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venerdì 20 gennaio 2017

Il peggiore



La notte del 4 novembre 2008 si era chiusa un’epoca. Quello Yes we can gridato alla platea festante dei Democrats che riportavano il loro candidato alla Casa Bianca dopo gli otto anni controversi di George W. Bush sembrò a tutto il mondo in realtà molto di più della celebrazione di una vittoria elettorale. Era il pagamento di un debito che la storia aveva contratto con la razza umana molto tempo prima, quando il primo uomo aveva messo in catene un proprio simile per sfruttarne il lavoro gratis.
Otto anni dopo, si chiude un’altra epoca. Quando la storia decide di pagare i suoi debiti, spesso e volentieri lo fa in modo approssimativo, tardivo e ricorrendo alle persone sbagliate. Dispiace dirlo, considerato tutto ciò di cui era diventato simbolo, ma la vicenda di Barack Obama è diventata il paradigma delle illusioni disattese, tradite.
Alle Primarie democratiche del 2008, i debiti storici da pagare erano addirittura due. Gli Stati Uniti, la più grande potenza mondiale del nostro tempo, attendevano di decidere se portare finalmente nella loro stanza dei bottoni il primo colored o la prima donna. Se chiudere la plurisecolare questione razziale sviluppatasi attraverso la deportazione nel Nuovo Mondo degli schiavi africani, la Guerra Civile tra Nord e Sud e la segregazione razziale post emancipazione arrivata fino quasi ai giorni nostri. Oppure se dare riconoscimento al completamento dell’emancipazione femminile a cui, dai tempi delle Suffragette fino al ventunesimo secolo, mancava ormai solo la gratificazione dell’elettorato passivo, l’ottenimento della massima carica dello stato, la Presidenza degli Stati Uniti d’America.
Barack Husein Obama contro Hillary Rodham Clinton. Vinse il campione della causa dei Neri d’America. Il senatore dell’Illinois figlio di immigrati kenyoti rappresentava addirittura di più, con quella sua estrazione culturale musulmana che ne faceva l’incarnazione di una ulteriore rottura con il passato immediatamente precedente e lo scontro di civiltà capitanato da Bush jr. La campionessa della causa della parità di genere, la moglie dell’ex Presidente Bill Clinton, avrebbe dovuto attendere. E adesso sappiamo che dovrà farlo ancora.
L’America scelse e condizionò la storia, che pagò il suo enorme debito malamente. Malgrado le grandi aspettative che fecero subito di Obama una figura – almeno nelle intenzioni dei supporters – carismaticamente paragonabile agli altri grandi campioni della razza afroamericana, Mohammad Alì, Malcom X, Martin Luther King, il reverendo Jesse Jackson, Barack Obama non andò oltre quello stentoreo Yes we can gridato alla sua convention ed al mondo la notte della sua prima elezione.
Uomo dell’anno di TIME pochi giorni dopo quel voto storico, addirittura Premio Nobel per la Pace un anno dopo, l’uomo che aveva portato i negri finalmente ad esercitare il loro diritto di voto ed esteso loro addirittura il sogno americano si rivelò sin da subito l’incarnazione della più cocente delle delusioni. Armato del suo Si può fare, si lanciò in avventure improbabili e velleitarie, come l’Obamacare, lo stravolgimento della sanità privata da sempre connaturata alla mentalità dei suoi compatrioti e basata sul sistema delle assicurazioni. O come il ritiro delle truppe a stelle e strisce dall’Asia Minore e Centrale che non potevano più essere ritirate una volta spedite laggiù, essendo ormai l’unico diaframma tra la permanenza dell’equilibrio Est-Ovest sconvolto dall’attentato alle Torri Gemelle e la caduta di quella vasta area del mondo nelle mani di Talebani, Al Qaeda e poi Isis, con tutte le conseguenze del caso.
O come la guerra personale a quella mentalità della Frontiera connaturata ad ogni americano, che si sostanzia nel possesso e nell’uso di armi. O la politica di accoglienza ai migranti, nel caso specifico i messicani, molto oltre i margini di tolleranza di una popolazione che pochi mesi prima della sua elezione aveva cominciato a sperimentare sulla propria pelle gli effetti della crisi economica più devastante dai tempi del Giovedi Nero del 1929. O l’appoggio sistematico a tutte le leadership politicamente corrette ed economicamente devastanti, come quella – per dirne solo una - di Angela Merkel in una Unione Europea traballante e affamatrice.
E che dire di alcune comparsate, come quel video che ritrae il Presidente e la sua Vice, la Clinton passata nel suo staff dopo aver corso contro di lui alle Primarie, intenti ad una pantomima con tanto di smorfie da cinema muto la notte della presunta cattura ed eliminazione di Osama Bin Laden, il famigerato e impalpabile Sceicco del Terrore? E quel veramente insopportabile e stridente Job Well Done gridato alla folla a Ground Zero i giorni successivi, ad enfatizzare come un ranchero texano la morte del pericoloso bandito  senza rendersi conto che la frontiera su cui sparacchiava in area i colpi della sua colt non era quella dei film western di una volta, ma quella molto più pericolosa dello scontro di civiltà che lui ha finito per acuire molto più del predecessore che l’aveva aperto?
Barack Obama è stato l’uomo delle grandi speranze e delle ancora più grandi delusioni, rivelandosi inadatto a governarle. L’assunto che chiunque può diventare Presidente degli Stati Uniti purché nato in America con lui si è completato del corollario che purtroppo non bastano lo jus soli, il colore della pelle o la teatralità con cui si professano le proprie idee per essere adeguati a quella carica. Anzi, sono pochi quelli che alla fine si dimostrano tali, e Barack Obama non va in archivio come uno di questi.
La vittoria del suo successore, quel Donald Trump che giura oggi nelle mani della Corte Suprema come 44° successore di George Washington, ha vinto sconfiggendo non tanto Hillary Clinton quanto proprio lui in persona, e la sua eredità presunta. Spazzandone via illusioni e delusioni, e aprendo la porta ad un’epoca – se Dio vorrà – completamente diversa.
L’unica effettiva eredità di Obama, alla fine, è quella di aver favorito l’emancipazione non di una razza ma di una intera comunità nazionale. Da oggi, si può essere colored e nello stesso tempo incapaci. E lo si può far notare, da parte di chicchessia, senza essere più accusati di razzismo.

