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lunedì 11 luglio 2016

Cahiers de Paris: Sugli Champs Elyseés con le note del Fado



Estadio da Luz di Lisbona, 4 luglio 2004. L’ultima foto, quella che rimane più impressa non è quella dei greci che fanno festa, ma quella di un ragazzo vestito di rosso e verde, seduto – o per meglio dire – accasciato sull’erba del campo di gioco, che piange disperato con la testa tra le mani.
Si chiama Cristiano Ronaldo, è una giovane promessa del calcio europeo e mondiale. L’ultimo arrivato in una squadra piena zeppa di talenti, che ha appena visto sfumare il sogno di alzare quella coppa per vincere la quale sembrava in quel momento la più forte.
L'intervento killer di Dimitri Payet su Cristiano Ronaldo
Estade de France, Saint Denis, Parigi, 10 luglio 2016. Piange ancora quel ragazzo nel frattempo diventato uomo e acclamato miglior giocatore del mondo. Ma stavolta di rabbia e di dolore. Il killer Dimitri Payet è entrato sul suo ginocchio a far male. A stroncare. Lui ha provato a restare in campo stringendo i denti, con una gamba sola, in quella partita che attende da tutta una vita e che vale più di tutto ciò che ha vinto finora. Ma non ce la fa, e deve lasciare il posto a Quaresma.
Luglio sembra il mese maledetto per l’uomo che ormai tutto il mondo conosce come CR7, e per il suo Portogallo che ha scritto spesso la storia del calcio ma mai fino in fondo. I Lusitani non hanno mai avuto la gioia di alzare un trofeo, né con il grande Eusebio, né con Figo e Rui Costa, né con lui. Tre generazioni di fenomeni intristite come nemmeno le sublimi melodie del Fado riescono a fare.
Ci sono storie sportive a lieto fine. A volte gli dei si commuovono, dopo tanta sofferenza. L’Italia non batteva la Spagna da 22 anni. La Germania non batteva l’Italia dal 9 d.C. (autogol di Varo), la Francia non batteva la Germania dal 1958, dai tempi di Just Fontaine e Raymond Kopa, la Repubblica Francese era ancora la Quarta. Entrando a Saint Denis, la numerosissima colonia portoghese coltivava speranze di colmare l’ultima lacuna, i rossoverdi non battono i bleus da ventidue incontri, nel 2000 e nel 2006 furono eliminati in semifinale da altrettanti rigori trasformati da Zinedine Zidane, e la squadra migliore in entrambi i casi era la loro.
Stavolta non c’è un migliore. Non di sicuro la Francia, che ha riscosso simpatie contro la Germania (bella forza) e che può spendere sempre l’immenso capitale emotivo rappresentato da quella Marsigliese che prima dell’inizio di un match ci fa sempre sentire tutti un po’ francesi. Ma la pessima organizzazione di questo Euro 2016 e la chiarissima intenzione manifestata fin da subito di voler sfruttare il fattore campo al di là dei propri (pochissimi) meriti, hanno alienato tutte queste simpatie.
L’Europa si scopre a tifare Portogallo. Questa nazione ai suoi confini, abitata da uno dei popoli più passionali del pianeta, pare fatta apposta per riscuotere simili consensi, sempre e comunque. C’è un credito storico poi da risarcire. Stavolta la Grecia è il Portogallo. E quando alla fine segna Eder, tutta l’Europa, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, salta sul divano e baila la portuguesa.
Sono tanti i portoghesi qui a Parigi. E’ la seconda città per numero di abitanti lusitani dopo Lisbona. Cominciarono ad arrivare nella capitale francese ai tempi della dittatura di Salazar, e vi si riversarono in massa quando questa finì, il 25 aprile 1974, la rivoluzione dei garofani. Chiunque vinca questa finale, sugli Champs Elysées stanotte sarà gran festa.
Il quoziente simpatia dei francesi scende a zero subito dopo il fischio d’inizio, allorché appare evidente che le direttive di Didier Deschamps sono state quelle del vecchio o palla o gamba, con la variante – rispetto ai nostri maestri catenacciari che tutto sommato erano persone dotate di maggior bonomia – del meglio se gamba.
Cristiano Ronaldo esce in barella
Le gambe di Cristiano Ronaldo resistono una prima volta ad un intervento da brividi. L’arbitro inglese Mark Clattenburg – quello di Italia – Belgio e della recente finale di Champion’s League vinta dal Real sull’Atletico Madrid – arbitra appunto all’inglese, ma un po’ troppo. Quando comincia ad estrarre i cartellini gialli, e comunque per ammonire i portoghesi, CR7 è già fuori da un po’. Esce in barella tra la costernazione non soltanto lusitana, dopo che Payet gli entra a freddo su una rotula. Cristiano non fa in tempo a cadere che dall’altra parte Evra completa l’opera assestandogli un mezzo colpo di grazia.
Sembra di assistere ad una replica del film Quella sporca ultima meta. L’impassibile Clattenburg si limita a prendere nota del tempo occorso a soccorrere il fuoriclasse portoghese, segnalando che quel tempo sarà recuperato. A metà della prima frazione, Ronaldo si toglie la fascia di capitano sbattendola a terra con rabbia, e acconsente ad uscire dalla sua finale.
Senza più colui che è sembrato francamente l’unico giocatore di calcio all’altezza del tempo che fu, se non addirittura degno di questo nome in assoluto, ci si dispone a seguire una partitaccia di rollerball che più che una finale sembra un certificato di decesso per il gioco più bello del mondo.
Al di là del clima casalingo che pare aleggiare attorno a questa Francia, va fatto un discorso sulla qualità degli atleti in campo. I muscolari giocatori di colore che i transalpini schierano ormai in stragrande maggioranza (potendoli annoverare tra i propri cittadini) sembrano francamente più adatti ad una esibizione di football americano che ad un gioco che faceva dell’eleganza una delle sue caratteristiche principali ed essenziali. E per di più sono anche pericolosi negli atteggiamenti e nella gestualità, parimenti irruenti. Se per qualcuno questo è un discorso razzista, la pace sia con lui. Il calcio con interpreti come questi Umtiti, Matuidi, Sagna e compagnia bella, se non è morto ha poco a morire.
Oddio, anche il bianco Griezmann non è che si danni l’anima per nobilitare la propria partecipazione a questo campionato. Si aggira per il campo con lo sguardo di uno di quei ragazzotti troppo cresciuti che nelle parrocchie di una volta venivano aggregati ai più piccoli per una questione di quoziente d’intelligenza, e che risultavano anche tra loro sgraziatamente fuori posto. Di Pogba meglio non parlare. Se c’è qualcuno disposto a pagare 120 milioni di euro, la Juventus fa bene a portarglielo subito.
Insomma, il piccolo Portogallo cresce nella simpatia degli spettatori insieme al proprio coraggio. L’infortunio del suo uomo migliore lo ricompatta. Stasera la Linea Maginot la tirano su i portoghesi, ed è una linea che non si passa. Quando qualcuno dei bleus sporadicamente trova il varco per tirare, ci pensa un superlativo Rui Patricio a mantenere intatta la propria porta.
Eder lascia partire il tiro decisivo al 109° minuto
Nella ripresa, quella convinzione di sé che cresce nei rossoverdi viene a mancare progressivamente nei francesi. Le cui giocate a testa bassa focalizzate soprattutto su un Sissoko ad Alta Velocità vanno ad infrangersi sistematicamente sulla Maginot lusitana. Deschamps toglie Payet, che a parte tentare di assassinare CR7 non ha fatto nient’altro. Coman che entra al suo posto peraltro fa poco di più. Dall’altra parte, il cambio giusto lo indovina Fernando Santos, che toglie un evanescente Sanches per Eder. Che peraltro non è parente del nostro.
Ai supplementari, succedono diverse cose. Il Portogallo è diventato un commando che entra nella metà campo francese con piglio sempre più minaccioso e dà la sensazione di poter diventare letale. La Francia non sa più che pesci pigliare e dà la sensazione di avere in campo ormai soltanto scarti buoni per il cacciucco. Sulla panchina portoghese intanto, ha luogo un curioso avvicendamento. CR7 ha smesso di piangere per il dolore, si è alzato in piedi e si è messo a camminare su e giù per l’area tecnica con la sua vistosa fasciatura. Man mano che i minuti passano, i suoi compagni di squadra è a lui che prendono a fare riferimento piuttosto che al tecnico Santos. Anche fuori gara e menomato, Cristiano conferma il suo carisma di leader.
La gioia di Eder e di Cristiano Ronaldo
Quando al ‘108 Guerrero va a calciare una punizione dal limite per fallo di mano di Koscielny (che pare più un fallo di Eder, ma la sorte confonde giustamente le idee al pessimo Clattenburg), è Ronaldo a dirgli come e dove calciarla, e per poco il piccolo Guerrero non sorprende Lloris.
Quando un minuto dopo Eder lascia partire il tiro della sua vita e fulmina la Francia, è lui più che Santos a richiamare subito i compagni a porre termine ai festeggiamenti e a disporsi alle barricate degli ultimi dieci drammatici minuti.
Quando al ‘116 Guerrero resta a terra dopo un salvataggio alla disperata, è ancora lui a rimetterlo in piedi e a rispedirlo in campo a stringere quei denti che lui non può più stringere per gli ultimi tre minuti più due di recupero. Quando finalmente Clattenburg fischia la sospirata fine, è lui a partire a corsa alla testa dei compagni per andare ad abbracciare quelli sul campo.
la gioia portoghese al fischio finale
E’ lui, giustamente, ad alzare nella notte di Parigi quella Coppa Delaunay che sognava da quell’altra notte di Lisbona, quando l’aveva vista andare via in mani greche e si era accasciato disperato sull’erba. E’ lui che probabilmente vince definitivamente il confronto a distanza con Leo Messi per il titolo di miglior giocatore del mondo. Di sicuro si guadagna il rispetto del mondo per quel gesto compiuto alla vigilia di invitare la moglie di Stefano Borgonovo, Chantal, ad assistere alla finale promettendole inoltre il sostegno alla sua Fondazione contro la Sla. Un gran giocatore ed un grand’uomo, a cui questa notte arriva meritatamente quella che lui stesso definisce la più grande soddisfazione della sua vita.
Chissà come sorride Eusebio da Silva Ferreira lassù su quella nuvola da cui ha assistito al trionfo dei suoi nipotini. Sorridono in tribuna Manuel Rui Costa e Luis Figo, che c’erano a Rotterdam ed a Lisbona nei precedenti assalti a questa coppa che finora era stata per loro maledetta.
Sorridiamo tutti, perché nella notte di Parigi che lentamente si stende su tutto il continente europeo ci scopriamo tutti portoghesi.
Diceva Amalia Rodrigues: "Non sono io che canto il fado, è il fado che canta in me".

