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martedì 20 maggio 2014

Emergency chiama, Firenze risponde

Emergency chiama, Firenze risponde. Gino Strada decide di celebrare qui il ventesimo compleanno della sua creatura, e i fiorentini gli riempiono lo stadio come ormai non fanno più nemmeno quasi per le partite di cartello della loro squadra del cuore. Ma questa è appunto la Partita del Cuore, la madre di tutte le partite.
Lo stadio è vecchio, anche se glorioso e ancora bello a vedersi, l’impianto acustico è fatiscente, la RAI lo è ancor di più perché non consente l’uso delle sue attrezzature, o forse è la Fiorentina lenta a muoversi, nell’organizzazione di questo evento. Ma non importa, è festa grande per i 40.000 del Franchi e per tutti quelli che da casa si stringono attorno ai campioni della solidarietà.
Da una parte gli uomini in rosso, la squadra di Emergency, in rappresentanza di chi da vent’anni, a partire da quella tremenda guerra civile in Ruanda, va in giro per il mondo a portare cure mediche a chi non ha più nemmeno gli occhi per piangere. Dall’altra gli uomini in blu, la Nazionale Cantanti, un’altra meravigliosa invenzione italiana che da più di vent’anni fa beneficienza per tutte le istituzioni che cercano di portare una goccia di sollievo nell’oceano della sofferenza. Quest’anno hanno scelto Emergency, e come luogo hanno scelto ancora una volta Firenze, come sempre la capitale della solidarietà quando si tratta di fare calcio benefico.
Ci sono più persone stasera sugli spalti di quante ce n’erano a vedere Fiorentina-Juventus, e questo la dice lunga. Stasera nessuno ha la sciarpa o la bandierina viola, tutti hanno quella bianca con scritte rosse su cui campeggia la E più celebre del mondo. Quella brevettata da Gino Strada, che ha fatto tante cose nella vita e da oggi può dire di aver fatto anche il calciatore. E siccome lui e i “suoi”, per mestiere, hanno dovuto diventare grandi organizzatori sia di eventi che di strutture sanitarie, ecco che i suoi compagni di squadra se li è scelti con cura. Si gioca a Firenze, il colpo di genio è proporre alla platea insieme Antognoni, Baggio e Batistuta. Di più non esiste, almeno da queste parti. Non può esistere.
Dall’altra parte vecchi fuoriclasse della canzone e del buon cuore come Baglioni, Barbarossa e Raul Bova si mescolano a calciatori che se si tratta di cuore in quello dei fiorentini un bel posto ce l’hanno anche loro, Luca Toni e Vincenzo Montella su tutti. L’attualità è inoltre assicurata da Manuel Pasqual da una parte e da Borja Valero dall’altra. Come dire, le stelle passano e tramontano, ma lasciano una scia nel cielo indelebile, inseguite da nuove stelle che forse un giorno stringeranno il nostro cuore, tornando in questo stadio e su questo prato ormai imbiancati nei capelli, ancora capaci di un gesto atletico o di un sorriso che emozionano perdutamente un intero stadio.
Giancarlo Antognoni ha sessant’anni, qualche anno fa il suo cuore aveva fatto i capricci, eppure eccolo qui a testa alta, per settanta minuti nel cuore dell’azione, con i suoi lanci di quaranta metri che nessuno ha dimenticato e tutti rimpiangono. Gabriel Omar Batistuta  ne ha 45 di anni, ma le sue caviglie ne hanno molti di più. Passa solo un minuto e tutti si ricordano perché qui lo chiamavano il Re Leone, sulla prima palla segna un gol da trenta metri come non si vedeva più fare dal 2.000. Guarda caso dalla sua ultima partita in viola. Poi segna ancora girandosi e calciando con l’istinto e la velocità del cobra, del grande goleador che era. Dopo un’ora di gioco ancora se ne va saltando l’uomo e presentandosi davanti al portiere. L’arbitro da un rigore, il pubblico lo invoca a tirarlo, ma i giocatori di Emergency hanno un’idea migliore. Tutti conoscono la storia dell’ex ragazzo che stasera siede in panchina perché le sue ginocchia sono più rovinate delle caviglie di Bati. Tutti ricordano quel rigore che non volle tirare contro il proprio passato ed i propri sentimenti, tutti ricordano anche quell’altro rigore, a Pasadena, che invece andò a tirare coraggiosamente malgrado fosse su una gamba sola.

