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mercoledì 6 luglio 2022

Il mio babbo

Era nato in Via Sallustio Bandini al numero 1, nell’Imperiale Contrada della Giraffa, vicino alla Chiesa intitolata alla Madonna di Provenzano in onore della quale a Siena si corre il Palio del 2 luglio. Il suo babbo a quell’epoca, dopo aver cambiato già diversi lavori, credo facesse il barista dal Nannini, nel primo storico locale di quella proprietà all’angolo di Banchi di Sopra con via Pianigiani, di fronte a Piazza Salimbeni dove allora come ora, come da sempre, ha sede il Monte dei Paschi.
Lì aveva conosciuto la sua mamma, che faceva la cuoca nel vicino Hotel Continental e ogni tanto si fermava a prendere il caffè. Si erano sposati nel 1933, l’anno dopo era nato il piccolo Mario, il 6 luglio, segno del Cancro. Neanche un mese prima il babbo Angelo aveva lasciato moglie e figlio nascituro per montare su un treno e andare a Roma, allo stadio Flaminio, a vedere l’Italia vincere il suo primo titolo mondiale di calcio. Ne raccontavano tutti con divertimento di questo fatto. Il piccolo Mario era cresciuto appassionato di calcio come il padre. Tutti e due tifosi della Fiorentina, mosche bianche, bianchissime nella Siena bianconera.
Le elementari Mario le aveva fatte durante la guerra mondiale. L’anno scolastico 1943-44 era “andato in cavalleria”, come si dice a Siena, cioè saltato a pié pari, per ovvi motivi. Quell’anno passò il fronte, il suo babbo era sul tetto ad evitare i rastrellamenti dei tedeschi, e quando scendeva attraversava con il figlio piccolo le linee per andare in campagna a procurarsi di che mangiare al mercato nero dei contadini. Non avrebbe mai accettato che 30 anni dopo suo nipote Simone si tirasse la farina per gioco con i compagni fuori di scuola.
Siccome Mario cresceva allo sbando, per strada, come tutti i ragazzi di quegli anni, i genitori lo misero in collegio dai preti. A casa non c’erano mai, la nonna Giulia da sola non ce la faceva a tenere a bada lo scavezzacollo. Una volta rischiò di accecarsi, un'’altra di restare muto, un’altra ancora di saltare per aria con una bomba a mano. Erano i giochi di quell’estate del 1944, in compenso c’erano la cioccolata e le sigarette degli americani. Cominciò a fumare a 10 anni, come molti in Italia a quei tempi.
Dal collegio passò al Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini, dove scoprì che la sua testa notevole lo rendeva adattissimo allo studio. Si laureò in giurisprudenza brillantemente, il primo nella storia della sua famiglia. Scoprì ben presto di non essere adatto a fare la carriera di magistrato o di avvocato (“la notte voglio dormire tranquillo, con la coscienza a posto”, si sarebbe giustificato in seguito). Scoprì poco dopo di essere invece un grand commis, come dicono i francesi, un grande servitore dello Stato.
La famiglia che mise su di lì a poco si trasferì a Firenze, dove Mario divenne funzionario del Provveditorato alle Opere Pubbliche. Di lì a poco gli nacque il primo figlio, il primo fiorentino della famiglia. L’alluvione del 1966 lo colse in prima linea tra coloro che ebbero la responsabilità di far rialzare la testa a Firenze. La sua carriera partì di lì, 30 anni dopo – quando andò in pensione – era diventato uno dei massimi dirigenti della Regione.
Nel 1972 era stata data finalmente attuazione all’art. 117 della Costituzione. L’Amministrazione si era decentrata, il personale dello Stato aveva scelto se restare con quella centrale o passare a quella locale. Mario scelse la Regione. Ancora lo ricordano come uno dei Padri Fondatori, anche se di quell’epoca pionieristica, di quel primo ordinamento che lui e altri avevano messo in piedi non rimane più nulla, spazzato via dalla cialtroneria della generazione successiva.
Nel 1967 gli era nata un’altra figlia, nel 1969 la Fiorentina gli aveva vinto uno scudetto. Nel 1978 la famiglia non gli aveva retto. Nel 1988 avevano cominciato a sposarglisi i figli e nel 1992 a nascergli i nipoti. Nel 1996 aveva sognato di potersi finalmente godere la pensione e quei nipoti, ma il destino aveva deciso diversamente. Il male se lo portò via dopo quattro anni, due mesi dopo essersi subdolamente annunciato. Era un 7 marzo. Sempre il 7, come la sua mamma, tanto tempo prima. Sono tutti al Cimitero della Misericordia, a Siena.
Aveva fatto in tempo soltanto a lasciare un vuoto incolmabile, nei figli che avevano già capito di aver ricevuto un’eredità preziosa, fatta di un esempio che vale più di ogni patrimonio, e in tutti coloro che l’hanno conosciuto, per lavoro o per amicizia, e che ne ricordano sempre l’umanità e le capacità.
Ho cercato per tutta la vita di assomigliargli più che potevo, consapevole che non era possibile. Ma soltanto l’averci provato ha fatto di me un uomo migliore. Ne sono sicuro.

