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sabato 5 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Caporetto viola

Cronaca di un disastro annunciato. La spedizione romana della Fiorentina nasceva sotto pessimi auspici, non solo per il calendario assurdo che costringeva i viola a tornare in campo a soli quattro giorni dalla splendida ma dispendiosa prova contro il Napoli. La Roma, rigenerata da Spalletti e da un mercato di gennaio che in riva all’Arno possiamo solo invidiare, è invece nel suo momento migliore, e non fa mistero di puntare legittimamente più che al terzo posto della Fiorentina addirittura al secondo del Napoli.
Poi c’è tutto ciò che si muove fuori dal campo attorno alla società giallorossa e a quella viola. Alla vigilia arriva la sentenza sul ricorso di Viale Manfredo Fanti sulla squalifica a Zarate. Confermati i tre giorni, con argomentazioni che avrebbero fatto la gioia dei legulei medioevali che tentavano di stabilire il sesso degli angeli o la differenza tra l’anima della donna e quella dell’uomo. Perisic nel frattempo fa di ben peggio di Zarate in Inter – Juventus, ma evidentemente è soggetto ad altra giurisdizione e non va oltre un cartellino giallo.
In compenso, niente di nuovo all’orizzonte per quanto riguarda il caso Salah. Il tribunale europeo ha rinviato la decisione a data da destinarsi, probabilmente a quando i protagonisti saranno vecchi e decrepiti, e la questione si sarà risolta da sola. Nel frattempo, il Messi delle Piramidi può giocare dove vuole, e figuriamoci se non fa danni a una difesa come quella viola, le cui maglie della rete sembrano allargarsi sempre di più ad ogni partita come in ossequio a qualche normativa europea.
La Fiorentina scende in campo all’Olimpico con la giusta spavalderia, determinata a dimostrare che tra lei e l’avversaria capitolina non è la seconda a giocare meglio a pallone quest’anno. Ma come il Settimo Cavalleria di Custer, la sua è una impresa disperata e basta un niente a farla fallire. Come già con il Napoli, si prosegue in pratica la partita dell’andata: Fiorentina che parte a spron battuto mettendo indietro la Roma, la quale però segna con facilità irrisoria (quella di Salah) alla prima occasione e dopo si limita ad attendere i frastornati avversari e ad affettarli in contropiede senza pietà.
Roma per i viola è l’ambito prediletto di applicazione della celebre Legge di Murphy: se qualcosa può andar male, lo farà. Va male tutto ai ragazzi di Paulo Sousa, che già se la sente scivolare nel pre-partita preferendo chiamare fuori Milan Badelj e mettere dentro Tino Costa, in ossequio al principio che meglio un ciuco sano di un cavallo di razza stanco. Anche Tello per qualche motivo non lo convince, e si sistema in panchina, mentre dalla sua parte ritorna un poco convinto Bernardeschi. Dietro Roncaglia, a fianco di Gonzalo e di un Astori comprensibilmente desideroso di una rivincita che non arriverà. Davanti i due IC, Kalinic e Ilicic: palle giocabili pochissime, palle giocate zero. Anzi no, un colpo di testa di Kalinic che in realtà non esiste e non va a referto, un tiro di Ilicic che meriterebbe miglior sorte appena prima dell’inizio della grandine giallorossa.
Per venti minuti la Fiorentina illude i suoi tifosi, e mette apprensione a quelli della Roma. Che stanno vivendo tra l’altro un momento particolare, combattuti tra il desiderio di assecondare il cavallo di ritorno Spalletti nel suo programma di recupero di posizioni più consone alla recente tradizione giallorossa (ed al bilancio societario, che per le note vicende non può prescindere dalla partecipazione alla Champion’s) e la ragione del cuore, senza se e senza ma. Quella ragione che ha un nome solo, indiscutibile: Francesco Totti.
Va a finire che Francesco, da vero core de Roma, si va a sedere in panchina senza ulteriori polemiche ed aspetta sornione il suo momento. Quasi se la senta che i suoi compagni avranno ragione presto di questa Fiorentina e renderanno possibile la sua ennesima passerella, magari nella ripresa. Anche Spalletti è sornione, ha avuto ragione di Fiorentine più forti in passato, magari anche la sua Roma del passato era più forte.
Il discorso è che quando davanti hai Mohamed Salah gli schemi di gioco diventano un dettaglio. L’egiziano è incontenibile, per chi lo deve marcare come per chi gli deve far sottoscrivere un contratto. Roncaglia fa quello che può, ma quando parte regolarmente sul filo del fuorigioco – quasi una reincarnazione all’ennesima potenza di Pippo Inzaghi – fermarlo è una lotteria. Va bene una prima volta, la seconda no.
L’arbitro è toscano, il sig. Massimiliano Irrati di Pistoia e non arbitrerebbe nemmeno malaccio, almeno finché non consente a Miralem Pjanic di amputare quasi un piede a Borja Valero. La partita dello spagnolo finisce lì, quella del bosniaco continua imperterrita. Poco prima uno splendido colpo di testa di Kalinic è stato vanificato dalla parata di Szczęsny, ma soprattutto dalla bandierina del guardalinee, che lo coglie in fuorigioco infinitesimale. Altrettanto varrebbe per Salah quando parte sulla destra al 22’, ma nessuna bandierina si alza e l’egiziano può mettere in mezzo per El Shaarawy, liberissimo. Tatarusanu è fresco di miracolo su Higuain, ma sul tocco dell’italo – egiziano ex Milan non può niente.
Cala il sipario sulla speranza viola di far partita a Roma. Da quel momento la salita da scalare diventa ripida come quella del Pordoi al giro d’Italia. A conferma della Legge di Murphy, non si fa in tempo a rammaricarsi per la svista arbitrale e per essersi fatti prendere di contropiede come polli, che Salah è di nuovo al tiro. Stavolta tocca ad Astori, proprio a lui, farsi carico di rievocare la Nemesi, il destino avverso che coglie sempre la Fiorentina quando gioca a Roma. La sua deviazione rende la parabola beffarda, mandandola ad insaccarsi alle spalle di Tatarusanu. 2-0, dopo soli 2 minuti, 24 complessivi, per la Fiorentina è notte fonda.
Esce Borja Valero per quel Tello che forse avrebbe dovuto partire fin dall’inizio. Non si fa in tempo a prenderne atto che si ferma anche Vecino. Contrattura, tempi di recupero non brevi, inventare un centrocampo nelle prossime partite per Paulo Sousa sarà come risolvere il Cubo di Rubik. Ma oggi non c’è tempo di piangere. Va via El Shaarawy per non essere da meno di Salah, mette al centro e Perotti gli segna una terza rete in fotocopia della sua. Tre gol, segnati da tre giocatori che secondo certa stampa bene informata erano tre obbiettivi di mercato della Fiorentina. Tre gol che fanno la differenza – stasera abissale – tra il terzo ed il quarto posto. E non aggiungiamo altro per carità di patria, e di società.
Si salva solo Tello, che essendo giovane e spagnolo non sa nulla del male oscuro che coglie sempre la Fiorentina quando gioca con la Roma, o i Della Valle quando si affacciano alla zona Champion’s. Uno dei suoi spunti alla Joaquin vale un calcio di rigore per la falciata di Digne. Irrati stavolta non ha dubbi e accorda. Ilicic, che almeno da fermo quest’anno è ineccepibile, trasforma.
La ripresa della Fiorentina è un tiro di Roncaglia che esce di un niente, confermando che gli Dei da queste parti non amano gli audaci, ma nemmeno gli sprovveduti. Poi va via di nuovo Salah, e il 4-1 tra le gambe di Tatarusanu appare una beffa eccessiva, quanto è più di uno dei Tweet del suo procuratore.
A un quarto d’ora dalla fine, con la Fiorentina stordita come un pugile che ha incassato troppi pugni, Roma si alza in piedi. Entra Francesco Totti. Da quel momento i suoi compagni cercano solo di regalargli – e regalare alla platea estasiata – quel gol che chiuderebbe un paio di settimane difficili per Roma e i romanisti e consacrerebbe ulteriormente la leggenda dell’ottavo Re di Roma. Il Pupone ci va vicinissimo su punizione, scheggiando il palo. Cinque gol sarebbero forse troppi per una squadra, quella viola, che ha fatto miracoli ad arrivare fin qui con gli uomini contati, e che adesso fatalmente deve lasciare il passo a chi ha la panchina più lunga e le energie più fresche.
Due notazioni finali. Del Bernardeschi che caparbiamente si danna l’anima a cercare soluzioni personali per tutto il secondo tempo a volte ignorando compagni apparentemente meglio piazzati si può pensare ciò che si vuole, ma un giocatore così non resterà a lungo ad intristirsi in un ambiente dove il talento serve solo a fare plusvalenza. E quando come El Shaarawy lo vedremo in una squadra che sa valorizzare la sua classe, allora sì che sarà troppo tardi per rammaricarsi, altro che per le paturnie di Andrea Della Valle.

