate precedente. Invece di dire all’allenatore di cercarsi un’altra squadra mentre tornava dalla vittoria più prestigiosa di sempre, quella ottenuta ad Anfield Road a Liverpool. Invece di mandare a quel paese Matteo Renzi, che era furbo già da Sindaco e non aspettava altro (salvo poi venire allo stadio anche lui a gratis indossando improbabili magliette viola).
Nel 2011 sarebbe bastato dare in mano a Sinisa Mihajlovic una squadra meno bollita di quella delle “vedove di Prandelli”. Non si chiedeva tanto, niente di più di quello che negli stessi anni riusciva ad un Lotito o a un De Laurentiis, né Bill Gates né Steve Jobs buonanima. Nel 2013 sarebbe bastato fare 31 dopo il 30 e mettere in mano a Vincenzo Montella un attacco di valore medio che finalizzasse quello che in quel momento era il gioco più bello del campionato. E non ci si venga a dire che Rossi e Gomez non erano altro che due scommesse azzardatissime e operosissime. Perse inevitabilmente le quali a far gol restavano solo Oleksandr Yakovenko e Ryder Matos, oltre alla meteora Alessandro Matri.
Nel 2015 infine sarebbe bastato credere un po’ più nel nuovo tecnico prescelto, quel Paulo Sousa per il quale si decise di litigare con il Basilea (niente a confronto di altri “litigi” successivi), e dargli qualcosa di più degli 11 giocatori contati. Invece, come quando eravamo ragazzi e giocavamo a “porticine”, siamo contati proprio quando finalmente ci ritroviamo in testa (dopo diciassette anni). E come quando eravamo ragazzi e uno si ammalava o non poteva scendere a giocare, qualcun altro deve chiamare la sorellina piccola per far pari.
La colpa parte da Casette d’Ete e quando arriva a Firenze o è morta fanciulla oppure se l’è beccata qualcun altro. Da Montolivo e Prandelli ai giorni nostri c’è e c’è stata una bella fila di pretendenti. Gente che magari al famoso “progetto” ci aveva anche creduto. Poi, come il Batistuta deluso dal Carnevale di Edmundo, aveva deciso di non morire (sportivamente) qui, con il bilancio in pareggio o in attivo e i titoli a zero.
Immaginarsi De Laurentiis che volendo fare – a suo dire – il salto di qualità invece di andare a Palermo a prendere Edilson Cavani va a Genova a prendere, con tutto il rispetto, Emiliano Bonazzoli? E che dopo aver fatto plusvalenza mostruosa con lo stesso Cavani invece di andare a Madrid a prendersi Gonzalo Higuain mette tale plusvalenza a bilancio (e il cash Dio solo sa dove) e fine delle trasmissioni? Dice, ma a Firenze i conti sono “sani” e gli stipendi vengono pagati puntualmente. E a Napoli no? Ve lo immaginate Higuain in arretrato di stipendio? Sarebbe ancora a Fuorigrotta? O sarebbe a giocarsi la finale di Champion’s altrove, come a questo punto gli spetterebbe?
Insomma, c’è poco da fare i permalosi e molto da chiedersi se forse non sarebbe stata necessaria maggiore umiltà, oltre che chiarezza di idee, nell’avvicinarsi al calcio da parte della famiglia Della Valle. Questa assenza dalla tribuna del Franchi nel momento critico di una stagione esaltante ma difficilissima è stata un gesto bruttissimo, comunque lo si voglia motivare o giustificare. Un pessimo segnale alla squadra ed alla città. Una caduta di stile per chi ambisce ad essere l’arbiter elegantiae del ventunesimo secolo italiano, che sottintende anche un approccio distorto a questo sport, sia che lo si intenda come sport appunto o anche come business.
Mario Cognigni, ragioniere prestato al calcio, si lasciò sfuggire tempo fa una frase significativa, parlando di “clienti” e non più di “tifosi” per descrivere il “bacino di utenza” della Fiorentina. Sarebbe bene si ricordasse, e chi gli paga lo stipendio con lui, che il cliente – soprattutto quando paga e per di più in modo assai salato – ha comunque sempre ragione.

domenica 14 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Il derby della malinconia

