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venerdì 14 ottobre 2016

Il Nobel per la Letteratura da Dario Fo a Bob Dylan



How does it feel? Come ci si sente?
Per una di quelle coincidenze che sembrano tanto scherzi del destino, nel giorno in cui arriva la notizia della scomparsa del Premio Nobel per la Letteratura più eterodosso della storia, Dario Fo, la notizia immediatamente successiva è quella del conferimento dello stesso premio, in maniera apparentemente ancor più eterodossa, a Robert Allen Zimmermann, in arte Bob Dylan.
Bob Dylan negli anni 80
Fosse il Nobel per la Musica, nessun dubbio. Il Menestrello è stato ed è il più grande folk singer di tutti i tempi, secondo la rivista Time il più grande musicista in assoluto dopo i Beatles. Ma siccome la categoria è quella della Letteratura – istituita ai tempi di Alfred Nobel alla fine dell’Ottocento, in un’epoca cioè in cui la classificazione delle Arti e delle branche dello scibile umano era assai più rigida di adesso -, ecco che allora le menti che possiamo definire più scolastiche (senza voler offendere nessuno) avranno sicuramente da obbiettare, come lo ebbero ai tempi del Nobel al compianto Dario Fo.
Il fatto è che ormai alla voce letteratura possiamo rubricare una quantità molto più vasta rispetto a prima di espressioni testuali e/o poetiche, e per di più prodotte con sistemi multimediali. Anche un sms ormai può contenere della poesia o della prosa che toccano corde educate al gusto letterario, e di strada dai tempi della penna d’oca prima e a sfera poi ne è stata fatta tantissima.
Malgrado sia almeno dai tempi di Shakespeare tuttavia che le pièce teatrali vengono annoverate tra la produzione letteraria, molti storsero la bocca quando il commediografo Fo fu insignito del prestigioso (ed assai invidiato) Premio che ai primi di dicembre viene assegnato ogni anno dalla Fondazione Alfred Nobel presso la Kungliga Konserthuset Halle di Stoccolma, la Sala Concerti della Corona svedese.
La bocca storta in quell’anno di grazia 1997 era dovuta non soltanto alle passioni non sopite del secolo che andava a concludersi e che come nessun altro aveva visto l’Arte condizionata dalla Politica, ma anche ad una desuetudine generalizzata con il Teatro come forma artistica rispetto ai tempi antichi, quando a Commedia e Tragedia erano intitolate almeno due delle Nove Muse.
Bob Dylan negli anni 60
A teatro non va più nessuno, o molto meno rispetto ai tempi andati, quando per un ragazzo delle scuole superiori uno dei traguardi più ambiti era il conseguimento dell’età per la cosiddetta ETI 21, la tessera dell’Ente Teatrale Italiano che dava diritto a forti riduzioni sui biglietti. Tra le tante vittime della televisione (che peraltro fino ad una certa epoca si era accollata l’onere di produrre in proprio le rappresentazioni teatrali), c’è stato anche quel nostro piccolo mondo antico. A cui Dario Fo aveva appartenuto né più e né meno come noi.
Diverso il discorso per Dylan, anche se già c’è chi grida allo scandalo a neanche ventiquattr’ore dalla nomination del Menestrello di Duluth. Anche qui, motivi politici e generazionali spingono menti scolastiche (in senso lato, perché a scuola in fin dei conti ci sono andate poco e male) ad insorgere. Dalla Rivoluzione all’Accademia, è la critica più garbata rivolta al folk singer americano, dimenticando che Dylan non ha mai chiesto premi, così come cinquant’anni fa non aspirava a fare rivoluzioni, se non quelle del costume. Se c’è un uomo che ha messo a dura prova la giustizia americana, molto più di un John Lennon per esempio, è stato lui, eppure non ha mai avuto a che fare con quella giustizia, e questo vorrà pur dire qualcosa.
Diceva Winston Churchill, non essere di sinistra da giovani significa essere senza cuore, non essere di destra da vecchi significa essere senza cervello. Senza voler generalizzare in questo senso, si potrebbe evitare di molestare insensatamente un signore di ormai 75 anni a cui una istituzione di accademici di età probabilmente altrettanto avanzata ha inteso conferire un premio prestigioso, sicuramente carico di significato, altrettanto sicuramente oggetto di invidie, ma tutto sommato innocuo. La motivazione stessa è innocua, e ineccepibile tra l’altro: «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»
Bob Dylan oggi
Bob Dylan le sue rivoluzioni le ha fatte, fin dove poteva e voleva farle. La sua arte sta tra le Nove Muse al pari del Teatro, fin dall’antichità. I suoi testi non hanno nulla da invidiare a quelli di poeti affermati e classificati in senso più ortodosso, i cosiddetti scrittori che adesso insorgono. Quanto al pubblico, se il Nobel fosse andato al nostro compianto Fabrizio De André, nessuno avrebbe avuto da eccepire, alzi la mano chi non riconosce la poesia nelle sue strofe. E allora perché scandalizzarsi per il De André americano, che magari ai suoi tempi ha reso anche qualche servizio alla collettività pronunciando parole pesanti (e pericolose per lui) contro la Guerra del Vietnam e l’Apartheid in patria e all’estero?
Nel 1975, quando il premio fu conferito ad Eugenio Montale, ci fu chi storse la bocca anche allora. Poeta indiscusso, che usava mezzi e stili propri della letteratura tradizionale, eppure qualcuno obbiettò con la boccuccia storta che quell’Ermetismo non era vera poesia, era metrica spigolosa, era una fuga dalla realtà, dall’impegno sociale, dalla stessa arte. Adesso Montale se la sta ridendo assieme a Dario Fo su quella nuvoletta sulla quale da ieri stanno discutendo assieme a proposito della stupidità umana e dell’atteggiamento scolastico che l’alimenta da sempre.
Sperando di incontrarli lassù il più tardi possibile, Bob Dylan canta ancora le sue canzoni in giro per il mondo con il suo Never Ending Tour probabilmente riflettendo anch’egli sul genere umano e su quanto poco i tempi siano cambiati, rispetto a quello che sperava scrivendo il testo della sua celebre canzone.