giovedì 10 novembre 2016

La sinistra che ha sbagliato popolo



Ventiquattr’ore dopo la chiusura dell’Election Day, la terra sta ancora percossa e attonita al nunzio. La scelta del popolo americano di Donald John Trump come quarantacinquesimo Presidente dell’Unione è un qualcosa di cui le nostre élites culturali - e le nostre masse che vanno dietro di loro di conserva, a ciò sospinte da un analfabetismo di ritorno sempre più dilagante – non riescono proprio a capacitarsi.
Nasce come battuta sul web, ma ben presto acquisisce i connotati di un discorso similserio, su cui si getta a capofitto la sinistra nostrana per darsi pace e soprattutto farsi ragione dell’ennesima sconfitta incassata da un suo paladino. Hillary Rodham Clinton non ha perso per sbagli suoi o del partito che rappresentava nella corsa alla Casa Bianca. Ha perso perché è il popolo che è sbagliato.

E qualcuno dei nipotini di Berlinguer già va a riscoprire quei filosofi francesi del Settecento che come Joseph De Maistre si opponevano all’Illuminismo teorizzando l’assolutismo regio e aborrendo il suffragio universale.
Ha sempre detto Berlusconi, uno a cui in questi giorni fischiano le orecchie per essere paragonato e accomunato – ovviamente nell’esecrazione - al neopresidente americano, che la sinistra italiana è assolutamente incapace di vincere libere elezioni, ma in compenso è stata capacissima di egemonizzare l’establishment culturale nostrano (anche se per certi suoi epigoni parlare di cultura significa usare una parola grossa). Al punto da infiltrare qualsiasi mezzo di informazione con velinari di partito che avrebbero la pretesa di chiamarsi giornalisti, se non addirittura opinion leaders.

Lilli "la rossa"
A costoro, da diverso tempo a questa parte, è affidata una poderosa campagna di disinformazione nei confronti di una massa che non aspetta altro che di credere a novelle all’apparenza ben confezionate, e tutt’al più esprimerci sopra dubbi o sfoghi più o meno sgrammaticati su qualche social network.
Così, nel 2011 l’Europa ci chiedeva di disfarci di un governo liberamente eletto a vantaggio di uno di burocrati e tecnocrati che non aveva altra legittimazione che la volontà di un anziano sovrano, presentatosi ad un parlamento imbelle con l’atteggiamento di un Luigi XIV, lo Stato sono io.
Nel 2014, non contenta, l’Europa ci chiedeva di metterci sulla testa un enfant prodige, che enfant lo era di sicuro (per trovare un presidente del consiglio altrettanto giovane bisognava risalire – guarda caso – a Benito Mussolini), ma prodige si è dimostrato soltanto nel raccontare favole, quelle favole appunto che poi una comunità di mass media ormai quasi completamente asservita ha senza ritegno propinato al popolo.
Nel 2016, annus che si spera definitivamente e meritatamente horribilis per questa sinistra e per la sua fabbrica del consenso, è scattata l’offensiva nei confronti di quei soggetti politici – soprattutto all’estero – che hanno dato segno di volersi ribellare allo status quo: un’Europa sempre più lebensraum tedesco, un’America avvitata su se stessa dall’Obamacare e dal perseguimento di politiche sempre più avventuristiche ed antieconomiche sullo scacchiere mondiale.
Ecco quindi la certezza della sconfitta della Brexit, poi dopo l’assoluta certezza della vittoria della Clinton, con un Clintoncare già pronto a perpetuare l’Obamacare e tutti felici e contenti con il limone in bocca ed il rametto di prezzemolo non diciamo dove, pronti a farci mangiare dai rispettivi migranti che di povero, a vederli bene, hanno solo la padronanza della nostra lingua con cui ci gratificano di stronzi razzisti. Due sonore batoste, alla fine, poiché il vento è cambiato e perfino il cantastorie Renzi ha percepito che è l’ora di cantarle a questa Europa, se non è troppo tardi. Altrimenti restiamo una volta di più con l’Asse Roma – Berlino, di cui siamo il fianco debole tra l’altro, come sempre.