Il Napoli perde la testa della classifica. Dove sta Zaza, cantava Gabriella Ferri diversi anni fa. La difesa biancoceleste non fa in tempo a intonare il refrain che l’uomo venuto da Sassuolo regala alla Juventus la pole position per vincere il quinto titolo consecutivo. Presto ancora per dirlo, quando gli avversari si chiamano Higuain, Callejon, Hamsick, Insigne. Ma la sensazione è quella di fine cena: sparecchiamo, carichiamo la lavastoviglie e a letto. Anche a questo giro è andata. Va a finire che bisognerà riadattare il vecchio adagio di Gary Lineker: il calcio è un gioco che si gioca undici contro undici, e alla fine vince la Juventus.
L’anno scorso le “zebre” erano più forti, arrivarono a tanto così dalla Champion’s League ed il Barcellona può ringraziare un arbitraggio non proprio ostile se alla fine ha sollevato la Coppa con le Orecchie. Quest’anno la Juve sembrava ridiscesa sul pianeta Terra, ridimensionata dalla partenza di ben cinque campionissimi per lungo tempo sostituiti da giocatori che si limitavano ad essere soltanto “normali”. Poi ha preso il via, complice un parco sfidanti tra i più mediocri della storia del calcio italiano. La Roma subito out, alle prese con il dopo Totti , con l’infortunio di Salah e con una pletora di giocatori più che buoni ma che si pestano i piedi senza costrutto. Il Milan alle prese con un nuovo corso che più nuovo non si può, con una difesa di ragazzini ed un centrocampo dove il più determinante è Riccardo Montolivo (e qualcuno a Firenze direbbe: ho detto tutto). L’Inter è la solita Inter dei vecchi tempi morattiani e premorattiani: tanti giocatori di grido, individualmente campioni, che non fanno una squadra amalgamata nemmeno a piangere. Poi magari cominciano da stasera, ma finora hanno dipeso più che altro dagli estri di Icardi e dei nostri due ex, mai abbastanza rimpianti, Jovetic e Llajic.
Il Napoli ha un grandissimo attacco, che ruota attorno al miglior centravanti del mondo, il Batistuta degli anni duemila: Ma il resto della squadra non è assolutamente all’altezza, e non assicura probabilmente una marcia da rullo compressore come quella che hanno intrapreso i bianconeri tra la metà del girone di andata e quello di ritorno. Record di vittorie che nemmeno il Grande Torino o le grandi Juventus del passato, remoto e recente. Va a finire che l'avversario più tosto, quello che ha messo maggiormente in difficoltà i campioni in carica ed in prospettiva è stata proprio la nostra Fiorentina. Almeno quella del girone di andata, che metteva in difesa tutte le avversarie, compresa proprio la Juventus per circa ottanta minuti nel proprio stadio. Il problema di quella Fiorentina, acuitosi con il fiato corto e la fine del bel gioco, era ed è quello di non segnare abbastanza, malgrado Ilicic e kalinic in due abbiano fatto quasi i gol di Higuain. Come successe allo Stadium, nei confronti diretti la squadra viola ha giocato sempre emglio dell’avversario finendo per perdere. Conta buttarla dentro, e forse Paulo Sousa ha tirato fuori il massimo da giocatori che – con un paio di eccezioni – non sono proprio campionissimi.
Insomma, a quanto pare anche quest’anno ormai si gioca per l’ambo ed il terno. Tombola e cinquina appaiono fuori portata. A Firenze arriva l’Inter. Sarebbe eccessivo definirlo un derby di “malate”, visto che si tratta della terza e quarta squadra di questo campionato (ma la Roma sta ricominciando a “salare” le sue partite). Sicuramente un derby di convalescenti, che aspettano di ritrovare le certezze del girone d’andata. Chi vince stasera esce dalla crisi, chi perde ci sprofonda di nuovo. Per la Fiorentina l’errore più grave sarebbe di indugiare a pensare ai quattro gol con cui sbancò San Siro quattro mesi fa. Circostanze forse irripetibili. Come a Torino, a Firenze la partita può essere decisa da episodi. Dagli uomini gol, se si ricordano di esserlo.
Pare che i della Valle non saranno nella tribuna del Franchi. Impegni di lavoro o preoccupazione per la contestazione strisciante, pronta a riaffacciarsi al verificarsi di un eventuale risultato negativo. I tifosi che sognavano il primo posto si stanno mestamente e sommessamente accontentando del terzo (e di una eventuale partecipazione alla Champion’s tutta da inventare, per una società che discute e lesina anche sull’acquisto di ragazzi di 18 anni di belle speranze). Ma prenderebbero assai male ulteriori declassamenti, questa è la sensazione di chi scrive.
Tra le voci ricorrenti, c’è anche quella che vede Diego e Andrea battere il mercato cinese alla ricerca di acquirenti per almeno una quota della società. E’ una voce che circola da anni, vecchia ormai come il progetto dello stadio alla Mercafir e chissà se altrettanto fondata. E’ una voce forse più verosimile di quanto faccia pensare appunto il decorrere del tempo. E’ vero che senza capitali provenienti dai paesi cosiddetti emergenti il calcio italiano non rialza più la testa, e quello fiorentino non fa eccezione. E’ vero altresì che forse a Casette d’Ete non regna più l’entusiasmo di qualche anno fa, ammesso che di entusiasmo si sia mai parlato. C’è voglia di ripartire onori ed oneri, magari in cambio di qualche permesso ad investire in paesi finora off limits ai nostri capitali.
E’ vero anche – e questa riflessione bisogna farla una buona volta – che al di là dei discorsi della classe politica più o meno interessata, Firenze è una città estremamente complicata per chi vuole investire in grandi e piccole opere. Proprio la questione della Mercafir (al netto dello scaricabarile reciproco: colpa del Comune, colpa della Società) è sintomatica, per non parlare di Tramvie, tribunali e mercati vecchi e nuovi. Per chi viene da realtà dove sono pochi a decidere e con la massima urgenza ed efficienza è probabilmente frustrante venire qui a rapportarsi con politici che intendono lo sviluppo economico come la riscossione dei balzelli nel Medioevo: chi siete, cosa volete, un fiorino!
Rapportarsi con un Nardella o con un Rossi, ma soprattutto con tutto ciò che rappresentano nella politica e nell’economia che è loro subordinata, può scoraggiare qualsiasi magnate pieno di soldi e di voglia di investirli in riva all’Arno. A Parigi, a Londra, a Monaco, gli stadi si fanno in un anno o due. Qui si fanno i discorsi, e neanche definitivi. Immaginarsi lo Sceicco del Paris Saint Germain o Abramovich alle prese con i nostri amministratori è qualcosa che va al di là della più fervida immaginazione.
Stiamo a vedere. Fiorentina – Inter intanto si gioca senza i patron. E’ un match dai molti precedenti, anche significativi. Ognuno scelga quello che vuole, magari evitando di soffermarsi sulle voci secondo cui i proprietari viola sono a disagio dovendo giocare contro la loro squadra del cuore, almeno in giovinezza. O contro quella con cui hanno avuto i rapporti più difficili in maturità, come insegna Calciopoli.
Tanti ricordi, a cominciare da quel match di campionato dell’aprile 1980 in cui i nerazzurri festeggiavano lo scudetto di Bersellini & Altobelli e i viola un sesto posto insperato, con contorno di (allora) gemellaggio. Finì con la Polizia che sparava candelotti lacrimogeni ad alzo zero, le curve deserte in un battibaleno e la gente inferocita. Nessuno che ricordava i due salvataggi operati dall’Inter nel 1971 e nel 1978 in nostro favore. Tutti aspettavano il Conte Pontello, che acquistò la squadra il mese dopo. E cominciò un’altra storia.
Il 4-3 firmato Stefano Borgonovo, il 4-1 firmato Jovetic e Llajic (ma dalla parte viola), il 3-0 propiziato da Babacar con un eurogol che a rivederlo oggi fa pensare se in campo adesso vada – con i suoi documenti – qualche suo lontano parente.
Il peggiore errore sarebbe di ripensare stasera a questi precedenti. O ai Della Valle a colloquio con qualche emiro o signore dell’economia cinese. Per quest’anno non si cambia, stessa spiaggia stesso mare.

mercoledì 10 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: La resa dei conti