Quante volte un uomo dovrà ancora sollevare lo sguardo, prima che possa vedere il cielo? La risposta, amici miei, è perduta nel vento.

Recensione "Un soffio di vento alla fermata dell'autobus" per Ibiskos



Conosco Domenico Garaffa da trent’anni. L’avevo perso un po’ di vista negli ultimi ventinove, per la verità. Ma a conti fatti, al netto del mancato godimento dell’amicizia profonda che ci lega, devo dire che sotto un certo punto di vista è stato un bene. Quel bene che qualunque lettore si ritrovi adesso con questo suo libro in mano può commisurare di persona.
La letteratura scorre potente in quest’uomo, mi viene da dire prendendo a prestito una delle citazioni più cult dei nostri tempi moderni. L’avevo lasciato alle prese con una sensibilità e intelligenza non comuni, che riuscivano ad affascinare invariabilmente chiunque avesse a che fare con lui per questioni di lavoro o di vita, oppure per il semplice trascorrere del tempo in amicizia e conversazione.
Lo ritrovo adesso a padroneggiare l’arte di trasfondere quella sensibilità e quell’intelligenza, nel frattempo sublimate da una vita pienamente vissuta, nella pagina scritta. Cominciammo insieme, per hobby. Lui è arrivato a saper sciogliere in versi nientemeno che la nostra esistenza.
Il volume a cui mi ha chiesto, onorandomi, di premettere queste mie righe (non una prefazione, ma semmai una decantazione delle sensazioni e dei sentimenti intensi e coinvolgenti suscitatimi dalle sue parole in prosa e versi, ciò che auguro ed auspico a chiunque mi seguirà nella lettura) è la sua seconda fatica. Senonché per lui comporlo non è stato fatica, ma piuttosto estro che si libera semplicemente, naturalmente come lo scorrere di un fiume, il galoppo di un cavallo selvaggio.
E’ una vicenda tra lui e la matita, ciò che “accade quando entrambi pensierosi duelliamo”, come racconta lui stesso, primo in assoluto a dedicare un’ode alla sua migliore compagna dei momenti di ispirazione poetica.
E’ una vicenda tutta particolare, quella raccontata nelle pagine che seguono, che lui stesso tratteggia a perfezione quando fa dire al suo personaggio più centrale: “sei un selvaggio, ma con stile. Riesci a mettere in pratica pensieri divergenti con piacevole semplicità ed estrema raffinatezza”.
Domenico Garaffa è la natura selvaggia, carica di profondità, gentilezza e riserbo che attendono di essere sollecitati nel modo adeguato, tipica della sua terra d’origine e della gente che la abita. Da lì parte, e lì ritorna sempre, avendo percorso le strade del mondo in cerca di individui e popoli affini.
Nella sua prima raccolta di poesie, Le lacrime di Apache, aveva trovato il suo microcosmo congeniale nell’epopea dei Nativi Americani, cantata con uno struggimento secondo soltanto alla tragicità del reale destino dei pellirosse che ben conosciamo.
Stavolta, poesia e prosa si mescolano, a seconda dell’estro e della suggestione del momento. A seconda del passo che richiede la narrazione, o il semplice affiorare di un sentimento, di una suggestione. Domenico li padroneggia tutti, e come un funambolo del football sceglie d’istinto, leggendo la partita che sta disputando, se il palleggio insistito o il gioco di prima.
Domenico è il catalizzatore di un potente flusso letterario e poetico. Ma ciò che entra nel suo cuore e nella sua mente, esce dalla sua matita uguale solo a se stesso. La sua personalissima rivisitazione di Billy Wilder e Marylin Monroe in Un soffio di vento alla fermata dell’autobus, brano che dà il titolo alla raccolta, è in realtà una delicatissima rappresentazione intimista. Pane e panelle ci avvince e ci strugge come una novella di Camilleri, ma qui c’è di più, e di suo: la nostalgia incanaglita della giovinezza dell’autore, che riesce a superare la barriera dialettale e a trasformarsi in quella di ciascuno di noi. Gioiosi saluti di luglio è uno Stephen King in salsa nostrana, uno Stand by me ambientato in quel Mediterraneo perduto che solo chi c’è nato in riva può rimpiangere appieno.
Gabbiani sembra scritto in un pub irlandese o triestino, gli stessi dove Domenico avrebbe potuto tenere testa a James Joyce, nelle bevute e nelle corse a perdifiato dentro l’anima e le visioni, senza il fastidio di convenzioni letterarie o punteggiatura.
Poi Firenze. La città che tutti idealizzano e che a tutti si offre sfrontata, a chi c’è nato o a chi si è fatto adottare. Domenico ci ritorna spesso, e ogni volta è uguale e diverso. Gioie e drammi prendono il via volentieri dalla città di Lorenzo il Magnifico, o ad essa riportano. Come alla Sicilia, gioie e drammi sono connaturati a Firenze. Tutto sta a saperli trasformare in poesia.
E infine la principessa, che apre e chiude la raccolta. Il ritorno all’essenza più profonda della vita. Al suo principio. Alla sua ragione stessa. Sull’ultima corsa, sull’ultima carezza della principessa non può che stringersi il cuore di chiunque abbia mai dedicato versi a ciò che ha di più caro. Di chiunque lo abbia vissuto veramente.
Buona lettura a tutti.