La seconda annotazione riguarda la società. Anzi, in ultima analisi preferiamo non farla neanche. Dopo il 1982, siamo stati due volte in testa alla classifica. Una volta fu comprato di rinforzo Ficini, una volta Kone e Benalouane. Con il dovuto rispetto, Befani e Baglini si rivoltano nella tomba.

martedì 1 marzo 2016

DIARIO VIOLA: Uno splendido inutile pareggio



Sono passati quattro mesi, e sembra di assistere al terzo e quarto tempo della stessa partita, quasi fosse un play off di basket. Al San Paolo la Fiorentina aveva perso piangendo se stessa, essendo causa del suo mal. Ma aveva messo per buona parte del match il Napoli in difesa, per la prima e unica volta costretto a lasciare altrui il possesso palla. Si riparte di lì, come se il tempo, e qualche delusione, non fossero nel frattempo passati.
Quattro mesi dopo la Fiorentina si ripete facendo ancora la partita, una splendida partita, contro un Napoli che ha un estremo bisogno di tre punti per non cominciare a dire addio fin da adesso alle chances scudetto. E’ un derby delle “deluse d’Europa”, l’occasione per ributtarsi a capofitto nell’unico obbiettivo rimasto, il campionato. E’ un match da “dentro o fuori”, come quelli di Coppa. Chi vince va avanti nella sua corsa, chi perde rischia – metaforicamente parlando – di fare qualche corsa con i tifosi dietro.
Si riaffaccia alla tribuna Autorità Andrea Della Valle, che ha dismesso i panni del Pelide Achille offeso e ritirato nella propria tenda, ma che complice anche la bella prova dei suoi stipendiati non resiste a lanciare qualche strale sibillino, contro coloro che l’hanno impermalito: “Spero che non capiscano troppo tardi quanto amo la Fiorentina”. E’ inutile commentare che al più giovane dei patron viola sfugge evidentemente il calembour, il gioco di parole insito nelle sue affermazioni. Aumenta sempre di più ogni giorno infatti il numero di coloro a Firenze che sperano che la sua famiglia non capisca troppo tardi quante speranze la città aveva riposto in essa. Per ritrovarsi il più delle volte con un pugno di Kone e Benalouane in mano.
Le sorprese non si esauriscono con il ritorno del “fratello prodigo” al Franchi. Al momento di ufficializzare le formazioni esplode la bomba: Napoli al completo (il momento è cruciale per i ragazzi di Sarri), nella Fiorentina invece fuori Federico Bernardeschi. Al suo posto Mati Fernandez, rilanciato dalla buona prova di Bergamo. Il numero 10 invece forse è “in punizione” per gli eccessi di egoismo contro il Tottenham? Se così fosse non sarebbe la prima volta che Paulo Sousa reagisce escludendo chi non segue strettamente i suoi dettami. In panchina intristisce da mesi Khouma El Babacar, giocatore per cui a certe latitudini sono disposti, pare, a sborsare diversi milioni di euro.
Diversamente, forse il mister vede più adatto alla circostanza il cileno che giovedi è stato risparmiato dalla battaglia di Londra. Nel calcio non esiste mai la riprova, come nelle quattro operazioni matematiche. Forse un Bernardeschi nei suoi “cenci” avrebbe fatto sfracelli inserito nella Fiorentina travolgente del primo tempo. Sta di fatto che Matias oggi sembra un altro giocatore, dandola via sempre di prima e sempre al compagno più smarcato. Parte dell’ottima impressione destata dai viola nel primo tempo è anche merito suo.
Si gioca con la difesa a tre, con Roncaglia al posto di Tomovic ed Alonso e Tello a cui vengono affidate le fasce. Lo spagnolo del Barcellona è forse la sorpresa più clamorosa e gradita della serata. In progresso costante partita dopo partita, stasera si pone subito come una spina che Khoulibaly ed Albiol riescono con molta fatica ed altrettanta fortuna a togliere dal fianco del Napoli, non prima di aver tremato violentemente in almeno tre o quattro occasioni. Completano il mazzo il centrocampo titolare ed un Kalinic che da stasera dobbiamo considerare finalmente in ripresa.
Si parte subito a spron battuto, ed al quinto minuto già la torcida viola sogna. Su calcio d’angolo Marcos Alonso fa il Gonzalo Rodriguez e batte imparabilmente Reyna. Il Franchi ritrova il suo goleador di inizio stagione, e si disporrebbe ad una partita piacevole e una volta tanto in repentina discesa. Ma non si fa a tempo a rimettersi a sedere e a ricomporsi dopo la gioia che gli eroi si trasformano in reprobi ed i sogni in incubi. Su uno spiovente senza pretese in area viola lo stesso Alonso interviene titubante. Forse Tatarusanu gliela ha chiamata ma senza troppa convinzione, forse no. Forse lo spagnolo ancora festeggia dentro di sé, fatto sta che il suo rinvio improbabile di esterno sinistro abortisce sui piedi di Gonzalo Higuain, che vedendo il portiere rumeno fuori posizione la piazza nella porta vuota da giocatore di biliardo.
1-1, palla al centro. La Fiorentina decide di sfogare le sue recriminazioni aggredendo il Napoli per almeno un tempo. Tagliavento arbitra all’inglese dimenticando i cartellini in tasca, ma sostanzialmente non rovinando una partita che almeno ricorda agli spettatori che cos’è il gioco del calcio nelal sua migliore accezione. Sembra che i viola siano in serata di grazia, ma per giocare bene bisogna essere in due. Il Napoli, non certo nel suo momento migliore, cerca di fare la sua parte a viso aperto e di proporre in avanti i suoi gioielli d’attacco. Ma dalla morsa Gonzalo - Astori stasera non filtra niente di azzurro.
Chi vede nel calcio una estrinsecazione del volere del Fato avrebbe argomenti tra il 32’ ed il 38’ quando prima un Kalinic finalmente lanciato in una delle sue fughe di una volta e poi un Tello in formato Camp Nou centrano clamorosamente la traversa, che restituisce il pallone al campo con rimbalzo beffardo e resta a vibrare per diversi secondi. Sulla occasione di Kalinic, il croato colpisce appena un po’ troppo sotto e la traiettoria quasi perfetta si alza quanto basta per negargli il gol a Reyna battuto. Il dibattito circa il fatto che da quella posizione un attaccante di razza quel gol lo deve fare comunque, lascia purtroppo il tempo che trova. Il tiro di Tello ad effetto è assolutamente splendido, nulla da recriminare se non contro le nozioni di fisica apprese a scuola. I rimbalzi del pallone stasera non seguono le leggi della dinamica.
Un bel tiro al volo di Milan Badelj manda la Fiorentina al riposo con la convinzione di essere in credito con la sorte di almeno due punti ed un paio di gol. Ed i suoi tifosi con la preoccupazione di poter assistere ad un secondo tempo in cui il Napoli possa presentare il conto delle energie spese e delle occasioni sbagliate. Gonzalo Higuain s’è visto poco, contenuto alla grande dall’omonimo viola, ma tutti sanno che appunto poco gli basta per far male. Come ha dimostrato anche stasera.
Si riparte per il quarto tempo di questa sfida che Sarri giustamente definirà dopo il fischio finale uno spot per la nostra serie A. Per almeno un quarto d’ora sembra che la musica non cambi. Di sicuro non cambiano i due allenatori. Kalinic costringe più volte al fallo Albiol e Tagliavento finalmente alla prima ammonizione. Il croato spedisce alta sopra la traversa un’altra occasione. I movimenti ci sono, finalmente ritrovati. Per la mira occorrerà attendere fiduciosi la prossima volta.
Dopo un’ora di gioco la partita è un bicchiere mezzo pieno di una bevanda assai gradevole, almeno per la parte viola. E’ quel momento del match in cui non sai se adagiarti fiducioso nella consapevolezza che il gol è maturo ed anche meritato oppure lasciarti insinuare dalla sottile preoccupazione che tutto questo ben di Dio alla fine sia da pagare, e salato.
E’ il quarto d’ora di gioco quando Callejon buca per la prima volta la difesa viola e si presenta a tu per tu con Tatarusanu. Qualunque colpa abbia avuto il numero uno viola sul pareggio partenopeo, gli viene perdonata grazie alla paratona che compie sul numero sette azzurro. Ma non è tutto, sulla ribattuta sopraggiunge liberissimo Higuain e sembra che debba tirare un rigore a porta quasi vuota. Il Tata ha ancora il riflesso giusto nel buttarsi a deviare il pallone. Il risultato è clamorosamente salvo, e l’1-1 comincia a sembrare un punteggio un po’ meno bugiardo.
Adesso le due squadre giocano a viso aperto, equivalendosi. Tello viene raddoppiato dai napoletani, così Alonso dall’altra parte, la Fiorentina trova meno corridoi per farsi pericolosa. Al 70’ è il momento di Bernardeschi, che mette in mostra subito la sua voglia e la sua prontezza. Ma purtroppo la squadra non ha più le energie per seguirlo. E Mati Fernandez si merita comunque gli applausi all’uscita dal campo.
Comunque sia, i viola avrebbero le loro brave occasioni per tenere vivo il terzo posto in solitudine. In particolare Tello, ancora lui, manca un controllo volante in area di un niente. Vecino dimostra che se avesse anche il tiro sarebbe un signor centrocampista e Alonso che a volte va via talmente veloce da non dar tempo ai compagni di seguirlo per raccogliere i suoi traversoni. Ma nei minuti finali alla Fiorentina passa la voglia di qualsiasi recriminazione. Dapprima Tagliavento annulla giustamente un gol ad Higuain per un fuorigioco che era più facile vedere dal divano di casa che dal campo. Poi Tatarusanu si merita almeno quattro delle prossime mensilità dello stipendio compiendo il terzo miracolo, stavolta su Insigne liberato da Gabbiadini.
Alla fine, l’1-1 è un risultato giusto per una partita che ha onorato il calcio ed il prezzo del biglietto, in uno stadio pieno per quanto lo consentono le attuali norme di sicurezza. Peccato che questo spot per il calcio non serva assolutamente a nulla a nessuna delle due protagoniste. Del pareggio del Franchi godono a Torino e a Roma, con i giallorossi che venerdi prossimo – adeguatamente riposati – possono giocarsi a domicilio il sorpasso sui viola.
Ma tant’é. Il calcio è un gioco splendido, ma alla fine conta aver fatto un gol in più degli avversari, o averne subito uno in meno. Speriamo che la famiglia Della Valle lo capisca prima che sia troppo tardi.