Perché nulla cambi, tutto deve cambiare. E’ il celebre aforisma che Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in bocca al principe di Salina, protagonista del suo Gattopardo. Diventato il paradigma per eccellenza di molte, se non tutte, cose italiane.
Qui siamo a Firenze, si parla di calcio e a quanto pare Diego & Andrea della Valle proprietari della A.C.F. Fiorentina hanno deciso di fare proprio il celebre inciso dello scrittore siciliano. Perché come hanno già sperimentato direttamente in passato, è quello che più si confà ai loro interessi.
Era il 2004/05 quando gli ancor giovani – per anzianità di servizio – imprenditori della scarpa prestati al calcio dettero il benservito a Gino Salica e Giovanni Galli, rispettivamente amministratore delegato e direttore sportivo della Florentia Viola ridiventata poi Fiorentina, ritenendoli non adatti al grande palcoscenico appena riconquistato, la Serie A.
Era il 2012 allorché Pantaleo Corvino, succeduto a Fabrizio Lucchesi che a sua volta era successo a Giovanni Galli, fu scelto come capro espiatorio della notte della vergogna, il 5-0 incassato in casa dalla madre di tutti gli avversari, la Juventus. Corvino sembrava essere scaduto dal suo ruolo di mago che ad ogni uscita di mercato portava un campione a Firenze, anche se allora nessuno si fermò a riflettere al fatto che da almeno tre anni (2009 Anno dell’Autofinanziamento) i “lilleri” con cui “lallerare” erano stati considerevolmente ridotti.
Arrivò Daniele Pradè, l’uomo che dovrebbe pagare adesso il controverso mercato invernale che anziché rafforzare una squadra partita per le vacanze di Natale ad un punto dalla testa della classifica pare averla ulteriormente indebolita. E ancora nessuno pare riflettere al fatto che quello che sembrava – a torto o a ragione, non lo sapremo mai – “l’investimento in prospettiva”, l’acquisto di Emanuel Mammana giovane promessa del River Plate, si è arenato sul niet di patron Diego in persona più che sulla sprovvedutezza dei suoi uomini mercato.
Ma tant’è, nelle monarchie costituzionali moderne non è mai il Re a pagare i suoi errori, bensì il suo primo ministro di turno. Al C.d.A. del 18 febbraio prossimo venturo pare proprio che Pradè ed il suo staff, compreso il mitico Angeloni “Da Peretola alla Plata e ritorno” (a mani vuote), saranno il Capro Espiatorio release 3.0 della gestione Della Valle.
Sono tempi difficili, con la squadra che arranca e le cronache giudiziarie che incombono più di quelle sportive. Dopo aver incassato una sonora sconfitta nel contenzioso con l’A.S. Roma a proposito del bonus per la cessione di Adem Llajic (secondo i viola da ripetersi ad ogni esercizio finanziario, secondo i giallorossi una tantum), a Viale Manfredo Fanti aspettano con trepidazione la sentenza per il caso Salah. Anche in questo caso una situazione contrattuale non tra le più limpide autorizza tante interpretazioni da far felici intere schiere di avvocati, come quelli messi in campo da Fiorentina da una parte e Chelsea dall’altra.
La sentenza doveva arrivare intorno al giorno 25, dopo altri rinvii. E’ slittata ancora, segno che il Chelsea di Abramovich è comunque un cliente difficile con cui avere a che fare per il Board dell’UEFA, e che nello stesso tempo le ragioni accampate dalla Fiorentina per pretendere dal club inglese un lauto indennizzo non devono essere a prova di bomba. Tra il contratto depositato in Lega dai viola e la scrittura privata messa in mano a Salah per il diritto di veto c’è una sterminata prateria di opzioni legali. Roba da mettere in crisi sistemi giudiziarii anche meno di caucciù rispetto a quello italiano.
In attesa della Giustizia federale e di capire se il gioco è valso la candela, la Fiorentina cerca una sua giustizia interna che tenga conto tra l’altro anche del fatto che c’è un campionato in corso e a gestire le cose malamente si rischia di ripetere pessime esperienze passate, con corse di testa diventate improvvisamente lotte in coda per aver buttato all’aria un ambiente ed uno spogliatoio che comunque funzionavano.
Ecco dunque che le scuse di Sousa alla famiglia dei proprietari – che sembravano imprescindibili anche soltanto per passare dalla nottata al giorno successivo – vengono dichiarate procrastinabili. Rinviate ad altro momento più propizio, magari quello in cui, a giugno prossimo, verrà deciso di comune accordo o disaccordo se prolungare o meno il contratto del mister.
Nel frattempo arriva l’Inter. Può essere l’ennesimo Lazzaro da resuscitare oppure l’avversario ideale per veder alzarsi e camminare – meglio correre – di nuovo la Fiorentina. E per capire di più, dei cinque neoacquisti di che trattasi il prossimo 18 in CdA, quale sia rubricabile alla voce oggetto misterioso, quale a quella campione recuperato o fatto esplodere, quale a quella di giocatore che comunque ha dato una mano a non far naufragare una squadra che era andata ben oltre i suoi limiti e comunque voleva rimanerci.
C’è da arrivare a maggio, remando tutti dalla stessa parte o almeno non rompendo le scatole a chi rema davvero. Poi, finalmente, sarà tempo di scuse. E di resa dei conti.