Recensione "La sconfitta del Mediterraneo" per IBS



Nei decenni successivi la scoperta dell'America, il Mediterraneo cessò di essere il centro del mondo e fu ridotto per la prima volta ad un mare interno, per quanto sempre di importanza cruciale per lo snodo dei traffici marittimi e lo scontro per la supremazia navale tra le grandi potenze. 
La lotta per il predominio economico e militare si spostò sugli oceani, mentre il ruolo del Mare Nostrum fu ridimensionato dalle rotte alternative scoperte dai navigatori portoghesi per aggirare il controllo dell'Islam sul Vicino Oriente, sul Mar Rosso e sulle vie di terra aperte da Marco Polo. 
Dopo la Battaglia di Lepanto, la Repubblica di Venezia e le potenze cristiane da un lato e l'Impero Ottomano dall'altro sembrarono rendersi conto che continuare una politica di espansione militare era inutile (poiché nessuna delle due parti possedeva risorse belliche tali da poter sopraffare l'altra) quando non dannoso, ottenendo soltanto di ridurre il Mediterraneo ad uno scacchiere geopolitico dal ruolo sempre più marginale.
Fino alla metà del XVII secolo le due sponde del Mediterraneo parvero dunque aver appreso la lezione impartita loro dal secolo precedente. Poi, con la Guerra di Candia, l'improvvisa ripresa delle ostilità che sarebbe durata fino all'Assedio di Vienna ed avrebbe avviato al declino inarrestabile tanto Venezia e l'ex Impero di Carlo V su cui non tramontava mai il sole, quanto la Sublime Porta, l'Impero Ottomano che aveva ereditato quello Bizantino e ne aveva rinverdito i fasti. 
Leonardo Sampoli, diplomatico ambasciatore d'Italia e profondo conoscitore del Mediterraneo orientale avendo annoverato Ankara ed Atene come sedi di servizio, propone una inedita lettura di quel periodo cruciale che vide il baricentro della storia spostarsi inesorabilmente dall'Europa e dal Mare Nostrum verso altri continenti ed altri mari, con il declino di imperi millenari ed il protrarsi di altrettanto millenari scontri di civiltà. Fino alla sconfitta di quelle civiltà stesse.