CR7 alza la Coppa Henri Delaunay

mercoledì 6 luglio 2016

Cahiers de Paris: Il sogno dei Celti



“Possiamo essere come la Grecia e la Danimarca”. Gareth Bale, attaccante fuoriclasse del Galles e del Real Madrid, ha visto l’opportunità storica per sé e per il suo paese e come tutti i fuoriclasse veri vuole coglierla. I precedenti ci sono.
Gareth Bale
Nel 1992 il campionato d’Europa fu oggetto di una scorreria vichinga in piena regola. La Danimarca non doveva nemmeno partecipare, fu ripescata per il venir meno della Jugoslavia. Arrivò in finale con un ritmo travolgente e vinse strapazzando la Germania campione del mondo in carica. Corsi e ricorsi?
Dodici anni dopo, nel 2004 il miglior Portogallo di sempre giocava in casa la propria chance storica. Ma sulla sua strada trovò un pugno di Argonauti greci, che lo batterono sia nel match di apertura che in quello di chiusura del torneo.
Stasera il Galles vorrebbe ripetere l’impresa dei Vichinghi e degli Argonauti. Sulla sua strada ha proprio quel Portogallo che con la storia si sente in credito da dodici anni a questa parte, o forse addirittura dai tempi di Eusebio. Poi, se le cose andassero bene, in finale troverebbe la Francia padrona di casa o la Germania campione del mondo.
Corsi, ricorsi, coincidenze e cabale sono dati che hanno senso soltanto dopo. Prima, servono per ingannare il tempo e divertirsi al gioco dei pronostici, forse addirittura più affascinante delle partite stesse, che in questo come in altri tornei spesso riservano – tecnicamente parlando – delle cocenti delusioni.
E però…. È singolare che stasera la prima semifinale di Euro 2016 si giochi tra due squadre che aspirano a far saltare di nuovo il banco delle scommesse, a distanza di dodici anni, e dotate tra l’altro di prim’attori che parimenti aspirano a lasciare un segno di sé nell’albo d’oro del calcio. I palloni d’oro vanno e vengono, le coppe restano.
Cristiano Ronaldo
Di Gareth Bale abbiamo detto. Dall’altra parte della tenzone c’è Cristiano Ronaldo, uno dei migliori giocatori del mondo da quando si affacciò alla ribalta. Qualcuno dice - soprattutto alla luce della congiuntura difficile del suo rivale Leo Messi -, il migliore in assoluto.
Dopo il sogno dei Vichinghi e quello degli Argonauti, vedremo avverarsi dunque quello dei Celti? Perché una cosa è sicura. Stasera i Celti vanno comunque in finale e toccherà a loro rinnovare l’antica sfida alle preponderanti tribù germaniche di Frankia e Alemagna.
Galles e Portogallo condividono una singolare connotazione etnica e un analogo destino storico. Le popolazioni romano – celtiche che li abitavano, rispettivamente i Britanni e i Lusitani (o Celtiberi), si videro costrette al momento del crollo dell’Impero a ritirarsi sulle impervie montagne che fino a quel momento avevano lasciato disabitate per sfuggire all’invasione rispettivamente dei Sassoni e dei Visigoti, contro cui le dissolte legioni imperiali non offrivano più protezione.
Nei secoli bui, i monti circostanti Yr Widdfa (l’odierna Snowdon) e della Sierra da Estrela costituirono un riparo provvidenziale per i celti di Britannia e Lusitania, salvando la loro identità e la loro stessa esistenza dalle maree anglosassoni e danesi in un caso, e da quelle gotiche e moresche nell’altro. I Sassoni e i Vichinghi non amavano le montagne, preferendo stabilire i loro insediamenti nei pressi di quel mare da cui avevano sempre dipeso per la sopravvivenza.
Allo stesso modo, i Mori che si riversarono in Europa sotto le insegne di Tariq el Tuerto (attraverso quel Monte di Tariq o Geb El Tariq che sarebbe diventato Gibilterra) trovarono un inatteso stop a Roncisvalle, dove i Franchi di Carlo Martello misero fine per sempre alla spinta propulsiva della cavalcata islamica successiva alla morte del Profeta, che li aveva portati in poco tempo dalla penisola araba a quella iberica. Per questo, anche gli Arabi trovarono di difficile digestione quelle montagne della Lusitania, e il Portogallo (dal nome latino Portus Cale, l’odierna Oporto) fu il primo paese a riconquistare pienamente l’indipendenza tra quanti l’avevano persa sotto la scimitarra islamica.
In questo torneo Euro 2016, lo scherzo del destino mette di fronte gli ultimi Celti a delle tribù germaniche a cui si mescolano residui di tutte le etnie, dai Mori agli Africani ai Sassoni ai Vichinghi. La Francia è un frullato di sangue misto da decenni, la Germania lo è diventata dopo il 2006, con l’apertura della Mannschaft agli immigrati.
Keira Knightley, la regina dei Celti nel film King Arthur
In questo torneo Euro 2016, lo scherzo di un comitato organizzatore in vena di pazziate ha messo in scena da un lato un derby celtico, dall’altro uno scontro tra orde barbariche di ceppo germanico che con il tempo sono state ingrossate nelle fila e irrobustite dal sangue di tante altre etnie sottomesse o assorbite.
L’unica razza ariana rimasta è probabilmente proprio quella celtica, per uno scherzo del destino che la risarcisce del tremendo pericolo corso a partire dal V° secolo, quando rischiò di essere travolta ed estinta da altre razze che, nella loro espressione più pura, non esistono più.
Estintosi il sogno del popolo di Iceland, la Terra dei Ghiacci, che al rientro della propria squadra a Reykjavik le ha comunque tributato la più suggestiva e commovente cerimonia di bentornato vista da tanto tempo a questa parte, siamo tutti appesi a questo sogno dei Celti che Gareth Bale e Cristiano Ronaldo stanno coltivando. Sono passati altri dodici anni. Chissà.