A tirare il rigore del 4-4 ci va dunque Roberto Baggio, ed è un’altra storia a lieto fine. Firenze si è riconciliata con lui e con il destino da tanto tempo, ma rivederlo sorridente dopo un gol segnato sotto la "sua" curva è tanta roba. Alla fine, malgrado il pareggio, la Coppa non può andare che ad Emergency. Gino Strada ha giocato solo pochi minuti, ma il premio è alla sua carriera, a tutto quello che è stato fatto da lui e con lui, e a tutto quello che verrà fatto in futuro, anche con l’incasso di questa serata che si vorrebbe non finisse mai, nel cuore pulsante di Firenze.

giovedì 15 maggio 2014

Buon compleanno Emergency

Emergency festeggia vent’anni, e scopre che in realtà c’è poco da festeggiare. “In questi vent'anni abbiamo affrontato emergenze sempre maggiori - ha detto Gino Strada aprendo ieri la conferenza celebrativa al Forum di Assago di Milano - e sappiamo che ne dovremo ancora affrontare molte”. La guerra sarà anche una follia, come ha sottolineato di nuovo Papa Francesco non più tardi di due giorni fa a Redipuglia commemorando il centenario della Prima Guerra mondiale, l’Inutile Strage. Ma è una follia sempre più appetibile in questo mondo in cui la ONLUS italiana ormai più famosa nel campo dell’assistenza sanitaria cerca coraggiosamente e disperatamente di fare la sua parte, consapevole a volte di essere armata di un cucchiaino da caffè di fronte ad un oceano di sofferenza.


Tra le tante testimonianze che si alternano sul palco di Assago da tutte le zone di guerra in cui Emergency è attualmente impegnata, ecco quella – forse la più significativa - del dottor Shukur, chirurgo dell’ospedale di Kabul “Non ricordo alcun giorno della mia vita senza guerra  ma non ho perso la speranza nel futuro. Tutto quello che sono lo devo ai medici di Emergency e al loro impegno per il mio Paese”.
Era il 15 maggio del 1994 quando Luigi Strada detto Gino e la moglie Teresa Sarti registrarono a Milano una associazione denominata semplicemente ed efficacemente Emergency. Il chirurgo cardiopolmonare di Sesto San Giovanni aveva già accumulato una considerevole esperienza lavorando prima negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in Sudafrica (presso il Groote Schurr di Città del Capo, il leggendario ospedale dove Christian Barnard aveva effettuato il primo storico trapianto di cuore nel 1967), e poi al servizio della Croce Rossa nelle zone di conflitto a cavallo tra la fine degli anni ottanta ed i primi anni novanta.
Era il periodo in cui la fine della Guerra Fredda ed il crollo del Muro di Berlino avevano brevemente illuso circa la possibilità di un mondo migliore, che mettesse al bando i sanguinosi conflitti di quello che Eric Hobsbawm aveva chiamato il secolo breve, dal mattatoio iniziato nel 1914 fino al 1989, appunto. L’illusione era durata poco, la prima Guerra del Golfo e lo sprofondamento nel bagno di sangue post-Tito della ex Jugoslavia avevano anzi mostrato chiaramente che il mondo non più costretto dal terrore atomico era finalmente libero di scannarsi come più gli pareva e piaceva. Mentre a Milano nasceva Emergency, in Ruanda aveva luogo il più orrendo forse dei conflitti post-coloniali africani, con Utu e Tutsi che si facevano a fette a vicenda sotto gli occhi di una opinione pubblica internazionale impotente ed allibita.
La prima uscita di Emergency fu lì, nel cuore dell’Africa dove le tribù si affrontavano a colpi di machete. Da lì in pochi anni la presenza dell’organizzazione di Gino Strada e Teresa Sarti si espanse in tutti i continenti, a mano a mano che nuove tragedie umanitarie si manifestavano. L’obbiettivo di Emergency era quello di fornire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità non soltanto alle vittime di guerra ma anche a quelle della povertà nei paesi che apparentemente dalla guerra erano lontani, ma che conoscevano tuttavia già i guasti di un capitalismo trionfante e imperante, tra i cui postulati stava prendendo piede quello che voleva la trasformazione della struttura sanitaria da servizio ad azienda.
La statura morale e professionale di Gino Strada e della sua organizzazione emersero rapidamente. Nel 1998 Emergency aveva già ottenuto il riconoscimento di ONLUS e nel 1999 di ONG. Ma soprattutto, dopo le esperienze africane e balcaniche, era pronta ad assumere le sue iniziative destinate ad avere maggior prestigio e risonanza mondiale. In Afghanistan, Emergency era presente fin dagli ultimi tempi del regime talebano, cosicché quando la coalizione internazionale guidata dagli USA invase il paese dopo l’attentato alle Torri Gemelle per scacciarne un regime ritenuto colluso con l’organizzazione terroristica Al Qaeda, Gino Strada e la sua equipe si trovavano già sul posto per curare le vittime di quel nuovo sanguinoso conflitto in un paese che da tempo immemorabile peraltro non aveva conosciuto altro che guerra.