De Benedetti, che avrebbe tanto voluto essere Berlusconi
Ma per una Kultura sinistrorsa, abituata da decenni alle veline del partito e ai tatticismi del centralismo democratico applicati ultimamente all’incultura delle nuove leve, una giravolta così brusca è difficile, se non impossibile. Non tutti hanno l’improntitudine del lider maximo. Non tutti sono pronti a riposizionarsi su nuove roccaforti ideologiche o di interesse, e soprattutto in nuove testate non più di segno tendente al rosso.
E così, a fare zapping tra i canali, capita di sentire discorsi in libertà, senza freno a mano. La decana dell’informazione italiana schierata Lilli Gruber intervista per esempio De Benedetti, il decano dei capitalisti italiani incapaci e falliti, che conciona senza contraddittorio sull’America (un paese dove ormai non gli darebbero neanche il permesso di soggiorno turistico) e soprattutto sull’Italia (paese che conosce ormai ancor meno, per sua stessa ammissione). Volano parole grosse, discorsi che per comuni mortali comporterebbero sicuramente querele e accuse di vilipendio, ma che loro – membri di diritto dell’establishment informativo culturale, tessere numero uno e due di quel partito democratico senza di cui sarebbero a lavorare sul serio o a rispondere di se stessi e del proprio operato da tempo – possono tranquillamente permettersi.
Donald Trump quindi è un imbroglioncello, apprendiamo, come il nostro Berlusconi. E via così. A capire le ragioni profonde del popolo americano, che poi sarebbero anche le nostre, i sedicenti giornalisti e opinionisti hanno rinunciato da tempo.
Vanno ad intervistare Giorgio Napolitano, ex presidente della repubblica mai abbastanza ringraziato per il coup de theatre, chiamiamolo così, con cui chiarì al mondo intero che cos’è la democrazia nel suo paese, e lui non si perita a definire per parte sua la vittoria di Trump come «l’evento più sconvolgente da quando esiste il suffragio universale». Adesso è tutto più chiaro, a cominciare dal perché lui stesso si sia fatto a suo tempo parte diligente nell’abolirlo di fatto, qui in Italia.
Un mondo a parte, che potremmo liquidare con la frase significativa e sprezzante di Guido Crosetto: «Giornalisti che non hanno capito nulla del paese dove vivono e lavorano, adesso sono diventati improvvisamente esperti di Stati Uniti d’America».
Già, gli Stati Uniti. Non ci abbiamo mai capito veramente granché, nonostante la pretesa amicizia storica ribadita dall’ineffabile Renzi. Non abbiamo mai compreso l’essenza della democrazia americana, così lontana dalla nostra versione miserabile. Non abbiamo mai compreso perché laggiù quel popolo che ci piace pensare e definire ad alta voce rozzo e così poco intelligente ha portato a casa da due secoli il miglior sistema di controllo dei propri governanti che la razza umana abbia mai elaborato.
Mandiamo laggiù un Vittorio Zucconi a svernare per decenni, e ci torna indietro più comunista di prima. Fin qui, poco male, l’antiamericanismo che si rinfocola dalle nostre parti ad ogni minima occasione viene da lontano, e travalica gli Zucconi stessi. Nasce dal fascismo e con il 25 aprile viene travasato pari pari nel comunismo senza soluzione di continuità. Per molta parte della nostra pubblica opinione, quel 25 aprile è stato ed è più o meno inconsciamente una sconfitta. E gli americani sono oppressori, anziché coloro che ci hanno vivaddio regalato il fatto di non dover festeggiare pochi giorni fa in camicia nera e orbace il novantaquattresimo anniversario della Marcia su Roma.
Paradossalmente, quel popolo che la sinistra italiana vorrebbe adesso esautorare (ma più che gli atti di Napolitano, il Decreto Boschi e l’Italicum, che altro vorrebbe fare?) nutre le sue idee più strampalate proprio nella base elettorale del PD, che di quella sinistra pretende di essere la legale rappresentanza. Quel popolo che dalle sette di ieri mattina si è disposto ad aspettare – come da direttive più o meno esplicite dei suoi opinion leaders e funzionari di partito – la terza guerra mondiale scatenata dal sessista, omofobo, xenofobo Trump.
E allora, come si mette? De Maistre proponeva di levare il voto a tutti. Che Maria Elena Boschi si sia messa a studiarlo, in previsione delle prossime riforme se e qualora sopravvivesse al SI o NO del 4 dicembre prossimo venturo?
Intanto Renzi manda avanti Alfano, con le sue tastate di terreno nei confronti della classe politica e dei cittadini, in previsione di correzioni di tiro che forse anche per lui è troppo tardi per adottare. Ogni volta, infatti, il prode Alfano gli ritorna a casa con il viso segnato da un ceffone a tutta mano.
Ma lui non demorde. Via tutte le foto con Obama, adesso ritoccherà con Photoshop quelle di Salvini con Trump, sostituendosi al segretario della Lega Nord. Intanto la Boschi è fissa in TV a dettare i tempi televisivi a collaboratori fidati come la Gruber. Da qui al 4 dicembre p.v. si spera che qualche santo aiuti, o qualche altra calamità intervenga. E di trovare anche qualche soldarello per le esauste casse dello Stato mettendo in conto all’Europa anche il terremoto del Belice. Nel frattempo, i sondaggisti danno il Si in lenta ma inesorabile rimonta.
Se tanto ci da tanto, il No ce la dovrebbe fare. Anche malgrado il supporto di Massimo D’Alema.
E poi ci sembrano strani gli americani.

