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mercoledì 14 dicembre 2016

Lo spirito del Natale

La storia che ho da raccontare è una di quelle che tolgono fiducia nel genere umano (ad averla), ma soprattutto in quella parte di esso che, nel 2016, continua a dare in appalto la propria coscienza – la propria intelligenza, starei per dire – ad una qualsiasi religione. Nel caso specifico, la nostra, che partendo da quelle che sembravano le basi migliori ha sviluppato le più grandi ipocrisie.
Apri i telegiornali e ti confortano nello spirito del Natale con afflato dickensiano storie come quella della “mamma migrante di Gorino”, che ha partorito malgrado le crudeli angherie subite (il messaggio dei giornalisti è questo) il suo bambino in cattività. E adesso “perdona” gli abitanti di Gorino. Ci mancano solo il bue e l’asinello, ma forse qualcuno – da una qualsiasi delle due sponde romane del Tevere, tanto per queste cose coincidono – sta già pensando a fornirglieli. Magari quella persona di biancovestita che di recente ha paragonato le “sofferenze dei nostri fratelli migranti” a “quelle di Gesu Bambino”.
Attingo frenetico alle – per fortuna – poche e vaghe reminiscenze del catechismo di infanzia. No, di sofferenze di Gesu Bambino non se n’era mai parlato, casomai i genitori avevano avuto qualche traversia (in ogni caso non più di quelle che toccano attualmente ad una normale famiglia italiana), ma lui è sempre apparso bello pasciuto la sera del 24 dicembre nella mangiatoia, affiancato dal bue e dall’asinello, appunto. Pasciuti anche loro (a proposito, il Nuovo Testamento non dice mai che fine abbiano fatto, la cosa è inquietante, trattandosi di animali dalla carne commestibile….).
Ordunque, l’uomo di biancovestito che quando parla sembra l’imitazione di Zanetti dell’Inter o di Maradona, ha detto una sciocchezza. Oooopppssss, ma….è il Santo Padre!!!!!! Guai a dirlo, al TG o anche per la strada. Questo è un paese laicizzato solo quando fa comodo, anche se i reati di blasfemia non esistono più si è comunque orrendamente perseguibili quando si vanno a toccare le cose di religione. Anche perché sono quei baciapile dei nostri concittadini i primi ad andarti a denunciare. Popolo di delatori e di penitenzieri.
La religione è l’oppio dei popoli. Mi dispiace che l’abbia detto Marx (odiosissimo), preferisco ricordare John Lennon (odioso anche lui, ma almeno orecchiabile) che ribadì efficacemente il concetto. Stare a sentire uno che parla come Zanetti dell’Inter e che dice più sciocchezze che nell’intera serie di Mai Dire Gol non fa bene al cervello. Farlo notare al prossimo, può fare peggio alla salute. La mia.
Meglio limitarsi a raccontare quella storia di cui parlavo all’inizio. Mia madre è da sei anni in casa di riposo. E’ una struttura di proprietà della Misericordia di Firenze. Entri là dentro e respiri carità e – appunto – misericordia. La retta è alta (nel Vangelo si dice di dare a Cesare…..o era Dio?.....), meno che altrove ma sempre alta. Sempre meno persone ce la fanno a pagarla, senza i contributi dell’assistenza pubblica che come certi valori delle funzioni matematiche alle Superiori ormai sono “tendenti allo zero”, malgrado le affermazioni di “certi Governatori di Regione”.
Quando non ce la fai più, a pagare la retta, che succede? Interviene la Sacra Scrittura? Il catechismo di Santa Romana Chiesa? Ama il prossimo tuo, ecc…ecc…?
Macché. Ti dicono di cercarti un’altra sistemazione. Vai a cercare freneticamente tra gli scritti dei Padri della Chiesa. Questa proposizione non c’é. Eppure, è così che ti dicono. Vai a leggere l’elenco delle istituzioni che sovrintendono alla Misericordia e a quella struttura. Il primo nome che trovi è quello dell’arcivescovo di Firenze. Diretto discendente – se non sbaglio, le reminiscenze sono sempre più lontane e vaghe – da uno degli Apostoli di Gesù. Alle dirette dipendenze – sempre se non sbaglio, il diritto canonico lo levai subito dal piano di studi universitario – di quel signore biancovestito che si è voluto chiamare nientemeno come San Francesco.
C’è qualcosa che non torna? Intanto cercati un’altra sistemazione, poi se ne ragiona. E’ successo alla compagna di stanza di mia madre, a 95 anni e con problemi di salute notevoli, ovviamente italiana di razza bianca. Dopo 4 anni di convivenza felice con mia madre. Ad entrambe, il Santo Natale 2016 è stato annunciato con un foglio dell’Arcivescovado con cui si dava la lieta novella. La signora 95enne sbattuta a morire altrove, liberando il posto per qualcuno più danaroso o più “amico degli amici”, e pazienza se la pensione maturata in una vita di lavoro non le è bastata ad assicurarle una morte fra mura e persone amiche soltanto di lei.
La mia mamma è disperata perché al di là della vicenda in sé le portano via uno degli affetti più importanti di questi suoi ultimi anni di vita, con modalità tra l’altro che forse non aveva più visto dai tempi della guerra, da ragazzina. Stavo per dirle: mamma, mi piace pensare che codesta disperazione coinvolga anche la consapevolezza di aver buttato via parte della tua vita intellettuale prestando fede ad una Chiesa…… posso dire’ lo dico: ABBIETTA. COME LA RELIGIONE CHE PREDICA. COME TUTTE LE RELIGIONI (denunciatemi pure, e vaffanculo).
Poi mi sono fermato, sarebbe stata cattiveria gratuita da parte mia. Credo che mia madre qualche pensiero del genere ce l’abbia per conto suo, ed è comunque abbastanza triste. Inutile e – appunto – cattivo sarebbe rincararle la dose.
Ecco, questa è la storia. Chiudo con due immagini. Anni fa assistei ad un colloquio tra un esponente della Misericordia ed uno dei miei assessori (un comunistone dei tanti che si sono succeduti da queste parti, che faceva finta di essere laico come Marat, Danton e Robespierre messi insieme). L’uomo vestito di nero chiuse la bocca a quello vestito di rosso: “Caro assessore, voi siete qui da neanche 40 anni, noi ci siamo da 750. E ci saremo ancora quando di voi non sarà rimasto nemmeno il ricordo”.
Vengono da lontano, guardano lontano, noi siamo soltanto pecore, bruscoli, incidenti. Mi vengono in mente, per parafrasarle, le parole di Giovanni XXIII:
“Quando tornate a casa, e trovate qualcuno dei vostri cari che sta alla televisione ad ascoltare i discorsi dell’omino biancovestito o a perdere tempo e cervello dietro a qualunque altra cosa che venga da quella sponda romana del Tevere, dategli un ceffone. E ditegli che questo è un ceffone da parte mia, di uno che si è rotto il cazzo di questo bel paese di merda che vi piace tanto essere”.
La pace ed il Santo Natale siano con tutti voi.
P.S. Di “certi Governatori di Regione” parliamo un altro giorno, non ho ancora fatto testamento. Dei migranti, meglio che non dica nulla.