L'ospedale di Emergency nella valle del Panshir in Afghanistan
L’Afghanistan ha finito per diventare il simbolo ed il paradigma dell’impegno di Emergency a giro per il mondo. Nel bene e nel male, perché se da un lato l’assistenza medica fornita agli afghani rappresenta e resterà forse come il principale monumento all’opera di Gino Strada, è stato proprio a partire dalla guerra del 2001 e dalla posizione ad essa ostile assunta dallo stesso Strada che gli sono arrivate le critiche più significative circa la propria posizione politica.
Gino Strada è uno di quei medici che giustificano qualunque scelta personale morale con la necessità di osservare anzitutto il giuramento di Ippocrate nella sua accezione più nobile. Il medico deve curare tutti al meglio, e gratis. Il medico è contro la guerra per definizione, perché ne conosce gli effetti più atroci e devastanti, e a volte deve arrendersi ad essi impotente. E’ inevitabile che la posizione antagonista verso gli Stati Uniti e la coalizione internazionale da essi guidata, non solo in Afghanistan ma dovunque essa sia intervenuta militarmente, porta di fatto molti a vedere il suo non allineamento come uno schieramento oggettivo a fianco dei regimi locali, dai Talebani a dittature come quella sudanese, che si fanno pochi scrupoli di massacrare la propria stessa popolazione ma con le quali bisogna trattare, per assicurare la sopravvivenza delle strutture sanitarie e di Emergency stessa.
Al di là di questa polemica politica, proprio il Sudan è l’altro caso emblematico del paradigma di Emergency. Uno dei regimi più impresentabili della terra è diventato in qualche modo (e visti i risultati è il caso di dire: per fortuna) un interlocutore privilegiato di Emergency, consentendo alla ONLUS italiana di aprire e gestire il prestigioso Centro Salam di Soba, a 20 km da Karthoum. Tra tutte le creature di Gino Strada, questa forse è quella da lui prediletta. Il medico milanese non ha certo dimenticato di nascere cardiochirurgo, e ha voluto personalmente questa struttura di eccellenza dove vengono operati gratuitamente pazienti affetti da patologie cardiologiche provenienti da tutta l’Africa. L’Ospedale è inoltre a capo di un programma di pediatria e cardiochirurgia che sta diffondendo in tutto il continente progressivamente un sistema di screening che dagli ospedali locali indirizza al Salam i cardiopatici da operare e poi da seguire nel decorso post-operatorio. Una struttura di assoluta eccellenza, anche a paragone con modelli sanitari decisamente più evoluti.
L'Ospedale di Emergency a Goderich in Sierra Leone,
l'unico ancora funzionante dopo l'esplosione dell'epidemia di Ebola
Dal 2005, a proposito, Emergency ha rivolto sguardo e attenzioni perfino al suo paese d’origine. Non solo l’afflusso sempre più massiccio di persone dal cosiddetto Terzo Mondo verso le nostre coste, ma la stessa decadenza del nostro sistema sanitario nazionale sotto la spinta della spending review e dell’aziendalizzazione fanno sì – a parere di Gino Strada ma anche di sempre più numerosi analisti e commentatori – che la popolazione italiana nel suo complesso si stia progressivamente spostando nel campo dei bisognosi. Ecco quindi che Emergency allo stato attuale è presente sul territorio italiano con circa 4.000 volontari e 160 punti di health care. E con la certezza che tra le emergenze che il suo fondatore ha detto ieri di attendersi al Forum di Assago in misura sempre maggiore, quella nazionale italiana non sarà certo di secondo piano, se le cose proseguiranno secondo il trend attuale.