Era mio padre.


mercoledì 14 dicembre 2016

Lo spirito del Natale

La storia che ho da raccontare è una di quelle che tolgono fiducia nel genere umano (ad averla), ma soprattutto in quella parte di esso che, nel 2016, continua a dare in appalto la propria coscienza – la propria intelligenza, starei per dire – ad una qualsiasi religione. Nel caso specifico, la nostra, che partendo da quelle che sembravano le basi migliori ha sviluppato le più grandi ipocrisie.
Apri i telegiornali e ti confortano nello spirito del Natale con afflato dickensiano storie come quella della “mamma migrante di Gorino”, che ha partorito malgrado le crudeli angherie subite (il messaggio dei giornalisti è questo) il suo bambino in cattività. E adesso “perdona” gli abitanti di Gorino. Ci mancano solo il bue e l’asinello, ma forse qualcuno – da una qualsiasi delle due sponde romane del Tevere, tanto per queste cose coincidono – sta già pensando a fornirglieli. Magari quella persona di biancovestita che di recente ha paragonato le “sofferenze dei nostri fratelli migranti” a “quelle di Gesu Bambino”.
Attingo frenetico alle – per fortuna – poche e vaghe reminiscenze del catechismo di infanzia. No, di sofferenze di Gesu Bambino non se n’era mai parlato, casomai i genitori avevano avuto qualche traversia (in ogni caso non più di quelle che toccano attualmente ad una normale famiglia italiana), ma lui è sempre apparso bello pasciuto la sera del 24 dicembre nella mangiatoia, affiancato dal bue e dall’asinello, appunto. Pasciuti anche loro (a proposito, il Nuovo Testamento non dice mai che fine abbiano fatto, la cosa è inquietante, trattandosi di animali dalla carne commestibile….).
Ordunque, l’uomo di biancovestito che quando parla sembra l’imitazione di Zanetti dell’Inter o di Maradona, ha detto una sciocchezza. Oooopppssss, ma….è il Santo Padre!!!!!! Guai a dirlo, al TG o anche per la strada. Questo è un paese laicizzato solo quando fa comodo, anche se i reati di blasfemia non esistono più si è comunque orrendamente perseguibili quando si vanno a toccare le cose di religione. Anche perché sono quei baciapile dei nostri concittadini i primi ad andarti a denunciare. Popolo di delatori e di penitenzieri.
La religione è l’oppio dei popoli. Mi dispiace che l’abbia detto Marx (odiosissimo), preferisco ricordare John Lennon (odioso anche lui, ma almeno orecchiabile) che ribadì efficacemente il concetto. Stare a sentire uno che parla come Zanetti dell’Inter e che dice più sciocchezze che nell’intera serie di Mai Dire Gol non fa bene al cervello. Farlo notare al prossimo, può fare peggio alla salute. La mia.
Meglio limitarsi a raccontare quella storia di cui parlavo all’inizio. Mia madre è da sei anni in casa di riposo. E’ una struttura di proprietà della Misericordia di Firenze. Entri là dentro e respiri carità e – appunto – misericordia. La retta è alta (nel Vangelo si dice di dare a Cesare…..o era Dio?.....), meno che altrove ma sempre alta. Sempre meno persone ce la fanno a pagarla, senza i contributi dell’assistenza pubblica che come certi valori delle funzioni matematiche alle Superiori ormai sono “tendenti allo zero”, malgrado le affermazioni di “certi Governatori di Regione”.
Quando non ce la fai più, a pagare la retta, che succede? Interviene la Sacra Scrittura? Il catechismo di Santa Romana Chiesa? Ama il prossimo tuo, ecc…ecc…?
Macché. Ti dicono di cercarti un’altra sistemazione. Vai a cercare freneticamente tra gli scritti dei Padri della Chiesa. Questa proposizione non c’é. Eppure, è così che ti dicono. Vai a leggere l’elenco delle istituzioni che sovrintendono alla Misericordia e a quella struttura. Il primo nome che trovi è quello dell’arcivescovo di Firenze. Diretto discendente – se non sbaglio, le reminiscenze sono sempre più lontane e vaghe – da uno degli Apostoli di Gesù. Alle dirette dipendenze – sempre se non sbaglio, il diritto canonico lo levai subito dal piano di studi universitario – di quel signore biancovestito che si è voluto chiamare nientemeno come San Francesco.
C’è qualcosa che non torna? Intanto cercati un’altra sistemazione, poi se ne ragiona. E’ successo alla compagna di stanza di mia madre, a 95 anni e con problemi di salute notevoli, ovviamente italiana di razza bianca. Dopo 4 anni di convivenza felice con mia madre. Ad entrambe, il Santo Natale 2016 è stato annunciato con un foglio dell’Arcivescovado con cui si dava la lieta novella. La signora 95enne sbattuta a morire altrove, liberando il posto per qualcuno più danaroso o più “amico degli amici”, e pazienza se la pensione maturata in una vita di lavoro non le è bastata ad assicurarle una morte fra mura e persone amiche soltanto di lei.
La mia mamma è disperata perché al di là della vicenda in sé le portano via uno degli affetti più importanti di questi suoi ultimi anni di vita, con modalità tra l’altro che forse non aveva più visto dai tempi della guerra, da ragazzina. Stavo per dirle: mamma, mi piace pensare che codesta disperazione coinvolga anche la consapevolezza di aver buttato via parte della tua vita intellettuale prestando fede ad una Chiesa…… posso dire’ lo dico: ABBIETTA. COME LA RELIGIONE CHE PREDICA. COME TUTTE LE RELIGIONI (denunciatemi pure, e vaffanculo).
Poi mi sono fermato, sarebbe stata cattiveria gratuita da parte mia. Credo che mia madre qualche pensiero del genere ce l’abbia per conto suo, ed è comunque abbastanza triste. Inutile e – appunto – cattivo sarebbe rincararle la dose.
Ecco, questa è la storia. Chiudo con due immagini. Anni fa assistei ad un colloquio tra un esponente della Misericordia ed uno dei miei assessori (un comunistone dei tanti che si sono succeduti da queste parti, che faceva finta di essere laico come Marat, Danton e Robespierre messi insieme). L’uomo vestito di nero chiuse la bocca a quello vestito di rosso: “Caro assessore, voi siete qui da neanche 40 anni, noi ci siamo da 750. E ci saremo ancora quando di voi non sarà rimasto nemmeno il ricordo”.
Vengono da lontano, guardano lontano, noi siamo soltanto pecore, bruscoli, incidenti. Mi vengono in mente, per parafrasarle, le parole di Giovanni XXIII:
“Quando tornate a casa, e trovate qualcuno dei vostri cari che sta alla televisione ad ascoltare i discorsi dell’omino biancovestito o a perdere tempo e cervello dietro a qualunque altra cosa che venga da quella sponda romana del Tevere, dategli un ceffone. E ditegli che questo è un ceffone da parte mia, di uno che si è rotto il cazzo di questo bel paese di merda che vi piace tanto essere”.
La pace ed il Santo Natale siano con tutti voi.
P.S. Di “certi Governatori di Regione” parliamo un altro giorno, non ho ancora fatto testamento. Dei migranti, meglio che non dica nulla.