martedì 4 ottobre 2016

Laudato sie mi Signore



Era la prima festa comandata del calendario scolastico, fino al 1977. Il 1° ottobre, San Remigio, si tornava a scuola. Il 4 si restava subito a casa, era la festa del Patrono d’Italia, San Francesco. Non si poteva fare altrimenti, in un paese che cercava ancora faticosamente di completare il suo percorso di laicizzazione delle proprie istituzioni e della propria vita sociale.
Il poverello d’Assisi era stato proclamato patrono nazionale nel 1939 da papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena. Erano nomine politiche, da parte di un Papa politico come pochi altri. La santa di Fontebranda aveva riportato il Papato a Roma, lasciando in eredità al paese di cui la Città Eterna era poi diventata capitale un legame indissolubile (nel bene e nel male) con la Chiesa cattolica. Il santo di Assisi aveva probabilmente salvato la Chiesa cattolica stessa dal crollo, nel suo periodo storicamente più difficile, quello delle Eresie.
Francesco di Bernardone (nato Giovanni, Francesco fu il nome che assunse spogliandosi di tutto, dell’eredità paterna in senso materiale ed anche genetico) è probabilmente il santo più amato dal popolo cattolico per le implicazioni spirituali del suo messaggio, consistente in sintesi nel ritorno al Cristianesimo delle origini. Dopo Gesu Cristo stesso, infatti, si può considerare la figura più significativa e carismatica dell’iconografia e del catechismo cristiano.
Francesco d’Assisi fu colui che riportò lo stile di vita cristiano alla predicazione di Cristo, senza se e senza ma. All’inizio del tredicesimo secolo, era proprio ciò che il mondo cristiano desiderava di più, disgustato da una Chiesa che attraverso il Medioevo si era sempre più distanziata dalla dottrina che era alla base della sua stessa esistenza e dal gregge che intendeva amministrare in nome di Dio.
Graham Faulkner, il San Francesco di Franco Zeffirelli
Francesco d’Assisi avrebbe potuto essere il fondatore della più potente di quelle che la Chiesa Cattolica bollava sprezzantemente (e perseguiva ferocemente) come Eresie. Avrebbe probabilmente seguito la sorte di altri movimenti come quello – molto affine nella predicazione – dei Catari, che predicavano il ritorno anch’essi allo stile di vita di Gesu e degli Apostoli. Quella comunione dei beni e di tutto ciò che si possedeva dentro e fuori di se stessi che era stata codificata dai primi cristiani e poi abbandonata dalla Chiesa che aveva ereditato il potere temporale dell’Impero Romano.
La Chiesa avrebbe potuto perseguirlo, dopodiché avrebbe potuto perdere se stessa, finendo travolta ben prima e ben più di quanto sarebbe in effetti poi successo con la Riforma Protestante. La grandezza di Innocenzo III, il Papa che invece di condannarlo lo autorizzò a fondare e dirigere l’Ordine dei Frati Minori – o come si chiamarono da subito, i francescani – fu proprio questa. Salvare le energie spirituali e materiali migliori prodotte dal Cattolicesimo, ed in ultima analisi salvare la Chiesa stessa.
Come Cristo, Francesco era una figura che definire carismatica è fortemente limitativo. Incantava tutti coloro a cui rivolgeva la parola, dal Lupo di Gubbio, al Sultano da cui si recò per convincerlo a terminare la persecuzione dei cristiani, al Papa di Roma da cui si recò non tanto per rispondere alle accuse di eresia, quanto per convincerlo a riportare la sua organizzazione, la Chiesa, negli argini in cui l’aveva incanalata Cristo stesso consegnandola al primo dei suoi predecessori, Pietro.
Judi Bowker, Santa Chiara di Franco Zeffirelli
Francesco d’Assisi era una figura che andava al di là dei suoi tempi. Fu in pratica il primo a stabilire – e non era cosa da poco, se i Padri della Chiesa ancora ci dibattevano sopra – che la donna aveva un’anima, ritenendola capace di spiritualità pari a quella dell’uomo. Fu lui a regalare alla Chiesa Santa Chiara e l’Ordine delle Clarisse, rompendo di fatto un monopolio maschile che durava dai tempi di San Benedetto.
Come ha raccontato Franco Zeffirelli nel suo magistrale Fratello Sole Sorella Luna, nella chiesetta restaurata di San Damiano dove poi le Clarisse presero la loro prima dimora nacque probabilmente la Chiesa cattolica moderna, capace di resistere – pur tra tante derive rispetto alla dottrina originaria – alle formidabili sollecitazioni dei secoli successivi.
Francesco fu anche, forse inconsapevolmente, un grande artista. Sua è l’invenzione della più suggestiva, toccante e popolare rappresentazione della dottrina cristiana che ancora oggi replichiamo nelle nostre case e che va sotto il nome di Presepe. Sua è la prima composizione che ormai tutti gli studiosi unanimemente considerano come il testo poetico più antico in lingua volgare italiana che si conosca, il Cantico delle Creature.
Anzi, la storia della letteratura italiana parte da esso, in anticipo di almeno mezzo secolo sulla scuola siciliana e lo stil novo toscano che ne avrebbero costituito più tardi l’avvio ufficiale. Quel Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, inoltre, da un punto di vista spirituale segna la data di fine del Medioevo, con quel suo contemptus mundi, disprezzo e distacco dal mondo visto come regno del peccato che aveva reso così complicata e mortificante la vita dei suoi contemporanei.
San Francesco parla con gli uccelli
Fu anche animalista Francesco d’Assisi. In un’epoca in cui la vita umana valeva meno di niente, figurarsi quella delle creature definite come animali. Francesco che parla agli uccelli è forse l’immagine più bella tra tutte quelle evocate dalla religione cristiana fin dai suoi albori. Francesco che parla al Lupo di Gubbio è il più potente messaggio di pace della storia umana. Non esiste belva che non possa essere condotta a placarsi dalla parola ispirata da Dio, non esiste belva che non abbia in sé - come ogni altra creatura - il seme dello spirito civile, il cosiddetto divino.
L’uomo che più di ogni altro si era avvicinato a Cristo due anni dopo la sua morte avvenuta nel 1226 era già stato canonizzato santo, tanto era stato l’impatto della sua predicazione e del suo esempio sui contemporanei. Un impatto che ha mantenuto il suo vigore anche per le generazioni successive, fino alla nostra.
Quando la Chiesa cattolica si è trovata ad affrontare un altra aetas horribilis, un’altra epoca oscura, è stato a lui che l’ultimo successore di Pietro ha pensato inevitabilmente nella scelta del nome. Che sia riuscito nel suo intento o meno, Jorge Mario Bergoglio ha scelto di chiamarsi Francesco per ripetere il miracolo di una Chiesa che torna verso il gregge disperso da troppe concessioni alle tentazioni di Satana.
In quel miracolo, il poverello d’Assisi è già riuscito una volta. Dante Alighieri nell’XI Canto del Paradiso descrive efficacemente le nozze mistiche di Francesco con la sposa di Cristo, Madonna Povertà che « ...privata del primo marito millecent'anni e più dispetta e scura fino a costui si stette senza invito ».
Non è necessario avere a cuore le sorti della Chiesa, quello di oggi non è un santo del calendario qualunque.