sabato 8 marzo 2014

Afghanistan, crocevia degli Imperi

L’Afghanistan, data la sua posizione geografica, è stato da sempre uno dei corridoi del mondo. Crocevia per le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi, per tutte le razze, tutte le ideologie e le arti, da Alessandro il Macedone ai Mongoli, ai Russi, agli Inglesi nell’800, l’Hindukush è sempre stato la posta di un gran gioco, ed è ancora così.
Gli Afghani avevano già conosciuto la memorabile vendetta di Gengis Khan, quando i Mongoli sgozzarono ogni essere umano e sradicarono ogni pianta ed ogni albero. Lottarono contro gli Inglesi per più di sessanta anni per difendere la loro indipendenza, che finalmente arrivò nel 1921. Il primo bombardamento nella storia dell’aviazione inglese, nel 1919, fu su Kabul e la sua popolazione civile.
Dal 1953 al 1963 Daud attuò per un decennio una politica del terrore eliminando gli oppositori e imprigionando i primi intellettuali. Dal 1979 al 1989 l’Afghanistan fu occupato da truppe sovietiche, ma la guerra civile continuò fino al 1991. Nel 1992 i Mujaheddin rovesciarono il governo filosovietico di Najibullah ed elessero presidente Burhanuddin Rabbani.
Nel 1994 si affacciarono sulla scena i Talebani, che nel 1996 riuscirono a conquistare Kabul, imponendo la legge coranica ed avviando una campagna iconoclasta tesa a cancellare ogni traccia del passato preislamico dell’Afghanistan. La distruzione dei Buddha di Bamjan sono solamente la parte più visibile di una distruzione capillare.
Il 9 settembre 2001 Massud, capo carismatico dei Mujaheddin dell’Alleanza del Nord e dell’opposizione ai sovietici prima e ai Talebani poi, muore in un attentato suicida lasciando un vuoto nella leadership afghana. L’11 settembre è storia contemporanea e ben conosciuta. Nell’ottobre dello stesso anno il regime talebano, ritenuto corresponsabile degli attentati terroristici a New York e contro il Pentagono, viene fatto oggetto di una vasta campagna militare da parte degli Stati Uniti e dei loro Alleati.
Nel dicembre 2001 la coalizione occidentale e le milizie locali dell’Alleanza del Nord riconquistano Kabul costringendo il governo dei Talebani ad abbandonare la capitale. Da quella data, l’Afghanistan sta faticosamente ricostruendo l’intero paese per ritornare, se possibile, ad un’esistenza normale. Ad ottobre 2003 ci sono state le prime elezioni democratiche dopo decenni di dominazione, con le quali è stato eletto presidente Hamid Karzai, tutt’ora in carica.
Per chi volesse approfondire la storia afghana, consigliamo Il grande gioco di Peter Hopkirk (Adelphi Edizioni), e Massud il leone del Panjshir di Michael Barry (Edizioni Ponte alle Grazie).