lunedì 4 luglio 2016

DIARIO AZZURRO: Italia non aver paura di tirare il calcio di rigore

Come cambiano i tempi. Nel 1970 un secondo posto mondiale dietro al Brasile di Pelé e dopo un 4-3 alla Germania Ovest che ancora fa tendenza fu festeggiato da un bel lancio di pomodori dai tifosi che aspettavano la Nazionale all’aeroporto. Oggi, anno domini 2016, un quarto di finale non superato per un soffio sempre con la Germania (non più Ovest e che fa molta meno tendenza di allora) e pregiudicato in ultima analisi dalle sciocchezze di un paio di ragazzotti che forse invece che in Nazionale agli Europei si sentivano sulla spiaggia di Milano Marittima a giocarsi il favore di qualche tedeschina, è stato accolto con applausi. Sentiti applausi. Tanto sentiti che il commissario tecnico – anzi, ormai ex commissario tecnico – Antonio Conte si è detto pentito della scelta fatta un paio di mesi fa in favore del Chelsea.
Facce da rigore: Leonardo Bonucci 2016
Tornerà, prima o poi, Antonio su questa panchina azzurra. Lui che ha rimesso in sella – e nel cuore dei tifosi – una Nazionale che dopo i mondiali brasiliani sembrava ridotta a un qualcosa di vintage. Come quei grammofoni e quei mangiadischi che teniamo in soffitta perché sono un caro ricordo del passato e buttarli via del tutto ci pare un peccato.
Nel frattempo, a Giampiero Ventura lascia in eredità temporanea un’Italia che ha ritrovato il suo legame con il proprio passato. Quello che le ha fatto cucire sulla maglia azzurra quelle quattro stelle. Quello che ti pesa sulle spalle quando scendi in campo e gli avversari ti pressano da tutte le parti, le gambe non ti reggono più, la milza ti esplode, eppure al ‘120 se ti capita la palla ti fai ancora 80 metri di campo per rifare quel giochino che riuscì a Domenghini e Rivera, a Bruno Conti e Altobelli, a Cannavaro, Gilardino e Del Piero, a Montolivo e Balotelli. E che prima o poi riuscirà a qualche altro ragazzo azzurro. Perché il calcio italiano non poteva essere diventato quello degli ultimi quattro anni.
Quel passato che ti manda sul dischetto del calcio di rigore a denti stretti a fare il tuo dovere anche se dentro ti senti morire, con sessanta milioni di occhi addosso. E la televisione inquadra impietosa i tuoi, di occhi, cercandovi un segno di forza o di debolezza. Gli occhi di Francesco Totti al ’90 di Italia-Australia. Gli occhi di Fabio Grosso al quinto rigore per il titolo mondiale. Gli occhi di Leonardo Bonucci per pareggiare Ozil e negare una volta di più alla Germania la soddisfazione di una vittoria chiara e netta. Gli occhi di Roberto Baggio, che sa di avere una gamba sola, a Pasadena, eppure va lo stesso. A compiere il suo e il nostro destino.
Se su qualcosa dovrà migliorare, il CT Ventura, sono proprio questi benedetti rigori. Avessero imparato a calciarli, i nostri azzurri, avremmo molte più stelle su quella benedetta maglietta, sopra lo scudetto tricolore. Tutto evidentemente non si può avere. I nostri buttano l’anima in campo, se il condottiero sa motivarli, come Bearzot, come Lippi, come Conte. Poi, sul dischetto, spesso vedono le streghe. O i propri limiti.
Roberto Baggio 1994
Questi stramaledetti calci di rigore, che invece i tedeschi tirano sempre benissimo (o quasi) cominciarono a risolvere le partite internazionali nel 1976. Proprio ai tedeschi toccò l’onore e l’onere di inaugurare la prassi, nella finale dell’Europeo jugoslavo contro la Cecoslovacchia. Sbagliò Uli Hoeness, uno dei migliori (quello che due anni fa è finito in galera per frode fiscale al Bayern Monaco). La Germania Ovest lasciò il titolo alla Cecoslovacchia. Da allora, ha sbagliato ancora bilanci e gestioni, con o senza Hoeness, ma rigori decisivi non ne ha sbagliati più.
Per l’Italia, il discorso cominciò subito dopo, e fu ben diverso. Nel 1980, all’Europeo casalingo, la Nazionale azzurra post-calcioscommesse mancò la finale di Roma e finì a giocare quella per il terzo posto contro la Cecoslovacchia campione in carica. Dopo l’1-1 stentato dei tempi regolamentari, finì 9-8 per i Cechi ai rigori, dopo l’errore decisivo di Fulvio Collovati, uno dei pilastri di quella squadra destinata due anni dopo a laurearsi campione del mondo.
Italia 80 fu un’anticipazione di Italia 90, in tutti i sensi. Nella delusione finale, con tanto di Germania Ovest in festa sul prato dell’Olimpico di Roma in entrambi i casi, e nelle modalità, maturate ai calci di rigore. La Nemesi azzurra nel 1990 si materializzò al San Paolo di Napoli contro una pessima Argentina che Diego Maradona trascinò fino alla resistenza al gol di Schillaci e poi fino ai penalties fatali per la Banda Vicini. Sbagliarono Donadoni e Serena, due che in campionato non sbagliavano mai. Vicini fu accusato di aver tenuto fuori Roberto Baggio.
Quattro anni dopo, negli USA, Baggio c’era, e portò la Banda Sacchi in finale di peso, malgrado il mister di Fusignano avesse commesso ben più errori di quello di Cesena. In finale, contro un Brasile più o meno ai livelli dell’Argentina di Napoli, gli azzurri avevano testa e gambe stanche. Baggio aveva una gamba sola, e purtroppo non era quella che serviva per calciare il rigore. Prima di lui avevano sbagliato due colonne, Franco Baresi e Daniele Massaro. Il suo quinto rigore serviva per non morire anzitempo. Invece fu la fine.
Altri quattro anni passati, dopo il rigore sbagliato da Gianfranco Zola che ci costò l’Europeo inglese del 1996, a Parigi ancora Baggio tenne in vita l’Italia malgrado il mister Cesare Maldini in lui ci credesse poco, preferendogli Zola e Del Piero. Ma la fortuna non gli arrise, come non gli aveva arriso in passato. Il suo quasi golden gol (un’altra diavoleria della FIFA che al pari dei rigori ci sarebbe costata lacrime e sangue) uscì d’un soffio, gelando il sangue ai francesi. Il suo rigore, il primo della serie come se quattro anni non fossero passati, quella volta entrò. Toccò a Gigi Di Biagio sbagliare l’ultimo, quando l’Italia era ancora in parità nel conto totale e la Francia cominciava a vedere qualche strega.
Francesco Totti 2000
Rotterdam, anno di grazia 2000. I cucchiai si fanno e basta, se si è in grado. Non si promettono, caro Pellé. Due volte ci è andata a finire bene alla lotteria dei penalties. In semifinale a Euro Belgiolanda contro i tulipani che ci avevano fatto vedere i sorci verdi ma che di rigori quel giorno ne sbagliarono ben cinque, due nel tempo regolamentare e tre in conclusione. Francesco Totti segnò quel giorno uno dei due per cui la patria gli sarà per sempre eternamente grata. Quello del cucchiaio. In finale, ci si mise il golden gol di Trezeguet a fare quello che solitamente ci facevano i tiri dal dischetto: il danno oltre alla beffa.
Due anni dopo ancora golden gol, quello di Ahn coadiuvato dall’arbitro Moreno, in Corea del Sud. Due anni ancora, quella volta in Portogallo fu biscotto, quello di Ibrahimovic e Poulsen. Totti fece centro anche quella volta, ma sul viso del danese.
Per ritrovare l’Italia ai calci di rigore, bisognò arrivare alla finale di Berlino nel 2006. Quel giorno, Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero e Grosso non tremarono. Era l’anno nostro. Trezeguet ci restituì il golden gol di Rotterdam sotto forma di rigore sbagliato, l’unico francese, che ci bastò. Zidane aveva già fatto il suo incornando Materazzi e finendo sotto la famosa doccia anzitempo.
Francesco Totti 2006
Nel 2008, chiusa parentesi positiva. Italia che tenne testa alla Spagna che studiava da campionessa, ma che ai rigori soccombette e proprio con un eroe di Berlino, De Rossi, nonché con uno che in campionato non sbagliava mai, Totò Di Natale.
Poi, un paio di eliminazioni al primo turno ai mondiali, in Sudafrica e Brasile, ed un Europeo egregio ma logorante in Ucraina – Polonia. La Spagna ce ne fece quattro, ma nei tempi regolamentari. In finale gli azzurri non ne avevano più.
Ieri l’altro, ancora la Nemesi. Tedeschi in bambola, che di rigori ne sbagliano tre, con Mueller, Ozil e Schweinsteiger. I migliori dei loro. Quando ricapiterà? Ma la buona sorte ci volta le spalle non appena vede la pantomima di Zaza, indegna perfino di un cortile di galline ed anitre, e soprattutto il gestaccio di Pellé a Neuer. Quando fai una cosa brutta e gratuita come quella, se c’è un po’ di giustizia perdi. E infatti.