mercoledì 17 febbraio 2016

Monumento a Giordano Bruno



L’uomo che la mattina del 17 febbraio 1600 fu condotto al supplizio nella piazza romana denominata Campo de’ Fiori non era stato piegato da sette anni di prigionia nelle mani della Santa Inquisizione, a Castel Sant’Angelo. La prigione del Papa Re, la Bastiglia pontificia dove venivano rinchiusi ribelli ed eretici. Sottoposto a torture fisiche e psicologiche, tutte regolarmente autorizzate da Papa Clemente VIII secondo il diritto canonico (bastava che non si versasse sangue, ciò che era vietato dalla osservazione “letterale” delle Sacre Scritture), quell’uomo non aveva ceduto, ingaggiando anzi un duello mentale con le più sottili e cristianamente perverse menti dei seguaci di Torquemada.
Si chiamava Giordano Bruno, era nato a Nola nei pressi di Napoli nel 1548, tre anni dopo l’inizio di quel Concilio di Trento le cui determinazioni – conosciute universalmente come Controriforma – lui avversò per tutta la vita. Si chiamava in realtà Filippo, nome datogli in onore di Sua maestà Cattolica il re di Spagna nei cui possedimenti rientrava all’epoca il Mezzogiorno d’Italia. Il nome Giordano lo adottò allorché entrò nei Frati Domenicani, in onore del suo primo insegnante di metafisica. A quell’epoca, chi voleva studiare aveva davanti un solo portone a cui bussare: quello della Chiesa. Giordano Crispo con i suoi insegnamenti fece del giovane Filippo un uomo libero, e inevitabilmente lo condannò a morte.
Giordano Bruno detestava le religioni, tutte, indistintamente. Per lui erano poco più che superstizioni organizzate, costrizioni dentro cui la mente umana era condannata a rinunciare alla propria capacità di comprendere realmente il Divino e di amarlo. Nei trent’anni in cui girò l’Europa dopo aver abbandonato i Domenicani in seguito al primo fumus persecutionis indotto dalle sue prese di posizione in odore di eresia, non è un caso che prima o dopo fu perseguitato in egual modo da tutte le Autorità e da tutte le Chiese, fossero cattoliche, calviniste, anglicane. Nel secolo in cui Riforma e Controriforma si combattevano con la spada piuttosto che con le proposizioni conciliari, un uomo libero era qualcosa di inviso a tutte le confessioni e a tutti i sovrani.
Niccolò Copernico
Giordano era convinto che l’universo non fosse altro che una sostanziazione del principio divino. Dio era l’essere trascendente che lo aveva creato, ma era anche ad esso immanente. Dio era la stessa Natura, la permeava, coincideva con essa. Anzi, essendo l’universo infinito, proprio questo lo rendeva un Essere Infinito anch’Egli, non potendosi quindi parlare di coincidenza rispetto a due entità senza confini.
Giordano era un sostenitore di Nikołaj Kopernik, italianizzato Niccolò Copernico, l’astronomo polacco che per primo ebbe il coraggio di confutare le tesi scientifiche di Claudio Tolomeo, il filosofo astronomo ellenistico egiziano che elaborò la teoria del geocentrismo (la Terra corpo immobile al centro dell’universo) consegnandola al Medioevo cristiano che avrebbe condizionato pesantemente per oltre mille anni. L’eliocentrismo di Copernico in realtà riprendeva quello degli studiosi greci dell’Età Classica, da Aristarco di Samo in poi.
La Chiesa coetanea del Rinascimento soffriva la messa in discussione della propria autorità scientifica prima e morale poi. E reagiva scomunicando e affidando al “braccio secolare” per la tortura e per l’esecuzione degli eretici. Giordano Bruno pensava che fossimo tutti parte dello stesso Divino in un universo sconfinato di luoghi e di creature senza gerarchia. Pensava che Copernico avesse ragione e Tolomeo torto. Che il culto dei Santi riaffermato dal Concilio di Trento fosse contrario all’essenza della religione cristiana stessa. Metteva in discussione la stessa Trinità paragonandola a una forma riveduta e corretta di idolatria. Pensava convintamente che le cosiddette eresie altro non fossero che manifestazioni naturali di libero pensiero, avversate dalla dottrina imperante della Chiesa Cattolica.