lunedì 29 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Bene bene o male male



Va in scena al Franchi il derby delle coperte corte. Eliminati dall’Europa, Fiorentina e Napoli si ritrovano in Italia per dare un senso ad una stagione tutt’altro che conclusa. Viene in mente la celebre battuta di Marty Feldman in Frankenstein Jr: “Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere”.
Il Napoli si gioca a Firenze buona parte delle sue ciance scudetto. Questo lo rende un cliente difficilissimo per la Banda Sousa. La Juventus è a + 4, lasciarcela vorrebbe dire per gli azzurri di Sarri salutarla di nuovo, e arrivederci all’anno prossimo con lo scudetto cucito sulle solite maglie. Dopo un girone d’andata volato via sulle ali dei 25 gol di Gonzalo Higuain, un secondo posto già sancito a marzo sarebbe un qualcosa che i tifosi campani accetterebbero con qualche difficoltà.
Del resto, la coperta napoletana non ha coperto tutto. Ma almeno da centrocampo in su ha fatto cose egregie. Non vincere per questo Napoli sarebbe un mezzo dramma. E i drammi a Napoli, già capitale della Magna Grecia, diventano spesso e volentieri tragedie. Greche, appunto.
Problemi della società di de Laurentiis. Al limite, di qualche malcapitato che dovesse parcheggiare la macchina nei pressi di Viale dei Mille o Viale Manfredo Fanti, se le cose non si mettessero bene per i simpatici amici partenopei, tra i quali non sempre si annoverano persone compatibili con la nozione di fair play tanto cara da queste parti. Anche se ultimamente con i cori nazisti rivolti ad un radiocronista di origine ebraica anche da queste parti in quanto a inciviltà non abbiamo scherzato.
Restando in ambito squisitamente calcistico, la Fiorentina non batte il Napoli in casa propria dal 2009. Qualcosa vorrà pur dire, per esempio che a parità di discorsi ed essendo partiti entrambi più o meno dalla stessa posizione (in serie C), tra De Laurentiis e Della Valle c’è chi ha fatto qual cosina in più e chi ha fatto qual cosina in meno. C’è chi ha comprato Cavani e chi ha comprato Bonazzoli. C’è chi ha comprato Higuain con la vendita di Cavani e chi non ha saputo nemmeno spiegare che fine hanno fatto i soldi di Jovetic, Llajic, Cuadrado e Salah (risparmiati). C’è chi, carognate a parte, un paio di Coppe Italia almeno a casa le ha portate e chi è a zero titoli, se si esclude la categoria Primavera.
La coperta fiorentina è più corta nelle ultime stagioni. Nella attuale più che mai. I ragazzi di sousa tornano in campo stasera, e sarà la prima occasione per valutare il contraccolpo psicologico delle tre sberle di White Hart Lane. L’obbiettivo del terzo posto è più apparente che reale. La squadra ci crede, la società – ci permettiamo di ipotizzare – un po’ meno. L’attuale Champion’s, per di più disputata dai preliminari, è una bestiaccia divoratrice di soldi. Se non ti attrezzi rischi figuracce già ad agosto, oltre a tracolli finanziarii. Un’altra Europa League, classificandoci dal quatro posto in giù, non sarebbe disprezzabile, se non fosse che questa squadra dalla coperta ancora più corta è stata per due mesi in testa alla classifica. Bastava poco, è la sensazione, per restarci. Bastava fare le cose come il Napoli, non la Juventus.
Sarà la prima occasione per valutare anche il contraccolpo psicologico sulla tifoseria. La Curva Fiesole ha promesso riduzioni significative dell’orario dello stato di agitazione, in considerazione del momento particolare della squadra. Non è una concessione da poco, e non è una concessione fatta allo staff societario, ma solo a tecnico e giocatori. I Della Valle restano latitanti, mentre politica e stampa cittadina si trastullano e si nascondono con l’ennesimo revival della questione dello stadio. Non ci crede più nessuno, ma si riempiono le pagine di giornale ed i verbali dei consigli comunali. Facciano loro, questa è una annata che difficilmente si chiuderà con il “laissez faire” delle scorse stagioni. La memoria del tifoso stavolta promette di essere più lunga.
Peggior momento per questo Fiorentina – Napoli non poteva capitare.