martedì 6 settembre 2016

Tarzan delle Scimmie

La copertina della prima edizione
 americana di Tarzan nel 1914
Ho appreso questa strana storia da un tale che non aveva alcuna ragione di raccontarla, né a me né ad altri. Il principio mi fu narrato in grazia di certe vecchie bottiglie di vino che ebbero il potere di sciogliere lo scilinguagnolo di quel tale; e quanto al seguito, debbo esserne grato alla mia incredulità.
Cominciava così una delle tante storie a puntate pubblicata a partire dall’ottobre 1912 su Argosy All-Story Weekly, la celebre rivista di New York che aveva importato in Nordamerica il feuilleton alla francese, o romanzo d’appendice. Nel trasferimento, la qualità letteraria si era un po’ persa, passando da Honoré de Balzac, Victor Hugo, Eugene Sue, Alexandre Dumas, ai tanti che pubblicavano sulla rivista americana materiale così scadente da essere ben presto derubricato in un nuovo genere, la pulp fiction.
Robaccia, spesso e volentieri, tanto da far dire a uno dei tanti lettori, destinato in seguito a diventare il più famoso degli autori della stessa Argosy, che: “se c’era gente che veniva pagata per scrivere la spazzatura che si leggeva su alcune riviste, io sarei stato capace di scrivere storie non da meno. Come dato di fatto, sebbene non avessi mai scritto un storia, sapevo con certezza che avrei saputo scriverne di altrettanto avvincenti e forse anche di più di quelle che mi capitava di leggere su certe riviste”.
A questa presa di coscienza tardiva si deve Tarzan delle Scimmie, il romanzo d’appendice più celebre della storia della letteratura del Novecento, ed il successo mediatico più clamoroso riscosso da un personaggio della letteratura avventurosa con implicazioni filosofico-scientifiche e capace di essere traghettato con eguale successo in ambito fumettistico e cinematografico, le nuove arti del ventesimo secolo.
La prima edizione italiana
Quel lettore di pulp che a quasi quarant’anni aveva realizzato di poter trovare finalmente la sua strada con quell’incipit all’apparenza uguale a quello di tante altre storie di successo ma destinato a condurre altri lettori dentro la storia più originale e affascinante tra quelle mai ambientate nella madre di tutte le terre ignote dell’epoca, la Jungla, si chiamava Edgar Rice Burroughs.
Era nato a Chicago il 1° settembre 1875, ultima progenie di due famiglie, i Rice ed i Burroughs, che vantavano un’ascendenza risalente addirittura alla colonizzazione originaria del Nordamerica da parte dei Padri Pellegrini. Famiglie che avevano preso parte a tutti gli eventi più importanti della storia del loro paese, dalla Rivoluzione contro l’Inghilterra alla Guerra Civile per l’abolizione della schiavitù. Suo padre era un veterano nordista, il maggiore George Tyler Burroughs. Il figlio sognava di ripercorrerne le orme.
Edgar frequentò una serie di collegi che avrebbero dovuto indirizzarlo verso West Point, l’accademia militare degli Stati Uniti. Avendo fallito la qualificazione, si rassegnò comunque ad arruolarsi come soldato semplice nel reparto più prestigioso che l’esercito statunitense potesse vantare all’epoca: il Settimo Cavalleria.
Un anno dopo la sua nascita, la milizia nata all’indomani della Guerra Civile per fronteggiare il problema principale della neonata Unione dopo quello della secessione del Sud, la questione indiana, era stata annientata a Little Big Horn il 22 giugno 1876 dai Cheyenne di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Non si era salvato nessuno, nemmeno il leggendario comandante George Armstrong Custer. Da quella sconfitta paradossalmente il mito del Settimo Cavalleria era però uscito rafforzato, e molti giovani americani sognavano di marciare al ritmo del Garry Owen, l’inno di battaglia di Custer.
Burroughs sembrò aver coronato un sogno, per poi vederselo strappare via da una visita medica che accertò una insufficienza cardiaca e lo costrinse nel 1897 a tornare in abiti civili. A 24 anni, i sogni di Edgar Rice Burroughs sembravano finiti.
Edgar Rice Burroughs
Il ragazzo tuttavia non si perse d’animo, e tentò la fortuna in numerosi mestieri: poliziotto ferroviario, minatore, cercatore d'oro, negoziante in un drug-store, venditore ambulante di dolciumi, cow-boy, contabile e venditore di temperini. Tutte strade apparentemente senza sfondo, tanto che all’altezza del 1911 le cronache vogliono che fosse sull’orlo del suicidio. La sensazione di insoddisfazione e di fallimento sembravano giunte al culmine, quando proprio per ingannare il tempo libero a disposizione tra un lavoro poco appagante e l‘altro aveva scoperto Argosy e la letteratura pulp.
I sogni di Edgar Rice Burroughs ripresero vita di colpo, attraverso i fiumi di inchiostro che presero a scorrere una volta che decise di aprire i cancelli alla propria fantasia. Dapprima fu la volta della Principessa di Marte, primo volume di una serie ambientata nientemeno che sul Pianeta Rosso. Protagonista (autobiografico in senso lato) il capitano delle Giacche Blu John Carter che, inseguito dagli indiani nel deserto dell’Arizona, si ritrova in una notte di luna piena teletrasportato su Marte e da lì prende il via la sua avvincente saga fantascientifica. Una storia originale, che avrebbe avuto un discreto successo. Mai quanto la successiva, però.
Terminato il primo capitolo sotto le Lune di Marte, Burroughs prese a dare forma all’altra sua idea. E questa fece centro pieno.