lunedì 7 marzo 2016

Il nome che porto

Quell’anno la Colombina non aveva fatto scoppiare il Carro. Come dicevano i vecchi, era un presagio infausto. Significava disgrazia in arrivo.
La notte tra il 3 ed il 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini in vari punti del suo corso, dopo una settimana abbondante di piogge torrenziali. Non fu il solo a farlo, mezza Toscana andò sott’acqua. Ma dalle prime ore di quella mattina del 4 novembre all’opinione pubblica di tutto il mondo restò impressa, e fatalmente finì per interessare, una cosa sola: sott’acqua c’era andata tutta Firenze.
Appena le acque dell’Arno si ritirarono, la città che era diventata Venezia per un giorno si ritrovò ridotta come il Padule di Fucecchio. Una marea di fango, detriti e suppellettili. Una marea di gente che piangeva disperata per tutto ciò (e in alcuni casi ancora più drammatici per tutti coloro) che aveva perso, mentre si rimboccava le maniche per cominciare a riaprirsi la strada verso la sopravvivenza e una vita normale.
Da sinistra verso destra: Borri Mario, Angelo e il piccolo Simone
Mio padre lavorava al Provveditorato alle Opere Pubbliche, in Via de’ servi 15. Un palazzo storico, splendido dentro e fuori come solo i palazzi del centro di Firenze possono essere, figli di una nuova epoca classica dell’arte rinnovata dall’antica Grecia in Toscana dalla famiglia Medici. Mi ci aveva portato da bambino, quando la mamma non poteva tenermi a casa. I nonni, anziani, erano lontani, a Siena. Le nonne se n’erano appena andate. Io giocavo da solo nei corridoi e negli androni di quel palazzone aspettando che il babbo finisse di lavorare.
Ce ne fu per lui di lavoro dopo quel 4 di novembre. Non ebbe più orari. Si ritrovò ad essere uno dei tre funzionari a cui fu messa in mano la ricostruzione di Firenze e del resto della Toscana, oltre al risarcimento dei danni ai privati. Circa 33.000 pratiche soltanto per l’abitato di Firenze. Lui, Nello Riccio (il padre di quel dottor Mario che molti anni più tardi avrebbe misericordiosamente aiutato Piergiorgio Welby a porre fine alle sue sofferenze, allora mio amico d’infanzia) e Francesco Sirgiovanni (con cui avrei avuto il piacere di lavorare 20 anni più tardi, imparando un mestiere che loro avevano dovuto mettere a punto allora, in mezzo al fango e ai disastri dell’Alluvione).
Ognuno di loro tre si ritrovò a gestire risorse ingenti, per far fronte a danni ingenti. Prima che arrivassero gli Angeli del Fango e il resto del mondo. Mio padre da solo si ritrovò in mano – mi racconta sempre la mamma, orgogliosa – circa sei milioni di lire di allora per affidare a trattativa privata le opere di ripristino. La quantità di denaro che gestì poi per risarcimento ai privati è incalcolabile. Sempre più orgogliosa, la mamma continua a dirmi che di quei soldi neanche una lira finì in casa nostra. Lo stipendio di mio padre allora si aggirava sulle 50.000 lire al mese. Le entrate di casa mia rimasero quelle.
Mio padre non ha mai avuto una onorificenza della Repubblica, né allora né dopo. Non lo ricorda nessuno, se non coloro che – se sono ancora vivi – sanno ancora oggi che ebbero la fortuna di capitare provvidenzialmente alle mani di quel giovane funzionario che di quei 33.000 si ricordava nome, cognome e numero di pratica, e che a tutti assicurò giustizia e risarcimento al meglio che poteva. L’unica onorificenza è la nostra memoria, di noi di famiglia che non abbiamo avuto altro in eredità che il frutto del suo lavoro, ma soprattutto un nome da portare con orgoglio, come pochissimi altri a Firenze allora e dopo si sono potuti permettere di vantare.
Quando nel 1972 il primo aprile passò alla Regione Toscana insieme a molti altri impiegati per effetto del decentramento amministrativo finalmente attuato quell’anno, Mario Borri era già un nome conosciuto e rispettato dentro e fuori i pubblici uffici. Di quella Regione fu a buon diritto uno dei padri fondatori. Un membro di quella elìte che poté aggiungere a quanto aveva già fatto l’orgoglio di aver messo su dal nulla una macchina amministrativa che tutta l’Italia allora ci invidiava.
Il bambino che aveva giocato nell’ufficio del babbo negli anni dell’Alluvione adesso era diventato un ragazzo che andava a trovare il babbo nel nuovo ufficio, il palazzo allora ancora in costruzione a Novoli. C’era solo, terminato, il palazzo A, quello più lontano dalla strada. Il palazzo B era uno scheletro e io sono stato uno dei primi a metterci piede, assieme a mio padre. A quel tempo il processo di maturazione di quel ragazzo che ero stava giungendo a compimento. L’orgoglio che provavo per quel padre mi ha segnato la vita, perché adesso capisco perfettamente che avevo deciso già allora di tentare di seguirne le orme. Di essere come lui.
Sono stato, adesso lo so, un grande presuntuoso. Non era pensabile di lavorare dove aveva lavorato un padre così, con tutto quello che aveva fatto e che inevitabilmente sarebbe stato un termine di paragone schiacciante nei miei confronti. Chi lo aveva stimato magari avrebbe trasferito su di me stima e affetto, rendendomi la mia strada più facile di quello che avrebbe dovuto essere. Chi lo aveva invidiato o – più o meno segretamente – avversato, avrebbe atteso di presentare a me un conto che non aveva potuto presentare a lui. Come puntualmente avvenne.
Le difficoltà nella vita fortificano, fanno bene. Ma non erano quelle che avrei avuto se avessi scelto qualsiasi altro lavoro. Invece non vedevo altro, e al primo concorso che uscì, lo detti, lo vinsi, e cominciai un’avventura che non poteva portarmi da nessuna parte. Per 30 anni ho potuto fare una cosa sola: mantenere il cognome che ho ricevuto dal babbo così come me l’aveva passato lui, per poterlo passare a mio figlio intatto, con lo stesso valore incomparabile.
Ma non ho rimpianti. La storia che ho io ce l’hanno in pochi, in quel posto che adesso è finito in mano a una banda di occupatori di cariche pubbliche senza altra arte né parte che il diritto di preda che i razziatori si prendono con la forza. Quel posto dove l’insegna giace semisepolta nel fango, come la Statua della Libertà nel Pianeta delle Scimmie. Quel fango dove l’altro ieri giaceva la bandiera italiana, gettatavi da qualche operaio migrante di quelli che hanno fatto venire consapevolmente a gettarci nel fango tutti, con la compiacenza di qualche scherano che si ricorda del proprio dovere d’ufficio soltanto il 26 di ogni mese e quando il padrone ordina.
Il babbo, andato in pensione, non aveva voluto tornare neanche una volta in quell’ufficio che lui aveva contribuito ad edificare dal nulla. Quasi se lo sentisse che era destinato a questo tracollo e non volesse vederne neanche le prime avvisaglie. Di quell’ufficio che mi aveva mostrato orgoglioso da bambino e da ragazzo, segnandomi per sempre, non resta più nulla. Se non la memoria mia e ormai di pochi altri.
Come ogni anno, cerco di trascorrere la ricorrenza del giorno che se ne è andato lontano dal lavoro. Per non avere da passare questo giorno in quel posto. Che non sarebbe niente se non fosse stato per pochi uomini come mio padre, e che tuttavia di quei pochi uomini come mio padre non ha salvato niente.
Alla fine ha vinto il fango.