Castel Sant'Angelo
Ce n’era più che a sufficienza perché il cardinale Bellarmino, direttore del Santo Uffizio Romano, cercasse per sette anni di strappargli l’abiura, cioè la rinuncia a tutte queste “tesi” eretiche, in quanto minavano alla base l’esistenza della Chiesa di Dio e del suo potere in terra. In un primo tempo Giordano Bruno sembrò piegarsi, accettando tale rinuncia ex nunc, cioè da quel momento in poi. Sottilmente, significava scrivere in calce all’abiura che gli era stata esplicitamente estorta, e che quindi non aveva valore sostanziale.
La Chiesa rifiutò, imponendogli l’abiura tout court. Giordano Bruno dimostrò di avere coraggio oltre che testa chiudendosi in uno sdegnoso silenzio, rotto soltanto dalle parole con cui accolse la sentenza finale, l’8 febbraio 1600: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla».
Fu portato al rogo imbavagliato, affinché la folla riunita ad assistere non potesse udire alcuna parola da parte sua. Nello stesso punto in cui fu ucciso, quasi tre secoli più tardi il governo dell’Italia Unità presieduto da Francesco Crispi gli eresse un monumento, che lo ritraeva fiero e sobriamente intento a guardare in direzione del Vaticano, con sguardo ammonitore. Alla base del monumento tutt’oggi presente a Campo de’ Fiori si legge: «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse».
Il secolo da lui divinato era quello seguente a quello dei Lumi, il XIX°. Il secolo che vide l’affermarsi dei Liberi Pensatori soprattutto organizzati nelle logge massoniche. Francesco Crispi era uno di questi, e nel pieno della Guerra Fredda tra Stato e Chiesa conseguente alla Breccia di Porta Pia non gli parve vero di erigere il monumento celebrativo di colui che era diventato l’icona del Libero Pensiero stesso.
Dopo i Patti Lateranensi del 1929, i cattolici oltranzisti fecero un ultimo tentativo per chiedere la rimozione della statua. Fu il filosofo Giovanni Gentile, ideologo del Fascismo ma grande ammiratore di Bruno, a consigliare Mussolini a dire no. Il Duce, probabilmente anche lui in gioventù un ammiratore di Giordano Bruno, seguì volentieri quel consiglio.
Papa Giovanni Paolo II
La tragica fine di Giordano Bruno aveva costituito infine un precedente significativo di cui Galileo Galilei non aveva potuto non tenere conto, allorché 33 anni dopo il filosofo di Nola era toccato a lui trovarsi di fronte alla scelta postagli dal Santo Uffizio tra l’abiura ed il probabile supplizio. Galileo scelse l’abiura, e non se lo perdonò mai. Giovanni Paolo II lo riabilitò quattro secoli dopo, chiedendogli scusa con gesto pubblico di grande effetto. Giordano bruno non ebbe la stessa fortuna. Papa Woytila si limitò ad esprimere “profondo rammarico per la sua morte”, tuttavia il pur triste episodio della storia cristiana moderna non consentiva a suo dire la riabilitazione.
Per la Chiesa Cattolica Giordano Bruno rimane colui il cui pensiero “lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana". Per gli scienziati moderni rimane invece come il precursore addirittura della teoria degli “universi paralleli”. Una specie di padre sia della scienza che della fantascienza. Colui che per primo ha liberato la mente dell’uomo dalla superstizione, ed in ultima analisi la sua stessa dignità.