Dai tempi di Jean Jacques Rousseau, filosofi e scrittori si erano cimentati ad immaginare le possibilità di sopravvivenza e reinserimento nel consorzio civile di un buon selvaggio che, abbandonato originariamente nella foresta in mezzo alle belve più o meno feroci, dopo aver trascorso un congruo lasso di tempo assolutamente ignaro del linguaggio umano e dei rudimenti del vivere civile, veniva trovato da esploratori e riportato alla civiltà, dimostrando di potervisi riadattare perfettamente grazie ai pazienti insegnamenti dei suoi mentori.
Il Libro della Jungla di Walt Disney
Successivamente al romanticismo di Rousseau, il positivismo di Charles Darwin aveva dato maggiore sostanza scientifica (o ritenuta tale) a queste convinzioni. La razza bianca aveva nei suoi geni il progresso, ed un suo esponente era sempre a tempo a riallinearsi a tale progresso in qualsiasi momento, per il solo fatto di esserne appunto esponente. Il più grande scrittore inglese dell’epoca, Rudyard Kipling, era un sostenitore di questa filosofia, e colui che sembrò darle la migliore veste letteraria nel suo capolavoro che gli valse anche il Premio Nobel, il Libro della Giungla.
Il trovatello Mowgli, allevato dalla pantera Bagheera e dall’orso Baloo, è un cucciolo di razza bianca disperso nella Jungla. Dopo mille peripezie, e soprattutto dopo essere sfuggito alla mortale nemica la tigre Shere-Khan (che vede in lui giustamente il prototipo del cacciatore bianco che un giorno tornerà per dare la caccia a lei stessa ed ucciderla), il cucciolo d’uomo torna nel suo branco, la razza umana, apparentemente senza sforzo, non appena gli giunge il richiamo del sangue e della sua ascendenza (nella splendida riduzione cinematografica di Walt Disney, sotto le sembianze di una graziosa femmina della sua specie).
Sembrava che, artisticamente parlando, più di così non si potesse produrre. E invece toccò allo stesso Kipling scrivere, una decina d’anni dopo, che il genio dei geni era uno che aveva scritto una serie intitolata Tarzan delle Scimmie.
Il Tarzan di Russ Manning
Il discendente dei Patrioti del New England che avevano dato il via alla Rivoluzione Americana del 1776, come molti americani non aveva dimenticato la propria ascendenza inglese e la rispettava e venerava come nient’altro. Il protagonista dei romanzi di Burroughs pertanto non solo è un cucciolo d’uomo bianco anch’egli, ma della specie più pregiata che si ritenesse esistere all’epoca: l’aristocrazia britannica.
John Clayton jr. è il figlio di un Lord che si reca in Africa nera per conto del Colonial Office. I suoi genitori cadono vittime dei pirati prima e delle belve feroci poi. Il piccolo rampollo viene allevato da una scimmia antropomorfa che ha appena perso il suo, di cuccioli, e che pertanto è ben felice di sostituirlo nutrendo il piccolo Lord con il suo latte ed i suoi insegnamenti ferini.
Per la scimmia Kala ed il suo branco, John Clayton jr. diventa – nel linguaggio immaginario delle Grandi Scimmie – Tar-Zan, Pelle Bianca.
"Io Tarzan, tu Jane...." Johnny Weissmuller e Maureen O'Hara
E’ l’inizio di una storia che ormai tutti conoscono, per averla letta nei libri di Burroughs, nelle riduzioni a fumetti di Burne Hogarth, Joe Kubert e Russ Manning, per averla vista al cinema nelle decine di riduzioni cinematografiche, a cominciare da quella che consacrò il primo ed il più grande dei suoi interpreti, Johnny Weissmuller, plurimedaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, e dal 1932 semplicemente Tarzan l’Uomo Scimmia. Per ritrovare un caso di immedesimazione di un attore con il suo più celebre personaggio, bisognerà aspettare Sean Connery ed il suo Agente 007 James Bond.
Nel libro originario, Tarzan viene ritrovato da una spedizione di esploratori europei che lo identifica come il figlio di Lord Clayton e legittimo erede del suo titolo e del suo seggio alla Camera dei Pari. Secondo gli insegnamenti di Rousseau, di Darwin e sul solco letterario già tracciato da Kipling, il ragazzo selvaggio si rivela perfettamente all’altezza di recuperare vent’anni in uno, e di ripresentarsi in pochi mesi alla sua famiglia in grado di sedere a tavola e conversare secondo le più raffinate regole dell’etichetta.
Christopher Lambert in "Greystoke La leggenda di Tarzan"
Il primo libro del 1912 si chiude con un finale a sorpresa, improntato al più ortodosso romanticismo ottocentesco che permeava ancora a quell’epoca il feuilleton. Consapevole che reclamare il proprio titolo nuocerebbe alla donna di cui si è innamorato, la fatidica Jane Porter, nel frattempo fidanzata al cugino destinatario di quello stesso titolo nel periodo in cui la sua esistenza era ignorata (ma segretamente innamorata a sua volta di lui), Tarzan compie il beau geste di rinunciare, e tornarsene nella Jungla che a quel punto sente come l’unica sua casa.
L’ultima frase del libro è quella rivolta da Tarzan proprio al cugino Cecil Clayton, che – ignaro della sua identità – gli rivolge la domanda circa le proprie origini.
Se la domanda è lecita, come mai siete andato a cascare in quella Jungla maledetta?
Ci sono nato – rispose Tarzan con voce molto calma. – Mia madre era una grande scimmia, e quindi non poteva spiegarmi tante cose. Chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo”.
La saga di Tarzan avrebbe visto aggiungersi altri 27 libri a quel primo, durante i quali non solo il Signore della Jungla avrebbe avuto modo di reclamare e vedersi riconoscere il proprio titolo legittimo di Lord nonché ottenere la mano dell’amata Jane. Ma avrebbe fatto del suo ideatore uno degli autori più famosi e più ricchi della storia.
Quando morì, il 19 marzo 1950 a causa di un attacco di cuore (l’organo che bene o male aveva segnato il suo destino, dirottandolo dal Settimo Cavalleria alla penna più di 50 anni prima), le sue ceneri furono sparse sul suolo di una città che portava nientemeno che il nome della sua creatura più famosa, Tarzana, California, U.S.