Graziano Pellé 2016
Palla al centro. Avanti la prossima. Con una raccomandazione a mister Ventura. Sui rigori, lavoriamoci un po’, fermiamoci qualche minuto in più la sera, alla fine degli allenamenti. Se avessimo imparato a tirarli per tempo, chissà quante stelle avremmo sulla maglia. Altro che le quattro che ci tengono appaiati alla Germania. Una raccomandazione anche all’ex mister Conte. La Nazionale dà un senso ad una carriera. Più del Chelsea. Ma siamo certi che lui questo lo sa. E prima o poi quel senso vorrà tornare a darlo.

domenica 3 luglio 2016

DIARIO AZZURRO: #ITALEXIT

FIRENZE - Finisce come quattro anni fa, con le lacrime in diretta di uno degli uomini di maggior classe della nostra Nazionale. A Kiev fu Andrea Pirlo (che purtroppo anche in questi giorni piange, ma per motivi ben più gravi e senza possibilità di consolazione, condoglianze vivissime), a Bordeaux sono Buffon e Barzagli. Impeccabili peraltro come campioni e condottieri d’altri tempi, fino al momento di ritrovarsi da soli con se stessi negli spogliatoi dello Stade Nouveaux al termine di questo incredibile Italia-Germania. Se si puo’ mai usare l’aggettivo incredibile per una partita che si chiama Italia-Germania.
Piangono gli azzurri, ce l’avevano quasi fatta anche stavolta. Mai come stavolta il pronostico era stato a favore dei tedeschi, campioni del mondo. Germania al massimo storico (o uno dei massimi, ne abbiamo viste francamente di migliori), Italia al minimo. Stringe i denti Antonio Conte, che aveva fatto di un gruppo di operai innestati sulla storica gloriosa difesa juventina una compagine che a tratti è sembrata uno squadrone. Eravamo arrivati lì, ad un passo dalla seconda grande impresa consecutiva, con il matchball in mano, il rigore decisivo purtroppo affidato a chi non ne aveva più, soprattutto emotivamente.
Prima o poi dovevano avere la meglio loro. I bianchi, l’unica squadra al mondo che ha quattro stelle sul petto come la nostra, non ci avevano mai battuto in partite ufficiali da che esiste il calcio. Ha sempre sparso lacrime a fiumi la Germania dopo averci incontrato, da quell’Azteca dove è esposta ancora la targa del partido del siglo a quella Varsavia dove come oggi i panzer si erano presentati ultra-pronosticati, ed era bastato un Balotelli finalmente in pace con se stesso per rimetterli a giacere nel loro letto di dolore.
Prima o poi dovevano spuntarla, come noi prima o poi dovevamo tornare a battere la Spagna. Stavolta Eupalla, la dea che sovrintende alle cose del pallone come raccontava il grande Gianni Brera, si era quasi impietosita delle loro sofferenze e mossa a compassione aveva compresso il genio italico al minimo storico, appunto, per consentire loro di schiacciarci nella nostra metà campo in cerca del gol che spezzasse la serie e per loro anche il lunghissimo incubo.
Vanno in semifinale i tedeschi, ma non potranno dire di averci battuti neanche stavolta, nossignore. Al ‘120, la partita finisce sull’1-1. Se andiamo a vedere, nonostante un possesso palla del 47% contro il loro 53%, le occasioni più pericolose le abbiamo avute noi piuttosto che loro. E Conte può lasciare la panchina azzurra con l’orgoglio di chi ha forse fatto risorgere da premature ceneri il calcio italiano in questo scorcio di ventunesimo secolo. Un’impresa pari a quella compiuta nel secolo precedente dal grande Fulvio Bernardini, dopo Stoccarda 1974.
Come a Kiev, il generale Conte si presenta alla battaglia decisiva privo di alcuni dei suoi uomini migliori. A differenza del generale Prandelli quattro anni fa, se lo aspetta, e ha preparato la contromisura di una gabbia che riporterà sul pianeta terra i campioni tedeschi. Oltre a Verratti, Marchisio e Montolivo, la sera di Italia–Germania gli mancano De Rossi e Candreva. Togliete alla Germania Hummels, Mueller, Kroos, Schweinsteiger e Draxler, per dirne alcuni, e vediamo che partita si gioca.
Ma Conte non batte ciglio, non l’ha mai fatto e non comincia stasera. Dalla cintola in giù l’Italia che mette in campo è la Juventus che aveva quasi messo in ginocchio il Bayern Monaco un paio di mesi fa (altro che amichevole di Monaco, unico successo tedesco in assoluto nel secolo in corso). Più un De Sciglio che forse a questo Europeo ha scoperto di avere una dimensione da fuoriclasse. Il soldatino Sturaro fa il De Rossi come meglio gli riesce, e alla fine non sarà poco. Poi ci sono Parolo e Florenzi, le due metà der core de Roma che oggi sono il cuore dell’Italia, in mezzo ad un centrocampo tedesco che fisicamente li sovrasta ma non riesce ad umiliarli. Davanti, le nostre armi sono Giaccherini, Eder e Pellé. Due piccoletti e l’unico nostro marcantonio da opporre a quelli bianchi. Gli azzurri giocano con il lutto al braccio per la strage di Dacca, un velo pesantissimo di tristezza su questa serata di festa e di sport contro il quale purtroppo non c’è, al momento, contromisura possibile.
Loew non si fida dei pronostici. Da quando è nato, nel suo paese si piange e ci si dispera quando si trova l’Italia. Propone una squadra meno offensiva lasciando fuori Draxler. L’Italia val bene un terzino in più, pazienza se è Hector.
I conti tornano, da ambo le parti, nel primo tempo. Germania che prende la palla e la porta a sbattere sistematicamente contro il muro italiano. A loro va bene così, a noi anche. A maggior ragione perché l’unica, clamorosa occasione da gol è nostra, se la mangia al ‘44 Sturaro. La Germania che rientra negli spogliatoi poco dopo non è affatto convinta che gli Dei oggi siano dalla sua parte.
Per fare il gioco del primo tempo l’Italia ha bisogno però di concentrazione e condizione. La prima non le farà mai difetto, la seconda comincia a venir meno proprio ad inizio ripresa. L’arbitro ungherese Kassai non arbitra malaccio, ma ha la tendenza a lasciar correre il gioco duro dei tedeschi, mentre sanziona spesso e volentieri le reazioni italiane. Gli azzurri verso il ’50 sembrano in debito d’ossigeno per le immani energie spese e la Germania sembra cominciare a macinare il suo gioco.