Campo de' Fiori oggi

domenica 25 gennaio 2015

ITALIA ANNO ZERO: Francesco che parla con i lupi

18 marzo 2013

Non aveva fatto ancora in tempo ad esaurirsi la fumata bianca uscita dal comignolo sulla Basilica di San Pietro, né si era spenta l’eco delle prime parole con cui Jorge Mario Bergoglio ha dato la sua buonasera al mondo come Papa Francesco, che già la macchina del fango si era messa in moto dando all’uomo venuto dal paese più lontano di sempre l’esatta dimensione del compito che lo attende.
Sono molti i nemici che aspettano al varco il successore di Pietro il Pescatore, e per la prima volta dichiaratamente anche di Francesco d’Assisi. Alcuni, lo sappiamo grazie al gran rifiuto del suo predecessore Benedetto XVI, risiedono dentro la Curia, o per meglio dire in senso più allargato dentro la stessa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e sono e saranno (c’è da crederlo) i più potenti e pericolosi. Gli altri sono disseminati ormai un po’ in tutta la società civile nell’orbe terracqueo. Alla crisi di religiosità diffusa che fa perdere ogni giorno fedeli al Vicario di Cristo in terra, si aggiunge un’immagine della Chiesa che non è mai stata così povera. E non nel senso auspicato a suo tempo dal Poverello di Assisi, ma nel senso purtroppo di una moralità che non potrebbe essere più distante dalle intenzioni dei fondatori di questa religione, per non parlare di quelle di colui che la testimoniò per primo. Una immagine che a vecchi e nuovi nemici e avversari di questa Chiesa non pare il vero di poter sfruttare per discreditarla ulteriormente.
Neanche 24 ore dopo l’apparizione di Francesco I al balcone di Piazza San Pietro hanno preso a girare per il web e su alcune testate le foto di un più giovane vescovo Bergoglio a fianco del famigerato dittatore argentino Jorge Rafael Videla, il generale che rovesciò nel 1976 il governo democraticamente eletto di Isabelita Peron e instaurò nel suo paese uno dei regimi più infami e sanguinari della storia, forse secondo soltanto a quello cileno di Pinochet nello stesso periodo e nella stessa parte di mondo.
Bergoglio e Videla
I militari argentini, Videla, Massera, Galtieri & C., con la scusa di combattere i Montoneros (formazioni paramilitari ispirate ai gruppi eversivi in voga all’epoca, quali ad esempio le nostre Brigate Rosse), affogarono la loro patria in un bagno di sangue durato 8 anni, finché l’onda lunga della sconfitta nella guerra con la Gran Bretagna per il possesso delle Isole Falkland ed il mutato clima internazionale non portarono al suo dissolversi. Anche se poi i restaurati governi democratici argentini non sono riusciti più di tanto ad accertare la verità su Plaza de Mayo e gli altri orrori degli anni di Videla, che tra l’altro se l’è cavata con una condanna all’ergastolo che sta scontando indisturbato, è il caso di dire, nella sua Buenos Aires. Per avere un’idea di cosa combinarono Videla e gli altri galantuomini durante la loro dittatura, basta leggere il libro di Horacio Verbitsky, l’Isola del Silenzio.
Insieme alle foto sono circolate sempre sul web affermazioni circa una attività di collaborazionismo con la Giunta Militare degli alti ranghi della Chiesa argentina dell’epoca, tra cui appunto l’allora Comandante locale della Compagnia di Gesù Padre Jorge Mario Bergoglio. Sono bastate altre 24 ore per avere le smentite del caso, a Bergoglio non è stato possibile imputare con prove provate alcun atto di fiancheggiamento ai militari golpisti. Quanto alle foto, il problema è quello di sempre da quando fu scoperta l’acqua calda, non è possibile rivestire un incarico pubblico qualsiasi in un paese soggetto ad una dittatura e non essere costretti a presenziare a eventi pubblici con tanto di reportage fotografico a fianco di qualche impresentabile.
Passarella, Videla e la Coppa del Mondo
Qualcuno se la sente di gettare la croce addosso (la metafora è d’obbligo, visto l’argomento) a Daniel Alberto Passarella perché appare in quella famosa foto in cui mostra orgoglioso la Coppa del Mondo appena vinta dalla sua Nazionale ad un sorridente Videla? Qualcuno per la verità ci provò, gli stessi che non avrebbero voluto che due anni prima la nostra squadra di Coppa Davis andasse a giocare (e vincere) il trofeo nel Cile di Pinochet. Dimenticando che i nostri primi due titoli mondiali nel calcio furono vinti alla presenza del Duce, e non per questo li sentiamo meno nostri, e non onoriamo la memoria di quella formidabile squadra che riuscì nell’impresa.
Per tornare all’argomento, se responsabilità ci furono da parte di Bergoglio, sono e non possono essere altro che quelle generiche (universali, vorremmo dire) derivanti dal semplice fatto di far parte di una organizzazione che da sempre con i dittatori (e altre bestie feroci, o comunque poco raccomandabili) ci dialoga. La Chiesa Cattolica, da quando diventò una struttura organizzata a fini di governo come la conosciamo oggi per volere dell’Imperatore romano Costantino (il primo ad intravederne le potenzialità in questo senso), a quando poco dopo con il venir meno dello stesso Impero Romano si ritrovò ad essere l’unica struttura organizzata di governo rimasta in un mondo sconvolto dalle Invasioni Barbariche, si è sempre posta come un soggetto politico e spirituale che non ha avuto remore (nel bene e nel male, va detto) a parlare con i Barbari, fino in qualche modo a riuscire a convertirli al proprio ordine spirituale e temporale.