martedì 10 marzo 2015

LA NOSTRA VITA: Capitolo 2 - Angiolino e Angiolina

Ho fatto in tempo a conoscere la tua tris-nonna Giulia, la moglie di Stefano. Quando ero piccolo, me la ricordo come una donna antica, segnata dalla vita che aveva fato, e tuttavia a modo suo dolce e piena di saggezza. Quando poi ho appreso le storie che ti sto raccontando, mi sembrava impossibile che provenisse da un mondo così diverso da quello in cui vivevo io bambino, molto più simile a quello in cui ora vivi tu, e che avesse visto e fosse sopravvissuta a tutte queste cose senza perdere quella dolcezza e quella saggezza, senza odiare nessuno, né la vita in generale, per le difficoltà che aveva vissuto. E lo stesso era per suo figlio, il mio nonno Angiolino. Erano sempre pronti a darti qualche consiglio, o meglio qualche proverbio che proveniva dalla vecchia saggezza popolare di una volta, e che io ovviamente allora non capivo: “stai attento o ripasserà il guadagno” (comportati bene o ne pagherai le conseguenze), “la compagnia è bella in dispari e tre sono troppi” (meglio stare da soli che con gente balorda, cioè quasi tutti, dicevano loro…..soprattutto nel mondo di oggi), detti di questo genere. Io non capivo, ma mi divertivo e pendevo dalle loro labbra. Erano una miniera d’oro, di storie e di esperienza. Meglio che guardare la televisione. Li vedevo così, erano sempre stati così, per me. E invece no, c’erano diventati così, alla fine delle loro vite. Sentivo mio nonno ogni tanto canticchiare: “Santa Madre dolorosa, manca il pane, il vino e ogni cosa, e i figlioli piangono”. Credevo che fosse uno dei suoi proverbi incomprensibili, un gioco o un suo modo di fare come quelli che hanno i grandi a volte, da accettare senza chiedersi perché. E ci ridevo,a volte facendo ridere anche lui. E non capivo che quelle parole venivano da un altro tempo che lui aveva vissuto e che non riusciva neanche a raccontare, né a me né a nessun altro. E quando l’ho capito, come spesso succede, lui non c’era più, e non potevo più dirgli quanto gli volevo bene e quanto gli ero grato per essere sopravvissuto a quei tempi e a quelle difficoltà, e per aver regalato a me e a tutti noi della famiglia tempi decisamente migliori.
Immaginati una mamma e due figli che si trovano soli, senza più una lira e senza un aiuto. Dall’oggi al domani, alla morte del babbo, Angiolino, che aveva avuto il privilegio di andare a scuola e che – come mi raccontò tanti anni più tardi – ci andava anche volentieri, “perché non è vero che la penna è più dura della zappa” (perché era meglio andare a scuola, a 10 anni, piuttosto che andare a lavorare), ebbe dunque il privilegio, come unico “uomo” (di poco più di 10 anni) rimasto in casa, di andare a lavorare, perché la scuola non se la poteva permettere più e perché adesso doveva provvedere lui a mantenere la famiglia.
A volte il tuo bis-nonno aveva voglia di parlare, di raccontare, soprattutto con me che gli facevo sempre tante domande. A volte mi accontentava. Una sera, a Siena, mi raccontò tutti i lavori che aveva fatto da giovane, dopo che alla morte del suo babbo si era trovato sbattuto nel mondo dei grandi. Me ne ricordo pochi, purtroppo. Ricordo che mi disse che a vent’anni si era ritrovato a fare il pavimentatore di alabastro nelle ville dei signori al mare. Ormai conosci bene la zona di Sabaudia, dove c’è la casa al mare di zia Rita. Hai visto che ci sono delle case stupende, alcune sono vere e proprie ville, costruite all’epoca in cui il tuo bis-nonno era un ragazzino come te. Ecco, in alcune di esse ci saranno ancora dei pavimenti in alabastro che ha messo lui. E chissà in quanti altri posti in Toscana e nel Lazio ci sono i suoi pavimenti o altre cose fatte da lui.
Era una vita dura, per un ragazzo di vent’anni, un’apprendista che lavorava con operai più grandi con poca pazienza e poca comprensione per un ragazzo che sicuramente a quell’epoca non era molto felice della vita che stava facendo, sempre lontano da casa, dalla mamma Giulia e dalla sorella Beppina a cui ha sempre voluto molto bene, sempre senza un soldo, perché quei pochi dovevano andare a casa. Era un mondo duro. Non c’era più la guerra, ma dopo era stato anche peggio. In Italia c’era il Fascismo, la dittatura, la mancanza di libertà per tutti. I ragazzi poi dovevano solo lavorare, ubbidire e fare il soldato per la Patria (tuo bis-nonno si salvò perché, avendo la madre vedova a carico, non poteva smettere di lavorare, come si salvò poi tuo nonno Mario, perché, avendo gli occhiali da sempre, fu giudicato inadatto a fare il soldato; l’unico che, come sai, non si è salvato ed è partito militare è il tuo babbo che ti scrive questa storia….per fortuna, non avevo difetti fisici, avevo tutti e due i genitori e avevo finito di studiare….e partii…..ma per fortuna non c’era una guerra, come al tempo del tris-nonno Stefano, anche se ci si andò vicino….).
Era una vita dura, e il tuo bis-nonno non resse più di tanto. Dopo pochi anni riuscì a trovare lavoro a Siena come barista, in un bar che esiste sempre, vicino a quella cartoleria dove mi facevi comprare sempre giocattoli, quando eri più piccolo. E fu mentre lavorava in quel bar che conobbe tua bis-nonna. Vicino al bar c’era, e c’è tutt’ora il più grande e bell’albergo di Siena, il Continental. La tua bis-nonna Angela lavorava lì come cuoca, e a volte andava al bar a prendere un caffè. Alla fine notò questo barista, o lui notò lei. Fatto sta che nel 1933 erano sposati, Angelo e Angela, che per noi sarebbe stata sempre – come il marito – Angiolina.
Se il tuo bis-nonno Angiolino è uno dei più bei ricordi della mia infanzia che ho, la tua bis-nonna Angiolina è il più bello in assoluto. La mia mia nonna era la dolcezza in persona. L’ho avuta solo per cinque anni, ma me la ricordo come fosse adesso.