venerdì 26 febbraio 2016

ROAD TO BASEL: Game over



La strada della Fiorentina verso Basilea finisce a Londra. Il Tottenham Hotspurs si prende la rivincita che attendeva da un anno. I viola non erano mai tornati finora a mani vuote dall’Inghilterra. Ma è anche vero che da White Hart Lane le squadre italiane non erano mai uscite con una vittoria. Ed una vittoria, o un pareggio con almeno due gol, era quello che serviva alla Fiorentina per tenere vivo il sogno.
Una delle due tradizioni era destinata ad interrompersi ieri sera. E’ toccato alla Fiorentina, coraggiosa anche se dalle armi spuntate, perfino un po’ sfortunata e addirittura moderatamente maltrattata dall’arbitro. Niente di eclatante, per carità, siamo lontani da Ovrebo, ma insomma quando la palla esce di un metro e l’azione avversaria continua, quando sul gol del raddoppio avversario il tuo difensore becca uno dei tanti pedatoni non sanzionati della serata (che si sommano a quelli dell’andata, con annesso rigore generosissimo agli avversari), qualche rimpianto è lecito averlo. Anche se la Fiorentina alla fine non esce dalla coppa per torti arbitrali, ma bensì per quelli che lei ha inflitto a se stessa.
Different class. In inglese si dice così. Nel tempo intercorso tra l’1-1 dell’anno scorso ed il 3-0 di quest’anno gli Spurs si sono rafforzati, acquistando o promuovendo talenti poco più che ventenni a fianco di campioni collaudati. I viola invece si sono indeboliti, tornando quassù privi di Salah, Joaquin e perfino di quel Mario Gomez che aveva segnato agli inglesi uno dei suoi pochi gol viola, prima della rinascita sul Bosforo.
Da qui a deviare sulle colpe societarie, ci rendiamo conto che il discorso sarebbe come al solito breve. Basta dire, anzi ribadire, che Paulo Sousa si è presentato alla battaglia decisiva con gli uomini più contati che mai. Si può discutere tra l’altro di scelte e di cambi, ma quando gli uomini chiave della zona nevralgica del campo purtroppo sono due signori come Borja Valero e Ilicic che non reggono questi ritmi partita c’è poco da discutere. Bernardeschi poi sarà anche giovane, inesperto e se vogliamo anche un po’ egoista, ma le rare volte che riesce a sfuggire alla marcatura in raddoppio si può anche capire se l’istinto lo spinge a tentare il tiro piuttosto che il passaggio a compagni che avverte lontani e inadeguati anche quando gli stanno a pochi metri.
Quella che scende in campo a White Hart Lane al cospetto di una nutrita ed altrettanto coraggiosa pattuglia di tifosi viola (a proposito, pare che il più giovane dei proprietari della Fiorentina ieri sera abbia trovato un paio d’ore in agenda per recarsi allo stadio, peccato che le telecamere non lo inquadrino mai, poca pubblicità a questo giro) è una Fiorentina spaccata in due, che comunque per 25 minuti tenta di fare il suo bravo pressing alto, per togliere agli inglesi quella che si suppone essere la loro arma migliore: il furibondo forcing iniziale.
Il problema è che questi non sono più gli inglesi di una volta. Intanto hanno il vantaggio del gol segnato a Firenze, e possono aspettare una Fiorentina che invece è costretta a far gioco per segnare il suo di gol in trasferta. Poi hanno delle individualità che rendono tutto di una facilità estrema. O così almeno sembra, quando ripartono dopo aver recuperato palla all’incerto centrocampo viola. Badelj è meno preciso del solito, la lunga sosta per infortunio si fa sentire. Così come a Vecino si fanno sentire i tanti chilometri macinati. Bernardeschi è isolato, Kalinic pure, malgrado stasera si batta bene, ai suoi livelli di inizio campionato. Dietro, i “guerrieri della notte” Gonzalo e Astori fanno gli straordinari, coadiuvati da un Tomovic che le dà e più spesso le prende.
Scongiurato l’arrembaggio inglese sembra lecito sperare in una partita da far virare in direzione viola con pazienza. Fino al 25’, quando un contrasto di Astori favorisce Mason che può involarsi verso Tatarusanu. La palla è di quelle su cui di solito si inciampa, o che sfilano dietro il giocatore appena passato oltre. Mason è fortunato quanto bravo: gran controllo di palla e freddezza a tu per tu con il portiere viola. Il quale potrebbe anche distendere di più l’arto anteriore corrispondente (la sindrome del “braccino” evidentemente è uscita dalle stanze della società ed è arrivata in campo). Bel gol, con il dubbio che fosse parabile.
Per la Fiorentina cambia poco, sempre due gol deve segnare per uscire da Tottenham Court Road con le ossa intere. Il guaio è il solito, per arrivare a tirare in porta ci vuole più che per le consultazioni del presidente della repubblica quando deve formare un nuovo governo. Solo Ilicic è riuscito a tanto, con uno dei suoi tiri a rientrare di sinistro. Poi un colpo di testa di Borja sull’esterno della rete.
Nella ripresa per un quarto d’ora i viola sembrano volercela e potercela ancora fare, anche se gli affacci dalle parti del portiere Vorm sono sempre problematici. Un paio di tiracci di Bernardeschi, un paio di spunti di Kalinic e Borja non andati a buon fine. Il Tottenham aspetta, giocando come il gatto con il topo. Potrebbe essere l’ennesima partita del rimpianto per le occasioni sbagliate o non create. Oppure potrebbe precipitare tutto da un momento all’altro.
Minuto 62. A Chadli, autore del rigore all’andata, è già stato annullato un gol per fuorigioco. Si ripresenta in area viola, mentre da un’altra parte viene steso Tomovic senza tanti complimenti (dovrà poi essere curato a bordo campo per un bel po’). Tatarusanu si fa perdonare la precedente esitazione compiendo un bell’intervento, ma sulla ribattuta c’è Erik Lamela, che vince il duello a distanza delle giovani speranze con Bernardeschi mettendo dentro e chiudendo la partita.
Da quel momento, si gioca per arrivare al 90’. La Fiorentina si scioglie, restando appesa a quel poco di match per la caparbietà di Zarate subentrato a Ilicic (lo sloveno scarica la sua frustrazione sbattendo i guanti contro la panchina) e per gli spunti residui di un Alonso che non vuole arrendersi. Blaszczykowski subentra ad un Borja Valero ectoplasmatico, ma non ha più tempo né modo di incidere sul match.
Dall’altra parte, gli Spurs si vogliono divertire arrotondando il punteggio per assaporare una vendetta ancora più gustosa, e non mollano. Soprattutto Alli, una specie di clone di Ibrahimovic,  si mette in mostra sia per la bravura che per la scorrettezza. Per contenerlo, Gonzalo Rodriguez deve fare gli straordinari. Fintanto che tocca proprio a lui segnare un clamoroso autogol entrandogli davanti in scivolata alla disperata.
Il 3-0 pare una punizione eccessiva per una Fiorentina che merita almeno l’onore delle armi per come si è battuta. Malgrado ciò, l’estrema facilità con cui il Tottenham ha affondato i colpi quando ha voluto legittima in qualche modo il punteggio. “Clinical demolition”, titola stamani il Daily Telegraph. In realtà la Fiorentina è stata demolita da chi non le ha procurato rinforzi al momento giusto, costringendola a tirare la stessa coperta striminzita ai quattro angoli di una stagione impegnativa.
La strada per Basilea finisce qui. La squadra torna da Londra a testa alta, avendo fatto anche in questa circostanza tutto quello che era in suo potere fare. La società ormai la testa non si sa più nemmeno dove l’abbia, e sarebbe bene che in qualche modo la recuperasse, perché la faccia estremamente scura di Paulo Sousa a fine partita non promette niente di buono.
A corredo di una pessima serata ci si mette anche una parte della tifoseria al seguito, che non trova di meglio che compiere una aggressione di stampo antisemita, per fortuna solo verbale, ai danni di un noto commentatore radiofonico di origini ebraiche. A conferma che le Giornate della Memoria servono purtroppo ancora a qualcosa. E che a Firenze quando finiscono i sogni per trasformarli in incubi non ci facciamo mancare mai nulla.