martedì 2 febbraio 2016

VIOLA NELLA MENTE E NEL CUORE: L'uomo dal braccio corto



Le congiunzioni astrali stanno tracciando i loro percorsi, allineando pianeti e disegnando destini che in realtà sono stabiliti da tempo. Una antica profezia risalente alla seconda Era, quella che va da Calciopoli alla Fuga di Andrea dalla Cittadella, recitava, all’epoca incomprensibile ai più ma adesso disvelata in tutti i suoi significati più reconditi: “Con questi non si vincerà mai nulla”.
E’ bene prenderla a ridere, piuttosto che rovinarsi il fegato già messo a dura prova per molti da decenni di militanza nel tifo viola ad alto rischio di sofferenza. Si è appena chiusa la sessione di gennaio del calciomercato. La Fiorentina ha chiuso con un’altra “coppiola” di giocatori in rima: dopo Tino e Tello, Kone e Benalouane. Speriamo non siano personaggi da fumetto d’anteguerra, ma risorse su cui il mister possa fare affidamento nei mesi che restano da qui alla fine di un campionato che prometteva molto in partenza. Ed anche alla fine del suo contratto, se proprio vogliamo dirla tutta.
“Noi le promesse le manteniamo” recita uno slogan del nuovo movimento che Diego Della Valle sembra intenzionato a mettere in campo da qui alle prossime elezioni. Sarebbe fin troppo facile fare dell’ironia questa mattina. Ma ci siamo chiesti più volte su queste colonne se le altre aziende della holding Della Valle sono gestite come la Fiorentina. In tal caso, resta inspiegabile il successo planetario del marchio di punta, la Tod’s. Una cosa è certa, la fiorentina è diventata ufficialmente il fanalino di coda di quella stessa holding.
Il mercato di riparazione appena concluso di promesse ne ha mantenute ben poche. Ma soprattutto, rischia di aver svelato senza possibilità di ulteriori equivoci cosa risiede nel subconscio del patron della squadra viola a proposito del suo investimento nel calcio. Ti ritrovi bene o male in testa alla classifica (per brevi istanti anche in accennata fuga) dopo una sessione di mercato estiva da commissario liquidatore. Lungi dall’accogliere e riseminare i doni del destino, a gennaio metti in scena una sessione invernale che assomiglia ad una commedia in vernacolo della compianta Wanda Pasquini, o molto meno simpaticamente ad una sessione del parlamento sul decreto Boschi o sulla stepchild adoption. Tutti fanno tutto, soprattutto sciocchezze, fuori che quello che serve ai consumatori finali del “prodotto”.
Pare quasi che questa proprietà dell’A.C.F. Fiorentina sia a sua volta una stepchild adoption da parte di Diego Della Valle. Tollerata ormai a collo torto, riconosciuta di mala grazia come figliastra giusto perché l’altro partner, quello minoritario, il fratello minore, conserva ancora un legame affettivo con lei. Ma da trattare ormai appunto come si tratta una figliastra, con sopportazione e fastidio. Tanto ormai quello che poteva portare in dote l’ha portato.
Insomma, servirebbe di dare una mano a Paulo Sousa, che ormai non sa più da che parte tirare la coperta striminzita degli 11 + 2/3 giocatori e che comincia a dare a sua volta segni di squilibrio dovuto a forte stress. Lo stipendio più che buono comincia ad essere insufficiente come deterrente alla fuga. Del resto, gli hai promesso da settembre di avere in mano il nome giusto, la panacea di tutti i mali, il Messia dei difensori che aggiusterà la difesa e permetterà alla Fiorentina di volare sfruttando appieno il secondo attacco del campionato.
E’ vero che nel 2015 hai dichiarato un bilancio in rosso. Complimenti, non era facile avendo venduto Cuadrado a 31 milioni, Savic a quasi 30, risparmiato i 18 di Salah, risparmiato ingaggi e riscatti di 24 giocatori a fine mercato estivo oltre a quelli di Rossi e Gomez a fine mercato invernale, guadagnato altri 9 milioni quasi – così per ridere – dalla vendita di Mario Suarez e di Matos Ryder alla famiglia Pozzo (quando si tratta di disfarsi di giocatori i Cognigni Boys compiono sempre dei capolavori).
Ora, cosa ci fai con i tuoi soldi sono affari tuoi, ci mancherebbe altro. Ma continuare ad accampare “necessità di rientro” dopo una campagna cessioni quattro stagioni come questa, no, caro Diego della Valle, c’è qualcosa che non torna. Questo è un rientro per poi vendere la società a tutti gli effetti, e ciò darebbe credito alle voci che si rincorrono a Firenze da un bel po’ di tempo. Oppure è qualcos’altro, e senza troppe dietrologie ci limitiamo a pensare che tu alla Fiorentina in testa alla classifica non ci hai mai creduto. Nemmeno quando ti facevi vedere di nuovo allo stadio a fianco del fratello dopo una lunga, lunghissima assenza. Era pubblicità anche quella, o poco più.
Pazienza per i sogni di scudetto, nel Kharma viola c’è insita la sofferenza e la sconfitta che arrivano puntuali come la Nemesi, a stroncare il sogno. Ci siamo abituati. Ma alle figuracce planetarie, peggio addirittura di quelle che fa al governo l’ex sodale di Tribuna Autorità Matteo Renzi, quelle no. Quando il sito del River Plate pubblica la vostra foto con la didascalia “Los Hermanos Bracitos” non sputtana soltanto voi, che – ribadiamo – con i vostri soldi e la vostra faccia siete padroni di fare quello che ritenete più opportuno. Sputtana Firenze. Quel nome, quel marchio, quel brand che vi ha fatto un gran comodo di poter allineare a quello della Tod’s in giro per il mondo. Il minimo che potevate fare era di trattarlo con lo stesso rispetto con cui siete stati trattati voi (al netto della permalosità del fratellino Andrea, così suscettibile perfino ai cori da stadio).
Ecco, adesso andare a comprare un giocatore in Sudamerica sarà un’impresa, dopo che vi siete giocati l’immagine della Fiorentina e di Firenze proprio con la società più importante, quella tra l’altro con cui dai tempi di Passarella c’era un rapporto quasi di gemellaggio. Comprare in Italia era già diventato proibitivo, dopo essersi alienati la quasi totalità della Lega Calcio a seguito di polemiche e diverbi con tutti i piani di quel Palazzo di cui poi lamentiamo spesso le malversazioni e con tutte le società grandi o piccole con cui giochiamo il campionato di serie A.
Il buon nome della Fiorentina poi era già sub judice dopo l’affaire Milinkovic Savic, un copione che avrebbe fatto la felicità della commedia all’italiana più trash. Adesso siamo alla farsa, alla pochade. Le parole del presidente del River Plate non vi apparterranno, come vi siete limitati a commentare, ma bruciano peggio di uno schiaffo. E quello schiaffo l’ha preso Firenze.
Che cosa resta, a parte l’immagine squallida degli emissari viola sguinzagliati a lesinare un sì da tutti gli avanzi di mercato della serie A (ma sempre, sia chiaro, col braccino rattrappito: che venga Benalouane, ma non pretenda più di un incarico da GiovaniSi)? Resta un Paulo Sousa sull’orlo della crisi di nervi, come i personaggi di un Almodovar d’annata. E forse la possibilità che vada a finire proprio come in un film di Almodovar. O come in qualche altro campionato di qualche anno fa, magari partito in tromba tra le fanfare e finito a schifìo.
Aggrappati a Tino e Tello, a Cino e Franco, a Kone e Benalouane, a Mandrake e Lothar. E’ bene prenderla a ridere. Chissà se a maggio ne avremo ancora voglia.



mercoledì 30 dicembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: DIEGO DELLA VALLE, TEMPO DI AUGURI E DI SPERANZE