mercoledì 9 novembre 2016

L'America volta pagina



«Qualsiasi cosa succeda, il sole domani sorgerà ancora». Soltanto alla fine di una delle presidenze più deludenti dell’intera storia americana, Barack Obama sembra trovare le parole giuste per celebrare il momento giusto. Le ultime, in attesa di passare il testimone a colui a cui meno avrebbe desiderato farlo, ma la cui vittoria – indiscussa e indiscutibile come qualsiasi voto popolare in terra statunitense – va accettata come un verdetto senza appello.
Il sole sorge stamattina sulla quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti d’America, che il popolo ha conferito a Donald John Trump, il candidato del partito repubblicano. Buon garbo vorrebbe che si attendesse lo spoglio dell’ultima scheda e la proclamazione del risultato ufficiale, ma non pare proprio che possa ripetersi un caso come quello del 2000, con la vittoria – contestatissima – di George W. Bush su Al Gore all’ultima scheda della Florida.
Stavolta la maggioranza è netta, talmente netta che il popolo americano ha ritenuto di corredare la prima amministrazione Trump del supporto benevolo di una maggioranza del Great Old Party sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato. Un verdetto netto, inequivocabile, come più non si poteva. Basta con i Democrats e le loro politiche che per otto anni hanno sconvolto il mondo, non solo questo paese. Magari l’America non tornerà più grande come una volta, ma che ci provi Trump a rimetterla in carreggiata, come ha promesso.
E’ proprio la Florida comunque a sancire la vittoria repubblicana, anche se la matematica certezza arriva dalla Pennsylvania. Il 270° grande elettore viene assegnato alle sette di mattina circa, dopo una notte che solo nelle fasi iniziali aveva confermato le previsioni più caute che parlavano di un testa a testa tra la Clinton e Trump. Mentre aveva smentito da subito i sondaggi più o meno pilotati che avevano assegnato alla signora dei Democratici un vantaggio decisivo già in partenza.
A leggere la mappa del voto, si ha l’idea della valanga repubblicana, così come si è delineata alle prime luci dell’alba. Il Midwest è una marea rossa, dove il rosso è il colore assegnato dai Networks a Donald Trump. A Hillary Clinton vanno le coste, con il New England e la California come pezzi pregiati. A Donald Trump vanno la Florida, il Texas, gli Stati del Sud, tutto il grande mare dell’America che una volta si chiamava rurale, provinciale. Un fronte popolare variegato, accomunato probabilmente dalla stanchezza per i problemi che l’amministrazione Obama ha aggravato più che risolvere, e che quella della Clinton prometteva di ereditare.
Si ferma per la seconda volta a pochi metri dal diventare realtà il sogno di Hillary Clinton di essere la prima donna a sedersi sulla poltrona più accessoriata ma anche più scomoda del mondo. Anche nel caso di una sua vittoria, l’America avrebbe voltato pagina in modo significativo. Sarebbe stata una svolta ancora più epocale di quella che aveva portato Barack Obama alla Casa Bianca otto anni fa, proprio a scapito  di Hillary.
Più che l’onore delle armi, è giusto e opportuno tributare alla candidata sconfitta il rammarico per un mancato evento, un esperimento che una parte dell’opinione pubblica sentiva ormai come doveroso da intraprendere. La ex First Lady paga più che errori o lacune propri quelli di colui che è stato il suo predecessore, nonché del suo stesso partito, il cui programma elettorale ed il cui messaggio si sono rivelati inadeguati ai tempi difficili che l’America, e con lei il mondo intero, stanno vivendo.
Trionfa l’outsider, quel Donald Trump che perfino stamattina qualcuno non rinuncia a stigmatizzare dal fronte avversario come l’oggetto misterioso, il pazzoide finito nella stanza dei bottoni, il guerrafondaio. Dimenticando non solo la lezione di Ronald Reagan, ma anche quella del buon senso spicciolo. Le agenzie di stampa intanto si leccano un po’ ovunque le ferite, peraltro auto inferte.
Crollano le borse. Se Wall Street lamenta l’infrangersi di un feeling con il clan dei Clinton  e la probabile fine dell’Era delle Bolle Speculative, le borse europee si spaventano apprendendo dell’irresistibile ascesa di un soggetto politico che avrà molta ma molta meno pazienza e comprensione del predecessore per una Unione Europea e una sua politica bancaria - monetaria che cessa di essere una spina nel fianco dell’America soltanto quando si dedica ad esserlo per se stessa. E che comunque per i nostri tempi ed il nostro mondo ha rappresentato soltanto, nei fatti, instabilità e crisi.
Al di sotto del livello degli Affari, c’è comunque una opinione pubblica europea che deve prendere ancora le opportune misure al nuovo corso statunitense. Che incassa l’ennesima lezione di democrazia e di vitalità nazionale da parte degli americani, andati tranquillamente a votare ignorando le predizioni apocalittiche scatenatesi un po’ ovunque a proposito dei fatti di casa loro (ma anche di casa nostra) e tornati back home, come sempre, con un risultato chiaro e netto, un Presidente che si insedia tra due mesi ma che già da stasera farà sentire la sua voce, con un paese che si ricompatta – smaltiti i veleni della campagna elettorale più dura da tanto tempo a questa parte – per sostenerlo senza se e senza ma.
Una bella lezione per quella Europa che Donald Trump ha già fatto sapere di non considerare un entità politica, ma piuttosto un’espressione poco più che geografica, preferendo disporsi a trattative con i singoli stati e sulle singole questioni. Dopo la Brexit, un altro duro colpo a quel Congresso di Vienna dei nostri tempi che appare sempre di più essere stato il Trattato di Maastricht.