lunedì 22 febbraio 2016

DIARIO VIOLA: Dove risorgono gli eroi



Secondo la mitologia greca, Atalanta era la figlia del re dell’Arcadia, Iasio. A quel tempo, per niente facile da viverci, spesso e volentieri i genitori disdegnavano le figlie femmine e addirittura talvolta le abbandonavano, un po’ come usava in Cina fino a non molto tempo fa. La bambina subì questa sorte, ma siccome era cara a Diana Artemide dea della caccia si salvò. La dea infatti inviò un’orsa che allevò la bambina fino all’adolescenza. Atalanta crebbe diventando una prode cacciatrice e guerriera, che spesso e volentieri “dava la paga” ai maschi che si cimentavano con lei.
Narra il mito che Atalanta, per accontentare quel padre che - come succede oggi con i ragazzini che promettono bene a giocare a calcio - non solo l’aveva ripresa in casa ma ne era diventato il principale e sfegatato tifoso e che nello stesso tempo la voleva vedere “sistemata”, aveva promesso di cedere le proprie grazie solo a chi l'avesse battuta in una gara di corsa. Il vincitore l’avrebbe avuta, lo sconfitto sarebbe stato ucciso.
Bergamo è stata spesso un crocevia del destino per la Fiorentina, che qui ha colto in passato successi importanti e storici. Ne citiamo due soli. Il primo è il 7-1 con cui il 2 febbraio 1964 fece registrare il proprio record di gol in una partita in trasferta, record tutt’ora imbattuto. Quel giorno Kurt Hamrin segnò ben cinque reti e scrisse un capitolo significativo di quella che sarebbe diventata la sua leggenda. Il secondo è lo 0-2 con cui conquistò la sua quinta Coppa Italia nel 1996, reti di Amoruso e dell’erede conclamato di Hamrin, Omar Gabriel Batistuta. Ad aspettare la squadra alle tre di notte allo stadio c’erano tra le trenta e le quarantamila persone. Amarcord.
Il destino è in agguato a Bergamo anche quest’anno. Dopo tre anni di vittorie la squadra viola torna allo stadio Azzurri d’Italia consapevole di avere a disposizione un risultato solo: quello che allunga la striscia di successi iniziata dalla rete di Larrondo in versione Batigol e chiusa dalla prodezza di Kurtic (mai più ripetuta dallo sloveno che quest’anno milita dalla parte opposta, quella orobica).
Narra ancora il mito che Atalanta, finalmente sposatasi, era diventata madre di un bambino di nome Partenopeo. Gli Dei dell’Olimpo avevano dunque previsto che alla vigilia delle due settimane che decideranno il destino di questa stagione viola i nostri eroi avrebbero dovuto affrontare la madre prima del figlio. Tottenham, Napoli e Roma, tre partite da vincere per non morire. Ma prima di tutto questa, da giocare su un campo che malgrado il nome altisonante dello stadio assomiglia più ai pantani e alle risaie su cui giocavamo da ragazzini che a un terreno di gioco omologabile per la serie A. E contro giocatori che quando possono fanno volentieri gli ammazza-grandi. In tutti i sensi, anche quello fisico, a giudicare dalle pedate che abbiamo visto volare anche ieri.
In ogni mito che si rispetti ci vuole l’eroe che guida la sua nave di eroi contro mille avversità. Paulo Sousa forse non resterà nella mitologia viola come una figura pari a quella di Ulisse dell’Odissea o di Giasone degli Argonauti, ma di certo sta facendo di tutto per assicurare un futuro a questa cooperativa di Lasciati a se stessi che è diventata la Fiorentina dopo che i suoi proprietari, come Achille nell’Iliade, ritenendosi gravemente offesi si sono ritirati nella loro tenda e non ne sono più usciti.
La squadra che mette in campo è priva dello squalificato Zarate, diventato furioso come l’Orlando dell’Ariosto alla fine della partita con l’Inter e duramente (forse troppo) punito dagli Dei del calcio. Ed è anche figlia della necessità di turnover e contro-turnover imposta dal dover giocare giovedi l’Europa League, con la coperta ancora più corta che nel girone d’andata a difendere i viola dal freddo londinese.
Tornano in campo Tello, Mati Fernandez e Babacar, in panchina Borja Valero. Il resto, a parte la staffetta Tomovic-Roncaglia che francamente eccita assai meno la fantasia di quella Rivera-Mazzola a Mexico 70, rientra nella norma. Il centravanti senegalese si suppone più adatto alle sportellate a cui dovrà fare nel mezzo della ruvida difesa atalantina rispetto a quello croato. Il Borja visto giovedi ha bisogno peraltro di centellinare le energie per non finire sotto una tenda ad ossigeno. Torna Badelj in mezzo al campo, resta Bernardeschi a fare quello che sa fare: calcio totale.
Si parte alla grande. Pasqual cerca di festeggiare la sua trecentesima presenza in maglia viola (dopo Beppe Chiappella e Sergio Cervato – eroi del primo scudetto – era stato Giancarlo Antognoni l’ultimo a tagliare quel traguardo, trentadue anni fa) con una punizione delle sue, che Sportiello vola a deviare dal sette. Risponde Dramé con una testata che trova Tatarusanu in traiettoria, nella prima di una serie di occasioni in cui i padroni di casa sorvolano l’intera difesa viola con cross pericolosissimi. Dramé becca poco dopo anche un cartellino giallo per aver steso un Cristian Tello che oggi conferma i suoi vistosi progressi partita dopo partita. Se si può fare un appunto al giovane blaugrana – viola è quello di non insistere proprio sul suo marcatore, cercando il fallo che trasformerebbe il giallo in rosso. Ma questo si chiama mestiere, viene col tempo e l’esperienza e per Cristian ci sarà tempo.
Mati: 1-0
I viola si battono bene, ma in mezzo al campo l’armata longobarda dei nerazzurri orobici fa paura, letteralmente. Non c’è contrasto che non si concluda sul polpaccio o sulla caviglia di un viola. Diversi interventi fanno temere il peggio, soprattutto per Bernardeschi che coraggiosamente cerca di fare calcio, il suo calcio, su un terreno che sembra una concimaia e in mezzo ai colpi di mazza ferrata degli avversari.
L’arbitro Celi cerca di tenere il match su binari di correttezza, ma insomma il gioco ne risente e il primo tempo scivola via senza che nessuno da una parte o dall’altra arrivi anche vicino ad un’idea di tiro in porta. Nella ripresa si pone per Sousa l’amletico dilemma: continuare così e vanificare i doni della sorte che offrono alla Fiorentina l’occasione di tenere la Roma e l’Inter a distanza salvando incolumità fisica ed energie per giovedi e il futuro di coppa, o cambiare qualcosa e forzare la mano al Fato, che ancora oggi non ha mostrato da che parte si schiera, se da quella della madre di Partenopeo o da quella degli Argonauti viola?
Si cambia, dopo aver intravisto un Mati Fernandez voglioso di mettersi in mostra e temerario nel provare a saltare marcatori nel cuore dell’area atalantina. Il prode Matias segnò proprio qui due anni fa il suo primo gol in viola (e uno degli ultimi, prima di risprofondare in un confusionario anonimato). Hai visto mai che le Sirene oggi non cantino anche per lui?
Mentre l’allenatore di casa Edoardo Reja provoca la Fiorentina mettendo in campo il suo fresco ex Diamanti, Paulo Sousa risponde: fuori Babacar, che oltre alle sportellate oggi ha fatto poco o nulla, per Kalinic, e fuori Bernardeschi, che ha avuto più calcioni (uno in particolare è sembrato come la freccia fatale che trafisse Achille) che occasioni da rete, per Borja Valero.
Poco dopo, gli Dei riuniti a banchetto sull’Olimpo decidono. Il mito viola deve continuare, almeno per ora. Tocca all’eroe che si era perso nei lunghi anni di guerra trascorsi sotto Montella prima e Sousa poi ritrovarsi con il colpo che salva la giornata e fa vincere la battaglia. Il colpo di testa di Matias Fernandez sembra proprio pilotato dal Fato, scavalcando Sportiello e andando ad insaccarsi in rete dopo aver carambolato sul palo.
1-0, basterebbe ed avanzerebbe per finire il turno di campionato ancora terzi, a prescindere da cosa succede nei posticipi. Ma la difesa viola quest’anno consiglia di incrementare il punteggio, a scanso di equivoci e dispiaceri. Gonzalo e Astori sono due guerrieri omerici che combattono su ogni palla respingendo ogni assalto dei lanzichenecchi che si buttano a testa bassa. Ma dalle parti di Roncaglia e del vecchio capitano Pasqual si balla, e dalle fasce qualche pericolo arriva.
Tello: 2-0
Ci vuole un’altra impresa per arrivare in fondo con la vittoria. E’ stato Tello a crossare per Mati in occasione del primo gol. Adesso tocca a Mati rendere perfetta la giornata sua e della sua squadra ricambiando la cortesia. L’assist al giovane spagnolo che scatta sul filo del fuorigioco è perfetto. Cristian arriva davanti a Sportiello e prova il tocco sotto. L’emozione o il debito di ossigeno strozzano il suo tiro, ma sulla ribattuta stavolta la gamba non trema e il pallone infila la porta. Il giovane Tello è grato agli Dei. I viola possono abbracciarsi.
Finita? Neanche per sogno. Gli eroi torneranno vittoriosi, ma come Odisseo dovranno affrontare ancora peripezie. Passano tre minuti e su corner che sorvola l’intera difesa viola e poi vi carambola in mezzo il giovane barbaro Conti ha tempo di girarsi e mettere dentro da un metro. E ti pareva? Mancano sette minuti più recupero, e son lunghi. Sotto a chi tocca, si faccia avanti qualche altro eroe redivivo per il colpo di grazia alla cacciatrice.
Kalinic: 3-0
E’ da un po’ che il Borja ritrovato mostra di aver facilità ad andar via sulla sinistra. Quando partono in due, lui e Kalinic, contro due atalantini sembrano davvero guidati da una mano divina. Borja salta il suo marcatore, al centro Kalinic gli fa un gesto: mettimela qui. Lo spagnolo esegue, l’eroe croato risorge chiudendo due mesi di magra con una deviazione sotto porta di quelle che erano le sue. 3-1, stavolta è finita. Anzi no, perché c’è Pinilla che deve segnare il suo gol annuale alla Fiorentina, approfittando del solito sorvolo a bassa quota della difesa viola. Ma ormai siamo ai minuti di recupero, e tutto ciò che succede prima che Celi fischi la fine e questo poema omerico venga consegnato ai cantori è l’espulsione del giovane barbaro Conti per l’ennesimo fallaccio su Kalinic.
Pasqual a quota 300
La cacciatrice è vinta e sottomessa. La Cooperativa viola continua la sua corsa in questa stagione epica fatta di dure battaglie e quasi sempre di eroiche vittorie, sballottata tra il favore degli Dei e lo sdegno dei suoi Proprietari che come Agamennone sotto le mura di Troia intralciano più che propiziare il suo trionfo. Adesso c’è Albione, e il destino di coppa. Questa Fiorentina se la gioca, comunque vada a finire. Poi c’è Partenopeo, che vorrà vendicare la madre e insieme inseguire il suo proprio destino. Quello stesso che fino a poco tempo fa inseguiva anche la Fiorentina.
Gli Dei del calcio sono volubili. Stiamo a vedere.


venerdì 19 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Lo scudetto del bilancio