Attila e Leone I
Ad affrontare Attila non andò un Imperatore romano ma il Vescovo di Roma Leone I, e secondo la leggenda il suo intervento fu più efficace di quello di mille Legioni, perché provocò la ritirata e la fine del condottiero unno. Stessa sorte seguirono condottieri e tribù tra le più feroci mai scatenatesi sul suolo europeo, dagli Eruli di Odoacre che abbatterono le Aquile imperiali ai Vichinghi che devastarono la Normandia e mezza Europa. Pur senza eserciti (ma anche con, da dopo la Donazione di Costantino e l’instaurazione di un dominio temporale della Chiesa), alla Chiesa è sempre riuscito di sottomettere il barbaro antagonista. E c’è da pensare che ciò sia sempre successo a prezzo di compromessi innominabili e inconfessabili.
Questo approccio è rimasto nei secoli dei secoli. Da Pio VII che al generale Miollys mandato da Napoleone Bonaparte ad intimargli la rinuncia al potere temporale rispose: Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo, a Pio IX che maledì il neonato Stato Italiano reo di avergli sottratto il dominio su Roma con la Breccia di Porta Pia, sono poche le eccezioni alla regola. La Chiesa tratta, e con le trattative sopravvive. Benedetto XV definì pubblicamente la Prima Guerra Mondiale una inutile strage, ma non scomunicò nessuno dei suoi autori, e del resto si era appena affacciato un nemico ben più temibile sotto le sembianze del Comunismo Bolscevico, ed altre diventarono allora le priorità vaticane.
Pio XII Pacelli fu accusato di simpatie filonaziste fin da quando era Legato Pontificio in Germania. Hitler non fu mai scomunicato, ma è un dato di fatto che nelle strutture di proprietà della Chiesa trovarono salvezza durante la Seconda Guerra mondiale circa 600.000 persone, molte delle quali erano ebrei. Il suo Segretario di Stato, Giovanni Montini futuro Papa a sua volta con il nome di Paolo VI, oltre a provvedere personalmente alla salvezza di molti di quei perseguitati si adoperò fattivamente – a giudizio di tutti gli storici – per la salvezza del suo paese natale nel difficile periodo dell’occupazione nazista e dell’avanzata delle truppe angloamericane.
Negli anni settanta la percezione del Barbaro era diversa, il mondo era stretto tra quella che veniva vissuta come una nuova avanzata del Comunismo Sovietico (che veniva anche presa come scusa per delegittimare sacrosante istanze di progresso da parte di vaste zone del cosiddetto terzo Mondo, tra cui appunto il Sudamerica) e il dilagare di una sempre più aggiornata ai tempi moderni criminalità organizzata. La Chiesa si trovò nel mezzo tra dittatori di destra e di sinistra da un lato, e mafiosi e speculatori di denaro più o meno sporco interessati al suo istituto di opere di religione come lavatrice di quel denaro.
Giovanni Paolo I intravide il problema principale e più pressante nello IOR e nelle sue malversazioni. Com’è andata, nel giro di un mese, lo sappiamo tutti. Il suo successore Giovanni paolo II, che veniva da un paese lontano e comunista, preferì rivolgere le sue energie alla lotta al Comunismo a cominciare dal sostegno a Solidarnosc nella sua Polonia.
E lasciò indietro il resto, nessuno nelle alte sfere della Chiesa alzò la voce per difendere i Monsignor Romero e la loro Teologia della Liberazione e tantomeno per protestare contro i loro omicidi. Padre Popieluszko è un martire della libertà polacca e un eroe della Chiesa Cattolica. Monsignor Romero nessuno sa chi sia e non accade mai di sentirlo rammentare nelle parole di nessun esponente cattolico romano. I dittatori sono venuti e se ne sono andati con i tempi della storia, poiché con la fine della Guerra Fredda non erano più necessari. Ma finché ci sono stati, la Chiesa ha inteso sopravvivere e salvare il salvabile (nel bene e nel male) parlando con loro come aveva parlato con Attila millecinquecento anni fa.
Se Jorge Mario Bergoglio, salito al soglio di Pietro con il nome di Francesco, ha una colpa, allo stato attuale è quella di far parte di una organizzazione, di una Ecclesia, che forse non è proprio quella prefigurata dalla predicazione riportata nelle Sacre Scritture. E che ha sempre preferito la ragione della sopravvivenza a quella dei poveri a cui doveva dare conforto.
Ed è proprio qui che entra in gioco il nuovo Vicario di Cristo, da ora in poi, adesso sì. Avere scelto come nome quello del Santo più amato e venerato della Chiesa Cattolica, l’unico che nell’immaginario popolare può stare al pari di Gesù Cristo avendo predicato le stesse cose con le stesse parole ed azioni, carica sulle spalle del nuovo Papa una responsabilità enorme. Adesso sì che dovrà stare attento alle mani che stringe e alle foto in cui apparirà. I giornalisti hanno fatto male il loro lavoro, accusandolo a vuoto di collaborazionismo. Lui non potrà permettersi di fare male il suo, perché la Chiesa di Roma è all’ultima spiaggia, come sa bene lui stesso. Non importa scomodare Nostradamus per sapere cosa succederebbe se anche questa ultima speranza fosse tolta a chi si sente ancora cristiano, e ripone ancora fiducia e cerca conforto nelle parole e nelle opere del Vescovo di Roma, a torto o a ragione Vicario di Cristo in questa terra.