8 marzo, le donne dimenticate

 di Paola Stillo

Afghanistan, paese che evoca in molti immagini di guerra, di mine antiuomo, di terroristi, di Talebani dalle lunghe barbe, di bourqa azzurri al di sotto dei quali le donne vivono la loro “non condizione femminile”.
Eppure l’Afghanistan non è solo questo, è un paese ricco di storia e di cultura, di paesaggi magici nonostante la distruzione, dove ad ogni stagione dell’anno sembrano darsi ritrovo i più grandi pittori, da Van Gogh a Renoir, da Houssaki a Brugel in una gara interminabile di immagini e di colori. Di gente fiera e generosa, con un senso dell’umorismo che più di trenta anni di guerra non sono riusciti a spegnere.
La mia esperienza in questo paese è iniziata nel febbraio 2003 ed è continuata per altri quattro anni. Insieme ad una collega ostetrica ci siamo occupate dell’apertura di un ospedale materno infantile di Emergency a nord di Kabul, nella valle del Panjshir. Per poter capire almeno in parte il popolo afghano bisogna conoscere le sue vicende e la sua storia così drammaticamente crudele e sanguinosa.
Lavorare in questo contesto, soprattutto all’inizio, non è stato facile, anche se ormai questo paese e la sua gente sono entrati nei nostri cuori e nel lasciarlo parte di noi è rimasta nelle sue valli, con le donne e gli uomini che hanno condiviso insieme a noi questa meravigliosa esperienza.
I problemi che abbiamo dovuto affrontare sono stati molti sia dal punto di vista professionale e tecnico sia da quello umano e relazionale. Il lavoro più importante abbiamo dovuto farlo su noi stesse: formare donne afghane a prendersi cura di altre donne afghane, parlare loro di maternità e di sessualità. Per farlo, bisognava “capire”, uscire dal nostro vissuto di donne europee, emancipate, libere ma spesso frustrate, ed immergerci lentamente ma profondamente nella condizione femminile afghana.
Condizione precaria, caratterizzata da anni di guerra, da un sistema scolastico spesso inesistente, da un regime talebano che vietava alle donne il diritto di esistere, obbligate a nascondersi, a non uscire, a non lavorare. Ed è proprio con queste donne che abbiamo iniziato un periodo di formazione per l’assistenza di base ostetrica e neonatale.
Pur occupandomi da tempo di formazione di personale sanitario, mi sono resa conto per la prima volta che la definizione degli obiettivi formativi, così cari ai formatori, non può prescindere dalla trasmissione di valori e che questi ultimi non sono universalmente gli stessi.
Come si fa a parlare a queste donne della magia della maternità, di questo legame speciale che unisce madre e bambino ancora prima della nascita? Della preparazione al parto? Del prendersi cura del proprio corpo durante la gravidanza? Ma anche semplicemente del “prendersi cura”, del rispondere ai “bisogni della persona”!
Il “prendersi cura” per queste donne significa svegliarsi alle quattro del mattino, prendersi cura degli animali, raccogliere la legna ed accendere il fuoco, preparare da mangiare, raggiungere il fiume per raccogliere l’acqua, lavorare nei campi. Significa occuparsi degli anziani della famiglia (quella del marito), del marito, dei figli: figli ovviamente non desiderati o programmati, ma “dovuti”, e così è un susseguirsi di gravidanze, aborti spontanei e mortalità materna ed infantile tra le più alte al mondo.