Mentre Federico Bernardeschi involontariamente respinge il tiro ad effetto di Iosip Ilicic che potrebbe valere l’1-0 della Fiorentina contro il Tottenham, arriva il comunicato ufficiale di chiusura del Consiglio di Amministrazione della Acf Fiorentina. Ecco dov’erano tutti, o quasi, i maggiorenti della società viola. Se qualcuno aveva voglia di smadonnare per il mancato vantaggio dei nostri ragazzi in campo, ecco la consolazione. Ci sarebbe stato un disavanzo di esercizio di circa 14 milioni di euro, così per ridere, ma siccome gli azionisti di maggioranza ne hanno messi a bilancio 19 ecco che siamo tornati in attivo. I titoli sono sempre zero, gli obbiettivi di stagione si complicano, ma il bilancio è salvo.
Diego della Valle non si è fatto vivo, né al CdA né tantomeno al Franchi. La raccolta pubblicitaria non è evidentemente più così redditizia come qualche mese fa, oppure lui è “uno che lavora”. Del resto, lo stadio è mezzo vuoto, ce ne sono tanti evidentemente che lavorano, o che non possono permettersi il salasso di 27 euro in Curva Fiesole (per non vedere quasi nulla) o 65 in Maratona (per prendere acqua e vento se il tempo si mette al peggio). E in ogni caso per non veder vincere probabilmente niente neanche quest’anno. Sì, perché a Firenze il tifoso è cliente, ma a differenza che altrove non ha sempre ragione. Anzi, non ce l’ha quasi mai.
Non si vede nemmeno Andrea. In settimana l’ex amministratore delegato viola Sandro Mencucci, che da quest’anno si occupa di calcio femminile peraltro con risultati finora ottimi, ha puntualizzato che il più giovane dei patron sta soffrendo la situazione di para-contestazione che si vive in città. Un proprietario appassionato come Andrea – ha detto – ci rimane male quando avverte attorno a sé tanta sfiducia.
Andrea Rogg
Può darsi, e Mencucci esprime correttamente il punto di vista della società. Ma è quello dei tifosi che rischia di contare – per una volta – più di ogni altra cosa, alla fine dei giochi. Mentre i ragazzi in viola si dannano l’anima per tenere testa ai più quotati avversari d’Oltremanica, e alla fine ci riescono pure e brillantemente, non è confortante, per chi ha sfidato i prezzi del Franchi o per chi comunque si è messo davanti al video credendoci, apprendere che questi ragazzi che non hanno alternative credibili in panchina sono costati più dell’Inter di Thohir. Più dell’expo di Milano. Come te lo spieghi altrimenti un passivo di 14 milioni, che vanno ad aggiungersi ai 230 circa sopportati stoicamente dalla Famiglia Della Valle in questi 14 anni passati da quando presero a prezzo simbolico un titolo sportivo dal Comune di Firenze?
A fine partita, mentre un Sousa giustamente orgoglioso rilascia commenti improntati all’ottimismo di chi sa di potersela giocare a Londra ed altrettanto fanno i suoi ragazzi, ecco Eugenio Giani stigmatizzare pubblicamente di nuovo i rosiconi, i rematori contro. Gli ingrati che dimenticano quello che ha fatto questa famiglia per la Fiorentina e Firenze, e che hanno addolorato i fratelli marchigiani al punto di spingerli verso chissà quale drastica decisione. Il presidente del Consiglio regionale (Giani non è uomo da sedere mai su una poltrona sola) raccoglie il labaro della corrente filomarchigiana e lo sventola minacciosamente, anche se omette – lui come chiunque altro - di spiegare con dovizia di dati come sia possibile un passivo del genere dopo una “campagna vendite” durata più di un anno – da Cuadrado a Rossi passando per Salah – che ad occhio e croce avrebbe dovuto fruttare qualcosa come 80 milioni.
Daniele Pradé
Non lo sapremo mai. Nel frattempo la Cooperativa viola “Lasciati a se stessi” va avanti lungo la sua strada facendo a meno dei suoi azionisti di riferimento in tribuna. Sembra di essere tornati ai tempi del Corinthians di Socrates, quando i giocatori presero in mano una società allo sbando consorziandosi tra sé in cooperativa appunto e arrivando, se non ricordiamo male, a vincere addirittura un titolo carioca.
Sousa e i suoi ragazzi fanno quadrato, cercando di risolvere al proprio interno veri o presunti problemi che inevitabilmente si creano in ambienti societari dove il “manico” viene meno. Luigi Sepe fa sapere al mondo dei social network che la Fiorentina con lui ha chiuso, per mancanza di rispetto (a seguito della semplice decisione del tecnico di preferirgli Tatarusanu anche per la Coppa)? Daniele Pradé fa tenerezza quando da solo si avventura nella tribuna del Franchi, ne fa ancor di più quando promette sanzioni draconiane contro il malcapitato portierino partenopeo. Luigi Sepe, che ieri sera veniva dato per fuori rosa, oggi era ad allenarsi con la squadra. Autogestione cooperativa. Capace che Della Valle nemmeno l’ha saputo.
Mario Cognigni
Il procuratore di Milan Badelj tuona anch’egli contro la società in pubblico perché a suo dire il suo protetto (tra l’altro fuori per infortunio) non sarebbe economicamente tutelato da essa (il che vuol dire che il margine per la sua provvigione è più risicato di ciò che sperava)? Il caso si sgonfia in mezz’ora. Nessuno lo prende in considerazione, men che meno perde tempo a rispondergli. E Badelj torna in campo preciso ed efficiente come il soldato Ryan, a fare la sua parte per salvare l’Europa League viola a fianco dei compagni.
Quando un gruppo funziona, i problemi si sgonfiano subito. Quando una società non funziona, tutti si sentono autorizzati a creare problemi. La Fiorentina purtroppo dovrà abituarsi a vivere questa dicotomia, questa schizofrenia fino al termine di questa stagione. Con una probabile escalation, attenuata o enfatizzata dai risultati che arriveranno dal campo e da quelli che invece giungeranno da tutte le trattative che ruotano attorno al labaro viola.
Mentre la famiglia Della Valle infatti batte il Vicino, il Medio e l’Estremo Oriente per trovare partners (con questi disavanzi di bilancio si può anche capire), a Firenze qualcuno lavora per arrivare a farci capire qualcosa nella vicenda dello stadio nuovo. E’ una quadratura del cerchio complessiva niente male, si tratta di realizzare un’opera (nella città più complicata del mondo da questo punto di vista) facendola pagare a qualcun altro, pubblico o privato, e capitalizzandone i futuri guadagni. E spacciando inoltre l’utile storiella che finché non ci sarà la Cittadella a merenda solo pane e niente mortadella.
Poi c’è la questione dei diritti televisivi. Qui si rasenta la paranoia. E’ la storiella dei cosiddetti “ladri di Pisa”. Di giorno si litiga con la Roma, di notte ci si fanno affari insieme, o si spera di farli. La Fiorentina ha disseminato carta bollata nei tribunali di mezza Europa per ricorrere contro le vere o presunte malversazioni della società giallorossa, poi si aspetta che quest’ultima faccia fronte comune con lei nella battaglia per la redistribuzione dei diritti TV in Lega. Come se non fosse arcinoto che la A.S. Roma quando deve fare i suoi interessi i partners se li va a cercare più a nord, dai tempi della buonanima di Franco Sensi. Ma intanto al proprio allenatore che lamenta la pesante squalifica di Mauro Zarate (tre giornate, fino guarda caso alla partita con la Roma compresa) si dà un’altra bacchettata sulle dita. Hai visto mai gli fosse tornata una mezza idea di rimanere a fine anno? Così ci si tolgono tutti i dubbi.

Eugenio Giani
Alla fine di questa laboriosa giornata, la Fiorentina spera ancora di salvare l’Europa League, e il bilancio 2015 è certificato. Giani parla al popolo e Cognigni agli azionisti in vista dell’assemblea di marzo. Ci viene una curiosità. Quando Bernardeschi ha segnato lo splendido gol del pareggio nella porta del Tottenham, che posta sarà stata messa a bilancio per l’esercizio 2016?