Un altro anno si chiude, è tempo di bilanci e di auguri. E’ tempo di nuovo di fare gli auguri a Diego Della Valle per il suo compleanno che cade il giorno prima di San Silvestro, intendendo – come ci capita da quattordici anni a questa parte – di farli anche a quella delle sue proprietà che ci sta più a cuore: la Fiorentina.
Dopo 62 primavere festeggiate, il maggiore dei fratelli marchigiani a capo della holding omonima può ben dire di aver creato un impero su cui non tramonta quasi il sole. E’ proprio quel “quasi” però che stona, e non per tutti. Soltanto per coloro che hanno a cuore le sorti della squadra viola in quanto tifosi. O per usare una terminologia cara al mondo commerciale moderno (quello in cui – per dirla con le parole di uno dei più fedeli collaboratori proprio di Della Valle – non esistono più tifosi, ma piuttosto “clienti” interessati ad un prodotto), per gli afferenti al bacino di utenza dell’A.C.F. Fiorentina.
Dopo quattordici anni di patronato viola, Diego e Andrea della Valle ne hanno da raccontare tante. Da quando presero una squadra che non aveva nemmeno maglie, pantaloncini e scarpe (per non parlare di giocatori) per disputare una partita regolamentare, a quando si ritrovarono coinvolti in Calciopoli, proprio loro che il primo giorno di Lega Calcio avevano lanciato una campagna senza precedenti di moralizzazione di uno degli ambienti più immorali (o forse è meglio dire amorali) che ci sia. A quando infine si dovettero accorgere che in Italia è complicato tutto: da vincere uno scudetto a costruire un impianto sportivo, da andare d’accordo con i tifosi ad andare d’accordo con i politici, a far andare d’accordo i bilanci con gli obbiettivi sportivi.
Quello che purtroppo ad oggi non possono ancora raccontare a nessuno, malgrado la loro sia la presidenza più lunga della intera storia viola dopo quella del fondatore il marchese Ridolfi, è cosa si prova a vincere un trofeo importante. Ne hanno vinti pochi anche del genere estivo, quelli che servono ad intrattenere bagnanti e vacanzieri in attesa del ritorno in città e del riavvio della stagione agonistica. Per quanto riguarda le competizioni ufficiali, scudetto, Coppa Italia, coppe europee, per ora siamo a zero. E riesce difficile credere che gente abituata a primeggiare come i fratelli di Casette d’Ete conviva tranquillamente con quello zero in quella casellina dello score.
Quest’anno dunque gli auguri al patron Diego hanno un sapore particolare. La Fiorentina per lui sembrava essere diventata un giocattolo senza più appeal, un hobby passato di moda dopo l’amaro sgonfiamento degli entusiasmi dei primi tempi a seguito delle note vicende giudiziarie e sportive. Negli ultimi tempi, forse proprio in quella che sembrava la stagione meno probabile, i ragazzi in viola l’hanno costretto a suon di prestazioni e di risultati non solo a riaffacciarsi nella tribuna di uno stadio che quasi si era disabituato alla sua presenza, ma anche a farlo con entusiasmo rinnovato. Dopo un’annata in cui il nome dei Della Valle è andato a giro per l’Europa insieme a quello di Firenze grazie al raggiungimento della seconda semifinale di Europa League della loro gestione, ecco la Fiorentina ritrovarsi nientemeno che capolista del campionato italiano dopo una partita devastante in quel di san Siro in cui fu messa sotto un’Inter che era partita con ben altro budget e ben altri investimenti. Altro bacino di utenza, si dice oggi appunto. Ma in testa dopo lo scontro diretto c’era la fiorentina e c’è rimasta.
Non succedeva da diciassette anni, dagli ultimi fuochi di Vittorio Cecchi Gori, prima della Grande Catastrofe. E più indietro nel tempo da quel 1982 di cui nessuno da queste parti ancora oggi vuole riparlare, visto come andarono a finire i sogni di gloria di Antognoni & C. Prima ancora, correva l’anno 1969, a tutt’oggi l’ultimo trionfo della Fiorentina. Bruno Pesaola, il “conducador” di quella squadra, è scomparso quest’anno dopo una vita lunga e avventurosa, pensa un po’ se è passato un giorno.
Sarebbe tempo di smuovere il punteggio, togliere gli zeri da un bel po’ di caselle, sia a Firenze che a Casette d’Ete. Pochi giorni fa la squadra è andata in vacanza a festeggiare Natale e Capodanno con un solo punto di distacco dal primo posto in classifica. Ha mostrato un po’ di stanchezza, ma anche che le basterebbero pochi rinforzi per confermarsi un cliente temibile per chi ambisce a succedere alla Juventus nel titolo di campione d’Italia, Juventus compresa. Ha perso molti scontri diretti, ma per inezie, dettagli, episodi, mettendo sotto nel gioco Juventus, Roma e per certi tratti anche Napoli.
Basterebbe poco per ripresentarsi all’avvio del girone di ritorno con la testa e le gambe di un centometrista di valore alla finale olimpica. Pronta a scattare via, verso una vittoria che manca ormai da troppo tempo. Nel 1969 successe così, la Fiorentina era rimasta incollata a Milan e Cagliari fino a quest’epoca, dopodiché prese la fuga decisiva. C’è chi dice che stavolta siamo meno attrezzati delle rivali per una corsa di testa. Può darsi sia vero, ma allora mettiamola così: siamo ancora lì attaccati a queste rivali, pur con meno attrezzi. Cosa può succedere se a gennaio arrivano un paio di rinforzi giusti da mettere al posto giusto?
Gli auguri a Diego Della Valle sono d’obbligo e li rinnoviamo con piacere. Quanto al regalo di compleanno, ci piace pensare che sia lui stesso a questo punto a volerselo fare. L’anno che sta arrivando poi per la Fiorentina è cifra tonda, il novantesimo della sua vita. Urgono festeggiamenti particolari. Ma soprattutto urge non ritrovarsi tra un anno a fare gli stessi discorsi di adesso (con una delusione in più sulle spalle). Che sia un anno memorabile, non uno la cui unica novità – parafrasando il compianto Lucio Dalla – è che tra un anno passerà.
Buon anno Fiorentina.

venerdì 13 novembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: SI PUO' FARE