Ancora oggi, la professione infermieristica si porta appresso un’immagine legata al femminile, al ruolo della donna nella cura e nell’assistenza, ma anche alla corporeità, perché è sul corpo, sui suoi vissuti e sui suoi prodotti che l’infermiere opera. Stranamente, ma neanche tanto se si pensa alla condizione di isolamento della maggior parte delle donne, il “mondo infermieristico” afghano è un dominio maschile. Nella cultura afghana, la corporeità e la fisicità sono vissute in maniera repressiva, basti pensare all’obbligo delle donne di coprirsi, ma anche agli stessi uomini ai quali è imposto ad esempio un abbigliamento che copra braccia e gambe ed ai bambini che seguono le stesse regole valide per gli adulti.
Ecco allora che diventa difficile “insegnare ad assistere” in un mondo di rigide regole comportamentali, che a volte si possono infrangere ma non si sa mai quando. Un uomo, in questo caso un infermiere, non può toccare una donna, ma questa regola non vale nel caso del pronto soccorso o della sala operatoria; eppure non può inserire un catetere vescicale o assistere durante un parto precipitoso o semplicemente eseguire l’igiene personale di una paziente allettata.
Vi è una netta separazione tra quello che è ospedale e malattia, e quindi sottoposto a concessioni, e quello che è normalità, vita quotidiana. La maternità, ovviamente e sfortunatamente, appartiene a quest’ultima sfera. Sfortunatamente perché non si possono infrangere le regole sociali, e così nel nostro ospedale non era consentito l’ingresso di nessun uomo se non per casi di emergenza, che diventavano “malattia”.
Trovare 32 donne con un minimo di istruzione (mediamente l’equivalente della nostra III media in termini di durata degli studi), iniziare con loro un percorso formativo che affrontava argomenti non di uso comune (ricordo come arrossivano tutte quando si parlava di mestruazioni), abituarle ad infrangere alcune regole (eseguire l’igiene intima, per esempio) è stata, non solo come formatore, una sfida.
Eppure lentamente, conquistando a poco a poco la loro fiducia, accendendo la loro curiosità ma soprattutto attingendo a quella complicità che nasce tra donne, fatta di affetto, di comprensione, di simpatia, siamo riuscite in un anno a formare un team capace di erogare autonomamente assistenza di base ostetrica, infermieristica e neonatale. La struttura ospedaliera era arrivata a visitare circa quattrocento donne al mese (visite prenatali e ginecologiche), con una media di settanta ricoveri e cinquanta parti al mese.
Il personale locale adesso è in grado di effettuare un triage ambulatoriale, prendersi carico della donna in travaglio e seguirla durante il parto, gestire il post-operatorio e la degenza ginecologica. Alcune di queste donne sono state addestrate da un’infermiera di sala operatoria e “strumentano” in maniera autonoma i principali e più frequenti interventi quali cesarei, isterectomie, raschiamenti. Dal giugno del 2003, quando la Maternità è stata ufficialmente aperta ad oggi, sono nati nel Panjshir circa ventiduemila bambini, una media di oltre duemila l’anno, e più di 175.000 donne si sono rivolte al Centro di Maternità per essere curate e assistite.
Quelle donne afghane che dal 2003 con determinazione e coraggio, superando numerosi ostacoli, hanno affrontato quell’esperienza formativa, hanno continuato nel loro cammino “rivoluzionario” contagiando così altre donne nell’acquisire il diritto ad essere curate, ascoltate, ad esistere!