ROAD TO BASEL: A Londra si può fare

Comunque vada a finire, di una cosa va dato atto a questi ragazzi: hanno dato il massimo, tutto quello che avevano, e anche qualcosa di più. E alla fine di questa partita possono permettersi di uscire dal campo a testa alta, con l’orgoglio malcelato di colui al quale tutto sommato il risultato va anche stretto. Il Tottenham Hotspurs starà anche dominando la Premier League assieme al Leicester di Ranieri, ma se è ripartito per Londra con un punto lo deve anche ad un complesso di circostanze favorevoli, non ultima delle quali anche una certa benevolenza arbitrale.
La Cooperativa viola “Lasciati a Se Stessi” va in campo al Franchi per riprendere il discorso Europa League all’altezza dei sedicesimi di finale dopo la pausa invernale. Lo fa nel più completo disinteresse ed assenteismo della sua proprietà (ma di questo scriviamo in altra parte del giornale) e con una cornice di pubblico assai ridotta rispetto ad analogo spettacolo andato in scena lo scorso anno. Al 2-0 firmato Gomez – Salah – Neto assistettero oltre 30.000 persone, quest’anno siamo a poco più della metà. Potenza della trasmissione in chiaro da parte di Sky e/o del caro biglietti? Probabilmente. E’ difficile ipotizzare altre spiegazioni, come un disamore di Firenze per la propria squadra. Più facile che l’Arno si metta a scorrere al contrario.
La Coop viola va dunque in campo consapevole di doversela vedere da sola. Gli Hotspurs rispetto allo scorso anno si sono rafforzati, risultati alla mano. La Fiorentina, malgrado proprio i risultati, pare di poter dire che non ha più al suo arco tutte le frecce della stagione passata, a cominciare dall’egiziano volante. Ma se gli Speroni non sono secondi in Inghilterra per caso, allo stesso modo essa non è terza in Italia. Sousa e i suoi ragazzi hanno stretto un patto che non prevede nessuna resa. Vittoria e basta, fino alla fine. Poi si vedrà.
Il buon mister Paulo, al pari del dirimpettaio Pochettino, avrebbe anche in animo una idea di turnover. Fuori Vecino, che sta facendo più chilometri lui della Tramvia di Scandicci, e dentro Tino Costa. Fuori Tello, che non è nella lista UEFA, e al suo posto nella rotazione di ruoli e maglie si rivede Kuba Blaszczykowski. Fuori soprattutto sia Kalinic che Babacar. Dell’esclusione del croato se ne capirà la ragione nella ripresa, allorché Sousa sarà costretto a ributtarlo dentro. Non si sa cosa gli sia successo, ma non ne azzecca più una. Per l’esclusione del senegalese invece si può avanzare qualsiasi illazione. Comprese le offese a genitori e parenti, o complicazioni sessuali interconiugali. Stiamo scherzando ovviamente, ma l’ostracismo di cui è fatto oggetto Babacar a questo punto meriterebbe qualche spiegazione in più. Che al pari di quelle sulla gestione di bilancio per ora non arriva.
Si parte con un inedito Zarate unica punta, con Ilicic alle sue spalle come trequartista e dietro un 4-4, o un 3-5 alla bisogna. A sinistra Alonso, a destra Tomovic, in mezzo Astori ma soprattutto Gonzalo, che anche stasera si guadagnerà la nomination per un monumento dentro lo Stadio Franchi. Al centro Borja, Tino, Berna e Kuba. L’ennesima rivoluzione tattica di un mister che non dorme mai sulle proprie certezze.
Potrebbe anche funzionare. Gli Hotspurs vengono qui con la presunzione di esportare sul suolo italiano la Premier League. Se Bernardeschi fosse più coordinato in volo sulla palla a girare di Ilicic e se Zarate avesse più freddezza in occasione del quasi calcio di rigore sulla palla ribattuta dal portiere Vorm ancora a Bernardeschi in finale di tempo, la Fiorentina concluderebbe la prima metà di gara in vantaggio. E questo malgrado sia apparsa spesso in difficoltà per il pressing alto degli inglesi, per alcune giocate del loro gioiello (abbastanza scorretto) Alli e per alcuni propri equivoci tecnico – tattici.
Borja e Ilicic infatti appaiono ben presto inadatti a questo tipo di partita e di avversario. Lo spagnolo inizia presto a boccheggiare, in debito di ossigeno e di intuizioni di gioco. Le rare volte che si propone in ripartenza tarda al solito quanto basta ai velocissimi inglesi per riguadagnare le posizioni difensive. Spesso poi tenere un pallone in fase di impostazione gli riesce più complicato del solito. Stesso discorso per Ilicic, con l’attenuante che di pedate lo sloveno stasera ne prende veramente tante, sotto lo sguardo dell’arbitro tedesco Felix Zwayer che preferisce dispensare per lungo tempo ammonizioni verbali piuttosto che formali.
Herr Zwayer arbitra in stile UEFA, sanzionando subito contatti più o meno vistosi, ma quasi mai come il loro peso nell’economia del gioco richiederebbe. In compenso solleva discrete perplessità in occasione del rigore che concede ai britannici al 40’, quando già la Fiorentina potrebbe recriminare una prevalenza “ai punti” (ed alle occasioni da gol). Tomovic stasera è stato abbastanza attento nei suoi interventi. E’ uno dei soldati su cui Sousa sa di poter contare, sempre e comunque. Quando interviene su Davies appena dentro l’area è in leggero ritardo, ma l’inglese avrebbe il tempo di saltarlo senza danni. Invece cade sembrando accentuare platealmente l’impatto con lo scarpino del buon Nenad. Evidentemente ha valutato di capitalizzare l’occasione con un penalty, piuttosto che con un tiro in porta dalle incerte prospettive. Zwayer abbocca, Chadli trasforma spiazzando Tatarusanu. Fiorentina che si ritrova come un ciclista alla tappa del Mortirolo al Giro d’Italia.
Nel primo tempo non sono andati malaccio Kuba, uno dei primi a capire che aria tira tatticamente grazie anche alla sua provenienza calcistica nordeuropea, e Tino Costa, che ha cercato di mettere ordine in un centrocampo viola spesso in affanno. Eppure nella ripresa Paulo Sousa è costretto a sacrificarli in virtù della consapevolezza che le speranze residue della sua Coop viola in questo torneo sono appese al recupero dei suoi “senatori” e al verificarsi di qualche magia compiuta da chi ne è in grado. Così, fuori Kuba per Kalinic, Ilicic per Badelj e Tino Costa per Vecino. Sarà come sarà, ma la musica cambia subito.
Fino al quarto d’ora del secondo tempo è sembrata una riedizione di Fiorentina – Inter, con i viola non apparsi inferiori agli avversari ma in difficoltà a riprendere il pallino del gioco. Zarate da solo però affoga nella difesa inglese, l’ingresso di kalinic – pur di questo Kalinic dalle polveri bagnate – finisce per creare più spazio sia a lui che Bernardeschi. Il buon Milan Badelj da parte sua si risistema subito in cabina di regia, facendo subito desiderare che il “pronunciamiento” del suo procuratore sia stato un episodio senza conseguenze.
Al quarto d’ora arriva anche la magia. Per rispetto a Giancarlo Antognoni, avevamo in precedenza scelto di dirottare altrove le nostre iperboli di commentatori-tifosi paragonando Federico Bernardeschi piuttosto a Johann Cruyff. Da stasera ci aggiungiamo anche Johan Neeskens e già che ci siamo anche Johnny Rep. Il missile lanciato dal Berna sotto la traversa e poi in rete è un gol di rara bellezza, come ne avevamo visti fare nella nostra infanzia dai fuoriclasse di quella mitica Olanda. Federico sa che non deve montarsi la testa, ma se la Fiorentina in coppa è ancora viva è merito suo. E allora si può spendere qualche aggettivo e qualche paragone di quelli che non costano nulla e fanno sognare.
Dopo il pareggio, la Fiorentina sale finalmente in cattedra, o almeno ne scende il Tottenham, che nella mezz’ora finale trova molta più difficoltà ad arginare le folate (che finalmente possono definirsi tali) dei viola. La sensazione è che possa andare a finire come contro l’Inter, ma stasera la buona sorte aveva il posto riservato nei settori dello stadio rimasti vuoti. Gonzalo sale diverse volte sui tanti calci d’angolo battuti dai suoi compagni per segnare quel gol che renderebbe memorabile la sua già magistrale prestazione. Ma non trova mai il tempo giusto.
Chi lo trova invece è Astori. La sua incocciata esce di un millimetro, su angolo battuto dopo che Vorm aveva deviato con la punta delle dita dei guantoni un tiro velenosissimo di Mauro Zarate. Niente da fare. Il destino aspetta la Fiorentina a White Hart Lane tra una settimana. Come dice Gonzalo Rodriguez, può fare a Londra la stessa partita disputata al Franchi. Magari con più efficacia (a prescindere dalle scelte tecniche e dalle prestazioni individuali) perché paradossalmente quest’anno in trasferta il suo compito è più facile mediamente che non in casa.
Se andrà bene, Pochettino dovrà rinviare a data da destinarsi la sua attesa rivincita, proprio quando già cominciava a farci la bocca. Se andrà male, sarà comunque un’uscita a testa alta da una coppa giocata tutta in salita. Questo Tottenham non appare comunque superiore al Basilea fermato sul 2-2 in Svizzera nel girone eliminatorio. E la Fiorentina giusto di un 2-2 avrebbe bisogno.