A dire una cosa del genere a Firenze si rischia di dover richiedere una scorta per poter uscire di casa. Ma è vero. Mai sosta per la Nazionale fu più benedetta di questa. I ragazzi in viola hanno corso come matti, non solo a Genova ma anche nelle uscite precedenti. Nel calcio moderno si chiama “intensità”. Anche senza essere andati al supercorso di Coverciano, ci vuole poco a capire che a questi ritmi non si può durare fino a maggio, a meno di avere una panchina molto lunga e attrezzata.
L’allenatore viola attuale è di quelli che guardano lontano. Occhi di aquila quando si fissano sui traguardi da raggiungere alla fine di questa stagione. Occhi di tigre quando si rivolgono ai propri giocatori. A giudicare da come corrono e si impegnano, i ragazzi in viola quest’anno devono essere supermotivati. Non che gli anni scorsi tirassero indietro la gamba, ma quest’anno c’è qualcosa in più. Non dev’essere facile accontentare il mister, o avere a che fare con il suo scontento.
A Genova la Fiorentina è sembrata una grande squadra, non soltanto per il gioco espresso (di caratura notevole, soprattutto se rapportato agli standards della nostra serie A) ma anche e soprattutto per l’intensità con cui ha ricercato il risultato, senza fermarsi mai fino al novantesimo. E’ un atteggiamento mentale prima ancora che tattico che abbiamo visto come prerogativa di poche grandi squadre nella storia recente, forse soltanto due: il Milan di Capello e la Juventus di Conte. E’ presto per dire se la Fiorentina può arrivare a confermarsi stabilmente a quei livelli. I tifosi si accontenterebbero che arrivasse in fondo a questa stagione dov’è adesso.
Paulo Sousa sta facendo il possibile per valorizzare al massimo le risorse umane messegli a disposizione. Giocatori come Badelj e Vecino appaiono improvvisamente maturati (a gran livello) rispetto alle edizioni passate. Giocatori come Borja Valero e Marcos Alonso appaiono come recuperati in versione addirittura migliorativa rispetto al livello tecnico già elevato con cui si imposero all’attenzione nei primi tempi in viola, salvo poi scontare una flessione che – pare di poter dire – con Sousa difficilmente si ripeterà. Se poi davanti hai da scegliere tra Kalinic, Babacar, Rossi, Ilicic (questo Ilicic) e Bernardeschi, beh, tanto male non sei messo.
E tanto male non sembra mettersi nemmeno a livello societario. Al netto delle voci insistenti secondo cui un fantomatico (speriamo non famigerato) gruppo straniero sarebbe in procinto di entrare in società pro quota da definire, l’assetto attuale della holding Della Valle limita le dichiarazioni pubbliche ad una sobrietà encomiabile, ma d’altra parte pare convincersi ogni giorno che passa di più che una Fiorentina per la settima giornata consecutiva in vetta alla classifica, in crescita di gioco e di convinzione e con davanti un calendario non esattamente proibitivo, a gennaio probabilmente varrà ancor più di adesso la pena di un ulteriore investimento. Tanto più che l’imminente uscita dal bilancio societario dell’ingaggio dell’ex tecnico Vincenzo Montella dovrebbe liberare discrete risorse economiche. Salvando capra, autofinanziamento e cavoli.
La panchina va allungata soprattutto nel reparto difensivo. Se si fa male Alonso, si è visto, siamo a corto di soluzioni. Roncaglia e Tomovic sono spendibili sulle fasce, al bisogno, ma forse sarebbe l’ora che l’A.C.F. Fiorentina tornasse a comprare un terzino di ruolo. Cosa che non le accade dai tempi di Christian Maggio, nella Terza Era Geologica. Ora siamo nella Quarta abbondante, e si prospetta l’occasione di azzerare finalmente la casellina degli “zero tituli”. Per di più con quello più ambito. Quello che nessuno per scaramanzia osa ancora pronunciare.
Giusto essere scaramantici, soprattutto quando non hai un gran bacino di utenza né grandi favori dal Palazzo (ma il Presidente del Consiglio – che è di queste parti – viene sempre più spesso a seguire le partite della sua squadra del cuore, o perlomeno del suo collegio elettorale, sarà un segno anche questo?). Ma giusto anche alla fine provarci. E per provarci bisogna crederci. Non solo l’allenatore, il Presidente, i giocatori. Ma anche il più tiepido dei tifosi.
E allora diciamolo. Per quello che si è visto dopo dodici giornate, la Fiorentina può vincere lo scudetto. Sì, quel triangolino tricolore che si appuntava sul petto della maglia dalla parte opposta al giglio, l’ultima volta successe nel 1969. Starebbe un gran bene anche su queste maglie moderne.
Si può fare. Si deve fare. Ora o mai più. 


martedì 20 ottobre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: LA NOSTRA GRANDE BELLEZZA