Non è una Grande Germania, intendiamoci. Come due anni fa in Brasile, è un macchinone a motore diesel che si è avviato lentamente e che cresce nella prestazione costantemente. Il suo gioco, grazie forse all’influenza di Guardiola di cui alcuni dei suoi hanno beneficiato, tende a riprodurre quello spagnolo dei tempi d’oro, ma con minor classe e maggior fisicità. La solita Germania, verrebbe da dire, che purtroppo non ha più di fronte la solita Italia. I ragazzi vestiti di azzurro hanno fatto quello che potevano, tantissimo, ma a quel punto cominciano a pagare dazio al gioco avvolgente degli avversari.
Gli azzurri cercano di stringere i denti come fa il loro allenatore in panchina, ma al ’19 un Mario Gomez rigenerato da due anni di centro benessere a Firenze e da uno di vacanze balneari in Turchia scatta sul filo del fuorigioco e va a porgere per l’inserimento di Hector che mette in mezzo per Ozil. Il tiro del turco-germanico è leggermente deviato dall’incolpevole Bonucci, quanto basta per beffare Buffon.
Buonanotte Italia? E invece no. Gli Dei non sono convinti di favorire questi armadi bianchi così arroganti dentro e fuori del campo. E così poco dopo il vantaggio ringiovaniscono Gigi Buffon consentendogli un colpo di reni sul tacco di Gomez a distanza ravvicinata che tiene aperta la partita italiana. Poco dopo ancora richiamano Gomez in panchina ponendo fine al suo show inedito da attaccante quale non si è mai visto a sud di Monaco. Dopo Khedira, Gomez è sicuramente il giocatore più fragile della Germania. La cura Chiellini si fa sentire e Gomez segue Khedira dal fisioterapista sociale.
La Germania si ritrova indietro di venti metri. Il centravanti rigenerato faceva reparto da solo, tenendo impegnata la difesa italiana. Che ora si ritrova più libera di appoggiare il centrocampo. Dall’altra parte, è Pellé a fare reparto da solo per l’Italia e ad incoraggiare lentamente i compagni a salire. La Germania ha già due cambi effettuati, l’Italia ancora nessuno, malgrado la stanchezza di molti. Ma adesso conta il cuore, e l’Italia lo getta oltre l’ostacolo dapprima sfiorando il pareggio con Pellé, poi ottenendolo grazie ad una sciocchezza di Boateng, mani plateale in area di rigore. Sul dischetto, al’77, va Bonucci e segna da gran campione malgrado Neuer avesse intuito. La metà italiana dello stadio esplode, la metà tedesca è come se si avvilisse, tornando a vedere improvvisamente streghe che credeva dissolte nel passato.
Da quel momento la Germania schiacciasassi non esiste più. Il solito possesso palla prevedibile e senza inventiva costringe l’Italia in difesa, ma adesso è una difesa nuovamente agevole, per quanto stremati possano essere gli azzurri. Conte opera il primo cambio al ’41 togliendo lo strematissimo Florenzi per Darmian. Sarebbe anche il momento di giocare la carta Insigne, ma Sturaro e Chiellini sembrano sull’orlo di una crisi fisica da un momento all’altro e questo condiziona le scelte del CT, costretto a lasciare il fantasista napoletano a sedere fino al secondo tempo supplementare.
E’ chiaro che l’overtime è pressoché inutile e si viaggia verso i rigori. Stavolta manca un Pirlo a liberare un Grosso o un Gilardino a lanciare un Del Piero, come a Dortmund dieci anni fa. Stavolta si gioca sull’orlo della crisi di nervi e di crampi. Insigne entra al ‘2 del secondo tempo supplementare per Eder e fa vedere che di idee ne avrebbe avute, e di quelle giuste. Zaza entra al ‘120 per Chiellini, ed è chiaramente l’inserimento di uno specialista in ciò che sta per aver luogo.
Al momento di ritrovarsi con l’arbitro per la scelta della porta e dei rigoristi, gli Dei non hanno forse ancora scelto a chi dare il loro favore. La Germania vede streghe e mostri passati, presenti e futuri, lo si legge in faccia al suo allenatore Loew e a molti dei suoi giocatori. L’Italia vede la possibilità di scrivere l’ultimo e più leggendario capitolo di questa interminabile epopea.
Per la verità gli azzurri con i rigori hanno spesso litigato, facendoci pace soltanto a Rotterdam nel 2000 e a Berlino nel 2006. Prima, tre mondiali a fila persi dal dischetto. Su questo i tedeschi hanno un indiscutibile vantaggio, non avendo mai perso dagli undici metri. Ma gli dei sono incerti, Insigne e Kroos trasformano, Zaza (che aveva solo quello da fare in questa partita) e l’indisponente Mueller sbagliano. Segna il prode Barzagli e quando sul dischetto va Ozil sul 3-2 per l’Italia e la butta sul palo, alzi la mano chi non ha pensato, vai, è fatta.
E’ in quel momento che gli Dei si sdegnano con l’Italia. Sul dischetto va Pellé, per un 4-2 che sarebbe probabilmente decisivo e letale per la Germania. E invece di concentrarsi su un tiro che per lui dovrebbe essere semplice, si permette qualcosa che nessuno dovrebbe permettersi, a meno di chiamarsi Totti. Guarda Neuer e, strafottente, gli mima il gesto del mo’ te faccio er cucchiaio. Neuer impassibile si tuffa a veder sfilare la ciabattata di Pellé oltre il palo, come quella di Cabrini nel 1982.
3 pari dopo la realizzazione di Draxler. Poi è il turno di Bonucci. Leonardo ha speso tanto, e forse di testa tutto al momento del rigore del pareggio. Questo che tira adesso è un ectoplasma, un passaggio al portiere. Vantaggio virtuale Germania, vanificato da Schweinsteiger in stile Roberto Baggio. Parolo e Kimmich trasformano poi, chiudendo la prima serie di cinque. Da quel momento si va avanti ad oltranza. Qualcuno ricorda un Italia-Cecoslovacchia finale terzo posto dell’Europeo Italia 80, con la serie di rigori terminata 9-8 per i cechi. Va a finire allo stesso modo. Tocca ad Hector, non certo il migliore dei suoi, segnare a Buffon il rigore decisivo dopo l’errore fatale del pessimo e presuntuoso Darmian.

Exit Italia, ma a testa altissima. La Germania non ci ha battuti neanche stavolta. E forse, a questo punto non ci batterà mai. I tedeschi vanno avanti, verso la linea Maginot francese, e con alcuni cerotti addosso che li renderanno più menomati. L’Italia scopre che si può perdere anche un Italia-Germania senza drammi, concludendo ai quarti un Europeo che resta comunque uno dei migliori mai disputati, livello tecnico a parte. I conti europei con i tedeschi sono ben altri, e non si sono certo saldati ieri notte.