«Tuttavia, ora, alla fine, sono felice di sapere che si tratterà di un Sole che sorge e non di uno che tramonta»
(George Washington)

martedì 8 novembre 2016

God bless America



Si vota, finalmente. Gli americani vanno alle urne, e finalmente gli opinionisti di professione potranno smetterla di tormentarci con le loro opinioni sui fatti di casa altrui, e torneranno a tormentarci con le loro opinioni sui fatti di casa nostra.
Clinton o Trump. Chiunque vinca, governerà il suo paese con il sostegno di tutti, vincitori e vinti. Qualcosa che noi italiani possiamo soltanto invidiare. Il nostro governo in genere non ha il sostegno neanche di chi ce l'ha messo, o di chi l'ha votato (quando succede).
Passano gli anni, e dai commenti che si leggono si evince che noi del sistema americano ci capiamo sempre meno. Ed è un peccato. Stiamo lì a lamentarci del pazzo Donald e della strega Hillary, quando poi passiamo il resto del tempo a magnificare un sistema che permette a chiunque di diventare presidente. Delle due l'una, o siamo ipocriti prima, o siamo disconnessi adesso.
Chiunque può diventare presidente in America, è vero, anche la persona più improbabile, basta che raccolga consensi. E' la democrazia, bellezze. Si può capire che noi italiani non ci siamo abituati. E allora invidiamo chi ce l'ha, magari cercando di attenuare la nostra invidia con lo sfogo di tante sciocchezze dette e scritte. E senza rendersi conto che qui dalle nostre parti non siamo più abituati a rispettare - in qualsiasi circostanza - chi non la pensa come noi. Sarebbe il caso di riabituarsi.
Chi vincerà? Dimentichiamoci i sondaggi, sono fatti - senza offesa, è la realtà - da gente a libro paga, valgono come i pronostici del Totocalcio, nella migliore delle ipotesi.
Hillary Clinton rappresenta la continuità con la peggiore amministrazione della storia americana: non quella di suo marito (che è da rivalutare), ma quella del primo figlio del popolo nero. Una delusione epocale, un chiacchierone tra i più insopportabili e meno concludenti tra quanti si sono insediati alla Casa Bianca. Ci scuseranno i politicamente corretti e i simpatizzanti democratici. Un chiacchierone inconcludente è un chiacchierone inconcludente, anche se proviene dalla stesso gruppo etnico di Martin Luther King e Mohamed Alì.
Ma Hillary Clinton sarebbe anche la prima donna della storia alla guida del paese più potente del mondo. Un esperimento, un evento sul cui fascino e la cui importanza non è neanche il caso di soffermarsi, tanto è evidente.
Dall'altra parte, Donald Trump è fatto oggetto della stessa disistima (spesso interessata) di cui beneficiava Ronald Reagan nell'anno di grazia 1980. Stessi discorsi, il mondo sull'orlo della terza guerra mondiale, il pazzoide nella stanza dei bottoni, il guerrafondaio alla guida di un mondo perennemente sull'orlo della guerra.
Reagan fu uno dei più grandi presidenti di sempre, e vinse la Guerra Fredda, nientepopodimeno. Trump, al netto di certe prese di posizioni estroverse e vistosamente elettorali, viene dalla stessa estrazione politica e promette le stesse cose. C'é da scommettere che sconfiggerebbe anche lui l'Orso Russo, ma non sul campo: semplicemente mettendosi d'accordo con Putin. Lo farebbe in cinque minuti.
Si rischia più una guerra, se proprio vogliamo dirla tutta, con le posizioni intransigenti del duo Obama - Clinton che con il pazzoide, che ha affari in tutto il mondo e che non vuole assolutamente comprometterli, non più di quanto Caprotti volesse lasciare l'Esselunga ai figlioli.
Chiunque vinca, da stanotte avrà un paese dietro di se. Lealmente e compiutamente. E tutta l'invidia di chi, da quest'altra parte dell'Atlantico, sognava una democrazia di questo tipo, e ormai sa che in Italia non la vedrà.
Lo spettacolo degli americani che vanno a votare si rinnova, una volta di più.
Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