Mi piace ricordare una frase citata da uno dei miei studenti del passato: “Chi educa un uomo educa una persona, chi educa una donna educa una generazione”.

lunedì 24 dicembre 2012

Una serata con i volontari di Emergency


Per chi non sapesse o non potesse dare un senso a questo Natale (è sempre più difficile ogni anno che
passa, a prescindere dalle profezie millenaristiche che tentano di spiegarci perché siamo destinati ad estinguerci, come se non lo sapessimo da soli), per chi volesse comunque dare un senso al proprio tempo e ai propri soldi unendo l’utile al dilettevole di acquistare dei bei regali di natale dedicando qualche attimo di sé nello stesso tempo alla riflessione ed alla solidarietà, Emergency ripropone anche quest’anno il suo punto vendita a Firenze in Via dei Ginori14 (foto).
Entrare dentro il negozio di Emergency è fare un salto d’improvviso in un altro mondo, quello (vastissimo) in cui si lotta per la pura e semplice sopravvivenza e quello di chi ha scelto di dedicarsi ad agevolare questa lotta impari, magari lasciando da parte professioni ben più remunerative, almeno da un punto di vista puramente economico. Per chi entra lì dentro con la voglia di capire, libera da qualsiasi pregiudizio, c’è tutto lo spirito dell’organizzazione fondata nel 1994 dal cardiochirurgo milanese Gino Strada e da sua moglie Teresa Sarti, non appena fu chiaro che il mondo non più costretto dalla logica dei blocchi e della Guerra Fredda si stava aprendo a nuovi e ancora più impensabili orrori, e che c’era bisogno di qualche visionario che ritenesse possibile e doveroso (già allora) offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità alle vittime della guerra e della povertà e promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tutta merce che con l’andare del tempo si è dimostrata, se possibile, ancora più deperibile. Non a caso, questa organizzazione si chiama, fin dalla sua nascita, Emergency. Non c’è bisogno di traduzione, semmai di constatare che dopo 18 anni quella che era emergenza sta diventando purtroppo, in molte aree del mondo, più che mai la normalità.
Una volta dentro il negozio, i volontari sono ben contenti di accompagnarvi dentro un viaggio che vi porta dentro un sogno: quello di popoli che cercano di recuperare una autonoma e orgogliosa rinascita produttiva magari solo ripartendo da produzioni artigianali che già esistevano e che guerre e dittature
avevano spazzato via. Un caso per tutti, i manufatti di vetro di Herat, una delle zone dell’Afghanistan che più stenta a trovare pace e normalizzazione in un paese che pace e normalità non ne ha mai avute. L’Afghanistan è diventato uno dei paesi simbolo dell’impegno di Emergency, per motivi di storia e di cronaca attuale. Ma stesso discorso si può estendere a varie parti del cosiddetto Terzo Mondo in cui l’organizzazione di Gino Strada, riconosciuta ONLUS dal 1998 e ONG da 1999, tenta ogni anno di avviare nuovi progetti di realizzazione di strutture sanitarie che diano assistenza medica, ma più in generale diritti sostanziali, a chi finora non ne ha mai avuti. Fino al punto di individuare addirittura nel nostro stesso paese, nei tempi della Sanità disastrata pre e post spending review, delle sacche territoriali di sofferenza in cui intervenire, con la certezza di poter fare meglio e a costi molto più contenuti rispetto a chi ha fatto finora.
Per far capire tutto questo, e spiegare perché si sta lavorando e perché le pur generose risorse messe a disposizione ogni anno dai donatori e da istituzioni pubbliche e private sensibilizzate (l’elenco è esposto nel negozio) sono sempre per forza di cose insufficienti, Emergency ha deciso quest’anno di far parlare i propri volontari, in alcune serate messe a disposizione del pubblico dei visitatori. Abbiamo partecipato ad una di queste, la sera del 21 dicembre, in cui due infermiere professionali operanti nelle strutture sanitarie italiane hanno raccontato perché hanno deciso un bel giorno di lasciare tutto, ma veramente tutto, e andare a fare quello che facevano dall’altra parte del mondo, e con che risultati.
Paola Stillo (foto), ex caposala dell’ospedale pediatrico Sant’Anna di Como, ci racconta di come fu convinta nell’arco di una giornata dai “reclutatori” di Emergency a prendere aspettativa ed aggregarsi alla missione destinata a quella che nel 2003 era la zona più calda del mondo, la valle del Panshir, la zona afghana più vicina al territorio cinese da sempre controllata dall'Alleanza del Nord, i Mujahidhin del leggendario Masud il Leone. In quel paese, che veniva da più di 20 anni equamente divisi tra la guerra contro gli invasori sovietici, la dittatura talebana e la guerra di liberazione successiva all’attentato alle Torri Gemelle, Emergency aveva svolto un ruolo fondamentale fin dagli ultimi tempi dei Talebani, riuscendo ad essere presente di fatto come l’unica organizzazione in grado di fornire assistenza sanitaria nel paese.