mercoledì 29 giugno 2016

DIARIO AZZURRO - Cahiers de Paris: Souvenir d'Italie, aspettando l'Allemagne



La Tour Eiffel illuminata di bianco, rosso e verde, nella notte della vittoria sull’Armada spagnola, ci toglie il fiato. Ci commuove. Diciamo la verità, non è facile avere di questi omaggi dai cugini francesi. Anzi, è praticamente impossibile. Qualcosa, di questa Italie che ha lasciato il più clamoroso dei souvenir a questo Europeo 2016 (almeno fino alla vittoria epocale dei vichinghi islandesi sugli anglosassoni, la prima dai tempi di Re Alfredo del Wessex), deve averli colpiti – e forse anche un po’ preoccupati – tanto da spingerli al più plateale degli chapeau.
Viene da sentirsi un po’ in colpa, a ripensare a quei fischi dispensati dallo Stadio Meazza di Milano alla Marsigliese nel 2007. D’accordo, a San Siro fluttuavano nell’aria ancora i veleni rilasciati a Berlino da Zidane e Materazzi, dai calci di rigore che ci avevano risarcito del famigerato golden gol di Trezeguet a Rotterdam, da un match d’andata in cui gli svogliati reduci di Berlino si erano offerti alla vendetta transalpina. Ma tra adulti maturi e vaccinati, per di più parenti, certe cose non dovrebbero succedere.
Come con la Spagna, con la Francia ne abbiamo viste tante insieme che ormai dovremmo abbracciarci e basta ogni volta che ci troviamo. Come disse qualcuno, la Marsigliese non si fischia mai, a prescindere. E il souvenir francese all’Italie di lunedi notte è qualcosa che ci resterà nel cuore, a prescindere da come andrà a finire. Merci beaucoup.
Il calcio affratella, o dovrebbe farlo. Con un’unica eccezione ammessa addirittura dalla Carta Olimpica. Quella che andrà in scena sabato prossimo alle 21,00. Come diceva qualcun altro, con la Germania non c’è, e non ci sarà mai, sentimento possibile.
Italia-Germania non è una partita di calcio, è una condizione dell'essere, un tratto distintivo generazionale, un debito kharmico. La colonna sonora e le immagini di sottofondo della nostra vita, l'evento epocale che fa da pietra miliare, da spartiacque, da post-it dei nostri ricordi.
Azteca, 17 giugno 1970, Gianni Rivera esulta per il 4-3
Generazioni. Quella del 4-3 di Rivera, in fuga da Albertosi infuriato e giusto in tempo per raccogliere il traversone di Domenghini e fulminare Sepp Maier. Vencido y vencidor, siempre con honor. L'Azteca dove rinacque non soltanto una nazionale di calcio ma anche un intero popolo. Schnellinger illuse i panzer nel recupero, Rombo di Tuono e il Golden Boy dettero inizio alla leggenda. Quella dell'Italia che farà acqua sotto tanti punti di vista, ma che a calcio con i tedeschi vince sempre. Loro sono primi in tutto, ma quando e dove conta, dove preme di più a loro come a noi, con noi sono sempre secondi.
Santiago Bernabeu, 11 luglio 1982, l'urlo di Tardelli
Poi quella del 3-1 al Santiago Bernabeu. Rossi – Tardelli - Altobelli. L'urlo di Marco Tardelli che diventa più famoso di quello di Munch. I tedeschi che schiumano rabbia e gli azzurri che spumeggiano calcio. Lo spareggio per agguantare il tricampeon Brasile vinto dall'Italia. Il vecchio Presidente che con la sua gioia contagia il giovane Re, sbatte la pipa in testa al cancelliere tedesco e gioca a carte con Causio, Zoff e il vecio Bearzot sull'aereo che riporta a Roma la Coppa del Mondo.
Poi quella dello 0-2 a Dortmund. I panzer giocano in casa, sentono di avere già vinto, i ragazzi tedeschi allo stadio con i volti dipinti dai colori di guerra della loro bandiera, alla fine il loro trucco si scioglie sotto le lacrime. Qualcuno non vede la magia di Del Piero perché è ancora alla finestra ad urlare per il gol di Grosso. Vendicata Italia 90, a Roma vinse la Germania Ovest, per l'ultima volta, a Berlino vince l'Italia. Quadricampeones, siamo più forti noi, ormai è storia.
Dortmund, 4 luglio 2006, l'urlo di Fabio Grosso
Poi è cronaca recente, ci mettiamo al televisore quattro anni fa convinti che prima o poi i crucchi dovranno pur vincere, e che forse quella è volta buona. A Varsavia in semifinale europea la Germania terza in Sudafrica ha troppi più favori del pronostico rispetto alla disastrata Italia rimessa in piedi da Prandelli dopo il disastro del Lippi-bis. L'uomo che aveva rifatto grande la Fiorentina ha tirato fuori una squadra da un'Armata Brancaleone, come già Fulvio Bernardini dopo la débacle dei mondiali del 1974, ma i tedeschi fanno paura, stavolta sembrano troppo più forti. E invece il grande motivatore ha creato Supermario, l'eroe che in campionato fa spesso e volentieri soltanto casino, ma che in maglia azzurra si trasforma. Dopo venti minuti ha già schiantato la Wehrmacht con due gol dei suoi, segnati con una facilità irrisoria. Tedeschi a casa, per l'ennesima volta. Noi in finale, stavolta a Kiev, a prenderne quattro più per stanchezza che per inferiorità dalla Spagna di Iniesta come già a Mexico City dal Brasile di Pelé.
Varsavia, 28 giugno 2012, la singolare esultanza di Mario Balotelli
Immagini che scorrono, prima in bianco e nero e poi a colori. Il film della nostra vita. Dove eravate voi quando Rivera, Tardelli, Del Piero, Balotelli... Tedeschi che piangono, italiani che ridono e saltano di gioia. Ci hanno fatto piangere tante volte loro, nella vita di tutti i giorni, e quanto ci fanno piangere e tribolare ancora adesso, con lo spread, l’austerity e la Cancelliera di Ferro, che ci riprova dove fallirono il Kaiser ed il Fuhrer. E' bello prendersi queste rivincite sul campo, e non saranno mai abbastanza.