mercoledì 15 giugno 2016

Io non sono Orlando



Vorrei dire due parole sulla strage di Orlando. Tecnicamente questo dovrebbe essere un CONTROCORRENTE, ma in realtà spero che la corrente vada da una parte sola.
Spero inoltre che adesso che lo shock e l’emozione si sono attenuati, sia possibile fare una riflessione. Non solo sulla strage, ma anche su come l’abbiamo vissuta e la viviamo. Su come viviamo ogni evento tragico del genere.
Siamo tutti d’accordo che non si tratta dell’omicidio di cinquanta gay, ma di quello di cinquanta persone. Se mezzo secolo di battaglie per i diritti civili ha portato a casa qualche risultato importante, è proprio questo. Ormai, anche in un paese come il nostro a prevalenza cattolica (per quanto di pura facciata), nessuno – se minimamente dotato di quoziente di intelligenza normale e di attitudine al buon senso – fa più caso o questione delle tendenze sessuali di nessun altro. Così come del genere sessuale, del colore della pelle, della razza, della fede politica, e di un’infinità di “quant’altro”.
Ci siamo stancati di discriminazioni, e di orrori conseguenti a quelle discriminazioni. Siamo andati oltre. Magari continueremo a scannarci come abbiamo sempre fatto (perché è nella natura umana), ma non più per “quei motivi”.
A meno che. C’è sempre un “a meno che”. Secondo me c’è anche in questo caso, ed è connesso al discorso che voglio fare.
Sul tema dei diritti di ciascuno, stiamo forse sbagliando tutto. A cominciare dalle categorie che – una volta discriminate – adesso beneficiano giustamente dei risultati portati a casa. Ma invece di consolidarli e lavorare – a questo punto più tranquillamente – sui dettagli, su quello che è da affinare, su quello che ancora manca, è come se ci fosse una nostalgia della discriminazione, dei bei tempi del muro-contro-muro, delle stelle gialle e rosa sui camicioni a righe, dei Ku Klux Klan e dell'Inquisizione.
Siamo tutti d’accordo che in terra giacciono morte 50 persone. E basta. E allora spiegatemi un po’ perché, ogni cinque minuti, i gay – e chi crede di rendere loro un servizio e attestare loro solidarietà – ripetono come un mantra la parola gay. Espongono vessilli gay. Ribadiscono orgoglio…di essere cosa, gay? nero? donna? religioso? ateo? Ma sono cose di cui essere orgogliosi? O forse son cose da cominciare a vivere con un po’ più di serenità, visto che la società lo permette di più adesso, e semmai usarle per costruirci sopra gli step successivi, mediante il confronto non più sanguinoso ma dialettico con altre categorie di cittadini?
E invece no. Gay Pride. Come se ci fosse bisogno di sconvolgere le nostre città (sempre le nostre, poi, ce ne fosse una di queste manifestazioni che si svolge a Ryad, a Pechino, a Teheran) per futili motivi. Sì, cari signori, futili. Perché non c’è più bisogno di ostentazione, non è più tempo di suffragette o di bonzi che si danno fuoco in pubblico per protesta contro il Vietnam. E non sarà mai il tempo – né per gli omo né per gli etero – di atti sessuali in luogo pubblico. Perché la nostra società non funziona così. E quindi ostentare, provocare per il gusto di farlo non porta da nessuna parte. Semmai, porta ad una reazione (niente nella storia è garantito per sempre).
Siamo tutti gay. Ma nemmeno per sogno. E’ gay chi si sente di esserlo. E finché non fa nulla che contravviene al codice penale, ha diritto di essere lasciato in pace e rispettato, dovunque e comunque. Punto e basta. Ripetere ogni cinque minuti che siamo tutti Orlando e siamo tutti gay alla fine fa venire il nervoso anche al Dalai Lama o a Madre Teresa di Calcutta. Alla fine provoca reazioni controproducenti, ed in qualche caso perfino con un margine di giustificazione. Come quando molti si indignavano con le Boldrini e Cirinnà che hanno fatto di tutto per avvelenare una riforma del diritto di famiglia di cui c’era gran bisogno, ed il cui senso complessivo è stato comunque disatteso e fuorviato. Oltre a questo, c’è sempre in agguato qualcuno con il quoziente di intelligenza sotto la media e la disponibilità di qualche arma.
Ci sono 50 persone in terra? E allora parliamo di quelle 50 persone. E basta. Siamo tutti una cosa sola: stanchi di questo sangue, che scorre a fiumi per un motivo o per l’altro. Dalla Siria agli Stati Uniti. Parliamo di Orlando. A quanto è dato di capire, ennesimo episodio di un giorno di ordinaria follia. Quattro anni fa scrivevo di Newtown, della tragedia nella scuola che fece piangere perfino Obama. Siamo sempre lì. Negli Stati Uniti, la follia di certi individui trova a sua disposizione un arsenale in vendita, come noi troviamo il giornale al supermercato.
Uno store americano con armi in vendita
Lo squilibrato omofobo è in agguato, come quello che ce l’ha con i bambini, con le mamme, con i neri, con i vecchi, e così via. Un Uzi lo compri sotto casa. Certo, se spari agli omosessuali e agli ebrei è molto facile che la sedicente Isis rivendichi il tuo gesto. Ma siamo sempre lì, di fatto è l’ennesima manifestazione del Bowling a Columbine di cui parlava Michael Moore nel suo film documentario.
Prima che qualcuno mi dica, “ecco, bravo, gli Stati Uniti!” alzo la mano. Noi siamo peggio. Noi stiamo aspettando la legge che legalizza la vendita di armi anche qui, e facciamo gli ipocriti fingendo di stare a sentire i presunti maestri della nostra coscienza, dal Papa al segretario del partito di maggioranza. Noi legalizziamo la possibilità di girare armati in casa degli altri ad ogni autunno, si chiama caccia. Noi legalizziamo la possibilità di qualunque delinquente di entrare in casa altrui, sotto tutela legale, sia che venga morso dal cane sia che il padrone tenti di difendersi. Noi dobbiamo stare soltanto zitti.
Sono partito dai gay, e da chi pretende di essere solidale con loro, e con i gay concludo. Non ce l’ho con loro, figurarsi. Piango i morti di Orlando come tutti. Ma non perdono loro di avermi fatto trovare anche solo per una volta sola d’accordo con Dario Nardella. Non glielo perdono. Questo non me lo dovevano fare.