Tale situazione, non certo semplificata dalla nuova situazione creatasi dopo l’occupazione NATO, era rimasta sostanzialmente immutata. Al punto da spingere i responsabili dell’organizzazione di Gino Strada a valutare come prioritario non solo l’apporto di cure mediche ad una popolazione martoriata da una guerra infinita, ma anche la ri-creazione di professionalità mediche e para-mediche in un paese dove da quando avevano governato i Talebani non era andato a scuola più nessuno (meno che mai le donne, ritenute però essenziali, nella cultura islamica, per l’esercizio di una professione infermieristica nel caso specifico rivolta in molto casi ad un’utenza principalmente femminile, si pensi a maternità e pediatria), e prima ancora di un approccio culturale al mondo moderno che riprendesse quel filo interrotto per forza di cose nel 1979, quando l’invasione sovietica aveva fatalmente frenato lo sviluppo di un paese che almeno nei centri maggiori dimostrava di potersi inserire in quello che consideravamo e consideriamo il mondo moderno. I risultati ottenuti, ha raccontato Paola Stillo, sono andati al di là delle più rosee previsioni. Le infermiere istruite dai volontari occidentali, a prezzo di sacrifici inimmaginabili per chi non ha presente la loro condizione ripiombata in un abisso di violenza e segregazione degni del peggior fanatismo religioso e della peggiore arretratezza culturale, hanno conseguito un livello di professionalità (oltre che titoli di studio legalmente riconosciuti) che lascia ben sperare.
Chiara Peduto (a destra nella foto al tavolo), infermiera del reparto di Terapia Intensiva di Careggi, ha raccontato invece un’altra esperienza altrettanto estrema, e altrettanto nota a chi ha seguito le cronache internazionali della sofferenza e del bisogno. Reclutata anche lei dans l’espace d’un matin dagli uomini di Emergency, la sua destinazione è stata il Centro Salam di Cardiochirurgia di Karthoum, la capitale del martoriato Sudan. Il suo racconto ha messo in evidenza l’incredibile contraddizione tra il prestare servizio in una struttura sanitaria quasi d’eccellenza, che nulla parrebbe avere da invidiare alle nostre europee, e vivere in un paese dove domina una delle dittature più feroci ed oppressive dell’intero Terzo Mondo. Il Sudan è da anni teatro di sofferenza, con la tragedia del Darfur ed il conflitto interrazziale e interconfessionale tra le sue popolazioni per lo più per la maggior parte allo stato tribale. Karthoum è una città dall'apparenza moderna, impiantata nel cuore di uno stato di polizia tribale. In quest’area Emergency ha scelto volutamente di costruire una delle sue strutture più prestigiose, et pour cause. Il paese confina con altre nazioni africane,dall’Egitto, alla Repubblica Centraficana, al Ciad, all’Eritrea, alla Somalia, all’Etiopia, è in posizione strategica tanto più alla luce dell’insorgenza massiccia tra la popolazione di questa vasta regione africana di malattie legate alla contrazione dello streptococco metabolitico, che causa febbri reumatiche con complicazioni cardiache devastanti (una persona su mille abitanti la contrae, ed è destinato alla morte in un paese dove qualsiasi assistenza medica è esclusivamente a pagamento). Come in Afghanistan, la cultura locale dà inoltre pochissimi spazi a quelle persone, soprattutto di sesso femminile, che vogliono emanciparsi acquisendo una professionalità medica e paramedica.
Questo è solo un esempio sommario di quanto è emerso dai racconti dei volontari, di quanto fa Emergency ogni anno per andare a portare vita e rinascita dove altrimenti ormai prospererebbe soltanto la morte. Ci sarebbe da parlare del Centro Chirurgico e Pediatrico di Goderich in Sierra Leone, dell’assistenza sanitaria fornita ai profughi della sanguinosa Primavera Araba del 2011, dei progetti di Emergency per rendere più accessibile e più effettiva la stessa sanità italiana. Ci sarebbe tanto da dire, chi è interessato può approfondire in Via Ginori, e negli altri centri Emergency sparsi in 12 città italiane.

Come ricorda ancora Paola Stillo, gli operatori sanitari volontari farebbero il loro mestiere comunque e dovunque, ma è solo il cuore e la generosità della gente che consentono loro di andare a farlo là dove ce n’è veramente bisogno. Il negozio di Emergency rimane aperto fino al 24 dicembre alle ore 18,00.