La Terza Profezia di Fatima, qualunque cosa contenga, è anche l'ultima.

ITALIA ANNO ZERO: Benedetto XVI annuncia il suo ”gran rifiuto”. Che succederà alla Chiesa di Roma?

11 febbraio 2013

Alzi la mano chi non è corso col pensiero alle profezie di Nostradamus, stamattina quando Papa Benedetto XVI ha annunciato la sua intenzione di rinunciare al Soglio Pontificio. L’astrologo francese nelle sue Centurie aveva preconizzato che i tempi che stiamo vivendo sarebbero stati estremamente difficili, soprattutto perché la Chiesa cattolica romana, la più antica istituzione in assoluto tutt’ora operante sul suolo di questo pianeta, avrebbe attraversato un momento estremamente critico, culminato con l’elezione dell’ultimo erede di Pietro (Petrus Romanus) e poi con la sua stessa fine dopo oltre duemila anni. Prima di lui il profeta Malachia aveva predetto più o meno le stesse cose, il 112° Papa sarebbe stato l’ultimo. Benedetto XVI, che stamattina ha scelto di porre fine al suo pontificato, era il 111°.
Profezie a parte (anche se dopo l’attentato del 1981 di Ali Agca a Papa Woytila le profezie hanno ripreso vigore e riguadagnato attenzione), è certo che le dimissioni del Papa sono un fatto storico capace non solo di surclassare qualsiasi altra notizia di cronaca anche in un momento che ne offre moltissime e tutte di grande importanza e criticità, ma anche di creare uno sconvolgimento sociale come solo pochi eventi storici epocali sono in grado di fare. Nella storia della Chiesa, la rinuncia di un Papa ha solo cinque precedenti, tutti avvenuti in epoche in cui l’accuratezza della documentazione storica era quantomeno problematica. L’ultimo dei predecessori in questo senso di Papa Ratzinger fu il famigerato Celestino V, che ebbe un testimonial di eccezione nientemeno che in Dante Alighieri.
Pietro da Morrone fu colui che, secondo l’autore della Divina Commedia, fece per viltade il gran rifiuto. L’asceta molisano, poi beatificato dai suoi successori, rinunciò alla tiara papale perché il suo temperamento da monaco eremita mal si conciliava con l’ambiente della Curia romana e con l’immenso potere che essa esercitava. Dante lo mise tra i dannati dell’Inferno con la motivazione che secondo la dottrina cattolica non era ammesso rinunciare alla chiamata di Dio. In realtà, al poeta fiorentino le dimissioni di Celestino V erano particolarmente invise perché avevano aperto la strada all’ascesa al soglio di Benedetto Caetani, passato poi alla storia come l’ancor più famigerato Papa Bonifacio VIII, tra le cui malefatte ci fu appunto quella di aver causato, direttamente o indirettamente, la rovina e l’esilio di Dante Alighieri.
Dopo di allora, nessuno aveva più scelto volontariamente di porre fine al proprio servizio come Vicario di Cristo in terra. Tutti hanno ancora negli occhi l’epica lotta di Giovanni Paolo II con il male che ha reso un supplizio straziante i suoi ultimi anni di vita. Nel gesto con cui in uno dei suoi ultimi discorsi reagiva quasi con rabbia alla menomazione che gli rendeva difficili le parole di fronte ai fedeli c’era tutto il carattere dell’uomo messo a dura prova nella lotta allo spasimo per adempiere al suo ministero fino in fondo. Di quell’uomo, Ratzinger era stato molto più che un fedele collaboratore, era stato il teologo, il teorico di tutta la sua azione concreta. Uomo di chiesa per la maggior parte della sua vita, uomo intelligente che vedeva e vede la necessità di adeguare la sua Chiesa ai tempi moderni (a pena di perdere la battaglia per l’eternità), Joseph Ratzinger Papa Benedetto XVI sorprende il mondo con questa sua fragilità, con questo improvviso (ma forse neanche tanto) desiderio di “mollare tutto”.
Tornano alla mente più che le profezie medioevali quelle emerse un anno fa da fatti di cronaca mai completamente accertati e chiariti, il mordkomplot, il complotto di morte che fu in sostanza l’interpretazione data a quanto scritto negli appunti di un cardinale vicino al Sacro Soglio, Mons. Castrillon, che aveva detto senza mezzi termini che il Pontefice aveva non più di dodici mesi di vita. O la vicenda delle carte del Papa trafugate da uno dei prelati addetti alla sua persona, nelle quali non si mai saputo esattamente cosa fosse contenuto. Difficile penetrare la spessa cortina che da tempo immemorabile ammanta il centro di potere più antico e più influente del mondo, e tutto ciò che gli occorre e lo riguarda. Forse le vere motivazioni del gesto di Ratzinger saranno note al mondo tra una generazione, più o meno il tempo che c’è voluto per sapere cosa successe veramente a Papa Luciani, per fare un esempio.
Il fulmine caduto su San Pietro la sera delle dimissioni del Papa
Per chi crede, è tutto più facile, senza voler mancare di rispetto. Ci penserà la Divina Provvidenza a illuminare coscienze e a indirizzare eventi. Per gli altri, per chi nutre dubbi e cerca risposte già in questa vita, ci penserà la Storia con i suoi tempi. Sia che la Chiesa di Roma continui a farne parte come da duemila anni a questa parte, sia che si avveri qualcosa che un veggente ed un astrologo di diversi secoli fa hanno immaginato di intravedere nelle nebbie del tempo. Nel frattempo, una netta divisione sta già emergendo anche tra chi ritiene che ad un Papa non è permessa la “rinuncia” proprio in ossequio all’ortodossia codificata fin da molto prima dei tempi di Dante, e chi invece ritiene che la dottrina debba non solo adeguarsi alla modernità ma anche recuperare un po’ dello spirito originario, quando il vescovo di Roma altro non era che uno dei rappresentanti di Dio in una delle sue tante Ecclesiae, e nel suo status nulla ostava anche alla rinuncia alla carica, per motivi personali. Tra chi insomma vede nel gesto del Papa un segno di debolezza e chi invece ci legge un segno di coraggio al passo con i tempi.