lunedì 27 giugno 2016

DIARIO AZZURRO: Rulli di tamburo per la Roja

Rispetto, è la Spagna. Quattro anni dopo Kiev, arriva la rivincita azzurra, ed è il momento migliore per ricordarsi le parole di Iker Casillas, che invitò i compagni a non infierire su un’Italia allora in difficoltà. La Furia Roja arriva stanca all’appuntamento con la storia, l’ennesimo di questo ciclo avviato ormai più di dieci anni fa, che adesso il quotidiano di informazione sportivo iberico Marca definisce concluso.
Antonio Conte festeggia con la moglie Elisabetta Muscarello in tribuna
Sulla faccia stremata di Chiellini, sul viso di Antonio Conte che ancora non riesce a distendersi nella gioia e ancora mostra i segni dell’incredibile tensione di questo ottavo di finale, c’è tutta la verità a proposito della reale condizione dei campioni uscenti. La verità è che l’Italia ha fatto una grande partita, la partita della vita. Ma la Spagna, pur arrivata a questo Europeo con la stanchezza di chi ha portato quattro squadre agli atti conclusivi della Champion’s e della Europa League e di chi è costretto sempre e comunque ad essere all’altezza di se stesso e del proprio grande passato, ha messo in campo orgoglio, hombria, e negli ultimi minuti – quando è toccato agli azzurri avvertire la stanchezza – qualche sprazzo di quel gioco che da Vienna a Johannesburg a Kiev aveva incantato il mondo. E allora c’è stata gloria anche per Gigi Buffon.
Il ciclo spagnolo è tutt’altro che finito. Ma è singolare che a poche ore di distanza e migliaia di chilometri scenda il crepuscolo sul sogno di Leo Messi di vincere anche con la sua Nazionale ed anche su quello delle Furie Rosse di fermare il tempo ed allungare un glorioso palmares. Lo squadrone catalano che ha nascosto il pallone al mondo scopre che il mondo non è rimasto fermo. E soprattutto non lo è rimasto, appunto, il tempo.
La smorfia finale di Andres Iniesta ricorda quella di Andrea Pirlo a Kiev quattro anni fa. C’è la consapevolezza che quel tempo maledetto è l’unico avversario che non si può dribblare. C’è anche la sensazione che il vento soffi al contrario, e quello che in passato filava dritto e finiva nella porta avversaria adesso finisca fuori o tra le braccia del portiere. Quel portiere che quattro anni fa si era chinato quattro volte a raccogliere il pallone in fondo alla rete e che stasera sembrava tornato quello dei vent’anni.
La gioia dei tifosi italiani a Saint Denis
Vent’anni. Tanti ne sono passati dall’ultima vittoria italiana in gara ufficiale contro i cugini spagnoli. In campo c’era un’altra generazione. Antonio Conte allora giocava, e nemmeno da titolare, era agli esordi. Giocava Roberto Baggio, quello che portò le notti magiche negli U.S.A., e che portò la partita dalla parte dell’Italia all’ultimo istante, dopo una fuga per la vittoria che oggi Darmian e Pellé sono quasi riusciti ad imitare.
La follia di chi ha sorteggiato i gironi a questo Euro 2016 ha fatto sì che si incontrassero negli ottavi due squadre che avevano disputato l’ultima finale. Due squadre che oggi hanno dimostrato di essere – ci sia consentito dirlo –una spanna sopra tutte le altre, con l’unica possibile eccezione della Germania. E se così è, lo vedremo subito, perché al prossimo turno si rinnova un altro scontro epocale. Nei quarti sarà Italia-Germania. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Italia-Spagna, avevamo scritto presentandola, è la storia del calcio. Italia-Spagna a Saint Denis, stadio dove gli azzurri non hanno mai vinto e gli spagnoli sì, una volta, sembra una partita di un altro Europeo. Uno di quelli del passato dove si giocava ancora gran calcio. Partita da dentro o fuori. Partita che prevedeva comunque un addio, alla fine. Quello di Antonio Conte, se avesse perso. Quello della Roja, almeno a questo torneo in cui era imbattuta dal 2004.
Conte non ha voglia di vedere ancora la fine di questa avventura azzurra. Per il Chelsea c’è tempo. Conte ha il fiuto dell’uomo di campo di razza. Sente che il vento stavolta soffia lievemente dalla parte degli azzurri. Che di sicuro hanno più fame e meno acido lattico nelle gambe di questa Spagna, carica di gloria ma anche di ferite. Sente che può ritagliarsi un posto nella storia battendo chi ha fatto la storia recente.
Il primo gol di Chiellini
Vicente Del Bosque, nominato marchese da Re Juan Carlos dopo la vittoria mondiale del 2010, ha invece il problema di tutti i grandi conducadores, non soltanto spagnoli. Il problema di Bearzot, di Lippi, noi lo conosciamo bene. Gestire il crepuscolo dei suoi campioni, e trovar loro dei sostituti all’altezza. Adesso nessuno in patria gli perdonerà di aver tenuto fuori gente come Isco, Saul Niguez. La verità è che Iniesta, Xavi, Fabregas, Piqué, Sergio Ramos non li sostituisci. Li tieni in campo finché ce la fanno. E poi esci dal campo con loro, quando non ce la fanno più. A testa comunque alta, e con l’onore delle armi.
L’Italia che gli si para davanti ha la fame dei ragazzi che si affacciano ora al grande calcio e di un tecnico che vuole essere ricordato come vincente. Unita a ciò, l’esperienza della vecchia guardia dei legionari Buffon, Chiellini, Bonucci, Barzagli. Gente che aveva quasi messo sotto il Barcellona, la scorsa Champion’s League, se l’arbitro turco Cakir, lo stesso di oggi, non avesse arbitrato addirittura peggio di oggi. Gente che aveva fatto fuori il Bayern quest’anno, se solo il fiato avesse retto altri cinque minuti.
La gioia di Chiellini
Antonio Conte deve rinunciare a Candreva. Il destino gli offre un De Sciglio finalmente all’altezza delle sue promesse. Gli mantiene un Giaccherini in formato spaziale, un De Rossi in formato Berlino, un Parolo e un Florenzi che non si pongono più limiti, un Eder in formato Sampdoria e un Pellé che si carica sulle spalle da solo l’attacco e ne tira fuori un reparto. Prende botte, si rialza, ne dà, prende il cartellino a sproposito di Cakir, prende un valium e si dispone ad una partitaccia di sacrificio e di pazienza. Col Belgio arrivò alla fine il suo momento. Anche oggi sarà così.
Primo tempo da stropicciarsi gli occhi. Gli spagnoli vorrebbero riprodurre il proverbiale tiki taka, ma gli italiani si avventano su tutti i portatori palla e li travolgono in velocità. Sono almeno due le occasioni clamorose azzurre per passare, compresa una rovesciata alla Pelé di Giaccherini ingiustamente annullata dall’arbitro per gioco pericoloso. Dall’altra parte, de Sciglio salva su Fabregas, e per la Spagna è tutto.
Quando al ’31 Pellé viene atterrato appena fuori l’area spagnola, il pensiero corre ad Andrea Pirlo. Lungo conciliabolo azzurro, le gerarchie non sono stabilite. Alla fine la spunta Eder, e gli dei mostrano di non avere l’Italia in dispetto quest’oggi. Il tiro del brasiliano naturalizzato è un missile su cui de Gea non trattiene. Sulla palla Giaccherini, e soprattutto Chiellini. 1-0, e non solo i tifosi azzurri cominciano a stropicciarsi gli occhi.
A fine tempo Florenzi e Giaccherini potrebbero addirittura raddoppiare, ma l’erede di Casillas fa miracoli. Nella ripresa, Del Bosque cambia Nolito con Aduriz. Ma è la musica a non cambiare, anche se la Spagna comincia a prevalere nel possesso palla, che a fine primo tempo era sorprendentemente in parità. Combina poco Morata, mentre De Rossi accusa la fatica e obbliga Conte ad inserire Thiago Motta.
Al ’55 fuga di Eder, ma il miracolo riuscitogli contro la Svezia non si ripete. Si resta sul filo dell’1-0, mentre la Spagna lentamente chiude gli azzurri nella loro metà campo. Due percussioni italiane al ’60 però potrebbero chiudere il discorso. Manca un po’ di cinismo in area, e Giaccherini comincia a mostrarsi in debito di ossigeno. Ma Conte sorprendentemente non cambia fino ai minuti finali.
Esce Morata per Vazquez. Al ’71 Iniesta costringe Buffon alla prodezza salva-patria con un tiro dal limite. Poi Piqué, murato ancora dal portiere azzurro. Gli azzurri sono costretti indietro, Conte toglie Eder per Insigne e Florenzi per Darmian. I minuti non passano, anche se è Insigne il più pericoloso all’85 con una fuga in perfetto stile Eder. De Gea risponde alla Buffon.
La gioia di Pellé al raddoppio
Al ’90, Cakir concede quattro minuti di recupero, e sembrano un’enormità per gli italiani stremati dalla fatica. Ci vorrebbe una prodezza come quella nella prima partita. Oppure come quella che – proprio al ’90 – ci dette l’ultima vittoria contro la Spagna più di vent’anni fa. Roberto Baggio ormai è un signore brizzolato che guarda le partite della Nazionale alla TV. Tocca ad uno dei suoi eredi. Tocca a Darmian trovarsi in area sulla ripartenza dopo l’ennesimo calcio d’angolo spagnolo. La difesa iberica è scoperta, anche se mura il tiro dell’ex torinista. Ma la palla rimbalza a centro area e lì c’è Graziano Pellé. Che ricorderà questo gol, in tutto simile a quello segnato al Belgio, finché campa.

La gioia finale del clan italiano è quella travolgente delle grandi imprese. Stavolta Conte riesce a scatenarsi senza farsi male. A ringraziare Xavi, la storia del calcio spagnolo, per i complimenti appena ricevuti. E a far capire alla Germania che quella che l’aspetta adesso è la peggiore delle partite possibili, per lei. Come sempre, da sempre.

Cahiers de Paris (y de Buenos Aires): Las manos de Diòs



Piange (di nuovo) l’Argentina. Parla sommessamente la Pulce, in un angolo: «La Nazionale per me è finita. Ci sono state quattro finali. E non mi sono bastate. Ci ho provato. Era la cosa che desideravo di più, ma non ci sono riuscito, quindi penso che sia finita».
Messi ancora una volta con la medaglia d'argento, l'ultima?
Il Cile vince ai rigori l’edizione straordinaria del Centenario de la Copa America, bissando il successo ottenuto nell’edizione regolare casalinga dello scorso anno (normalmente il trofeo viene disputato negli anni dispari per non interferire con Mondiali e Olimpiadi). E’ proprio Lionel Messi a sbagliare il rigore decisivo, calciando alto sopra la traversa proprio come Roberto Baggio più di vent’anni fa a Pasadena. Gli errori di altri due pezzi da novanta come Lucas Biglia e Arturo Vidal si elidono a vicenda. E’ il tiro mancato dal dischetto dalla Pulce quello che resterà nella memoria collettiva, non solo argentina.