Tragedia di Newtown. Siamo tutti americani. E il Bowling non abita più solo a Columbine



You&News, 15 dicembre 2012

La strage alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, Connecticut, viene da lontano. E lontano porta la strada lungo la quale si è compiuta. Ce ne saranno altre, lo sappiamo tutti. Quando si saranno asciugate le lacrime di Obama e di tutti gli americani che si sono svegliati con le news di questo nuovo orrore e gli inevitabili rimorsi di una coscienza troppo spesso frastornata o comunque inascoltata, quando si saranno spente le eco delle manifestazioni di protesta davanti alla Casa Bianca e agli altri luoghi del potere americano per chiedere leggi più restrittive sul possesso e l’uso delle armi, quando i media su cui scriviamo e leggiamo queste riflessioni a caldo o a freddo saranno carta straccia o bites d’archivio, allora sarà il momento per nuove lacrime e per nuovi orrori.
La commozione di Barack Obama
Il male, cari signori, questo male che ci strazia oggi come in passato, è dentro di noi. E’ dentro la razza umana. Si può circoscriverlo alle Lobbies venditrici di armi, alla cultura di frontiera americana, agli stessi Stati Uniti che molti si ostinano ancora a vedere come Grande Satana dei nostri tempi. Ma in realtà è un male insito nell’uomo, e cambia solo la forma in cui si manifesta e le sue cause scatenanti, da una latitudine all’altra, da una cultura all’altra.
All’epoca del precedente più famoso di questa ultima tragedia a Newtown, il massacro alla Columbine High School in Colorado, il regista Michael Moore ha descritto bene nel suo film documentario Bowling a Columbine il malessere specifico che affligge la società americana. Moore è famoso per le sue posizioni estremamente critiche verso l’establishment e la cultura ufficiale americani, eppure non ha avuto esitazioni a propugnare una tesi piuttosto eterodossa rispetto alle posizioni di quanti in queste ore credono che basti vietare il possesso di armi e chiedono leggi in tal senso come la panacea di tutti questi mali. Al contrario, il regista giunge alla conclusione che "non è l'arma in sé a creare il crimine, ma la paura del crimine stesso che negli Stati Uniti, attraverso i suoi mezzi d'informazione e l'uso politico delle differenze sociali, porta chiunque a diffidare del prossimo, trascinando questi contrasti a forme di difesa personale eccessiva".
In altre parole, c’è qualcosa che alimenta – nella cultura ufficiale – le turbe psichiche di tanti americani (anche se non spesso, per fortuna, fino al livello dello sciagurato Adam Lanza che ha rivolto l’arma contro la propria madre insegnante e poi contro dei bambini inermi) e che li spinge prima o poi a reazioni eccessive. Contro chi? Contro altri cittadini come loro, vittime altrettanto inermi dello stesso sistema.
Le conclusioni di Moore sono avvalorate dalla sua indagine, che mette a confronto con gli USA il vicino Canada, dove un background culturale ed una legislazione tutto sommato abbastanza simili hanno portato comunque nel tempo a risultati assolutamente diversi, dal momento che simili tragedie a nord dei Grandi laghi non si verificano.
Michael Moore - Bowling a Columbine
E allora? Le risposte ormai le conosciamo da decenni. La frenesia alienante dei ritmi di vita e della ricerca di un presunto benessere americani (unitamente al rovescio della medaglia rappresentato dalla crescente insicurezza causata dalle vere o supposte aggressioni da parte di nemici interni o esterni) sono andate ad innestarsi su un tronco culturale che è quello impiantato nel continente nordamericano da archetipi quali i Padri Pellegrini (gente che fuggiva da persecuzioni e orrori senza nome nel Vecchio Continente) e gli Uomini della Frontiera (gente che per molti decenni non ebbe altra difesa contro una natura e delle popolazioni ostili se non le proprie armi e la propria abilità nell’usarle). Fino a tutto il diciannovesimo secolo, una cultura legalitaria quale la intendiamo noi non si affermò nel territorio statunitense se non con estrema difficoltà. Finché appunto ci fu una Frontiera da conquistare, non solo socialmente ed economicamente, ma anche giuridicamente.