Aveva fatto in tempo a trovarsi a Pearl Harbor il giorno dell’attacco giapponese, il 7 dicembre 1941. E come i suoi John Carter e John Clayton in arte Tarzan, non aveva esitato un istante ad arruolarsi – alla veneranda età di sessantasei anni – come corrispondente di guerra.

martedì 23 febbraio 2016

Le mille vite di Umberto Eco



Il tempo non è mai galantuomo. Prima o poi si porta via tutto quello che ha reso la nostra vita meritevole d’essere vissuta. Così, è arrivato il momento di scrivere l’ultima recensione del professor Umberto Eco.
Esattamente un anno fa avevo scritto la precedente, relativa alla sua settima prova d’autore. Numero Zero non aveva avuto forse il successo e la risonanza letteraria delle altre sue opere, soprattutto la prima, Il Nome della Rosa. Ma era stata in qualche modo un’opera conclusiva, paradigmatica. Il professor Eco aveva chiamato a raccolta il proprio talento narrativo e divulgativo per operare una sintesi della sua poetica, elaborata in oltre mezzo secolo di produzione sia saggistica che narrativa. Aveva abbandonato le favole letterarie, la letteratura della e sulla letteratura, “libri che parlano di altri libri” per usare una sua citazione, per approdare finalmente all’attualità, alla cronaca. Le vicende dell’Italia repubblicana fino a Mani Pulite avevano fatto da sfondo alla sua ultima (ma allora non lo sapevamo) Lectio Magistralis su comunicazione e informazione.
Non sapevamo che era l’ultima uscita in pubblico del professore di Alessandria. Umberto Eco aveva 84 anni, e da oltre 60 scriveva libri e ci spiegava come leggerli, i suoi e quelli di tutti gli altri. Con lui era giunta a sistema definitivo la “semiotica”, la scienza che studia i segni ed il modo in cui questi acquistano un significato. La base della comunicazione e della stessa letteratura.
Dagli esordi tomistici (diceva sempre che San Tommaso lo aveva “curato dalla fede”, rendendolo ateo o quantomeno agnostico) fino alla saggistica degli anni sessanta e settanta, il professore era diventato il principale studioso italiano e uno dei principali al mondo di quel fenomeno che conosciamo generalmente sotto il nome di “cultura”.
Diventato famoso per gli addetti ai lavori con il “Gruppo 63”, il raggruppamento di intellettuali che aveva intrapreso – a soli dieci anni dalla sua nascita – l’opera di svecchiamento di quello che era diventato il principale veicolo culturale, la televisione, era diventato conosciuto al grande pubblico con saggi epocali come Diario Minimo, Opera Aperta, Apocalittici e integrati.
Umberto Eco era un  intellettuale  caposcuola, che aveva aperto la porta della cultura italiana con la C maiuscola alla comprensione della sua versione nazional – popolare. Da cui fondamentalmente rifuggeva, per una sorta di snobismo connaturato a tutti gli intellettuali nostrani da che mondo è mondo, Italia è Italia, e cultura è cultura. Ma di cui riconosceva la necessità di essere studiata a fondo. Perché bene o male la nostra storia aveva conosciuto l’avvento della società di massa e lui della società, di ogni società, era studioso a partire dalla sua struttura di base, costituita dalle forme di comunicazione.
Mike Bongiorno e Edy Campagnoli
Il suo celebre saggio “Fenomenologia di Mike Bongiorno” aveva fatto piangere – dicono le cronache – lo stesso presentatore televisivo, che si era sentito a torto o a ragione trattato come fenomeno da baraccone e ridimensionato a livello di guitto del tubo catodico. In realtà, con quel saggio il professor Eco aveva preso due piccioni con una fava, cogliendo tra i primi l’essenza della nuova arte del ventesimo secolo, quella appunto “televisiva”, e la figura scenica, la dramatis personae di uno dei suoi interpreti principali e fondanti, il buon Mike che si apprestava ad accompagnare nelle loro serate domestiche ben due generazioni di italiani, quelle cresciute se non addirittura nate con il boom economico, sociale e culturale.
Eco era un genio apripista, non si fermava davanti a nulla, se lo riteneva meritevole della sua e della nostra attenzione. L’agente 007 era un fenomeno di massa, ed allora ecco il “Caso James Bond”. La padronanza dell’italiano era un problema notevole lasciato in eredità dall’alfabetizzatore maestro Alberto Manzi alle varie riforme scolastiche post-gentiliane, ed allora ecco “Come si fa una tesi di laurea”, che a partire dalla mia generazione è diventato un passaggio obbligato per tutti coloro di noi che ambivano a terminare gli studi scrivendo qualcosa di senso compiuto. L’Italia era un paese che scriveva male e leggeva anche peggio? Ecco Opera Aperta, e la sua definizione del “ruolo del lettore”. L’Italia era un paese che la televisione stava cambiando irrevocabilmente (e ancor più si apprestava a fare nei decenni successivi, dagli anni settanta in poi)? Ecco Apocalittici e Integrati.