Per la cronaca, Joseph Ratzinger cesserà di essere il Vicario di Cristo sulla terra alle ore 20:00 del 28 febbraio prossimo. Da quel momento sarà eleggibile il suo successore ad opera di un nuovo Conclave appositamente convocato. Il 112° successore dell’apostolo Pietro. E’ arrivato il tempo di Petrus Romanus, l’Ultimo Papa?

domenica 27 aprile 2014

Roma ha quattro Papi, beati Roncalli e Woytila

La Chiesa ha due nuovi Santi, Roma ha quattro Papi. Nell’antica Basilica intitolata al primo dei successori di Cristo, il Pontefice che ha preso il nome del santo più vicino a Dio nella storia intera della Chiesa ha beatificato insieme al suo predecessore, l’unico che ha avuto il coraggio del “gran rifiuto” dopo Celestino V, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, le cui spoglie mortali riposano nella cripta sotto l’altare su cui le loro anime sono state beatificate.
Nella sua lunga storia bimillenaria, alla Chiesa cattolica è accaduto di avere due papi in contemporanea. Oggi ne ha avuti addirittura quattro. Angelo Roncalli, Karol Woytila, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio hanno riportato l’attenzione del mondo su quella Basilica, su quella città e su quella Chiesa da cui dai tempi di Cristo sono stati indirizzati le coscienze e lo spirito umano, pur con alterne fortune.
A giudicare dalla presenza di folla a San Pietro e nella piazza antistante i tempi della profezia di Nostradamus secondo cui quello attuale dovrebbe essere l’ultimo pontificato della storia sembrano assai lontani. Roma è tornata per un giorno caput mundi, capitale del mondo, nel nome di un potere che non ha più nulla forse di temporale ma che sembra mantenere intatto e più forte che mai tutto ciò che di spirituale gli hanno attribuito duemila anni di religione cristiana.
Per l’uomo che da un anno a questa parte ha scelto di chiamarsi Francesco e che a detta di molti sta facendo rivivere al mondo la predicazione del poverello d’Assisi primo a fregiarsi di quel nome, si tratta di un successo innegabile, l’ennesimo di una serie già lunga dopo solo un anno di pontificato. Bergoglio vescovo di Roma sta spazzando via quanto di medioevale e di fariseo aveva inquinato il messaggio cristiano attraverso i secoli e gli ultimi decenni in particolare. Può farlo perché parla il linguaggio di San Francesco con convinzione, ma anche perché segue ultimo in ordine di tempo la vicenda terrena di predecessori che al pari di lui forse hanno saputo rivitalizzare l’immaginario collettivo di chi guarda ancora al Vaticano come guida spirituale.
Giovanni XXIII è un ricordo di chi comincia ad avere una certa età. Quei bambini ai cui genitori raccomandò di portare loro a casa “la carezza del Papa” la sera dell’11 ottobre 1962, quella in cui si aprì lo storico Concilio Vaticano II che avrebbe cambiato la Chiesa per sempre, ormai sono cinquantenni o sessantenni. Che si ricordano perfettamente del Papa Buono e di come seppe mettere fine a Guerre Fredde e divisioni ataviche e odi religiosi millenari in soli cinque anni. Costringendo chiunque fosse venuto dopo di lui a proseguire sulla strada di un Vangelo ricondotto praticamente alle origini.
Giovanni Paolo II era il papa venuto “da un paese lontano”, che parlava male l’italiano e che pregò la folla di “correggerlo, se sbagliava”, la sera della sua elezione il 16 ottobre 1978. Quell’anno, un Papa era già morto disperato per non aver potuto salvare la vittima più illustre del terrorismo che insanguinava l’Italia, Paolo VI che se ne andò pochi mesi dopo Aldo Moro. Un altro invece era poi morto misteriosamente, dopo solo un mese di pontificato in cui aveva promesso di cambiare tutto, ma proprio tutto. Come i suoi predecessori di cui aveva preso il nome, Giovanni che aveva aperto il Concilio e Paolo che lo aveva chiuso. Woytila scelse di essere il secondo Giovanni Paolo, rendendo omaggio a tutti e tre i suoi maestri. Le sue prime parole furono “Non abbiate paura”, e un mondo che di paura ne aveva tanta in quel momento sentì di credergli.
Benedetto XVI, il papa teologo, era stato per Woytila quello che Paolo VI era stato per Giovanni XXIII, colui che dava sostanza ed organizzazione alle riforme. Ma sentendosi più vecchio di quanto le difficoltà della Chiesa moderna richiedessero di essere, aveva fatto ciò che i teologi più tradizionalisti avevano sempre escluso, poiché secondo dottrina “non ci si può sottrarre alla croce”. Ratzinger tuttavia conosceva le profezie non solo di Nostradamus, e non faticava a scorgervi un fondo di realismo, se la Chiesa avesse continuato sulla china degli ultimi tempi presto non ci sarebbe stata più una Chiesa, urbi et orbi.
Ecco allora il gran rifiuto, per consentire di dare al Vaticano una nuova guida più energica, prima del tempo che la Divina Provvidenza per chi crede o il semplice decorrere della vita terrena di ogni essere vivente gli avevano assegnato. Sempre per chi crede, è opinione comune che lo Spirito Santo orienti la scelta del Conclave chiamato ad eleggere il nuovo Vicario di Cristo, Successore di Pietro. Ecco quindi l’ora di Bergoglio, successore di Francesco, il frate che parlava anche con i lupi e viveva in povertà fra la gente comune come fosse la cosa più normale del mondo.

Abbiamo visto Roma senza Papa, o con due Papi in contemporanea. Non avevamo mai visto Roma con quattro Papi. Se ciò servirà a creare un mondo migliore, ai posteri – ed ai fedeli – l’ardua sentenza. Certo che se non ci riesce il messaggio di Papa Francesco e dei suoi beati predecessori, allora all’umanità restano ben poche speranze.