LA NOSTRA VITA: Capitolo 1 - BORRI

Non siamo una di quelle famiglie che può risalire molto indietro nel tempo per conoscere i suoi antenati. Nel corso dei secoli ci sarà stata sicuramente una famiglia Borri, o una famiglia il cui nome, attraverso i cambiamenti della lingua e delle vicende storiche, alla fine è diventato Borri. Ma non ne sappiamo niente.
Quello che sappiamo, la prima notizia certa, è che alla fine dell’800 un bambino di nome Stefano Borri arrivò a Siena da un paesino della provincia, non si sa bene come e perché. Era quello che a quell’epoca si chiamava un “trovatello”, un bambino che non aveva più i genitori e che veniva destinato all’orfanotrofio. E all’orfanotrofio questo bambino visse finché non diventò grande da potersene andare a fare la sua vita da adulto e a cominciare la nostra storia.
Era il tuo tris-nonno.Nella scatola dove conservo le cose del nonno Mario ci sono anche le foto di lui e della famiglia che si costruì. All’inizio infatti, il tris-nonno Stefano cercava di trovarsi un lavoro e di guadagnarsi una vita decente in un mondo difficile, dove tanta gente era in miseria e non ti poteva aiutare perché prima di tutto non sapeva come fare ad aiutare se stessa. Nelle campagne da cui era venuto da bambino, tutti facevano i contadini e molti morivano quasi di fame, perché la terra rendeva poco e quel poco se lo prendevano quasi tutto  suoi padroni. In una piccola città come Siena, a quell’epoca, molti campavano facendo gli operai, gli artigiani, i braccianti per lavori a giornata, tutti lavori dove si guadagnava poco, giusto quello che serviva per mangiare e pagare l’affitto di casa, e non sempre.
Stefano trovò un lavoro, non so quale e come, e poi trovò anche la tris-nonna Giulia. Era una trovatella anche lei, e anche lei veniva dalla campagna. Quando si incontrarono, forse il fatto di avere vissuto la stessa vita difficile nei loro primi anni di vita e di non avere né famiglia né affetti al mondo li fece avvicinare subito e poi unì le loro vite in matrimonio. I tris-nonni si sposarono più o meno all’epoca in cui la prima automobile  fece la sua comparsa sulle strade italiane, ovviamente sterrate, i treni andavano a carbone, le case non avevano né bagno né riscaldamento e le cucine, chi le aveva, funzionavano a legna, il primo aereo non si era ancora sollevato dal suolo e in Italia, come in molti altri paesi, c’era il Re, che governava per grazia divina e (poco) volontà della nazione.
I tris-nonni si sposarono quindi è cominciò la storia che ti posso raccontare.
A distanza di due anni nacquero due figli. Giuseppina, che tuo nonno Mario chiamava “la zia Beppina” e che ora riposa nella tomba accanto alla sua al cimitero a Siena, e Angelo, nato il 1° luglio del 1908 e che divenne subito “Angiolino” e lo sarebbe rimasto per tutta la vita.
Il mio amatissimo nonno Angiolino……..
Tesoro mio, come vorrei che tu l’avessi conosciuto. Che personaggio che era. Tuo nonno Mario mi raccontava sempre di com’era da giovane il suo babbo Angiolino. Severo, che incuteva timore a tutti e prima di tutto ai figli, che non aveva mai un momento di dolcezza né con  figli né con nessun altro, che aveva fatto una vita durissima e probabilmente non se la perdonava e non la perdonava al mondo intero.
E io non capivo, trasecolavo. Con me il nonno era dolcissimo, ero la luce dei suoi occhi. Quando andavamo a Siena a trovarlo mi prendeva sempre e mi portava fuori, mi colmava di attenzioni, esaudiva ogni mio desiderio, quando i tuoi nonni erano arrabbiati con me si metteva in mezzo a difendermi. Per me andare a trovare il nonno era come per Pinocchio andare nel paese dei balocchi.
Il tuo bis-nonno Angiolino nacque in una famiglia felice, fatta da due persone che per la prima volta in vita loro erano felici, dopo un’infanzia di sofferenza.
Sembrava l’inizio di una vita felice, per tutta la famiglia. I tris-nonni non stavano male a soldi, se è vero che il piccolo Angiolino fu mandato addirittura a scuola! Sai, non era come ora che tutti i bambini vanno a scuola e tutti i genitori hanno l’obbligo di mandarceli. Quella cosa che tu maledici tanto tutte le mattine, caro il mio Giacomo, è stata una delle più grosse conquiste fatte dal nostro popolo negli ultimi cento anni. All’epoca in cui il tuo bis-nonno Angiolino faceva le elementari, erano pochi quelli che andavano a scuola. Solo i figli dei signori, che facevano le scuole migliori, quelle che oggi si chiamano “licei”, e che dovevano imparare le cose che sarebbero servite loro a continuare a comandare, quando fossero diventati grandi. Ed alcuni dei figli dei meno poveri, che facevano le scuole meno importanti, quelle che oggi si chiamerebbero “professionali”, dove imparavano le cose necessarie per fare mestieri tipo l’artigiano, il contabile, dove si guadagnava poco e si era poco importanti, ma con cui almeno si mangiava. E poi c’erano tutti gli altri……poveri, ignoranti e figli di poveri ignoranti, che tali sarebbero rimasti per tutta la vita e per