Sean Connery, il primo 007 e futuro Guglielmo da Baskerville
Una vita spesa a definire cos’è letteratura e come fruirne. Per tutti, dal laureato all’agricoltore, dal dottore all’operaio. Eco disprezzava gli imbecilli (coloro ai quali internet – avrebbe detto in seguito – stava offrendo l’arma finale, quei fatali quindici minuti di visibilità e notorietà di cui stava parlando nello stesso periodo Andy Warhol) ma non gli ignoranti, ai quali bastava spiegare, per la prima volta, le cose con chiarezza. La differenza tra arte e ciarpame.
"Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito.. perché la lettura è un’immortalità all’indietro".
Di quella immortalità ad un certo punto il professor Eco si stancò di essere analista e osservatore, e desiderò diventarne parte. Ad un certo punto negli anni settanta gli fu chiesto di fare da curatore di una collana di gialli. Lui rispose che se mai avesse avuto a che fare con quel genere letterario lo avrebbe fatto da “autore”, ambientando la sua opera nel medioevo delle abbazie, dei grandi movimenti religiosi, dei monaci e delle eresie.
Sean Connery e Christian Slater
Dopo tanti libri letti e commentati, era arrivato il momento di scriverne uno suo proprio. Nacque così, quasi come divertissement, Il nome della Rosa. In esso, come un torrente in piena, si riversò tutta la erudizione del professore e tutta la sapiente commistione di generi di cui era capace. Guglielmo da Baskerville è uno Sherlock Holmes trasportato ai tempi della riforma cluniacense, della riscoperta della Poetica di Aristotele e dell’insorgere dell’Inquisizione. Baskerville è il nome della più celebre ambientazione dei romanzi di Arthur Conan Doyle, quello della caccia al Mastino. Il monaco a cui fa da assistente non il dottor Watson ma bensì il novizio Adso da Melk è un precursore del metodo induttivo-deduttivo, che sarà alla base della Scienza moderna una volta liberata dalle costrizioni della Fede.
Attraverso gli occhi del novizio, e secondo una tecnica collaudata fin dal feuilleton ottocentesco (si parte dal consueto, per noi, espediente del manoscritto ritrovato in circostanze eccezionali: dal baule contenente l’eredità alla bottiglia dispersa in mare), si dispiega per la prima volta il talento narrativo di Eco capace di alternare la suspence di un giallista di razza al genio figurativo del grande critico d’arte che ci guida in un viaggio visivo attraverso i monumenti e le scene di vita di un’epoca lontana, tragica e suggestiva, l’Età di Mezzo.
Alla fine, dell’abbazia divorata dalle fiamme scatenate dal monaco Jorge, custode dell’ortodossia cattolica, non rimane niente, così come delle nostre illusioni – questo sembra essere il messaggio dell’autore – di cogliere l’essenza delle cose attraverso la conoscenza, quando invece a malapena ne possediamo dei nomi che altro non sono che articolazioni del linguaggio di cui abbiamo perso il senso originario. Stat Rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, è questo il significato dei versi che chiudono la narrazione di Adso da Melk / Umberto Eco e danno il titolo al libro.
Il professore, in realtà, si divertiva a giocare, con filosofia, arte e letteratura in quanto complessi di simboli attraverso cui si affanna la cultura da sempre a cercare di dare un senso alla realtà. Non esiste quell’assoluto a cui tendeva l’uomo medieoevale, ma esistono tutta una serie di rappresentazioni della realtà stessa diverse tra loro e numerose e varie quanto gli esseri umani. Il cosiddetto relativismo di una cultura sempre più aperta, liberata dalle costrizioni di ogni genere.
Nessuno dei suoi libri successivi riuscì a bissare il successo del Nome della Rosa, che era stato probabilmente il prodotto di uno stato di grazia irripetibile. Ma tutti i romanzi successivi di Umberto Eco ripetono lo stesso schema: è una “mimesis biou”, una rappresentazione della vita, della realtà, secondo la percezione di un dato momento storico e secondo la deformazione naturale e/o interessata che gli uomini ne compiono. Tutti i suoi libri successivi vertono in sostanza su questo argomento. "Quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che non credono più a niente. Cominciano a credere ad ogni cosa".