La coop viola può farcela, senza costringere neanche i suoi proprietari a scomode trasferte, D’altra parte, chi si diverte con il calcio e chi si diverte con i bilanci. De gustibus, dice il proverbio…..

martedì 16 febbraio 2016

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Quando il patron non c'é, i Rosiconi ballano



Quindici anni di proprietà, zero titoli. Questo è il bilancio che si appresta a festeggiare la famiglia Della Valle il prossimo 3 agosto 2016, a meno che nei pochi mesi che mancano non avvengano fatti clamorosi ed imprevedibili o che la famiglia stessa non decida di passare la mano. Eventualità in egual misura classificabili come assai remote.
Da quando presero dal Comune di Firenze (a modico prezzo) il titolo sportivo denominato Fiorentina 1926 Florentia Viola, poi ribattezzato A.C.F. Fiorentina a seguito di riacquisto di simbolo e trofei (anch’esso a prezzo abbastanza modico) ma non della storica sede di Piazzale Donatello, i Della Valle possono dire, mettendosi una mano sul cuore (quella libera, che ultimamente corre sempre più di rado alla tasca dove tengono il portafoglio) di non averci certamente rimesso, comparando costi e benefici in senso assoluto.
Soltanto il fatto di poter scrivere la semplice ma carismatica parola “Florence” sotto il marchio Tod’s è stato tanta roba. Immaginatevi andare a giro per il mondo con un brand targato Casette d’Ete, Sant’Elpidio a Mare o Cura Mostrapiedi Marche, che con tutto il rispetto eccitano la fantasia come il gioco della Fiorentina l’anno di Mihajlovic e Delio Rossi. Altra cosa andarci targati Firenze, anche in Mongolia Inferiore sanno di che si parla. Che cos’erano le Tod’s e le Hogan prima del 2002 ne erano a conoscenza pochi fortunati, che cos’è il capoluogo della Toscana lo sanno tutti almeno dal tempo di Carlo Magno. Chi è che ha guadagnato di più dal matrimonio civile celebrato dal sindaco Domenici e dall’Assessore Giani nell’estate del 2002 si può dunque facilmente intuire. La Fiorentina ha zero titoli in bacheca, Diego Della Valle è il quattordicesimo uomo più ricco d’Italia, a stare schisci schisci.
Il dibattito che infuria periodicamente a scuotere dal letargo una tifoseria viola che sogna un giorno di tornare a Wembley partendo da Gubbio verte appunto sulla fortuna di “avere il babbo ricco”. La stampa cittadina, che in simili casi la fa – o dovrebbe farla – da opinion leader, si trova in difficoltà. Essendo l’oggetto del dibattere anche il datore di lavoro (diretto o indiretto) di molti, o comunque colui che decide gli accessi allo stadio, con annessa possibilità di assistere gratuitamente alle partite della squadra viola ed esercitare di contorno il mestiere più ambito del mondo.
Fuor di polemica, crediamo non si possa negare la fondatezza di alcuni dati. Nelle mani marchigiane, difficilmente si ripeterà che la nostra squadra del cuore abbia a rivivere vicissitudini come quelle che negli anni a cavallo tra il ventesimo ed il ventunesimo secolo portarono alla sua dissoluzione come società, ad un fallimento aiutato se non pilotato da molti secondo il loro interesse, alla sua faticosa rinascita tra campi innevati e trasferte da Bar Sport di Stefano Benni.
Ma tutto si risolve a quello. Il tifoso, disse una volta qualcuno, è tifoso perché non vuole pensare a niente, vuole soltanto sognare. E il guaio è che a Firenze non si sogna più. E quando lo si fa si tratta di uno di quei sogni in dormiveglia e con lo stomaco appesantito da cene mal digerite, con la consapevolezza di doversi risvegliare, e magari anche bruscamente, che bussa all’inconscio. Insomma, alla fine come si dice a Firenze è stato “più il patire che il godere”. E si finisce a dare ragione a chi scuoteva la testa fin dall’inizio.
Dice, ma ormai al di fuori del circuito dei grandi diritti televisivi in Italia non si vince più niente. Come se il Napoli che sta lottando con la Juventus per scucirle lo scudetto dalla maglia lo facesse grazie al bacino di utenza e non ai gol di Gonzalo Higuain e compagni. Come se Lotito che ha portato a casa due Coppe Italia fosse un magnate da classifica di Forbes, un Bill Gates de noantri. Come se la Roma che dai, picchia e mena riuscirà prima o poi a riportare lo scudetto a sud della Linea Gotica ricevesse contributi a fondo perduto dall’Unione Europea.
Ah, già. Calciopoli, Jenny ‘a carogna, il Palazzo, Galliani, Agnelli, Marchionne, i Rosiconi, Montolivo, il Comune, la Regione. E’ sempre colpa di qualcun altro se piani e programmi degli uomini di Viale Manfredo Fanti non vanno a buon fine. Nel 2006 sarebbe bastato mandare qualcuno ogni tanto alle riunioni di Lega per capire che aria tirava, e che i 31 gol di Luca Toni sarebbero stati mandati a male da una congiura di Palazzi. Pardon, di palazzo. Per non parlare dell’anno prima, perso dietro a “cattivi pensieri” nei ritagli del tempo occorso a litigare con tutto il calcio italiano e a farsi prendere sulle scatole anche dalle Suore Orsoline.
Nel 2009 sarebbe bastato rimanere in carica come presidente, caro Andrea Della valle, e continuare a parlare con il Comune dei progetti di stadio nuovo e con il proprio staff dei progetti di scudetto, di vittoria sbandierati fino all’estate precedente. Invece di dire all’allenatore di cercarsi un’altra squadra mentre tornava dalla vittoria più prestigiosa di sempre, quella ottenuta ad Anfield Road a Liverpool. Invece di mandare a quel paese Matteo Renzi, che era furbo già da Sindaco e non aspettava altro (salvo poi venire allo stadio anche lui a gratis indossando improbabili magliette viola).
Nel 2011 sarebbe bastato dare in mano a Sinisa Mihajlovic una squadra meno bollita di quella delle “vedove di Prandelli”. Non si chiedeva tanto, niente di più di quello che negli stessi anni riusciva ad un Lotito o a un De Laurentiis, né Bill Gates né Steve Jobs buonanima. Nel 2013 sarebbe bastato fare 31 dopo il 30 e mettere in mano a Vincenzo Montella un attacco di valore medio che finalizzasse quello che in quel momento era il gioco più bello del campionato. E non ci si venga a dire che Rossi e Gomez non erano altro che due scommesse azzardatissime e operosissime. Perse inevitabilmente le quali a far gol restavano solo Oleksandr Yakovenko e Ryder Matos, oltre alla meteora Alessandro Matri.
Nel 2015 infine sarebbe bastato credere un po’ più nel nuovo tecnico prescelto, quel Paulo Sousa per il quale si decise di litigare con il Basilea (niente a confronto di altri “litigi” successivi), e dargli qualcosa di più degli 11 giocatori contati. Invece, come quando eravamo ragazzi e giocavamo a “porticine”, siamo contati proprio quando finalmente ci ritroviamo in testa (dopo diciassette anni). E come quando eravamo ragazzi e uno si ammalava o non poteva scendere a giocare, qualcun altro deve chiamare la sorellina piccola per far pari.
La colpa parte da Casette d’Ete e quando arriva a Firenze o è morta fanciulla oppure se l’è beccata qualcun altro. Da Montolivo e Prandelli ai giorni nostri c’è e c’è stata una bella fila di pretendenti. Gente che magari al famoso “progetto” ci aveva anche creduto. Poi, come il Batistuta deluso dal Carnevale di Edmundo, aveva deciso di non morire (sportivamente) qui, con il bilancio in pareggio o in attivo e i titoli a zero.
Immaginarsi De Laurentiis che volendo fare – a suo dire – il salto di qualità invece di andare a Palermo a prendere Edilson Cavani va a Genova a prendere, con tutto il rispetto, Emiliano Bonazzoli? E che dopo aver fatto plusvalenza mostruosa con lo stesso Cavani invece di andare a Madrid a prendersi Gonzalo Higuain mette tale plusvalenza a bilancio (e il cash Dio solo sa dove) e fine delle trasmissioni? Dice, ma a Firenze i conti sono “sani” e gli stipendi vengono pagati puntualmente. E a Napoli no? Ve lo immaginate Higuain in arretrato di stipendio? Sarebbe ancora a Fuorigrotta? O sarebbe a giocarsi la finale di Champion’s altrove, come a questo punto gli spetterebbe?
Insomma, c’è poco da fare i permalosi e molto da chiedersi se forse non sarebbe stata necessaria maggiore umiltà, oltre che chiarezza di idee, nell’avvicinarsi al calcio da parte della famiglia Della Valle. Questa assenza dalla tribuna del Franchi nel momento critico di una stagione esaltante ma difficilissima è stata un gesto bruttissimo, comunque lo si voglia motivare o giustificare. Un pessimo segnale alla squadra ed alla città. Una caduta di stile per chi ambisce ad essere l’arbiter elegantiae del ventunesimo secolo italiano, che sottintende anche un approccio distorto a questo sport, sia che lo si intenda come sport appunto o anche come business.
Mario Cognigni, ragioniere prestato al calcio, si lasciò sfuggire tempo fa una frase significativa, parlando di “clienti” e non più di “tifosi” per descrivere il “bacino di utenza” della Fiorentina. Sarebbe bene si ricordasse, e chi gli paga lo stipendio con lui, che il cliente – soprattutto quando paga e per di più in modo assai salato – ha comunque sempre ragione.