generazioni. Perché nel mondo di allora si nasceva con il destino segnato e si poteva fare ben poco per cambiarlo. E chi era ignorante non poteva fare niente, perché non sapeva niente e chiunque poteva tenerlo sotto di sé. Pensaci, tesoro, ogni tanto, quando la mattina ti sembra di doverti alzare per andare a fare una cosa che senti come una costrizione o una condanna. L’ho maledetta anch’io la scuola, come te adesso. Ma se io ho potuto darti le cose che desideravi e tu un giorno potrai darle a te stesso e a tuo figlio è anche grazie a questa maledetta scuola….che alla fine, non si sa come ma ci insegna le cose che servono a essere persone migliori e ad ottenere onestamente le cose che desideriamo, per noi e per le nostre famiglie. E pensa ogni tanto a quei miliardi di bambini vissuti prima di noi e che vivono adesso in altre parti del mondo, che non hanno avuto questa fortuna e che hanno poi vissuto vite di stenti e di difficoltà atroci, schiavi di un padrone in un lavoro che non rendeva loro neanche di che mangiare quasi e poi carne da macello e da seppellire in fosse comuni senza nome ogni volta che c’era la guerra. E che hanno vissuto senza neanche accorgersene, e senza sapere perché erano al mondo e dove volevano andare.
Angiolino quindi andava a scuola (lui, non la sorella Giuseppina, perché all’epoca solo ai maschi era concessa l’istruzione, alle donne toccava il lavoro di casa e basta) e sembrava avviato verso un destino di vita più facile di quello dei genitori, che a loro volta sembravano andare incontro a un avvenire sereno e tranquillo che da bambini non avevano neanche potuto sognare. Ma…..
Era il 1914. Sai cosa successe. Dopo tanti anni di pace dall’ultima guerra il mondo si era stancato. Tanti avevano voglia di menare le mani. Tante nazioni guardavano ormai altre nazioni con odio, o bramosia di prendere qualcosa che apparteneva loro. La gente normale, come la famiglia Borri nella città di Siena, pensava di avere il tempo di crescere e prosperare e di condurre una vita tranquilla. Il progresso metteva a disposizione ogni giorno nuove macchine e nuove invenzioni che facevano pensare a un futuro migliore e a una vita con più agi rispetto al passato. Erano ottimisti, ma sbagliavano, perché chi comandava nei vari paesi d’Europa, tra cui l’Italia, aveva deciso che non doveva essere così. Tanto poi a fare la guerra ci andava proprio quella gente normale che non la voleva, e nelle trincee ci sarebbero finiti loro, a morire.
Nessuno dei poveracci che combatterono la Prima Guerra Mondiale sapeva veramente perché la combatteva, perché aveva dovuto lasciare moglie, figli piccoli e tutto quanto per andare a cacciarsi in trincee di fango in posti dei quali nessuno gli aveva mai insegnato neanche l’esistenza, perché il soldato lo doveva fare ma la scuola no. Perché doveva morire, magari, senza aver potuto neanche scrivere a casa una lettera di saluto o di addio, perché i comandi militari non volevano. Non c’erano telefoni, fax e altre cose del genere. C’era solo di dover montare sul treno per andare al fronte e sperare di avere fortuna di fare il viaggio di ritorno, prima o poi. E guai a chi si rifiutava, non era ammesso. Si finiva in galera o alla fucilazione.
L’Italia entrò nella Prima Guerra Mondiale il 24 maggio 1915. Tuo tris-nonno Stefano montò sul suo treno poco dopo. Tuo bis-nonno Angiolino non vide suo padre praticamente per più di tre anni, fino alla fine della guerra nel 1918. La famiglia non ebbe più lo stipendio del babbo, perché a quell’epoca lo Stato non dava niente alle famiglie dei soldati. Ti puoi immaginare come fu la vita della famiglia in questi tre anni. E non andava ancora male, o così sembrava, perché alla fine il soldato Stefano Borri tornò a casa e la famiglia poté riabbracciarlo. Tanti altri invece ebbero solo una lettera del Governo che li informava che il loro marito, il loro babbo, il loro caro non c’era più, caduto o disperso chissà dove, neanche una tomba su cui andare a mettere i fiori…..
Stefano era stato destinato all’Albania, dove l’esercito italiano combatteva contro quello turco, non mi chiedere perché. Stava nel porto di Valona, lo stesso da dove oggi partono le navi dei disperati che vengono in Italia a cercare una vita migliore. Anche allora, l’Albania era un paese arretrato, dove la gente viveva ancor più che altrove tra miseria, fame e disperazione, anche senza la guerra. Dove c’è fame e miseria, dove le condizioni igieniche sono precarie, dove la guerra arriva a peggiorare tutto, alla fine arrivano anche le malattie.
Il tuo tris-nonno era tornato a casa, sì, ma portava con sé, nei suoi polmoni, i germi di quella che all’epoca era una delle malattie più tremende e incurabili che l’umanità conoscesse: la malaria. Le poche medicine disponibili a volte riuscivano a salvarti, molto spesso no. Stefano Borri tornò malato, poté lavorare poco e male e alla fine peggiorò. Nel 1924 morì, lasciando una moglie e due figli per i quali ricominciava la lotta per la sopravvivenza.