A East Rutherford nel New Jersey, partita di finale bruttissima, con pochissime occasioni da rete e due espulsi, uno per parte. Delusione argentina che nasce proprio dalle prestazioni dei suoi uomini migliori, non solo Messi ma anche el Pipita Higuain.  Che perde per parte sua nuovamente l’occasione di soppiantare nel cuore dei tifosi dell’albiceleste Omar Gabriel Batistuta, l’unico argentino che salva qualcosa da questa spedizione statunitense. Se Leo gli ha tolto il record di reti in nazionale portandolo a 55, né lui né il centravanti del Napoli sono riusciti a togliere il suo poster dalla sede della Federcalcio argentina, né dalle camerette di tutti i niños dal Rio de la Plata alla Patagonia.

Un giovanissimo Batistuta con l'ultima medaglia d'oro argentina

Il Re Leone resta dunque l’ultimo ad aver portato a Buenos Aires la Copa. Le sue due vittorie del 1991 (quella che gli valse il contratto con la Fiorentina) e del 1993 sono uno sprazzo di luce in un albo d’oro che riporta soprattutto ombre per la nazionale biancoceleste. Ha sempre vinto poco l’Argentina, non solo le ultime quattro finali (inframmezzate da un’altra pessima prova nella finale mondiale di Rio de Janeiro, la vittoria mancata nella tana dell’odiato nemico brasiliano a cui gli argentini tenevano di più) che sono costate a Messi la possibilità di essere accostato al Pibe de Oro, quel Diego Armando Maradona che alla vigilia del torneo lo aveva fatto oggetto di una bocciatura storica, dolorosissima. Ha classe immensa, aveva detto, ma non ha carisma, non è un leader. Non come lo ero io, ha sottinteso.
Già, il Pibe. Combinò poco anche lui in Coppa America, ma si rifece ampiamente ai mondiali trascinando da solo alla vittoria un’Argentina assai meno forte di questa in Messico nell’86 e mancando di pochissimo il clamoroso bis in Italia nel 90. E c’è chi dice che se el Flaco Menotti avesse avuto un po’ più di coraggio, Dieguito avrebbe potuto far parte del trionfo casalingo del 78. Di sicuro, la forte Argentina del 94 una volta perso lui per doping uscì ignominiosamente di scena malgrado avesse a bordo fior di campioni a cominciare da Batistuta.
Come se gli dei avessero voluto un risarcimento per essere stati chiamati in causa impropriamente nell’unica vittoria di Diego. Quel gol che aprì la strada alla vittoria argentina sull’Inghilterra e alla vendetta per la Guerra delle Falkland – Malvinas (chissà che ne pensa il buon Diego della Brexit) – un plateale fallo di mano visto da tutti in mondovisione meno che dall’arbitro tunisino Ali Bin Nasser Bennaceur – fu definito sfrontatamente da Maradona la mano de Diòs.
La mano de Diòs di Maradona su Shilton
Dio consentì quel giorno che la classe e la faccia tosta del Pibe argentino ridimensionassero la superbia inglese, ma poi non gli perdonò più nulla. Quattro anni dopo, il più grande giocatore del mondo dopo Pelé fu atteso al varco dalla suerte e gettato nella polvere. Una polvere da cui non si sarebbe più rialzato.
Difficile unirsi al giudizio di Diego, e sparare sulla Croce Rossa, pardon, sulla Pulce Leo Messi. A volte si nasce con un gran dono, e non si ha il carattere giusto per sfruttarlo fino in fondo. A volte, lo stesso dono si getta via per aver preteso troppo da una vita a cui si è riso in faccia beffardamente ogni giorno. I gol di Messi sono stati segnati tutti con i piedi, Dio non ha mai dovuto intervenire, nemmeno a disturbare una barriera o ad aprirgli un varco nelle difese avversarie.
Dio gli ha reso la vita difficile nei primi anni, poi l’ha mandato nel posto dove quella vita poteva decollare verso orizzonti di gran lunga migliori. Dio gli ha reso tutto con gli interessi, lui con le mani ha forse avallato qualche operazione finanziaria non proprio lecita, ma non ha mai segnato gol. Eppure, nessuno dei suoi gol regolarissimi sarà ricordato come quel secondo del malandrino di professione Maradona, che si fece perdonare il furto del primo scartando l’intera squadra inglese e legittimando un titolo mondiale con un gesto tecnico quasi mai più rivisto su un campo di calcio.
La vita prende direzioni imprevedibili. Chi tira in ballo Dio per un colpo di mano dovrebbe stare attento, generalmente. Prima o dopo Dio se ne ricorda. Non è ancora venuto il turno della Francia. Non è ancora venuto il momento di pagare il conto della mano di Henry. L’Irlanda si è illusa ieri pomeriggio, ma Griezman le ha tolto qualsiasi velleità. Anche lui praticamente da solo, come Maradona, fatte le debite proporzioni.
Era il 18 novembre del 2009, si giocavano le qualificazioni al mondiale sudafricano. Allo Stade de France arrivò l’Irlanda, allenata da Giovanni Trapattoni. Giocò talmente bene da arrivare al ’90 in vantaggio 1-0 e con almeno un altro paio di occasioni fallite. Saint Denis era in pieno dramma, la Francia vice-campione in carica era a un passo dall’eliminazione dai mondiali, con la prospettiva di giocare supplementari e rigori contro un avversario che aveva fatto la partita della vita. Un gol irlandese l’avrebbe condannata, uno suo l’avrebbe qualificata. Dentro o fuori in pochi minuti.
La mano di Henry contro l'Irlanda
Al ’12 del primo tempo supplementare, punizione da centrocampo alla disperata di Malouda, che coglie Squillaci in netto fuorigioco. L’arbitro svedese Hansson ha le stesse diottrie del tunisino Bennaceur di 23 anni prima. La palla starebbe comunque per uscire sul fondo, quando Thierry Henry la controlla con la mano, anche lui in mondovisione. Hansson imperturbabile, Henry mette in mezzo, Gallas segna da un metro, Francia ai Mondiali, furia Trapattoni.
La mano di Henry non fu imputata a Dio, ma a qualcuno che in quel momento era subito sotto. Come già in altre circostanze, al gol di Gallas convalidato da Hansson tutti gli occhi si voltarono verso il presidente UEFA, Michel Platini, di nazionalità francese.
Ieri era il giorno della rivincita. La Francia ha sostituito i talentuosi Platini e Zidane con quel Pogba che aveva messo subito la partita sul binario giusto, ma per gli irlandesi. Fallo imbarazzante su Long già al ‘2, Irlanda avanti, stavolta non sarebbe bastato un colpo di mano. Ci voleva Griezman, lui si che potrebbe succedere a Platini e Zidane, almeno sul campo. Lui ha portato la Francia ai quarti, con i piedi. Lui ha rimandato la vendetta irlandese.
Griezman, per ora il salvatore della patria
E Dio? Aspetta. Non ha dimenticato Henry, e come ogni altro spettatore avrà notato che questa Francia non è granché, Griezman a parte. Avrà inoltre sicuramente sospeso il giudizio su Platini, gran calciatore ma manager discutibile e discusso.
Anche senza l’intervento di Nostro Signore, per la Francia i bonus dovrebbero essere finiti. Nei quarti i bleus troveranno l’Inghilterra. L’occasione per chi è scontento della Brexit per prendersi una rivincita pallonara, ma anche l’occasione per ritrovarsi alle prese con una Franxit che per Parigi sarebbe più dura da gestire del referendum di Londra.
Anche l’Inghilterra di conti in sospeso con la sorte ne ha diversi. Dio, a proposito, non paga il sabato. Infatti si giocherà di domenica.