Queste cose le sappiamo tutti, fino alla noia. Dal John Steinbeck di Furore al Joel Schumacher di Un giorno di ordinaria follia, sappiamo tutto di quanto possono essere devastanti certe aberrazioni della cultura americana. E fino alla noia possiamo riproporre l’eterno dibattito, ideologico anche nell’epoca della fine delle ideologie: è un male esclusivamente degli ingenui, ipocriti e rozzi americani, come si legge da più parti in queste ore? O è un male di tutta la razza umana? Oppure anche noi, in forme più raffinate e soltanto apparentemente meno ipocrite, siamo capaci di rivoltarci contro noi stessi, i nostri cuccioli, la nostra dignità umana?
Da queste parti, è molto più difficile (in apparenza) mettere le mani su un’arma, almeno legalmente. Ancora le nostre psicosi individuali e/o di massa non ci hanno spinti al procedimento inverso a quello americano, chiedere cioè a gran voce, pubblicamente ed in forma organizzata la liberalizzazione delle armi da fuoco. Ciò non significa che la realtà che sta sotto alle nostre civiltà e cultura apparentemente più progredite non sia altrettanto a livelli di guardia di quella americana. Basta girare per le periferie di qualsiasi nostra città medio-grande e parlare con la gente che ci vive per rendersi conto che a molti piacerebbe l’idea di qualche drugstore aperto H24 con licenza di vendita di armi da fuoco. Sicuramente per questa gente sarebbe un’idea più accettabile che non quella di uscire dopo cena a buttare la spazzatura o portare fuori il cane e trovare, e trovarsi, a dio-solo-sa-cosa.
Per non parlare di altre amenità. Ci sono regioni italiane in cui il possesso di armi alla luce del sole e l’uso efferato delle stesse in sparatorie che coinvolgono e uccidono innocenti anche in tenerissima età sono – in proporzione – all’ordine del giorno allo stesso modo che nelle metropoli americane. Che Scampia sia un luogo più sicuro del Bronx o che una scuola elementare di Casal di Principe sia più a cuor leggero frequentabile di quella di Newtown è tutto da dimostrare. Con buona pace delle nostre leggi più evolute e della nostra civiltà più raffinata, noi che invece dei rozzi Padri Pellegrini potremmo vantare ben altri archetipi, come i filosofi della Magna Grecia, per rimanere alle zone sopra citate.
Ci sono poi intere regioni, la Toscana per esempio è una di queste, dove per almeno cinque mesi l’anno è consentito a chiunque dietro pagamento di una apposita tassa (e nessun altro esame attitudinale) di girare armati pressoché dovunque, comprese le proprietà private altrui, e sparare a tutto ciò che si muove. Queste persone si chiamano cacciatori, termine anche nobile nel nostro glossario. In realtà sono persone con licenza indiscriminata di uccidere, erga omnes. Dal gatto di casa vostra a propri parenti e consanguinei, a estranei, voi stessi compresi se andate a fare una passeggiata nel bosco sbagliato nei giorni sbagliati.
Cacciatori italiani
C’è un ordinamento giuridico che, a chiacchiere, funziona molto meglio di quello americano, o almeno di ciò ci vantiamo. Di fatto, se stermini la tua famiglia in modo efferato te la cavi con tre-quattro anni di galera, ti fai un sacco di pen-pal e alla fine ti affidano al servizio sociale, e se sei fortunato anche ai talk-show. Se sei uno psicopatico che minaccia di morte la ex-compagna hai buone probabilità che il Gip a cui sei stato segnalato ritenga la tua pratica infondata (del resto, cosa si vuole, ne arrivano talmente tante sul suo tavolo!). Se poi guidi senza patente, ubriaco e ammazzi qualcuno sulle strisce, ci sono buone probabilità che ti venga data una seconda chance. Di riprovarci, sì, e se la prima volta non hai fatto strike, ritenta, sempre sulle strisce ovviamente, e forse sarai più fortunato.
Chissà dove ambienterebbe il suo Bowling Michael Moore, se fosse un regista italiano. Non certo a Columbine, ma le location qui si sprecano. Chissà chi è andato a fare più danni, storicamente parlando, se i Padri Pellegrini che sbarcarono a Newport, Rhode Island, o tutti i sepolcri imbiancati che rimasero in Europa a far finta che tutto andasse bene. E tutti in nome di Dio e della propria superiorità culturale sugli altri.
Le marce di protesta si fanno sempre bene a casa degli altri. A casa propria, mai.