Il Pendolo di Foucalut gioca – ma si tratta di un gioco serissimo e documentatissimo – con la leggenda nera dei Templari e tutte le leggende di vario segno e colore che sono sorte a proposito di Cabale, organizzazioni segrete che attraversano la storia dell’uomo e complotti vari. Erano gli anni del resto in cui uscivano libri come Il santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh, che scatenò per primo la caccia al mistero, all’esoterico, alla discendenza del divino tra noi. Il libro comincia e finisce al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, dove viene conservato l’originale pendolo ideato dal fisico Leòn Foucault per misurare la rotazione della Terra. Dan Brown farà iniziare più tardi il suo Codice Da Vinci nei saloni del Louvre, ma si prenderà molto più sul serio di quanto Umberto Eco mostri di voler fare, pur trattando temi serissimi o almeno vissuti come tali da una porzione sempre crescente di umanità.
L’isola del giorno prima è un altro esperimento. Riportare in prosa del ventesimo secolo la narrazione dei grandi resoconti di viaggio e dei romanzi d’avventura del Sei-Settecento a partire da Daniel De Foe. L’idea della nave che naufraga nell’Oceano Pacifico a cavallo del punto fisso, l’Antimeridiano di Greenvich, è affascinante. Alzi la mano chi non è preda della suggestione ogni notte di Capodanno al pensiero che mentre da noi scocca la mezzanotte al largo delle coste australiane essa è già passata da dodici ore, e gli indigeni di quei luoghi vivono già il nuovo anno. La Daphne, il relitto su cui si muove il protagonista, giace per metà nel giorno prima e per metà in quello successivo. Da lì parte un excursus di Eco attraverso tutta la filosofia e la proto-scienza entro cui si dibatteva la mente dell’uomo appena liberata dall’aristotelismo e dalla concezione del mondo tolemaica.
Con Baudolino si ritorna nel Medioevo. Non quello delle abbazie ma quello di Federico Barbarossa, della lotta tra Papato e Impero (sullo sfondo della quale Eco accenna anche alla fondazione della sua città natale, Alessandria), del richiamo dell’Oriente scatenato dalle Crociate. Il favoloso regno del Prete Gianni nell’immaginario medioevale racchiudeva in sé tutto ciò che esisteva ad est e su cui fino alla riconquista del Santo Sepolcro l’uomo europeo aveva potuto solo cercare di fantasticare. La tecnica di cominciare il manoscritto in volgare medioevale e poi di proseguirlo in italiano moderno contiene suggestioni manzoniane.
La misteriosa fiamma della Regina Loana nasce come pretesto per un ritorno all’infanzia. Quella dei coetanei dello stesso Eco che da ragazzini leggevano i primi fumetti su carta stampata, da Cino e Franco (il titolo del libro è quello di una loro avventura) a Flash Gordon a Mandrake. Il tema del rapporto tra età infantile ed età adulta viene sviluppato attraverso una cavalcata negli archetipi della letteratura avventurosa a fumetti, nonché spunti e citazioni di Jack London, Henry Rider Haggard e addirittura di Socrate. Il protagonista perde la memoria, poi la ritrova. Ma, "nello stesso istante in cui seppe, cessò di sapere". Si cresce, si acquistano cose preziose, se ne perdono altre ancora più preziose.
Il Cimitero di Praga gioca con la storia dell’Ottocento, ma soprattutto con le sue leggende nere. Dai retroscena del Risorgimento italiano alla letteratura (in gran parte ovviamente inventata) a proposito del complotto ebraico per dominare il mondo, si corre nel tempo a fianco di Giuseppe Garibaldi, Alexandre Dumas, Eugene Sue, Victor Hugo, la Cabala e la leggenda del Golem (nata appunto a Praga nel XVI secolo) fino ai Protocolli dei Savi di Sion. Alla fine il libro sembra terminare suggerendoci un interrogativo: siamo sicuri che la nostra storia sia proprio andata come ce l’hanno raccontata i testi ufficiali?
La stessa domanda che ci poniamo al termine di Numero Zero, ma qui l’ambientazione è collocata ai giorni nostri e la tesi ancora più suggestiva proprio perché investe e stravolge la nostra stessa vita. E se Mussolini non fosse morto a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945 e scampato all’esecuzione da parte dei partigiani fosse riuscito a mettersi in salvo? E dal suo rifugio avesse orchestrato tutte le trame nere (e le controtrame di altro colore) del dopoguerra?
Tesi e antitesi. Domande che non hanno e forse non possono avere risposta. Ma non era la risposta ad interessare il professor Umberto Eco, quanto la stessa domanda. Il fatto stesso di porsela, magari tra il serio ed il faceto. La realtà e la sua rappresentazione possono mai coincidere? Se così fosse avrebbe ragione di esistere una semiotica, una scienza dei simboli e dei significati?
Esista o meno quel mondo superiore, quella vita dopo la vita a cui Umberto Eco aveva smesso di credere per colpa di San Tommaso, c’è da pensare che adesso il professore ne sappia – se possibile – molto di più. A noi restano i suoi libri, e tutte le vite che ci ha regalato solo per il fatto di averli letti.

Mario Vargas Llosa, Umberto Eco, Salman Rushdie