20 ottobre, ricorre San Pepito. Due anni fa il ragazzo venuto dal New Jersey a rinverdire la leggenda di Pablito Rossi (l’accostamento fu fatto dal mitico Enzo Bearzot) giocò l’ultima delle sue partite all’altezza di quella leggenda suonando la carica della rimonta e segnando tre dei quattro gol di un 4-2 che rimarrà nella storia della Fiorentina. La Juventus di Antonio Conte era uno squadrone all’epoca, ma non si aspettava i lampi con cui Pepito la folgorò, con San Joaquin de Andalusìa a completare l’opera.
La giornata – è inevitabile – trascorrerà per tifosi e addetti ai lavori nelle funzioni religiose previste ormai per i secoli a venire dal calendario di Frate Fiorentino. Con la speranza che non diventi una data isolata in quel calendario, qualcosa di cui si favoleggerà a lungo disperando di vederlo ripetersi sotto i nostri occhi di abitanti di questa Terra a tempo determinato. Come quel 4-1 alla Roma di qualche anno fa (era la Prima Era, c’era ancora Prandelli) che domenica prossima ci farebbe tanto comodo replicare, nella sostanza se non nelle proporzioni.
Per una volta vogliamo essere più dellavalliani di Della Valle. Vivere di ricordi è da provinciali. La testa deve stare al futuro, soprattutto a quello prossimo. La Fiorentina quest’anno sembra una squadra che ha la possibilità di levare a sé ed ai propri tifosi diverse soddisfazioni. Lo ha dimostrato perfino nella sconfitta, maturata più per disattenzioni e supponenze di alcuni suoi elementi che per reale superiorità dell’avversario.
Il Napoli, si leggeva e si legge tutt’ora, la Fiorentina se la mangia a pranzo e a cena. Sarri è il nuovo Mourinho, Higuain è più forte di Batistuta. E via dicendo. Va bene così, finché gli opinionisti parlano contro, la concentrazione resta alta. Due volte l’Italia è stata data per spacciata e sbeffeggiata, nel 1982 e nel 2006, e due volte ha vinto il titolo mondiale restituendo con gli interessi frizzi e lazzi ricevuti.
Domenica arriva un altro schiacciasassi, almeno a sentire chi di calcio se ne intende. Con la Roma non c’è partita. Al San Paolo siamo stati presi a bottigliate di orina, al Franchi ci pioveranno in testa quintali di kebab. Nella vita ci sono ben poche certezze, ma due le possiamo avere fin d’ora: la Fiorentina di Paulo Sousa terrà sicuramente il campo meglio di quanto i pronostici le concedano attualmente, poi si può vincere o perdere – come si è visto decidono più gli episodi di tutti i tatticismi con cui questo sport è stato ammorbato fin dalla sua nascita – ma Borja Valero & C. se la giocheranno fino alla fine, all’altezza dell’avversario. Come ha detto lo spagnolo, è bello stare in testa, dà sensazioni positive ed i ragazzi in viola stanno scoprendo che vale la pena lottare per restarci.
La seconda certezza è che i tifosi romani non si comporteranno meglio di quelli napoletani. Sono debiti kharmici che dobbiamo scontare in questa vita, noi come il resto d’Italia. La cosa migliore è ignorare le provocazioni, per quanto possibile (se ti tirano in testa cose che dovrebbero stare in un laboratorio di analisi non sempre è facile) e andare avanti per la nostra strada. I conti si fanno alla fine. Non quelli tra tifoserie, per l’amor di Dio, ma quelli tra le squadre. Nel 1969 per esempio la Fiorentina non era accreditata di reggere il passo del Milan di Rivera e del Cagliari di Riva. Andò a finire come tutti sanno.
Paulo Sousa ha dimostrato nell’intervista post partita di Napoli di avere la testa giusta. “Sconfitta salutare”, ha detto. Così parla un allenatore che guarda lontano. E c’è da credere che il mister portoghese stia guardando molto lontano, almeno fino alla primavera prossima. Se dipende da lui, e se la società lo sostiene adeguatamente, quest’anno probabilmente ci sarà da divertirsi.
Non è proprio il caso di sciuparsi un probabile bel campionato amareggiandosi in polemiche con altre tifoserie appartenenti a città che hanno smesso da tempo di essere le culle di civiltà che pretendono tutt’ora di essere. La squadra farà il suo dovere sul campo di calcio, noi facciamo il nostro fuori, ignorando critiche interessate e cialtroneschi sfottò.
Roma e Napoli hanno smesso da tempo di essere quelle dei tempi di Stendhal. Sotto il Vesuvio non abitano più Eduardo De Filippo, Massimo Troisi, Pino Daniele. C’è una umanità che si esprime – quando va bene, ma parecchio bene – a “vasate” di materiale organico. Lungotevere le cose non è che vadano recentemente granché meglio, e non certo per colpa esclusiva del sindaco dimissionario Marino.
Ecco, purtroppo anche Firenze ultimamente si sta organizzando per primeggiare contro le due suddette metropoli anche nello speciale campionato di sudicio, confusione, cialtroneria. Apprezziamo gli sforzi dell’amministrazione comunale in carica e di quelle precedenti. Ma francamente preferiremmo essere primi a fine corsa soltanto in quella graduatoria che si chiama Serie A.
Il resto lasciamolo a chi vive nel “folklore”, chiamiamolo così. E ricordiamoci dei nostri vecchi, che quando arrivavano romanisti e napoletani si facevano il segno della croce preparandosi ad una domenica di passione (civile, perché sul piano calcistico a quell’epoca la Fiorentina dava lezioni a tutti), ma nulla più.
Forza viola. Segniamo sul calendario qualche altra data da ricordare.

martedì 6 ottobre 2015

VIOLA NELLA MENTE E NEL CUORE: Oroscopo del tifoso viola



Dice: da qui alla fine bisogna incontrarle tutte. Il fatto è che noi le abbiamo già incontrate tutte. Il campionato di calcio è un debito kharmico. Quello che si è fatto o subito in altre “vite” si sconta o si emenda in questa. Il campionato 2015-16 è scritto nelle stelle (per questo in estate non volevano comprare nessuno). Questo è l’oroscopo della Fiorentina.