LA NOSTRA VITA: Il nome che portiamo

Caro Giacomo,
oggi finalmente comincio a raccontarti questa storia. E’ da tanto che ci penso….è arrivato il momento di farlo. Non e’ una storia di fantasia, come quelle che ti raccontavo da piccolo. Ma è una storia importante, che ti riguarda da vicino, come ha riguardato me. E’ la storia di tuo nonno, che tu hai fatto appena in tempo a conoscere. E’ anche la mia storia e la tua. Spero che ti piacerà, se la vorrai leggere, perché a parte il bene che abbiamo voluto e vogliamo alle persone importanti della nostra vita (e tuo nonno lo è stato), è importante sapere chi siamo e da dove veniamo. 
Spero che quello che leggerai ti sia utile soprattutto per questo. E che la figura di tuo nonno ti dia la forza che ha dato a me per tutta la mia vita, la forza che vorrei essere capace di darti io stesso come lui ha fatto con me e che ti possa servire per vivere una vita felice, come io desidero per te fin dalla notte che sei nato.
Da quella notte, che ricordo ancora come fosse la notte scorsa, tu sei diventato e sarai sempre la persona più importante della mia vita…..mio figlio. Quando sarai grande e verrà il tuo momento di diventare padre capirai fino in fondo che cosa vuol dire un figlio. Cosa ha voluto dire aspettare che tu nascessi, da solo per ore in una stanza buia dopo aver salutato la mamma che andava in sala parto…..le preghiere che ho detto per te, perché la vita che cominciava per te fosse una vita lunga e felice……stare a guardarti rapito per minuti e minuti, appena nato (tuo nonno a volte era lì con me e, come me, ti guardava anche lui, come aveva guardato me, tanti anni prima……e come tu un giorno guarderai il tuo bambino appena nato……insieme a me, forse, se il cielo vorrà che io ci sia ancora).
Quanto tempo è passato….quante cose sono successe. Il nonno non c’è più, tu stai diventando grande. E’ tempo che tu ne sappia di più, che ti racconti la nostra vita. E che tu sappia che il nome che portiamo, Borri, non sarà famoso come quello di altri ma è un nome rispettato e a cui tanta gente vuole bene, soprattutto grazie a tuo nonno. E che così voglio lasciartelo, quando sarà il momento, come tuo nonno l’ha lasciato a me e a te.

Il racconto inizia tanti anni fa, in un’epoca che hai studiato a scuola, che nessuno di noi ha visto o riesce a immaginare. Gli ultimi anni del 1800, i primi anni del 1900, un’Italia povera dove la gente aveva molto meno di quello che abbiamo noi adesso, e mangiare a pranzo e a cena a volte era un’impresa. E ancora dovevano venire due guerre spaventose e tante difficoltà. 
Sono passati poco più di cento anni, non so che effetto ti fa, a me ha sempre fatto impressione pensare alla strada che abbiamo fatto in così poco tempo. E sentire i racconti dei vecchi, come facevo da piccolo, che parlavano di un mondo altrettanto lontano di quello del Signore degli Anelli……e capire, alla fine, che di tutte le generazioni della nostra famiglia, la mia è stata la prima ad avere un’infanzia tranquilla e felice, come poi la tua. 
Ma prima……all’età in cui tu andavi a giocare da Robin, dagli altri amici o agli allenamenti di pallacanestro, tuo nonno Mario andava con il suo babbo a prendere la farina per poter mangiare attraverso le linee degli eserciti americano e tedesco che combattevano la seconda guerra mondiale in Italia, e a volte questi eserciti sparavano, come fanno gli eserciti in guerra. Avremmo potuto non essere qui, nè tu né io, se una sola di quelle pallottole fosse andata a segno. 
Da ragazzi, mi ricordo che a volte per carnevale fuori di scuola ci tiravamo la farina. Io mi divertivo come un matto, poi vedevo il nonno che scuoteva la testa, serio, e non capivo perché….. Ho capito dopo, con i suoi racconti, e adesso vorrei che capissi tu. Sei un ragazzo bravo, intelligente e di buon carattere. E giusto che tu ti diverta e viva questi anni con la massima spensieratezza possibile. Ma è giusto che tu sappia anche chi e come ci ha regalato questa spensieratezza, prima a me e poi a te. E quando lo saprai e lo capirai, ti sentirai più contento, più in pace con te stesso. E più forte.
Siamo arrivati fin qui, con la nostra storia. Tra un po’ toccherà a te. Tu puoi fare grandi cose, nella tua vita. E comunque hai le qualità per vivere una vita che ti darà soddisfazione. Conoscere la strada che è stata fatta prima di te forse aumenterà la tua forza.
Spero, con la storia che ti scrivo, di farti questo regalo.

Tuo nonno è stato un grand’uomo, e tu, figlio mio, gli assomigli tanto…….

sabato 19 aprile 2014

Se (If) - Rudyard Kipling

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perdono intorno a te, dandone a te la colpa; se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano, e mettendo in conto anche il loro dubitare; se riuscirai ad attendere senza stancarti nell'attesa, se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie, o se, odiato, non ti farai prendere dall'odio, senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone; se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo, se riuscirai ad affrontare il successo e l'insuccesso trattando quei due impostori allo stesso modo se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui, o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce, a perdere e a ricominciar tutto daccapo, senza mai fiatare e dir nulla delle perdite; se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli, benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi, e a tener duro quando niente più resta in te tranne la volontà che ingiunge: "tieni duro! ";

se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù, o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario; se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti, se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo; se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi, il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene, e - quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

venerdì 7 marzo 2014

L'album dei ricordi

A dar retta, quasi ogni giorno ci sarebbe una ricorrenza. Sarà che si invecchia, i giorni dietro le spalle sono molti di più di quelli ancora davanti, le cose accumulate sono tante, le persone da ricordare anche. Immagini e musica che scorrono, e che ogni tanto, anche da prima che esistessero i social network, viene voglia di fermare su un singolo fotogramma. Finché, passato il giorno fatidico, è ora di riporre la foto nell'album, fino all'anno prossimo...
Poi ci sono le ricorrenze che ti toccano personalmente. La prima settimana di luglio, per esempio, è sempre stata fatidica per me. Mio nonno e mio padre festeggiavano il compleanno a pochi giorni di distanza. Marzo e aprile, idem. Mia nonna e mio padre se ne sono andati lo stesso giorno, il 7, a 35 anni e un mese di distanza. Della nonna mi ricordo poco, mi ricordo che mi aveva insegnato le preghiere della sera, tra cui quella per i morti:
L’eterno riposo dona loro, Signore/Risplenda per essi la luce perpetua/Riposino in pace/Amen”.
Ora che non ci sono più, mi rendo sempre più conto che è vero il detto, "finché son vivo io, son vivi anche loro". Se Dio vorrà, tra un anno foto, musica e ricordi torneranno fuori per celebrare nient'altro che il fatto che siamo stati vivi un anno di più. E che vita.
Mio figlio ha 20 anni. La vita continua, tra un po’ i ricordi saranno tutti suoi. Quando io non ci sarò più, l’album  passerà a lui, e chissà cosa vorrà tenerci dentro.
All'anno prossimo, se Dio vorrà.

venerdì 22 novembre 2013

A mio figlio Giacomo

La notte che Giacomo nacque, eravamo andati in ospedale alle prime doglie. A quell’epoca la Maternità di Careggi non era tanto all’avanguardia (nemmeno adesso per la verità) e non mi fecero rimanere. Fui rispedito a casa, ad aspettare. Alle 4 di notte mi telefonarono che la mamma di Giacomo entrava in sala parto. Allora abitavamo in Viale Guidoni a Novoli, davanti al mercato della frutta per chi conosce Firenze. Alle 4,10 ero fuori della sala parto, credo sia tutt’ora il “record della pista”. Siccome era un cesareo, non potei assistere.
Restai un’ora e più su una sedia nel corridoio fuori della Maternità. Vidi scorrere tutta la mia vita passata davanti agli occhi, e cercai di immaginarmi tutta la mia vita futura. Giacomo non era ancora nato e già arrivava la paura. Di cosa ci avrebbe riservato la vita, di cosa GLI avrebbe riservato la vita. Se sarei stato all’altezza o no, se avrei saputo dargli quello che era stato dato a me. La notte nelle ultime ore prima dell’alba sa essere più buia e tenebrosa che mai, specialmente se stai aspettando che nasca tuo figlio.
Finalmente, alle 5,30, un’infermiera uscì a dirmi che era nato. Dopo un’altra mezz’ora me lo fecero vedere. Poi, dopo appena il tempo di veder tornare la madre dalla sala, fui rispedito via, subito dopo aver dichiarato il nome di mio figlio all’ufficiale del Comune. A mezzogiorno potei finalmente riunirmi alla mia famiglia. Quando arrivò insieme ad altri 20 bambini depositati in un carrellone urlante, mi si strinse il cuore. Lui era buonissimo, a malapena si sentiva. Si attaccò subito, e quello fu il suo esordio al mondo.
Sono passati 20 anni. Chissà se sono stato il padre che lui desiderava. Di sicuro lui è stato il figlio che sognavo. E non cambierei un istante di quelli trascorsi con lui e per lui in questi 20 anni.
Tanti auguri, figlio mio. Ti voglio bene. Quanto te ne voglio lo potrai capire soltanto quando sarai tu al posto mio.
Il tuo babbo


mercoledì 6 luglio 2011

Le foto del mio profilo

A dar retta, quasi ogni giorno ci sarebbe una ricorrenza. Sarà che si invecchia, i giorni dietro le spalle sono molti di più di quelli ancora davanti, le cose accumulate sono tante, le persone da ricordare anche. Immagini e musica che scorrono, e che ogni tanto, anche da prima che esistesse Facebook, viene voglia di fermare su un singolo fotogramma. Finché, passato il giorno fatidico, è ora di riporre la foto nell'album, fino all'anno prossimo...
Questa prima settimana di luglio è sempre stata fatidica per me. Mio nonno e mio padre festeggiavano il compleanno a pochi giorni di distanza. Ora che non ci sono più, tocca a me ricordarli con più intensità in questi giorni. rendermi conto che è vero il detto, "finché son vivo io, son vivi anche loro". Se Dio vorrà, tra un anno foto, musica e ricordi torneranno fuori per celebrare nient'altro che il fatto che siamo stati vivi un anno di più. E che vita.
Stamattina ho incontrato mio figlio che andava a scuola, in motorino. Ha quasi 18 anni, cresce proprio bene. Sarà che si invecchia, ma mi sono commosso. E ho provato anche orgoglio, sì. La vita continua, e continua proprio bene. Non so che ricordi avrà lui, un giorno, quando io non ci sarò più. Io, a vederlo adesso, come stamani, penso di aver fatto un capolavoro, l'unico ma il più importante. E' l'immagine più bella, e la festeggio con quella della tigre e del tigrotto, che ormai cammina bene con le sue gambe e sta lasciando per sempre la presa rassicurante del padre, o della madre.....
All'anno prossimo.

(6 luglio 2011)