1^ giornata. C’è da vendicare il 1977. il Milan pareggiò all’ultimo minuto, la Fiorentina si salvò all’ultima giornata. Come direbbe Renzi, “missione compiuta”.
2^ giornata. C’è da vendicare il 1993. Ci servivano punti vitali per salvarci, a Torino sponda granata nessuno si ricordò che eravamo già allora gemellati. E noi bischeri, ancora due anni fa per farli qualificare alla Coppa per poco non ci segnavamo da soli. Come dice il proverbio, “dagli amici mi guardi Iddio”.
3^ giornata. Ne avrebbero più loro da vendicare, per la verità (1978, 2009…). Noi limitiamoci allo scorso anno, all’assedio di Fort Genoa – anzi di Fort Perin – che fruttò un incredibile 0-0, ed ai regali arbitrali di due anni fa che fruttarono un ancora più incredibile 3-3 (P.S. Gasperini non s’affronta).
4^ giornata. C’è da vendicare nientemeno che il 1926, e la prima sconfitta della storia della Fiorentina, da quando il calcio fu reinventato dai maestri inglesi. Quello con il Carpi é uno dei tanti derby dell’Appennino di questi ultimi anni, a base di Lambrusco e scollinate di Futa, Raticosa, Muraglione e quant’altro. Alla prima uscita basta mandare Babacar, per le prossime vediamo.
5^ giornata. C’è da vendicare il 1968, l’unica sconfitta stagionale che macchia il secondo scudetto. E Gazzoni Frascara che da dieci anni rompe i coglioni sul “male non fare paura non avere”. C’è da dire che finché il Bologna rimane su questi livelli, il debito kharmico è tutto in Valle Padana, e l’Appennino è una Cordigliera Viola.
6^ giornata. Da Calciopoli in poi, c’è da vendicare di tutto e di più. La Juve a colori – l’Inter - ce ne ha combinate quasi più di quella in bianco e nero. Ultimamente però le cose stanno tornando a posto. L’anno scorso bastò Enrico Toti, quest’anno un arbitro a cui il governo deve avere imposto per decreto di fischiare tutto quello che c’è da fischiare. Niente di più, niente di meno.
7^ giornata. C’è da vendicare “il Laureato”. Non il film di Mike Nichols, ma quello di Mario & Vittorio Cecchi Gori, avente per protagonista il più giovane dei due. Stavolta non ci sono né Vittorio, né la Rita, né il mitico Gigi Radice. Né soprattutto Stefan Effenberg e Brian Laudrup, i soldi peggio spesi nella storia della Fiorentina. Senza di loro, l’Atalanta non ha scampo.
8^ giornata. C’è da vendicare la Coppa Italia 2014. Fondamentale accertarsi prima se Jenny ‘a Carogna sta ancora a Poggioreale, oppure è tornato a piede libero. E a Fuorigrotta. Per fermare Insigne e qualche altro fuoriclasse del Napoli potrebbe bastare una attenta marcatura. Per fermare i Casalesi, troppi ce ne sono da marcare. Speriamo bene.
9^ giornata. C’è da vendicare tanta di quella roba che probabilmente bisogna risalire al 50 avanti Cristo. Partiamo dal 1993, che è sufficiente. Da quando Roma giallorossa si aprì ad accogliere tra le sue gambe l’Udinese, condannando Firenze alla seconda serie B della sua storia. Da allora il conto aperto con la Lupa è cresciuto anno dopo anno, e i due ceffoni recapitatile a domicilio lo scorso anno sono un risarcimento del tutto parziale.
10^ giornata. Altro gemellaggio, altra complicazione dell’esistenza. Non c’è niente da vendicare da parte degli “amici” di Verona, Hellas, solo da giocare una partita normale pensando solo a noi stessi e fregandosene – vivaddio – di chi c’è nella curva dirimpettaia. Che tanto è tutta gente con la quale la pappa insieme ce l’hanno mangiata in pochi.
11^ Giornata. Frosinone, chi era costui? Tavecchio fa capire tra le righe che questo potrebbe essere l’anno della Fiorentina. Chi non ha le mani impegnate a toccarsi, alzi – appunto - la mano. Il Presidente più amato dai gay e dagli extracomunitari ci piace molto di più quando inveisce contro la provincia calcistica. Posti sperduti, ci vuole un sacco di tempo ad andare ed anche di più a tornare, specialmente se le cose non sono andate per il verso giusto. Quel giorno dovrebbe commemorarsi San Khouma, se tanto mi da tanto.
12ˆgiornata. C’è da vendicare la vendetta di Sinisa, le tre scoppole rimediate l’anno scorso da un Montella ancora preso dai malumori verso una società “braccina” (chissà che avrebbe detto quest’anno il buon Vincenzo, al posto di Sousa…). La Sampdoria per il resto non ispira particolari sentimenti, Prova ne sia il celebre coro Ultras: “come c…… si fa/ a tifare la Samp!.....”
13^ giornata. Il derby dei motorini, tutti ad Empoli. Qui grosse vendette da fare non ci sono, semmai è l’IKEA che deve rivalersi sulla società locale perché lo stadio l’hanno montato male, e non come era scritto nelle istruzioni dettagliate. Di tutti gli esodi viola è il più vicino. Anzi, il più Vecino (scusate la battuta, se l’anno prossimo prendono Iniesta farò di meglio).
14^ giornata. Ci sono più derby sull’Appennino di quanti ne può sognare tutta la tua conoscenza, avrebbe detto Shakespeare. A Reggio Emilia contro il Sassuolo non c’è da vendicare granché, se non un 3-4 casalingo a tutt’oggi incomprensibile e due anni pieni di rottura di palle con Di Francesco accostato alla Fiorentina ad ogni sessione di mercato. Asfaltare la MAPEI peraltro è sempre un piacere.
15^ giornata. L’Udinese merita un discorso a parte. Ha sempre rotto le scatole alla Fiorentina, che peraltro spesso e volentieri glielo ha permesso. 1993 a parte, in Friuli l’unica cosa colorata di viola è la faccia della gente quando ha freddo, cioè quasi sempre. D’altra parte, se avessimo comprato Di Natale una decina d’anni fa ci saremmo risparmiati tante amarezze.
16^ giornata. THE DAY. Torna davanti al Toro Viola la maglia bianconera. Quella originale, diffidate da tutti i tentativi di imitazione. Vendetta? Fate un po’ voi. Qualcuno risale all’Unità d’Italia. Sul 1982 credo siamo tutti d’accordo. Da allora ogni occasione è buona, vincere contro la Juventus non sarà mai abbastanza.
17^ giornata. Chievo. Si è già vendicata abbastanza Madre Natura, affibbiando alla seconda squadra di Verona un nome che sembra uscito da una commedia vintage di Lino Banfi. Alla prima uscita i Clivensi (ma chi li distribuisce i nomi?) ci bastonarono, avviandoci ad una tranquilla retrocessione, la seconda dell’era Cecchi Gori, la terza in assoluto. Da allora poco o nulla da segnalare, sarebbe come giocare a Firenze con il Porta Romana, o con la gloriosa Rondinella. Forse Tavecchio tutte bischerate non le dice.
18^ giornata. Qui bisognerebbe vendicarsi di chi mette sempre in calendario Palermo - Fiorentina alla penultima giornata. E meno male che non c’è Cagliari in serie A quest’anno, se no ce la schiantavano all’ultima. Per fortuna che non siamo superstiziosi. E speriamo che per quell’epoca il vecchio Zampa ne abbia combinata qualcuna delle sue.
19^ giornata. L’altra metà di Roma. Contro la Lazio ci sono da vendicare negli ultimi 7 anni ben 5 sconfitte casalinghe, alcune delle quali definirle rocambolesche è un eufemismo. La vendetta più bella sarebbe ripetere l’ultima giornata del 1955-56. La Fiorentina si impose sui biancocelesti per 4-1, ma soprattutto quel giorno c’era da festeggiare un traguardo assai più importante. Corsi e ricorsi? Voi che dite?


Questo è l’Oroscopo Viola. L’anno prossimo tra l’altro la Fiorentina fa 90. Non di paura. Di anni. C’è un bel debito kharmico da saldare. Molti di noi attendono da una vita. Sarebbe anche l’ora.
(P.S. E’, o vuole essere, niente più che un divertissement. Non ce ne vogliano gli amici tifosi delle altre squadre. Lasciateci sognare, non svegliateci).